"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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mercoledì 3 novembre 2021

Flessibilità - Torta cremosa al cocco (senza farina)

 


In una vita in cui i viaggi occupano una larga e importante fetta di tempo, soldi ed energie, prima o poi doveva succedere.

Di dover tornare indietro, rientrare urgentemente, o non partire affatto.

E non solo per la pandemia.

Quest’anno, a settembre, siamo stati in bilico fino all’ultimo, ma poi, falsamente confortati da un certo, apparentemente positivo andazzo delle cose, ci siamo risolti a partire.

Per dover decidere – drammaticamente -  di voler tornare indietro il giorno stesso, a nemmeno un paio d’ore dall’arrivo.

Ci abbiamo pensato spesso, a questa eventualità. A tenerci sempre pronti, che con 4 genitori non più giovanissimi, e ognuno con i suoi acciacchi, non si può mai sapere.

A giocarci lo strano scherzo tuttavia è stato il più giovane dei 4, mio padre.

Che, come gli ha annunciato un simpatico cardiochirurgo il giorno stesso della nostra partenza, “ha vinto un intervento a cuore aperto”!

A distanza di 18 anni da quello di mia madre, che per non essere da meno, all’epoca si fece sostituire la valvola aortica.

(Ma quella volta lì non avevamo viaggi in programma. Non così imminenti, almeno. E per la Tunisia siamo partiti un paio di mesi dopo)

Che se uno pensa ai discorsi sull’ereditarietà di certe malattie, la predisposizione genetica e compagnia bella, con un bagaglio del genere ci sarebbe da correre subito a farsi dei controlli, mio fratello ed io.

E insomma, dal momento che Dio li fa e poi li accoppia e che mio padre non voleva assolutamente essere da meno in simili affari di cuore, ha pensato bene di farsi impiantare – urgentemente- ben 4 by-pass coronarici!

Ma la cosa eclatante non è questa. Il fatto è che tutto ciò si è scoperto durante dei normali esami di pre-ospedalizzazione per un banale intervento di rimozione della cistifellea. Un’operazione chirurgica insomma, era comunque prevista, non è che stessimo partendo proprio con l’orizzonte spianato. Ma certo non della stessa entità e comunque, considerando che la lista di attesa era di 30 giorni..mica è detto che lo chiamino proprio mentre sono in viaggio, pensavo ingenuamente.

Non solo l’hanno chiamato: l’hanno chiamato per tutt’altro e nel giro di una manciata di giorni.

Partivamo dunque non sapendo cosa ci aspettasse dietro l’angolo. E mentre sorvolavamo il Partenone, sbarcavamo ad Atene, ritiravamo il bagaglio e anche la macchina a noleggio, diretti come prima tappa al Canale di Corinto, gli eventi decidevano per noi.

Non più cistifellea ma cuore, non più in laparoscopia-tre buchetti e via, ma squarcio totale, non più “un banale intervento” ma roba seria.

5 giorni di tempo.

E così, il nostro viaggio itinerante di 14 giorni lungo il Peloponneso ci si è sgretolato fra le mani, ridotto a una affannosa e travagliata rincorsa ai centralini di mezzo mondo per: cambiare il volo di ritorno, disdire alberghi, ridefinire piani, e poter fare così ritorno il giorno prima dell’operazione!

Per inciso, da quel momento in poi la cistifellea ha cessato di avere importanza per tutti tranne che per la sottoscritta, che, faticando a comprendere (accettare) bene la serietà della faccenda, continuava a chiedere in giro notizie sulla gestione della medesima. Fino a  quando il cardiochirurgo in persona, all’ennesima mia domanda se questa potesse costituire un pericolo o dare qualche problema, si è visto costretto, gentilmente ma fermamente, a dirmi che lui non fa il mago e che comunque, probabilmente, intanto aveva appena salvato la vita a mio padre… questo l’ho compreso io tra le righe guardandolo negli occhi stanchi seguiti a 6 ore di sala operatoria che nulla probabilmente erano in confronto alle mie sfiancanti richieste di rassicurazioni.

Eppure è stato un signore. Non mi ha mandato a quel paese.

Tornando alla Grecia, dopo una giornata di sconcerto e terrore puro, col volo di ritorno già assicurato alla modica cifra di 200 euro in più, ci siamo detti che, non potendo al momento fare molto altro, ci saremmo almeno goduti quei 5 giorni del nostro tanto atteso viaggio. Ma non avevamo fatto i conti con lo sciopero-lampo dei controllori di volo a Fiumicino.

Quattro ore, giusto giusto nella fascia oraria di nostro interesse.

Ed è così che la compagnia aerea ci ha chiamati, il giorno dopo, per decidere subito un’altra soluzione e trovando come unica plausibile quella di anticipare di un altro giorno ancora il rientro.

Non più 5 ma 4 giorni di Grecia. Con quel peso sul cuore e i centralini di mezzo mondo che ormai partecipavano, empaticamente, alla nostra vicenda strappalacrime.

E insomma, tutto il resto è storia: l’operazione è andata bene, la riabilitazione anche, siamo a novembre, di acqua sotto e sopra i ponti ne è passata abbondantemente e via, si ricomincia l’anno.

Grati, eh? Che alla fine sta cistifellea malandata tocca pure ringraziarla, sennò chi mai si sarebbe accorto di come fosse malandato il cuore.

E per la Grecia pazienza. Per quel poco che abbiamo potuto vedere il Peloponneso ci piace. Come per la Namibia è solo rimandato. Incrociando le dita, sperimentando un modo nuovo di viaggiare, che è quello di farsi flessibili e mettere in conto l’assoluta precarietà, nella vita in generale, di ogni tipo di programma.

(per inciso, comunque, negli annali dei nostri viaggi si annovera la medesima ansia, per la medesima operazione alla cistifellea, quella volta riguardante mia madre –sempre per il discorso del dio li fa poi li accoppia-  esattamente quando eravamo in procinto di partire per il Sudafrica. Lì però era andata meglio: la chiamata era avvenuta il giorno stesso del nostro rientro e quindi tutti felici e contenti di poterci essere, con viaggio già alle spalle).

 

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In questa travagliata estate non sono mancati momenti di cucina. Pochi, eh? Fra i quali quelli dedicati a questa torta stupefacente.

Certo, per farla ho dovuto accendere il forno nonostante il caldo, ma visto che ormai siamo alle porte dell’inverno non si pone nemmeno più il problema. Tra l’altro deve riposare in frigo e si gusta fredda. In ogni caso: estate o inverno che sia, come si fa a non voler provare una torta che oltre a essere senza burro (e senza margarina e senza olio), senza uova, senza lievito è anche SENZA FARINA?? Che uno alla fine si chiede: ma dentro che c’è? Beh tutto quello che le serve per essere cremosissima, goduriosa e sorprendentemente buona. La ricetta l’ho presa da lui, apportando solo delle piccole modifiche, ma giusto perché non amo il mascarpone e  perché di bevanda vegetale ne avevo solo un brick da 250 ml ;-)



Ingredienti (per uno stampo tondo da 22 cm o, come nel mio caso, rettangolare da 23x15)

300 250 g bevanda vegetale al cocco

250 g mascarpone  ricotta di pecora

340 g yogurt greco al cocco

120 g fecola di patate

80 g cocco rapè

150 g zucchero

gocce di cioccolato fondente

 

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. In una ciotola mescolare lo yogurt con la ricotta e lo zucchero. Unire anche la fecola, il cocco e progressivamente il latte sciogliendo ogni eventuale grumo (il composto risulterà piuttosto liquido ma così deve essere!).

Versare tutto nello stampo foderato di carta forno e cuocere per 30-35 minuti facendo la prova stecchino. Se pure questo dovesse uscire ancora leggermente umido spegnere non appena i bordi del dolce cominceranno a dorarsi. Lasciare raffreddare bene prima di consumarlo e conservare in frigorifero.

 


giovedì 3 giugno 2021

Stop – Torta all’acqua al cioccolato e fragole


È accaduto esattamente così, nel modo più assurdo, incredibile e inverosimile possibile. Non che esista un modo bello in cui certe cose possano accadere, ma nel caso specifico, a sorprendere e lasciare del tutto attoniti è stata soprattutto la tempistica.

Quando il calendario (almeno cartaceo, non certo quello meteorologico) cominciava ad annunciare l’ingresso nel vivo della primavera, con i primi, timidissimi pensieri rivolti all’estate; i prati così come la campagna vaccinale erano nel pieno della loro più florida fioritura; l’ormai famoso indice Rt nazionale si scapicollava giù, in discesa libera; le maglie delle aperture si andavano sempre più allargando e noi bimbi felici sguazzavamo in un’oasi di sorrisi ebeti e flebili speranze, tra aperitivi e caffè in bicchierini di plastica consumati sui marciapiedi… è proprio allora, dicevo, che noi, famiglia, ci siamo ritrovati con lo spettro, divenuto subito drammaticamente tangibile e reale, di ben 3 contagiati!

Uno dopo l’altro, a strettissimo giro, giusto quello effettuato sulla giostra dei tamponi e delle attese.

Fratello, cognata, nipotina di nemmeno 3 anni.

Che fino a quando lo senti in televisione pensi sempre che sì vabbè, passerà.

Ma quando lo vivi e lo tocchi con mano e corri a farti un tampone perché potresti, ma magari no, chissà, esserti contagiato pure tu, la faccenda si fa dannatamente seria.

Diventa tutto, all’improvviso, molto spaventoso.

Per sé, per chi ti sta accanto, per tutti quelli con cui potresti essere venuto in contatto e inconsapevolmente aver contagiato.

A questo rassicurante scenario, tanto per rimescolare le carte e far rabbrividire un po’ di più, si è aggiunto un febbrone da cavallo occorso al nonno, mio papà.

La scoperta poi che si trattasse di colecistite, e che solo per qualche insondabile mistero (cui non smettere mo mai di essere grati) lui e mia madre, non fossero annoverati fra i contagiati ci ha fatto tirare il fiato giusto il tempo di cominciare ad affrontare il problema sull’altro fronte, quello appunto fatto di visite gastroenterologiche e chirurgiche di una certa urgenza con annessa programmazione di intervento.

Ma sempre meglio del Covid. Immagino.

In tutto ciò si inserivano, serpeggiando nel sottobosco delle ansie miste a terrore, le date dei vaccini di tutti. Fra dubbi, paure reali, indecisioni, tentennamenti, appelli a forze superiori che aiutassero a prendere decisioni o semplicemente accettare quelle degli altri.

Fra lotti ritirati, monitoraggi di reazioni avverse, notti in bianco e febbroni vari possiamo tranquillamente affermare di vivere in apnea più o meno dal 12 marzo, data della prima dose di vaccino somministrata all’amato bene. 

Ora siamo qui, in attesa di negativizzazioni, seconde dosi, interventi chirurgici e tempi migliori.

Senza pensare troppo, coltivando piccoli attimi di felicità, ritagliando minuscole oasi di silenzio o di mare in cui tirare un attimo il fiato e mettere a tacere quei tic nervosi che, soli, tradiscono un trascurabile disappunto.

Ma celano bene l'inferno di cristallo che arde nelle anse dell'intestino.

La notizia che nel circondario il numero totale dei contagiati, dai 300 e passa di questo inverno fosse sceso a 32, 3 dei quali solo “i nostri”, di certo costituiva un primato davvero poco invidiabile.

Ma, come dicevamo, le cose fanno il loro corso; il tempo, anche se non sembra, scorre imperterrito e, pur magagnati e con la sensazione di essere stati presi a calci e pestati, a un certo punto, non si sa come, ci si trova traghettati fuori dalla tempesta.

Non ancora del tutto, eh?

Ma quanto meno si impara a navigarci dentro.

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Quella che nell’ansia generale non si è mai persa è la voglia di cucinare dolci. Che anzi semmai è pure cresciuta, presi come si è, dall'impellenza di colmare vuoti cosmici. Naturalmente sempre senza esagerare, che mica perché si è lievemente angosciati ci si scorda della forma fisica... ma quando si stratta di cioccolato, per quanto mi riguarda, basta anche solo nominarlo per sentirsi meglio. Ho rubato questa ricetta alla bravissima Elena, affascinata dalla sua definizione di questa torta come di una “torta cuscinetto”. Per la morbidezza, per il fatto di costituire un appoggio validissimo a ogni tipo di accompagnamento. Certo mi sarebbe piaciuto farla con i lamponi come lei, ma non li ho trovati e per il momento mi sono accontentata delle fragole. Siccome non ero abbastanza disperata ho ritenuto di voler diminuire la quantità totale di zucchero, ma se non amate i dolci poco dolci, la quantità originale è quella giusta!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)

300 g farina (io di farro)

30 g cacao amaro

180 g zucchero (io 150, di canna)

10 g lievito per dolci

1 pizzico di sale

vaniglia (in polvere, in pasta o i semini di un baccello),

120 ml olio di semi

360 ml acqua,

2 cestini di lamponi (io ho usato fragole)

100 g cioccolato fondente

100 ml panna fresca (io vegetale)

 


Procedimento

Accendere  il forno a 180 °C e preparare l’impasto della torta.

Versate la farina, il cacao, lo zucchero, il lievito, il sale e la vaniglia in una ciotola. Mescolare e unirvi l’olio e l’acqua, lavorando con una frusta per non formare grumi.

Versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata e infornare per 40 minuti.

Sfornate la torta lasciare raffreddare completamente.

Nel frattempo tritare il cioccolato a coltello e versarlo in una terrina.

Fare scaldare la panna e versarla calda sul cioccolato mescolando con una frusta a mano in modo tale da far sciogliere il cioccolato e ottenere una ganache liscia e senza grumi. Lavare le fragole e privarle del picciolo. Dopodiché tamponarle con due fogli di scottex.

Quando la torta all’acqua sarà fredda, toglierla dallo stampo ribaltandola sul piatto da portata (in questo modo si avrà una superficie liscia da decorare con la frutta).

Spalmare tutta la superficie della torta all’acqua con la ganache al cioccolato fondente fredda e decorare con le fragole.

Completare spolverizzando dello zucchero a velo ed eventualmente decorando con foglioline di menta.



 

 

lunedì 1 marzo 2021

Un anno - Torta variegata al caffè

 


   Zitti zitti, non si sa come, siamo arrivati anche a marzo.

Che gennaio è durato un’eternità, ma pure febbraio non ha scherzato, con i suoi 28 giorni dilatati fino a sembrare quasi il doppio.

Intanto io continuo a segnare diligentemente compleanni sul calendario, a guardarlo ogni mattina per ricordarmi di fare gli auguri al festeggiato di turno e…a scordarmene nel corso della giornata con grandi sensi di colpa.

Perché mi piace l’idea di ricordarmi dei compleanni delle persone. Anche di quelle che magari non sento da tanto e che sarebbe un’occasione da sfruttare per richiamarle almeno quel giorno. Invece no.

Leggo, incamero, rimando a qualche ora dopo, al momento opportuno, a quando starò aspettando il treno di andata, poi quello di ritorno, poi finisce la giornata e io ho completamente rimosso l’appuntamento telefonico che mi ero prefissata.

Freud direbbe che non è un caso, che tutta sta voglia di risentire determinate persone evidentemente non c’è.

Io dico che piuttosto a me scoccia tanto stare al telefono e quando non ti senti da tanto, quella mezz’oretta minimo di conversazione la devi calcolare. Poi vai a capire se, come presumibile, la verità si trovi esattamente a metà fra queste due spiegazioni.

A parte ciò, continuiamo a brancolare nello straniamento di questa pandemia.

Fra mascherine interamente di cotone, che nel frattempo sono diventata allergica forte anche agli elastici.

Lo smart working dell’amato bene ha rivoluzionato parecchio la nostra quotidianità, ma la bella notizia è che ha quasi completamente abbandonato il pallino dei lavoretti in casa e ci si dedica giusto per cause di forza maggiore (bagno intasato, rubinetto gocciolante, ante dell’armadio difettose) o quando, nei giorni particolarmente difficili e a rischio apatia, gli fornisco pretestuosamente scarpe da lucidare, cinte cui fare buchi, orologi da aggiustare, pezzi di cose che rompo da incollare, che tanto, la maldestrezza per sfasciare quotidianamente qualcosa non mi manca. Per quanto mi riguarda, fortunatamente continuo a prendere sane boccate d’ossigeno, facendo la pendolare ogni giorno e riducendo così di gran lunga i pretesti per litigarci spazi o il tappetino per fare ginnastica.

Del perché poi, dopo un anno di chiusura delle palestre e di allenamenti costanti in casa, da persone assolutamente fissate diligenti quali siamo, ci si debba litigare l’unico tappetino disponibile (che poi è il mio) non è dato sapere.

Eppure siamo avvezzi, come tutti, ad acquisti on line e nel frattempo avrebbero pure riaperto i centri commerciali (almeno in settimana) per poter correre a comprarne un secondo.

Ma ho idea che quell’unico tappetino, oltre che una sfida implicita a chi fa di più/quando e come, rappresenti anche una scaramanzia, una speranza sempre accesa, un modo per dirci che in fondo, poi che ci facciamo con due tappetini in casa quando finalmente torneremo lui in piscina e io in palestra?

E intanto, è passato un anno.

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Quando leggo “caffè” non capisco più niente. Poi ovviamente l’aspettativa è sempre di gran lunga maggiore rispetto all’aroma reale che il caffè può sprigionare dall’interno di una torta. Ma di questa, che ho visto qua mi piaceva tanto l’aspetto, oltre che l’idea del sapore. E questo, le aspettative le ha addirittura superate, visti i miei costanti insuccessi con la torta zebrata. Ecco, questa volta che ho buttato gli impasti a caso, alternandoli, ne sono uscite fette che sembravano disegnate… misteri della cucina! In ogni caso è una torta sofficissima, veloce da fare e che si conserva benissimo anche per 5 giorni sotto una campana per dolci.



Ingredienti (per uno stampo da 22-24 cm)

3 uova

250 g di farina (io di farro)

150 g di latte (io di soia)

125 100 g di zucchero (di canna)

75 ml di olio di semi

50 g di fecola di patate

25 ml di caffè (circa 1 tazzina)

1 cucchiaino di cacao

1 bustina di lievito per dolci (16g)

Vaniglia

Procedimento

Preparare il caffè, zuccherarlo con 1 cucchiaino raso di zucchero e lasciarlo raffreddare.

Accendere il forno a 180°. In una ciotola capiente sbattere le uova con lo zucchero fino a renderle spumose. Unire l’olio e il latte continuando a mescolare, quindi, progressivamente anche la farina setacciata con il lievito e la fecola. A questo punto dividere l’impasto in due parti e solo in una aggiungere il caffè e il cacao.

Oliare e infarinare uno stampo, quindi versarvi i due impasti, alternandoli per ottenere un effetto marmorizzato.

Cuocere per circa 35-40 minuti secondo il forno.



 

martedì 15 dicembre 2020

Che tempi! - Plumcake al caffé e nocciole

Le nuove frontiere del blogging: un post scritto, composto ed editato (su quest'ultimo punto non garantisco) direttamente dal cellulare!

Mai avrei creduto possibile raggiungere simili vette di sciatteria.

Che, pazienza scrivere saltuariamente e ormai senza nemmeno più uno straccio di piano "editoriale". Pazienza pure soprassedere sull'addobbo natalizio della casa che quest'anno dall'8 dicembre che è stato portato a compimento è passato pure in cavalleria (a parte lo sbandieramento  su facebook) e non è da me.

Ma che addirittura non trovi tempo né agio di mettermi comoda al computer a comporre e digitare uno scrittuccio dignitoso non l'avrei mai creduto possibile.

Le prime avvisaglie mi sono arrivate da quelle volte in cui ho iniziato a trovare normale corredare i miei post di foto scattate direttamente con lo smartphone. Magari di sera. O di mattina all'alba con la casa ancora immersa nel buio. Avrei dovuto immaginarmelo che il passo successivo sarebbe stato questo.

Ma dice che bisogna stare al passo con i tempi, con il cambiamento e con le novità. Farsi flessibili.

Sarà, io comunque continuo a preferire i vecchi metodi. Quelli appunto del computer e di sedia e scrivania.

Ma tant'è. 

Annaspando nella sciatteria comunque riesco ancora a scovare chicche come la ricetta di questo plumcake che ho visto qui. Io adoro il caffè, ma ormai da anni ne bevo soltanto uno al giorno e solo occasionalmente due.

Ho quindi imparato ad amare anche l'orzo, miserello sostituto cui ci si abitua giusto per rassegnazione. Ho voluto però combinarli e fare un po' e un po'. 

Casualmente avevo anche un piccolo brick di bevanda vegetale di riso alla nocciola...facile decidere di miscelarli con quello i due caffè solubili.

Infine, giusto qualche giorno fa avevo comprato un sacchetto di zucchero di canna integrale che ha questo aspetto qui e sa tanto di liquirizia.

Combinazione perfetta, tanto che quando mi sono trovata davanti questa ricetta non mi sono potuta esimere. Per concludere con gli aggiustamenti e le varianti, ho usato farina di farro e di farro integrale. E insomma, pur con tutte le piccole modifiche apportate è uno di quei dolci che penso rifaró spesso: troppo buono con quella consistenza umida sotto la crosticina croccante. L'aroma deciso e avvolgente di un caffè quasi speziato.

Sì perché qua di biscotti natalizi non ne facciamo. Tempo zero, voglia non ne parliamo. In compenso quest'anno, oltre ai consueti cuoricini di zenzero, ne abbiamo provato un altro tipo di IKEA, a base di avena e cannella. Belli e fatti che basta aprire la scatola. Altro che impasta, inforna e guarnisci.

 Il tutto mentre addobbavamo a più non posso.








Con surplus di luci, rispetto agli anni scorsi e nessun altro gingillo aggiunto al novero escludendo una pupazza alata che ci guarda dalle scale.

E quindi ecco, alla fine se in calce a questo post attacco qualche foto del tutto riesco a sbrigare pure la pratica "post su addobbi natalizi".

Mentre abissi sempre più profondi di sciatteria paiono inghiottirmi.

Ma il plumcake provatelo, che ne vale veramente la pena!

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Trovate la ricetta originale sul blog di Alice , Pane libri e nuvole, a questo link.

 Di seguito la mia versione.

Ingredienti

180 g di farina di farro bio
100 g di farina integrale di farro
3 uova
100 g di zucchero di canna integrale
110 ml di olio di semi
150 ml di latte di riso alla nocciola
2 cucchiaini di orzo solubile
1 cucchiaino di caffè solubile
1 bustina di lievito in polvere
70 g di nocciole tostate
1 pizzico di sale


Procedimento

Preriscaldare il forno a 180° e ungere e infarinare uno stampo da plumcake.
In una ciotola setacciare le farine e il lievito.
Tritate molto grossolanamente le nocciole, lasciabdobe da parte una decina per la superficie.
In un pwntolino scaldare il latte alla nocciola e poco prina dell'ebollizione spegnere e sciogliervi dentro il caffè d'orzo e quello solubile. Mentre si raffredderà un pochino, montare le uova con lo zucchero con le fruste elettriche per almeno 7-8 minuti, fino ad avere un composto gonfio e spumoso. Unire l’olio a filo, il latte e infine incorporare le farine con una spatola.
Da ultimo unire anche le nocciole, e mescolare bene.
Versate l’impasto nello stampo e distribuire in superficie le nocciole rimaste, tagliate a metà.
Cuocere per 35-40 minuti circa facendo la prova stecchino per verificare la cottura

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lunedì 16 novembre 2020

Comfort cake – Torta versata cioccolato e cocco

 

L'estate scorsa, e poi tante altre volte ancora, ho preparato questa torta.

Anzi, ora che ci penso la prima volta che l’ho fatta non era nemmeno estate, ma primavera, forse maggio.

Solo che in questo anno sospeso in cui non v’è certezza non solo del domani ma a momenti manco del presente, il tempo si dilata e si confonde fino a stordire. Si affrontano i giorni con una sensazione di precarietà che sembra di stare sulle montagne russe.

Ecco allora che si cerca di ancorarsi a piccole abitudini e routine quotidiane. Sempre le stesse, per non perdersi.

Tanto c’è poco da spaziare.

Si programma pure, si cerca di fare progetti a più lunga scadenza, magari una manciata di mesi.

Salvo poi doverli disdire, mestamente, uno a uno.

Si impara a vivere alla giornata, o almeno si cerca di farlo.

Ecco allora che perfino una torta diventa un’ancora.

Che scandisce il tempo, sigilla gli eventi, regala un punto fermo.

 


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La torta in questione, che ho visto qui e alla quale ho apportato giusto qualche trascurabile modifica, mi ha dato svariate soddisfazioni. Un po’ perché, dai tempi del Bounty, per me l’accoppiata cioccolato-cocco è una delle migliori, ma soprattutto perché mi è piaciuta fin da subito l’idea di una torta che esca dal forno già farcita. Senza doverla prima cuocere, poi tagliare sperando di andare dritti con la lama (quindi rovinarla sempre un po’) e solo dopo farcire.

Niente di tutto ciò e anzi, qua si apre addirittura il forno a metà cottura, si spalma il ripieno sopra la mezza torta cotta, si versa sopra l’altra metà di impasto crudo e si ributta tutto in forno.

Molto più semplice a farsi che a dirsi. L’unica accortezza è quella di dividere equamente l’impasto a metà per non rischiare di trovarsi mezza torta scoperta!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)

Per la torta

4 uova

180 130 gr di zucchero

100 ml di olio di semi di girasole

100 ml di latte (io vegetale di riso, soia, avena o altro)

170 gr di farina

30 gr di cacao amaro

1 fialetta di aroma rum

1 bustina (16 gr) di lievito per dolci

Per la crema al cocco

Per la crema al cocco

250 ml di latte caldo (io vegetale)

50 gr di zucchero

30 gr di farina di cocco

20 gr di amido di mais

1 bustina di vanillina

Procedimento

Preparare innanzitutto la crema. In un pentolino versare lo zucchero, l'amido di mais, la bustina di vanillina e mescolare con una frusta per evitare che si formino i grumi.

Aggiungere il latte caldo sempre mescolando e porre su fiamma medio bassa fino a che la crema non si sarà addensata.

A questo punto togliere dal fuoco, incorporare la farina di cocco e lasciare raffreddare la crema.

Preparare quindi la torta. Preriscaldare il forno a 170° e oliare e infarinare lo stampo. In una ciotola sbattere le uova con lo zucchero. Quando saranno gonfie, aggiungere l’olio, il latte, eventualmente la fialetta rum e, un po’ alla volta, la farina setacciata con il cacao e il lievito. Versare metà composto nello stampo e cuocere per 20 minuti.

Quindi sfornare la base e coprirla con la crema al cocco, stendendola con un cucchiaio e lasciando un centimetro di spazio al bordo. Versare sopra il resto dell'impasto, cercando di coprire tutta la crema. Informiamo nuovamente e lasciare cuocere la torta per altri 25 minuti.


mercoledì 21 ottobre 2020

Never give up - Pumpkin Pie vegana

 


Da marzo ho smesso di andare in palestra.

Il che avrebbe potuto tranquillamente significare uno stato di abbrutimento generale, con mattinate senza sveglia, ciondolamenti da perdigiorno e olimpiadi di pigrizia.

E invece no!

Da quel dì, della chiusura di tutto il chiudibile, io mi sono data regole ferree di sana cura del corpo. All’inizio incerta e controvoglia, ma pur sempre ligia a una rigidissima tabella di marcia autoimposta comprendente:

10 minuti di riscaldamento

30 minuti di attività intensa

10 minuti di rilassamento/stretching/passaggio in rassegna di contratture varie e ossa rotte eventuali.

Tutti cronometrati (i minuti, non gli accidenti) ed equamente suddivisi per gruppi muscolari. Tanto per non lasciare nulla al caso.

Prima affidandomi ai ricordi freschi di tutti gli anni di assidua frequentazione poi, a mano a mano che questi si dissolvevano insieme alla voglia di fare, scartabellando video tutorial messi gentilmente a disposizione dall’istruttore ai tempi in cui vedersi non era possibile.

Forzandomi, torturandomi proprio.

Fino a creare una routine palestricola di tutto rispetto della quale oggi non potrei più fare a meno.

Con questo non posso certamente dire che faccia salti di gioia al suono della sveglia o mi rotoli dalla felicità quando arriva la domenica sera sapendo che mi aspettano 5 giorni di “sana routine”. Eppure ancora tengo duro.

Mi alzo un’ora prima (perché del tempo di ricognizione generale su me stessa e l’ambiente circostante non riesco a fare a meno neanche rimanendo dentro casa), NON faccio colazione, mi preparo, srotolo il tappetino, avvio il cronometro e metto su una colonna sonora che ben mi disponga (nella fattispecie è sempre la stessa e parte precisamente con Flashdance per approdare a Top Gun…si accettano insulti e consigli) e alle 8 in punto comincio.

Roba che il mio istruttore sarebbe fierissimo di me, se solo sapesse e non ricordasse invece che a lezione arrivavo sempre un quarto d’ora dopo.

A 3 giorni di solitario e malinconico allenamento ne seguono poi 2 (gli ultimi della settimana lavorativa) fatti di 7 km di camminata veloce alternata a corsa, che mi portano fino al mare e segnano la conclusione del programma di allenamento.

Sabato e domenica liberi e felici.

Del come riesca a farlo senza cedere non mi è ancora dato di capire fino in fondo. Sarà l’età che avanza e lo spettro del metabolismo che rallenta. Fatto sta che non salto un giorno.

Ma in realtà ho un progetto ben preciso.

Il record mondiale di plank lo detiene un 62enne rimasto in posizione 8 ore, 15 minuti e 15 secondi.

Ecco, io ambisco a scavalcare il mio minuto e soprattutto i 3 secondi seguenti.

 

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La prima volta che ho assaggiato una pumpkin pie eravamo a Boston e faceva freddissimo. Mi era piaciuta da morire e da quel viaggio mi ero riportata le spezie per rifarla. Sono dovuti però passare 10 anni prima che mi decidessi e a questo punto mi è venuta voglia di farla in versione vegana e senza zucchero. Il risultato ci è piaciuto così tanto che appena finita l’ho fatta nuovamente aggiungendo alla base due cucchiai di cacao! L’ispirazione arriva da qua, con qualche piccola modifica.


Versione al cacao

Ingredienti (per uno stampo da 22 cm)

Per la base

250 gr di farina di farro

120 ml di acqua

3 cucchiai di olio di riso (o extra vergine d’oliva)

3 cucchiai di fecola

3 cucchiai di sciroppo d’acero

½ cucchiaino di lievito per dolci

½ cucchiaino di cannella

Per la farcitura

450 gr di polpa di zucca cotta al forno (io la taglio a fette e la metto, con tutta la buccia, su una placca ricoperta di carta forno cuocendola a 180° finché, infilzandola con una forchetta, non risulti morbida)

200 gr di yogurt di soia

4 cucchiai di sciroppo d’acero

½ cucchiaino di spezie miste in polvere (cannella, zenzero, chiodi di garofano, noce moscata)

1 cucchiaino di farina di riso

 


Procedimento

Preriscaldare il forno a 200°.

Setacciare in una ciotola le farine con il lievito e la cannella. Aggiungere l’olio, l’acqua e lo sciroppo d’acero e impastare fino a ottenere un composto omogeneo. Coprirlo con la pellicola e lasciare riposare in frigo almeno mezz’ora.

Nel frattempo preparare il ripieno. Togliere la buccia alla zucca e frullarla insieme allo yogurt, alle spezie e allo sciroppo d’acero. Aggiungere il cucchiaio di farina se dovesse risultare troppo acquosa. Deve avere la consistenza di una crema spalmabile.

Oliare uno stampo da crostata e stendervi direttamente all'interno, con le mani, l’impasto della base. Riempirlo con la crema di zucca e infornare a 200° per i primi 10 minuti, poi a 180 ° per altri 30. Lasciare raffreddare completamente prima di gustarla.

Note:

-      si conserva in frigorifero per 3-4 giorni.

-      raggiunge la consistenza ottimale e un gusto più armonico dopo una notte di riposo.

 


martedì 29 settembre 2020

Che estate è stata? - Soda Bread di farro e semi misti

 



L’estate del 2020. Quella che fino all’ultimo non si sapeva se e come si sarebbe potuto andare al mare, riuscire allo scoperto, riprendere ad abbracciarsi.

Quest’ultima cosa in verità non l’abbiamo ancora fatta ed io, da marzo scorso, non abbraccio né bacio mia madre e mio padre o mio fratello e mia cognata in quanto appartenenti a nuclei famigliari diversi e soprattutto, i primi, in età e condizioni cliniche “a rischio”.

Mia nipote però sì, o perlomeno l’ho abbracciata e baciata all’incirca fino ai primi di settembre, prima di partire per la Grecia (sebbene tornata con tampone negativo), e poi di ricominciare a lavorare, a incontrare persone, avere contatti e quindi essere un potenziale untore, non certo per lei, ma sempre per i nonni che a lei badano. Le sue guance irresistibili mi hanno fatto capitolare e ora starne nuovamente lontana, o davanti ma col filtro della mascherina, è veramente durissima.

Con lei sono andata al mare, quel paio d’ore la mattina che tra monta e rismonta tutti i suoi bagagli fra ciambelle, canottini, piscinette, secchielli e formine passavano in un lampo. Sempre troppo brevi, sempre troppo di corsa. Sempre meravigliosamente insabbiate da capo a piedi.


Perché di corsa poi effettivamente andavo a recuperarla presso altri ombrelloni dove i giochi erano sempre più appetibili dei suoi.

Poi c’è stata la scoperta dell’acqua, inizialmente osservata da lontano con timore, subito dopo vissuta in lunghe sessioni di ammollo e di tiraemmolla per uscire, almeno quando la pelle di mani e piedini diventava bianca e avvizzita.

Ma il piacere dell’acqua poteva essere barattato solo con un cornetto e una tazzina piccola di latte schiumato, nelle meravigliose colazioni vista mare che ci siamo concesse presso il nostro stabilimento preferito. Piccolo, tutto di legno, quasi una baita di montagna con larghe vetrate sull’azzurro.

E file di ombrelloni desolatamente vuote in questa strana estate di prudenza.

Ma anche di fretta, di smania di viversela tutta, fino all’ultimo raggio di sole, nel timore che si sia nuovamente costretti a rinchiuderci.

Quindi ecco, siccome s’era cucinato tutto il cucinabile nel periodo lunghissimo della quarantena e siccome in questi rapidissimi due mesi trovavo sempre qualcosa di decisamente meglio da fare che mettermi ai fornelli, questa estate io ho cucinato solo per finta nella cucinetta giocattolo della suddetta nipotella.

Non che si sia morti di fame, eh? Ma abbiamo fatto sempre cose molto semplici, tante cene all’aperto con qualche coppia di amici e una sola, perfettamente distanziati, con i famigliari per il mio compleanno.

Barbecue a non finire e insalate come se piovesse.

Poi, di colpo, sul generale clima assai cupo di incertezza, sconcerto e pesantezza, sono arrivati la pioggia e un freddo polare.

E allora ecco, timidamente, forse, sta ricomparendo pure la voglia di chiudersi in casa a preparare qualcosa.

Sempre senza troppo impegno però, che le belle giornate per scorrazzare nei prati, con la mascherina, magari non sono ancora finite!


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Che non ami particolarmente lievitati, preparazioni lunghe e cervellotiche, con lunghi tempi di attesa e molta pazienza credo sia ormai cosa nota.

È con questi presupposti che mi sono avvicinata a una ricetta (vista qua, quindi anche vegano!) come quella del Soda Bread, simpatico pure nel nome. Perché fare questo pane è anche divertente. A parte che ci vogliono veramente 5 minuti (e 40 di cottura, sì, ma quelli io non li calcolo, che nel frattempo posso fare altro).

Ma poi è proprio bello vedere come da un’operazione rapida, senza il minimo sforzo, senza nemmeno sporcarsi le mani esca fuori un pane fragrante, saporito, gustoso che dà tanta di quella soddisfazione da chiedersi perché lo si sia scoperto solo ora.

Ha superato perfino la prova tempo, perché fatto ieri sera e assaggiato subito appena sfornato era fantastico. Ma lì era facile. Stamattina lo aspettavo al varco per la colazione. E non ha deluso minimamente: spalmato di tahin, coperto di fettine di banana e spolverato di cannella era veramente paradisiaco!


Ingredienti

200 gr di farina di farro

150 gr di farina di farro integrale

(oppure 350 gr di farina 0)

200 gr di latte di soia non dolcificato

2 cucchiai di aceto di mele

1 cucchiaino di bicarbonato

1 cucchiaino raso di sale

50 gr di semi misti

 


Procedimento

Accendere il forno a 200°.

Unire l’aceto al latte e lasciare riposare 5 minuti. In una ciotola mescolare le farine, il sale, il bicarbonato e i semi (lasciandone da parte 2 cucchiai per la decorazione finale).

A questo punto unire il latte cagliato e mescolare bene formando un panetto. Trasferirlo su una teglia foderata di carta forno, cospargere dei  restanti semi e infornare per 40°.



 

 

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