"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

martedì 26 novembre 2019

Rosetta, lettrice speciale - Milopitakia



Non si fa altro, da un po’ di tempo a  questa parte, che parlare di “morte dei blog”. Paradossalmente ho iniziato a leggere ferali notizie in merito sul blog di Moz’, vivo e vegeto da ben 14 anni, che però io ho incrociato giusto un mesetto fa. L’articolo in questione peraltro smonta un po’ questa teoria e ci fa ben  sperare per il futuro.
A dirla tutta non è che questi contenitori virtuali di parole godano proprio di ottima salute. Cioè: nel mio caso la situazione è tale più o meno dall’inizio della sua creazione. A mia parziale difesa posso ammettere che sono alquanto prolissa. Se una cosa la posso spiegare in quattro parole io la arricchisco fino a usarne (almeno) il triplo.
E questo non è strategico.
Ma io sono una che bada al piacere più che al dovere. Mi piace scrivere, raccontare, ripercorrere spaccati di vita quotidiana così come di viaggi, per poi rileggermeli a distanza di tempo e continuare a sognarci sopra.
Tutto a mio uso e consumo.
E così, indifferente quasi alla moria di lettori che il presente bloghetto ha continuato a registrare da quando sono comparsi i ben più veloci e appetitosi social, io, imperterrita, ho continuato e continuo a scrivere i miei racconti-fiume.
Poi a qualche social mi sono adeguata anche io, eh? Ma certo senza particolare impegno.
Mi diverto un po’ su facebook (quando non mi arrabbio), così’ come mi annoio mortalmente su Instagram, specie quando mi tocca selezionare gli indispensabili #hastag.
Per esempio ho scoperto solo pochissimo tempo fa che una foto, tra le sue millemila virtù, deve essere anche “instagrammabile”, per poter diventare anche minimamente appetibile. Ecco, ancora però devo capire in cosa consista esattamente questa particolarità. Cosa deve avere cioè di così sensazionale una foto, per poter assurgere a icona.
Così, mentre mi faccio domande sui massimi sistemi, ma continuo a nuotare controcorrente facendo foto come capita, usando hastag pescati a casaccio, compilando pagine virtuali che nessuno mai leggerà, nel piccolo e ovattato mondo di questo blog avviene una sorta di bellissimo miracolo.
Essendo un blog di cibo e viaggi, c’è chi viene a sbirciare post solo di uno o dell’altro argomento. Ci sono i fedelissimi, come Consuelo, che pur alle prese con una vita frenetica e un bambino piccolo che non la fa dormire la notte, non manca mai di passare e di lasciare un pensiero, indifferentemente su articoli di entrambi gli argomenti. E io mi chiedo sempre come faccia e chi glielo faccia fare, ringraziandola di cuore ogni volta.
E poi c’è lei, Rosetta, una nonna sprint su blogger dal 2008, friulana doc, che pubblica robuste ricette della sua terra, senza troppi giri di parole, ma che trasudano tradizione e amore.
Il suo blog purtroppo è fermo a due anni fa, ma io spero sempre che decida di riprendere a scrivere.
Ebbene lei è invece interessata alla sezione viaggi e non manca mai, mai di ringraziarmi ogni volta che pubblico un racconto di viaggio, dicendo che non potendo più viaggiare è come se lo facesse virtualmente attraverso i miei pur chilometrici resoconti e le tante foto con cui appesantisco ogni articolo.
Non può sapere quanta felicità ogni volta mi procuri un suo commento.
Grazie sono io a dirlo a lei oggi. Un grazie grosso come una casa.
Capito, Rosetta? Il regalo ogni volta me lo fai tu, non il contrario.
Mandi
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Questa ricetta ha la capacità di teletrasportare direttamente in Grecia, grazie alla pasta fillo, ma anche nell’atmosfera del Natale, grazie alle mele e alla cannella.
L’ho presa da questo bellissimo blog di cucina e cultura greca e sono già due volte che la rifaccio perché questi rotolini croccanti fuori e morbidi e succosi all’interno ci hanno letteralmente stregati. Ho sostituito il burro con l’olio di riso e ne ho fatti appositamente tanti da conservare in frigo per 2-3 giorni e scaldarli all’occorrenza.

Ingredienti (per 24 rotolini)
1 confezione di pasta fillo (11-12 fogli)
3 mele
2 cucchiai di olio di riso
50 gr di uvetta
10 noci
1 bicchierino di rum
1 cucchiaio colmo di zucchero di canna
Succo di 1 limone
zucchero a velo e cannella in polvere per la superficie


Procedimento
Mettere in ammollo l’uvetta nel liquore per mezz’ora.
Lavare le mele e sbucciarle. Tagliarle a dadini piccoli e spruzzarle con il succo di limone perché non anneriscano.
In un tegame far scaldare l’olio e aggiungere le mele. Aggiungere lo zucchero di canna e la cannella cuocere a fiamma bassa per una decina di minuti girando spesso, finché le mele non si ammorbidiscono.
Trasferirle in una ciotola e lasciarle intiepidire.
Sgusciare le noci, pestarle grossolanamente nel mortaio e unirle alle mele.
Scolare l’uvetta e aggiungere anche questa alle mele.
Assemblaggio
Armarsi di pennello da cucina e un bicchierino di olio di riso (o burro sciolto)
Foderare una teglia con carta forno.
Aprire la confezione della pasta, srotolarla sul banca da lavoro e prelevare un foglio.

Coprire gli altri con un tovagliolo di tela affinché non si secchino. Ricordarsi che la pasta fillo a contatto con l’aria secca molto velocemente.
Posizionare il foglio nel senso verticale sul banco e tagliarlo a metà ottenendo due strisce posizionate verticalmente.
Imburrare leggermente i bordi di una delle striscie.
Prelevare un cucchiaio di farcitura e posizionarla all’inizio della striscia nella parte bassa, lasciando circa 1 cm di bordo. Iniziare ad arrotolare comprimendo leggermente.
Prima di metà striscia piegare i lembi laterali della fillo verso l’interno e arrotolare fino alla fine della striscia ottenendo un rotolino.
Sistemare il rotolino sulla teglia foderata di carta forno e continuare così fino a esaurimento degli ingredienti.
Spennellare leggermente di olio la superficie dei rotolini e mettere in frigo per un paio di ore oppure, se si ha poco tempo, in freezer per 15 minuti (lo shock termico li renderà più croccanti, ma io l’ultima volta ho dimenticato questo passaggio e sono venuti bene lo stesso).
Accendere il forno ventilato a 180 gradi e preriscaldare per 10 minuti.
Togliere la teglia dal frigo o freezer e infornare subito.
Cuocere per mezz'ora.
Togliere dal forno e lasciare raffreddare completamente dopodiché cospargere di zucchero a velo e cannella.


giovedì 21 novembre 2019

Creta terza tappa: le Gole di Samaria e i paesini di montagna


Il soggiorno mare a Creta si può dire concluso. Per i restanti 5 giorni sull’isola ci attendono visite naturalistiche e culturali. Ripartire da Lentas, paradiso di mare e relax, non è facile, ma visto quanto è sorprendente quest’isola siamo curiosi di vedere cosa ci aspetta. Non dobbiamo attendere molto perché sulla strada verso la nostra nuova tappa ci imbattiamo in uno dei tanti borghi fantasma che caratterizzano questo territorio.
Asomatos: case abbandonate, resti di civiltà e una piccola chiesetta riparata da un fitto e bellissimo pergolato fanno da cornice a un museo fondato da Papa Michalis Georgoulakis, che era il pope nonché depositario della memoria storica del borgo. Alla sua morte la famiglia raccolse le sue eterogenee collezioni (utensili agricoli, banconote, documenti redatti dagli occupanti tedeschi, icone, vecchie lampade) nelle otto stanze della sua casa, fondando questo particolare museo. 





Da qui proseguiamo verso i Monasteri e la spiaggia di Preveli. Vorremmo raggiungere prima questa a dire il vero, ma è tardi e il sole già alto e implacabile, dunque ci limitiamo a osservarne la bellezza da un promontorio anziché percorrere la lunga traversata (in macchina su uno sterrato o a piedi per un’ora e mezzo di cammino) necessaria a raggiungerla. Il paesaggio è di una bellezza unica: la spiaggia è circondata di palme (non a caso chiamata anche Palm Beach). 

Il corso d’acqua che sfocia dalle Gole di Kourtaliotiko forma qui un piccolo estuario definito lago, popolato di anatre selvatiche e protetto da una lingua di sabbia prima di riversarsi nelle acque del Mar Libico. 

Proseguendo sulla strada, prima di arrivare al secondo Monastero di Preveli (sono due, ma il primo, detto “Kato Moni Preveli”- “il monastero in basso”- passa quasi inosservato), scorgiamo su un’altura di fronte al mare, un suggestivo monumento dedicato alla resistenza cretese, con un pope armato di mitra, a ricordare l’aiuto offerto dai monaci alle truppe alleate durante l’evacuazione di Creta nel 1941. Davanti al Monastero c’è un’ampia area di parcheggio, segno evidente che è molto frequentato. Nonostante si erga, fiero e isolato, su un paesaggio arido, è infatti un luogo essenzialmente turistico. Molto curato e ben tenuto non colpisce particolarmente per l’atmosfera che è tutt’altro che di raccoglimento.




La nostra meta sono le Gole di Samaria, per visitare le quali abbiamo scelto di alloggiare due notti a Chora Sfakia, un minuscolo paesino portuale di passaggio quasi del tutto privo di fascino. Di per sé non sarebbe nemmeno così brutto, accoccolato com’è su un’insenatura ai piedi di una montagna.


Il fatto è che è essenzialmente un luogo di passaggio, scelto appunto come base d’appoggio per visitare le Gole o per imbarcarsi per le altre isole satelliti di Creta. Per questo motivo è un via vai ininterrotto di traghetti, una profusione di localini turistici e negozietti di souvenir sotto una copertura che serve a schermare tutta la via principale dal sole cocente ma dà all’insieme l’atmosfera cupa delle medine nordafricane.

 Qua tutto sembra sospeso, effimero, transitorio: perfino i camerieri di bar e taverne sonnecchiano fino all'arrivo di un nuovo traghetto. Il parcheggio scarseggia, ma è gratis se si alloggia in paese, altrimenti ha il costo giornaliero di 3€. Che poi il mare è pure bello ma noi non siamo qui per questo (sigh!) e al nostro arrivo approfittiamo subito per andare a visitare i circostanti paesini di montagna.
Per arrivarci si sale a lungo, per circa 12 km si strapiombi, percorrendo tornanti che regalano scenari magnifici e impressionanti sulla distesa del mare.




La prima tappa è il Borgo fantasma di Aradena, cui si accede attraversando (in macchina) le sue gole mediante un inquietante ponte di ferro sospeso a un'altezza di 138 mt.



 Vibra tutto e fa un gran rumore, ma basta chiudere gli occhi e immaginare di essere sul Tagadà. Sulla cima della falesia si staglia una piccola chiesetta che la luce del tramonto rende davvero suggestiva. Da qui parte una mulattiera che, volendo, porta in fondo alle gole (6 ore e mezza tra andata e ritorno) e che fino al 1986 (anno in cui fu costruito il ponte) era l’unica via di accesso al borgo… Il paesaggio si fa lunare, costituito da distese di frammenti di roccia che sembrano essere stati sparpagliati da una mano gigantesca come coriandoli senza colore. 


Regna un silenzio assoluto, ci siamo solo noi e qualche capra a passeggiare fra i muri crollati di case in cui sono ancora visibili resti di camini, utensili, vani di finestre. 




Non sembra di essere in Grecia, a Creta, circondati dal mare.
Riattraversiamo il ponte sulle gole ma incantati da tanta pace decidiamo di non tornare nella confusione di Chora Sfakia per la cena. 

Ci fermiamo dunque nell’unica locanda della sottostante megalopoli di Anopolis (“La città situata in alto”), borgo che fu completamente raso al suolo dai tedeschi nel 1941.

I tavoli della taverna sorgono direttamente sulla pizzetta principale, davanti al monumento con la statua di Daskaloyanni, sfortunato eroe della rivolta del 1770, nativo del posto, e alla piccola scuola del paese. Sembra un luogo senza tempo, isolato a 800 metri sul mare, lontano dalla calca e dal rumore dei luoghi turistici, presidiato da anziani del posto seduti a sgranare lo scacciapensieri, che alzano gli occhi giusto un attimo, guardando passare con lo stesso interesse stranieri occasionali o pick up del posto con a bordo capretti squartati.

E finalmente, il giorno seguente, arriva il momento tanto atteso di visitare le Gole di Samaria, le gole più profonde d'Europa, un canyon lungo oltre 16km che raggiunge i 300 mt di altezza e per un tratto si restringe ad appena 2,5 mt.

Ci sono due modi di affrontarle: partendo dall’alto, Xiloskalo, a 1250 mt di altitudine cui si arriva mediante pullman che partono da Chora Sfakia e prevedendo una camminata di 16 km totali; oppure dal basso, con un'ora di traghetto fino ad Agia Roumeli (paesino di 100abitanti cui si arriva solo via mare), 

a piedi per 3km per arrivare all'ingresso delle gole e poi altri 2,8km lungo l'alveo di un fiume per raggiungere "le porte di ferro", il loro punto più scenografico: quello in cui le pareti rocciose, alte 300mt, distano tra loro solo 2,5mt. 

In entrambi i casi il biglietto è di 5€ e va conservato fino all’uscita in cui sarà richiesto. Noi ovviamente abbiamo scelto la strada più breve, considerando che ciò che ci interessava maggiormente, ossia “Le porte di ferro” si trovano fortunatamente in questo tratto.
È consigliabile partire molto presto visto il caldo torrido (anche se comunque il primo traghetto per Agia Roumeli, almeno a settembre, è alle 10:30!), armarsi di buone scarpe da ginnastica se non da trekking, portare con sé il costume visto che mentre si aspetta il traghetto di ritorno (alle 17:30) ci si può ristorare con un bel bagno nelle acque del Mar Libico e infine portare con sé una piccola scorta d’acqua.

All’interno della riserva vigono una serie di divieti come quello di non fumare e di non immergere i piedi nel fiume dal momento che questo alimenta la riserva d’acqua potabile del paese.


Per i wc nessun problema: ce ne sono diversi disseminati nel bosco e rintracciabili mediante la mappa fornita all’ingresso.
Gli elementi che compongono il panorama delle gole sono veramente magnifici: dalle pieghe della falesia, alla vegetazione, alle acque cristalline del fiume. La folla che le attraversa, in salita e in discesa è ingente, ma nonostante ciò si riesce a godere appieno della pace e della bellezza che le contraddistinguono.



C’è una navetta che dal porto conduce (quasi) all’ingresso delle gole per 2€ facendo risparmiare i primi 3 km di cammino, ma lo scenario, con i resti di case abbandonate e stradine antiche vale la fatica di compiere questo tratto a piedi. Per il ritorno, in attesa del traghetto, la scelta è tra buttarsi in uno dei tanti locali di Agia Roumeli, costosi ed affollati, 

oppure prendere ombrelloni e lettini presso uno dei chioschi a sud del porto (gratis a fronte di una consumazione) perché anche se è molto più bella e isolata la spiaggetta sul lato opposto non c’è un solo filo d’ombra sotto cui ripararsi!


Dove dormire
Hotel Alkyon, situato nel centro di Chora Sfakia, è un complesso con numerose stanze incastrate sul viale principale del paese con alcune camere vista mare. A fungere da reception è praticamente il bar-pasticceria sottostante dove avviene la consegna delle chiavi in modo frettoloso e assolutamente informale. È un alberghetto davvero di poche pretese, che ha delle potenzialità ma purtroppo è completamente lasciato andare nell’arredamento e nella manutenzione. In compenso il pezzo è davvero conveniente e la posizione ottima.
Dove mangiare
Se si dispone di mezzo proprio vale assolutamente la pena salire su in montagna e andare a mangiare al borgo di Anòpolis, presso la Taverna Platanos, più per l’atmosfera che per la cucina, che comunque è buona e offre piatti robusti come spezzatino di capra, agnello in salsa di uovo e limone e altri piatti tipici della cucina cretese.
Cosa mangiare
Senza andare tropo lontano, in qualsiasi bar o chiosco di Chora Sfakia si può gustare la TORTA DI SFAKIA (Pites Sfakianes): una specie di piadina a base di farina, olio d'oliva e raki (acquavite distillata dalle vinacce) farcita di myzithra, formaggio cremoso a base di latte di capra e cosparsa di miele di timo.


Vedi anche:
-10 motivi per andare a Creta
-Creta dove e come: prima tappa ed escursioni
-Seconda tappa: Lentas, il leone seduto

martedì 12 novembre 2019

Devozioni – Biscotti al limone…in padella



Arrivo, trafelata, alle 9:10 o giù di lì. Mai prima. Se possibile anche dopo.
La lezione di Total Body invece inizia alle 9.  I giorni pari della settimana va anche peggio, perché Posturale inizia alle 9:30, dunque avrei tutto l’agio di arrivare largamente in anticipo e invece di pari passo si allunga anche il mio ritardo. 10 minuti fisiologici. Almeno. Quando tutti sono già sdraiati a terra e io mi sono persa tutta la parte iniziale in piedi. Poco male: un modo per stramazzare elegantemente senza essere notata.
Da una ex Fantozzi che agli appuntamenti arrivava con abbondanti mezz’ore di anticipo questo è il massimo della sciatteria.
Ma tant’è.
Nemmeno gli sguardi torvi dei vecchietti tutti concentrati valgono a farmi fare meglio la volta successiva.
E non perché mi alzi tardi. Cerco sempre di essere in piedi per le 7:15 riuscendoci pure, il più delle volte.
È che cincischio.
Passo lunghi minuti davanti alla mia tazza della colazione.
Altri interminabili secondi con la testa infilata nell’armadio per decidere cosa mettere.
Infine accendo il computer. E lì mi perdo per sempre.
Entro in bagno alle 8:40. Per poi correre forsennatamente. Ma solo verso la fine, perché nella mia mente quel tempo lì dovrebbe bastare e avanzare per: lavarmi, vestirmi, truccarmi, raccattare le mie cose, recuperare il cellulare, cercare le chiavi di casa, ritirare il mastello della raccolta differenziata, mandare un messaggio, leggerne altri dieci, aprire tutte le finestre di casa, arrivare a piedi fino in palestra.
Il fatto poi che salti puntualmente il riscaldamento è di poco conto considerando le corse appunto che mi faccio per essere lì almeno per metà lezione.
E poi le sento parlare.
“Ehh stamattina ero indecisa se venire: pioveva a dirotto, ma intanto mi sono preparata. Poi ho visto che migliorava, allora alle 9 meno venti sono uscita di corsa ed eccomi qua”
Nove meno venti. Ed è uscita di corsa, lei.
Quando io mi decidevo a malapena a spegnere il computer e mi sembrava di essere ancora in largo no ma anticipo sì.
“Ah no io invece mi sono alzata come al solito alle 5 e un quarto…”
Ho un sussulto. Un tuffo al cuore.
Intervengo: “Ma come, tu ti alzi “di solito” alle 5.15?”
“Sì”, risponde lei con naturalezza e occhi a cuoricino “mi alzo per fare colazione insieme a mio marito, poi gli preparo il pranzo da portarsi via…mi fa piacere, sono abituata così”
Penso alla mia colazione in solitaria.
Mentre l’amato bene (che ho salutato la sera prima) esce alle intemperie più o meno alla stessa ora in cui si alza l’eroina che ho davanti mentre io ho ancora svariati sogni all’appello prima che mi suoni la sveglia.
Penso al riso che cuocio in soluzione unica la domenica per tutta la settimana e che poi gli condisco variamente (scartando confezioni) ogni sera lasciandogli il pranzo in frigo da ricordarsi di prendere a proprio rischio e pericolo. Senza post-it. Senza segnali luminosi a favorirgli il ricordo.
Penso ai sabati e alle domeniche, unici giorni in cui ci sarebbe possibile fare colazione insieme ma io anche lì mi alzo generalmente un paio d’ore dopo di lui quando il sole è già molto alto e la giornata iniziata da un pezzo.
Penso alla devozione di queste mogli, alla loro puntualità in palestra e in ogni situazione della loro vita, alla tenerezza con cui mi parlano di sveglie improponibili “solo” per fare colazione insieme ai propri mariti o preparargli il pranzo e ….niente, sono sciatta, mi ama così.

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Controcorrente come al solito, io d’estate accendo il forno e con il freddo cuocio i biscotti in padella… no è che sono in ritardo anche con la realizzazione di questa ricetta. Che avevo visto tanto tempo fa un po’ ovunque, ma poi ci sono voluti i miei tempi per decidermi a realizzarla. Ma  cuocere dei biscotti in padella è così divertente e veloce che mi chiedo come abbia fatto ad aspettare tanto! Sono senza uova, senza burro e senza latte.

Ingredienti (per circa 20 biscotti)
150 gr di farina di riso
150 gr di farina di farro
80 gr di zucchero di canna
50 gr di olio di riso
Succo (circa 50 ml) e scorza di 1 limone grande bio
Latte vegetale (riso, farro, avena o soia) se occorre
½ bustina di lievito
1 pizzico di sale


Procedimento
Setacciare insieme le farine con il lievito. Unire anche lo zucchero, il sale e la scorza del limone. Versare gradualmente l’olio e il succo del limone e iniziare a impastare. Se il composto risultasse troppo secco facendo fatica a stare in piedi, aggiungere poca bevanda vegetale fino a ottenere un impasto compatto ed elastico. Disporlo fra due fogli di carta forno e stenderlo con il matterello. Ricavare i biscotti con le apposite formine (o un bicchiere rovesciato) e disporli a mano a mano in una padella antiaderente senza aggiungere nulla. La padella NON va oliata né imburrata. Coprire e cuocere a fuoco moderato per circa 10 minuti rigirandoli una sola volta.





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