Isola di Moorea
Di acqua in viaggio ne abbiamo presa tanta, anche (forse
soprattutto) nei posti più inaspettati.
Brevi scrosci o acquazzoni che sembrava non dovessero finire
mai.
Pioggerellina fine o diluvi così intensi che pareva
tirassero secchiate direttamente dal cielo.
Ma quella più eclatante e che ci ha fatto mettere
definitivamente l’anima in pace sulle destinazioni paradisiache è stata la
pioggia della Polinesia.
Agosto pieno, verso la fine del viaggio di nozze.
Una doverosa premessa va fatta: venivamo da 15 giorni di
libertà assoluta e spazi infiniti fra i deserti e i parchi americani.
Solo noi due e una fida Pathfinder a scorrazzare in giro.
Trovarsi confinati in un’isoletta del perimetro totale di 150 km , seppur meravigliosa,
deve averci in qualche modo destabilizzato.
Ma non era solo quello. L’esclusivo resort che giusto la
lista di nozze in agenzia ci aveva fatto scegliere mesi prima in un attimo cruciale
di follia pura, una triste trappola per turisti – e per coppie in viaggio di
nozze in particolare- fatta di scenari da cartolina costruiti ad hoc (comprese
le collane di tiarè all’arrivo e di conchiglie alla partenza, spacciate per
omaggi, e che figuravano invece chiaramente nei conteggi finali alla modica
cifra di 50 dollari a persona!!).
Perfino le danze polinesiane della sera a cena apparivano
forzate e artefatte.
Lo stato d’animo quindi già non era dei migliori.
Potevamo continuare a girare per gli Stati Uniti anziché
“rinchiuderci” qua? era la domanda che andava per la maggiore.
Ma poi ci riscuotevamo: una volta nella vita, forse, capita
di poter stare in un posto del genere, sarebbe perlomeno da ingrati non goderne.
Così abbiamo fatto un po’ di tutto (oltre a declinare i
ripetuti inviti a partecipare alle televendite di perle nere di Moorea):
festeggiato il mio compleanno inventandoci una torta non commestibile ma tanto
carina di fiori e foglie, giocato a beach volley (disperatamente in due) con
una noce di cocco vuota, camminato fino a sfinirci, ispezionato ogni anfratto dell’isola,
partecipato a un tour in barca, assistito a un triste spettacolo di delfini in
un altro villaggio, fatto amicizia con tutte le famiglie di pesce ago che
transitavano sotto le palafitte, catalogato ogni specie di bellissimi fiori che
trovavamo in giro in una sorta di erbario improvvisato…perfino affittato una
macchina il giorno di ferragosto (al limite della disperazione) per essere
proprio sicuri di non aver dimenticato di vedere niente e poter raggiungere
anche la cima della montagna al centro dell’isola godendone il panorama.
Bagni pochissimi.
Il che è quantomeno assurdo per un mare di quel genere.
Ecco, il mare.
E il clima di quel posto.
Abbiamo scoperto presto lo strano rapporto che li lega e ne
regola l’andamento
Sole= vento (e acqua gelida)
Nuvole = pioggia incessante.
Le due circostanze in una perfetta e continua alternanza
lungo tutte le ore del giorno e della notte.
Alle due piove, alle due e mezza esce di nuovo il sole per
poi riandarsene alle 3 e così via.
E menomale che nella stagione invernale in cui ci troviamo
il clima sarebbe più fresco (ok) e asciutto ( ma dove?!)!!!
E d’estate (che a queste latitudini va da novembre ad
aprile) allora che fa?!
“la Polinesia non è quella cartolina da sogno che si vede
nei cataloghi. La Polinesia
è così: sole e pioggia, sole e pioggia. E poi tanto vento. Se osservate
attentamente le foto nei cataloghi non vedrete mai un cielo limpido e sgombro
di nuvole…” ci spiega un francese trasferitosi lì da una ventina d’anni che
armeggia con la chiusura di un braccialetto per la sua bancarella.
Scopriamo così l’altra faccia del paradiso e ci diciamo che
sì, è stato bello venirci, averla vista almeno una vola nella vita, ma in fondo
sarebbe stato molto meglio continuare a girare per deserti e parchi.
Almeno per come siamo fatti noi.
La pioggia tuttavia e
il cielo perennemente imbronciato (e l’insonnia dai vari fusi orari) ci
hanno permesso di assistere al sorgere di albe davvero meravigliose.
Budapest
A dicembre, in una città nord europea non si può certo sperare di trovare il sole.
Non per due-tre ore di fila perlomeno.
Ma certo non si pensa neanche di imbattersi in una giornata
intera di pioggia incessante.
Né poca né troppa,
solo una lentissima e inesorabile gnagnarella
di quelle capaci di infradiciarti peggio di un acquazzone.
Che comunque non ci ha fermato e le nostre otto ore di
marcia sotto l’acqua che scioglieva gli alti cumuli di neve ai lati delle
strade (aumentando i metri cubi d’acqua dentro le nostre scarpe), ce le siamo
fatte lo stesso.
Ancora più suggestiva forse, se non fosse stato per le
scarpe ( e i calzini e i jeans e perfino il k-way) zuppi e le scarse
possibilità di poter scattare foto.
Impossibile resistere tuttavia davanti all’immagine di
quell’immenso fiume che sembra mare, a
costo di mettere a rischio la fotocamera…
San Francisco
Magnifica, indimenticabile, anche per quel suo clima
piuttosto freddino in agosto, ma scaldato, almeno di giorno, da un bel sole.
Tranne naturalmente durante le uniche due ore, di tutti e 4
i giorni di permanenza, in cui abbiamo deciso di affittare le bici.
Anche qui una strana equazione: prese le bici= scrosci
d’acqua ininterrotti /riconsegnate le bici= fine della perturbazione.
Sole come niente fosse stato.
Ma il progetto di arrivare fino a Sausalito, al di là del
ponte, è ormai andato insieme alle nuvole…
Le tre foto partecipano alla rubrica Il Senso dei miei viaggi ospitata
questo mese dal blog
Una ciliegia tira l’altra


