"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 1 marzo 2021

Un anno - Torta variegata al caffè

 


   Zitti zitti, non si sa come, siamo arrivati anche a marzo.

Che gennaio è durato un’eternità, ma pure febbraio non ha scherzato, con i suoi 28 giorni dilatati fino a sembrare quasi il doppio.

Intanto io continuo a segnare diligentemente compleanni sul calendario, a guardarlo ogni mattina per ricordarmi di fare gli auguri al festeggiato di turno e…a scordarmene nel corso della giornata con grandi sensi di colpa.

Perché mi piace l’idea di ricordarmi dei compleanni delle persone. Anche di quelle che magari non sento da tanto e che sarebbe un’occasione da sfruttare per richiamarle almeno quel giorno. Invece no.

Leggo, incamero, rimando a qualche ora dopo, al momento opportuno, a quando starò aspettando il treno di andata, poi quello di ritorno, poi finisce la giornata e io ho completamente rimosso l’appuntamento telefonico che mi ero prefissata.

Freud direbbe che non è un caso, che tutta sta voglia di risentire determinate persone evidentemente non c’è.

Io dico che piuttosto a me scoccia tanto stare al telefono e quando non ti senti da tanto, quella mezz’oretta minimo di conversazione la devi calcolare. Poi vai a capire se, come presumibile, la verità si trovi esattamente a metà fra queste due spiegazioni.

A parte ciò, continuiamo a brancolare nello straniamento di questa pandemia.

Fra mascherine interamente di cotone, che nel frattempo sono diventata allergica forte anche agli elastici.

Lo smart working dell’amato bene ha rivoluzionato parecchio la nostra quotidianità, ma la bella notizia è che ha quasi completamente abbandonato il pallino dei lavoretti in casa e ci si dedica giusto per cause di forza maggiore (bagno intasato, rubinetto gocciolante, ante dell’armadio difettose) o quando, nei giorni particolarmente difficili e a rischio apatia, gli fornisco pretestuosamente scarpe da lucidare, cinte cui fare buchi, orologi da aggiustare, pezzi di cose che rompo da incollare, che tanto, la maldestrezza per sfasciare quotidianamente qualcosa non mi manca. Per quanto mi riguarda, fortunatamente continuo a prendere sane boccate d’ossigeno, facendo la pendolare ogni giorno e riducendo così di gran lunga i pretesti per litigarci spazi o il tappetino per fare ginnastica.

Del perché poi, dopo un anno di chiusura delle palestre e di allenamenti costanti in casa, da persone assolutamente fissate diligenti quali siamo, ci si debba litigare l’unico tappetino disponibile (che poi è il mio) non è dato sapere.

Eppure siamo avvezzi, come tutti, ad acquisti on line e nel frattempo avrebbero pure riaperto i centri commerciali (almeno in settimana) per poter correre a comprarne un secondo.

Ma ho idea che quell’unico tappetino, oltre che una sfida implicita a chi fa di più/quando e come, rappresenti anche una scaramanzia, una speranza sempre accesa, un modo per dirci che in fondo, poi che ci facciamo con due tappetini in casa quando finalmente torneremo lui in piscina e io in palestra?

E intanto, è passato un anno.

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Quando leggo “caffè” non capisco più niente. Poi ovviamente l’aspettativa è sempre di gran lunga maggiore rispetto all’aroma reale che il caffè può sprigionare dall’interno di una torta. Ma di questa, che ho visto qua mi piaceva tanto l’aspetto, oltre che l’idea del sapore. E questo, le aspettative le ha addirittura superate, visti i miei costanti insuccessi con la torta zebrata. Ecco, questa volta che ho buttato gli impasti a caso, alternandoli, ne sono uscite fette che sembravano disegnate… misteri della cucina! In ogni caso è una torta sofficissima, veloce da fare e che si conserva benissimo anche per 5 giorni sotto una campana per dolci.



Ingredienti (per uno stampo da 22-24 cm)

3 uova

250 g di farina (io di farro)

150 g di latte (io di soia)

125 100 g di zucchero (di canna)

75 ml di olio di semi

50 g di fecola di patate

25 ml di caffè (circa 1 tazzina)

1 cucchiaino di cacao

1 bustina di lievito per dolci (16g)

Vaniglia

Procedimento

Preparare il caffè, zuccherarlo con 1 cucchiaino raso di zucchero e lasciarlo raffreddare.

Accendere il forno a 180°. In una ciotola capiente sbattere le uova con lo zucchero fino a renderle spumose. Unire l’olio e il latte continuando a mescolare, quindi, progressivamente anche la farina setacciata con il lievito e la fecola. A questo punto dividere l’impasto in due parti e solo in una aggiungere il caffè e il cacao.

Oliare e infarinare uno stampo, quindi versarvi i due impasti, alternandoli per ottenere un effetto marmorizzato.

Cuocere per circa 35-40 minuti secondo il forno.



 

lunedì 15 febbraio 2021

Depistaggi - Torta vegana al cocco

 

Si può regalare, per san Valentino come per ogni altra occasione, un tubetto di crema cortisonica?

Dunque le cose stanno così: da qualche anno a questa parte mi curo prevalentemente con medicina omeopatica e attualmente sono alle prese con una dermatite, di cui soffrivo durante l’adolescenza, che è rispuntata fuori ora, a distanza di qualche anno e che sto pazientemente curando con i suddetti rimedi.

L’amato bene, da uomo tollerante e intelligente quale è, mi appoggia in questa mia scelta sebbene non approvi fino in fondo proprio tutte le sue sfaccettature.

E in particolare si e mi domanda se su quella mano martoriata di bolle e croste non faccia prima a mettere un bello strato di crema al cortisone che metterebbe fine, in un batter d’occhio, a pruriti e aspetto da zampa di rettile anziché riporre la mia speranza in tubetti di granuli e unguenti prodigiosi per giorni e giorni di fiduciosa agonia.

Ma io, testarda e (assolutamente) fiduciosa, appunto, vado per la mia strada glissando su ogni offerta medicamentosa che non sia contenuta in tubetti “senza indicazioni terapeutiche approvate”.

Mattina di san valentino. Non me lo aspetto nemmeno un vero e proprio regalo per la verità. Tutt’al più fiori. E invece te lo vedo arrivare con un pacchetto piccolo, grazioso, infiocchettato.

Apro e scopro una scatola di pomata. E mi fermerei lì, che lo conosco il suo spirito burlone. Infatti rido a crepapelle e gli dico che è stato proprio forte a propormela così, sotto forma di regalo d’amore, questa crema al cortisone che mi ostino a non voler usare.

Mi fa anche tenerezza, che se me la regala per san Valentino vuol dire che gli faccio proprio pena con questa mano disastrata e soffre a vedermi così e vuole aiutarmi a tutti i costi.

Non collego nemmeno quel tubetto già aperto e spremuto a quello sepolto nel nostro cassetto delle medicine e che avevo comprato (non mi ricordo nemmeno più quando) per lui.

Infatti mi viene in soccorso e dalla scatola spunta un rotolo.


Pieno di scritte.


La cosa si fa interessante. Conosco questo tipo di sorprese, cui non è nuovo, sebbene ogni volta mi stupisca in modi diversi.

Perché sì, quello pieno di fantasia e capace di sorprendere con idee e trovate incredibili e romantiche è lui, mica io.

Stento a crederci però. Che siamo in piena pandemia, con tutti i divieti e le restrizioni del caso.

Ma lui è un uomo pieno di fiducia e ottimismo.

Quasi come me con l’omeopatia.

Di fatti non mi sbaglio: è proprio un programma di viaggio quello che sto srotolando fra le mani. Mi basta leggere la prima scritta, “partenza da Roma Fiumicino….” per non capire più niente e farmi trasportare da un progetto reale e concreto.

Niente mete lontanissime, isole in mezzo al mare e voli intercontinentali.

Un volo di due ore e mezza.

La prospettiva, ancora lontana e purtroppo piena di insidie e incertezze, di un viaggio.

Mai regalo mi è sembrato più bello e prezioso.

La crema al cortisone può tornare nel cassetto.

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Sono pochi i dolci di questo sito  che non mi viene voglia di provare appena li vedo. Questo è uno di quelli che ho letto e subito realizzato, pur non avendo in casa tutto l’occorrente. Per esempio l’ingrediente principale: quel cocco rapè (polpa di cocco grattugiata, ridotta in scaglie e senza ulteriori processi di raffinazione) che pare sia molto diverso dalla farina di cocco (con una grana estremamente fine e uniforme), e che per me, fino a oggi, pari erano. Invece no! Disponendo allora solo di banale “farina di cocco”, e non potendo aspettare oltre, io la torta l’ho realizzata con quella. Ma se da una parte ho tolto, dall’altra ho aggiunto: così, anziché utilizzare il latte di soia ne ho messo uno di riso al gusto di cocco. Poi ho diminuito leggermente  la quantità di zucchero, impiegato olio di riso anziché di semi  e giocato come al solito con le farine. La consistenza di questa torta è molto “sbriciolosa”, ma allo stesso tempo soffice. E comunque, se poco poco amate il sapore del cocco non potete proprio esimervi dal provarla!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro)

300 ml di bevanda di riso al cocco

250 gr di farina di farro integrale

150 gr di farina di cocco

80 ml di olio di riso (o di semi di girasole)

80 gr di zucchero di canna

1 bustina di polvere lievitante (cremor tartaro + bicarbonato)

Mezza bacca di vaniglia (o 1 bustina di vanillina)

30 gr di gocce di cioccolato extrafondente

 

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. Raccogliere in una ciotola le farine, il lievito e lo zucchero di canna. Unire anche il latte di riso al cocco e l’olio e amalgamare bene tutti gli ingredienti fino a ottenere un composto omogeneo. Da ultimo incorporare anche le gocce di cioccolato e versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata. Cuocere per circa 45 minuti, fino a che la superficie sarà dorata e l’interno completamente cotto.



 

mercoledì 10 febbraio 2021

Esagerare, sempre - Baci vegan (e senza zucchero)

 


Non ho mai nascosto di soffrire di manie di grandezza.

Se devo sognare lo faccio in grande. Non mi accontento delle stelle ma miro direttamente alla luna. Ciò non vuole dire che poi io la ottenga, anzi…

Ma intanto mi sono goduta il momento dell’immaginazione in cui tutto è possibile e facile.

In più non ho il senso delle proporzioni.

E questo è più o meno il motivo per cui quando devo fare le polpette mi escono fuori delle bombe complete di capsule di innesco dell’esplosivo o quando cerco di dare forma ai biscotti da inzuppo risultano talmente grandi da dover essere divisi in almeno un paio di colazioni spalmate su due giorni differenti.

Non so perché tutto mi sembri piccolo, poco, insufficiente e scarso e solo a cose fatte o cottura avvenuta mi si appalesino i mostri giganteschi cui ho personalmente e scientemente dato forma.

Questo è anche il motivo per il quale assai di rado mi cimento nella confezione di cioccolatini o biscottini e tutto ciò che implichi un elegante e raffinato diminutivo.

Ieri però ho deciso di darmi fiducia e, complice l'energia trascinante di Michela del blog Run Veg, provare a realizzare questi cioccolatini simil-baci. 

Complice san Valentino dietro l’angolo e soprattutto la visione del blog fermo al post di capodanno, ho ritenuto di potermi buttare con una certa determinazione.

Tanto per cominciare erano baci vegani, poi senza zucchero e infine fatti di un ingrediente che mai nella vita si potrebbe pensarlo associato a una delizia simile.

Così mi sono convinta che se pure non fossero risultati piccoli e  delicati nell’aspetto avrei potuto giustificarlo con la loro composizione aliena.

Alla fine mi sono tenuta.

Certo, pesano quella ventina di grammi in più di un normale Bacio Perugina, ma di “normale” poi cos’hanno?

Spaziali nel sapore, questo sì.

E talmente incredibili e facili da fare che inutile starne tanto a cincischiare: bisogna provarli!

Per san Valentino, per merenda, per colazione, per una coccola.

E se sono esageratamente grandi meglio ancora: tanto sono senza zucchero (e vegani e pure proteici)!

 

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Sì ma non ditelo che dentro ci sono i ceci! Proprio loro, così buoni, fonte di proteine vegetali e versatili da poterci fare perfino dei cioccolatini: e chi ci crederebbe mai?! 



Ingredienti (per circa 15 cioccolatini)

240 g di ceci cotti

2 cucchiai di crema di nocciole tostate (qui le indicazioni per farla in casa)

2 cucchiai di malto di riso (che io non avevo e ho sostituito con sciroppo d’acero)

20 g di cacao amaro

25 g di olio di cocco

40 gr di nocciole tostate tritate + 15 intere

100 gr di cioccolato fondente (io ho usato quello al 72%)


Procedimento

Mettere da parte una ventina di nocciole intere e sminuzzare le restanti.

Riunire tutti gli altri ingredienti (ad eccezione delle nocciole e del cioccolato) nel robot da cucina e frullare per qualche secondo.

Aggiungere al composto ottenuto le nocciole tritate.

Formare delle palline e disporre su ognuna una nocciola intera.

Far sciogliere il cioccolato a bagnomaria e poi immergervi le palline.

Lasciarle rassodare e asciugare su carta forno e, nell’ipotesi in cui ne dovesse avanzare qualcuna, conservarle in frigo.



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