"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

mercoledì 14 ottobre 2020

At-tentiii - Strudel salato con funghi, cotto e feta

 


Non che sia proprio necessario festeggiare, ma anche dei perfetti asociali come noi, nel caso di un compleanno, amano ricevere, perlomeno, i “congiunti” più stretti.

Genitori.

Fratello.

Cognata.

Nipotella.

Per un totale quindi di 8 persone e mezza, che allo stato attuale delle cose saremmo anche fuorilegge.

Ma tutto ciò accadeva qualche giorno prima del nuovo DPCM Atto II.

Rigorosi come siamo, che da quando è iniziato tutto siamo penso gli unici al mondo ad avere SEMPRE portato la mascherina al cospetto dei nostri anziani (e non solo di loro), oltre a starci a debita distanza, si poneva il problema, cadendo il compleanno dell’amato bene col primo fresco di stagione, di non poter più assembrarci selvaggiamente all’aperto (come era accaduto per il mio, di compleanno), in giardino, disposti, sempre nel numero di 8, su due tavoli per un corretto distanziamento.

Abbiamo allora preso in considerazione l’idea del buffet. Togliendo di mezzo tavolinetti e mobili inutili che potessero consentire la libera circolazione delle 8 persone di cui sopra, noi compresi, e sedie disposte ai quattro cantoni del salotto.

Poi ci sono state le prime freddate, i primi smocciolamenti, le prime febbri, che di questi tempi anche un semplice raffreddore scatena attacchi di panico e crisi isteriche. Fratello, cognata e nipotella sono stati dunque confinati e prudentemente esclusi dal convivio.

Ed è così dunque che ci siamo trovati a festeggiare allegramente in 6…cioè solo noi e rispettivi genitori.

L’idea del buffet è rimasta e si è anzi ancora più radicata, ma i controlli si sono fatti, se possibile, ancora più stringenti.

Del resto, non a caso mi hanno sempre additata come l’inflessibile Hitler della famiglia…

Tanto per cominciare, igienizzazione preventiva delle mani di ognuno davanti a questi miei occhi con gel distribuito da me medesima e relativo sguardo torvo alla minima rimostranza. “Ma veramente io mi sono appena lavato le mani…” azzardava timidamente mio suocero rassegnato a porgere comunque la mano per raccogliere il gel che altrimenti sarebbe colato a terra.



Poi non è che, finito di allestire l’ultima portata, si potesse scatenare l’inferno attorno al tavolo. Tutti seduti (ai quattro cantoni) e UNO ALLA VOLTA si procedeva a:

1) armarsi di piatto e forchetta allocati in un tavolino a parte;

2) dirigersi al buffet e SENZA PARLARE per evitare spargimenti inutili di droplets sulle pietanze (oltre che il linciaggio in diretta da parte della accogliente padrona di casa) ci si poteva riempire il piatto anche fino a  scoppiare.

E – udite udite- ci si poteva accostare al tavolo tutte le volte che si voleva, a patto di fare attenzione di essere sempre, rigorosamente, da soli a farlo.

Il tutto avveniva con le porte-finestre di sala e cucina spalancate per favorire un corretto ricircolo di aria sotto forma di corroboranti correnti siberiane.

A compensazione di ciò eravamo però disposti a distribuire felpe qualora si fosse reso necessario…

Ma i nostri anziani, che ci conoscono bene, erano arrivati equipaggiati di tutto punto con pile e scarpe imbottite.

Sì, per la verità sarebbe stato corretto anche fargliele togliere all’ingresso, le scarpe, ma dati gli acciacchi di schiena, le artriti, i dolori e le compagnie belle abbiamo preferito soprassedere.

Da ultimo si poneva la questione torta e soprattutto candeline. Non è che dopo tutti questi accorgimenti uno arriva con la torta e la porge al festeggiato che prendendo la rincorsa ci soffia sopra tutta l’energia primordiale spargendo su ogni fetta milioni di goccioline potenzialmente infettanti.

Ecco, quindi la torta, ancora confezionata, è stata messa per un attimo da una parte.



Le candeline invece conficcate su una mezza zucca, a tavolo completamente sparecchiato, e lasciate così libere di essere inondate di tutte le goccioline del mondo, fra canzoncine di auguri e battute di mani.

I baci e gli abbracci naturalmente sono stati solo simulati e distribuiti a distanza.

Che poi alla fine mi chiedo, ma prima, come facevamo?

A stare tutti appiccicati, a stringere mani, scambiarsi abbracci, regalarsi baci. A mangiare una fetta di torta su cui si erano posate ondate di droplets e magari qualcuno ci aveva perfino passato un dito sopra per assaggiare la crema?

Senza nemmeno farci caso. A quanto potesse essere bello e prezioso tutto questo. Goccioline comprese.

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Tra le varie portate del buffet figurava anche questo strudel salato.

L’abbinamento della feta con i funghi una scoperta che ci è piaciuta moltissimo. fare la pasta per lo strudel non è complicato, ma io stavolta ho voluto proprio giocare facile e mi sono affidata a un comodo rotolo di pasta sfoglia pronta.

Ingredienti

1 rotolo di pasta sfoglia rotonda

100 gr di prosciutto cotto

100 gr di formaggio feta

300 gr di funghi champignon

1 spicchio d’aglio

Prezzemolo

1 tuorlo d'uovo

Semi di sesamo

Olio extravergine d’oliva

Peperoncino in grani (facoltativo)

Sale



Procedimento

Mondare i funghi e tagliarli a pezzetti. Scaldare due cucchiai di olio in una padella con lo spicchio d’aglio sbucciato e tagliato a metà. Saltare i funghi per qualche minuto a fuoco vivace, cospargendoli di prezzemolo e un pizzico di peperoncino. Salare con moderazione e lasciare raffreddare.

Preriscaldare il forno a  200°.

Srotolare la pasta sfoglia lasciandola sulla sua carta forno. Adagiare sopra la parte centrale le fettine di prosciutto cotto. Scolare bene i funghi e distribuirli sul prosciutto e infine sbriciolarvi sopra la feta. Con l’aiuto di una rotella o di un coltello molto affilata tagliare delle strisce parallele ai due lati del cerchio di pasta e sovrapporle sul ripieno.


Spennellare la superficie dello strudel con il tuorlo d’uovo leggermente sbattuto e cospargere di semi di sesamo.

Cuocere per 25 minuti.

 


martedì 29 settembre 2020

Che estate è stata? - Soda Bread di farro e semi misti

 



L’estate del 2020. Quella che fino all’ultimo non si sapeva se e come si sarebbe potuto andare al mare, riuscire allo scoperto, riprendere ad abbracciarsi.

Quest’ultima cosa in verità non l’abbiamo ancora fatta ed io, da marzo scorso, non abbraccio né bacio mia madre e mio padre o mio fratello e mia cognata in quanto appartenenti a nuclei famigliari diversi e soprattutto, i primi, in età e condizioni cliniche “a rischio”.

Mia nipote però sì, o perlomeno l’ho abbracciata e baciata all’incirca fino ai primi di settembre, prima di partire per la Grecia (sebbene tornata con tampone negativo), e poi di ricominciare a lavorare, a incontrare persone, avere contatti e quindi essere un potenziale untore, non certo per lei, ma sempre per i nonni che a lei badano. Le sue guance irresistibili mi hanno fatto capitolare e ora starne nuovamente lontana, o davanti ma col filtro della mascherina, è veramente durissima.

Con lei sono andata al mare, quel paio d’ore la mattina che tra monta e rismonta tutti i suoi bagagli fra ciambelle, canottini, piscinette, secchielli e formine passavano in un lampo. Sempre troppo brevi, sempre troppo di corsa. Sempre meravigliosamente insabbiate da capo a piedi.


Perché di corsa poi effettivamente andavo a recuperarla presso altri ombrelloni dove i giochi erano sempre più appetibili dei suoi.

Poi c’è stata la scoperta dell’acqua, inizialmente osservata da lontano con timore, subito dopo vissuta in lunghe sessioni di ammollo e di tiraemmolla per uscire, almeno quando la pelle di mani e piedini diventava bianca e avvizzita.

Ma il piacere dell’acqua poteva essere barattato solo con un cornetto e una tazzina piccola di latte schiumato, nelle meravigliose colazioni vista mare che ci siamo concesse presso il nostro stabilimento preferito. Piccolo, tutto di legno, quasi una baita di montagna con larghe vetrate sull’azzurro.

E file di ombrelloni desolatamente vuote in questa strana estate di prudenza.

Ma anche di fretta, di smania di viversela tutta, fino all’ultimo raggio di sole, nel timore che si sia nuovamente costretti a rinchiuderci.

Quindi ecco, siccome s’era cucinato tutto il cucinabile nel periodo lunghissimo della quarantena e siccome in questi rapidissimi due mesi trovavo sempre qualcosa di decisamente meglio da fare che mettermi ai fornelli, questa estate io ho cucinato solo per finta nella cucinetta giocattolo della suddetta nipotella.

Non che si sia morti di fame, eh? Ma abbiamo fatto sempre cose molto semplici, tante cene all’aperto con qualche coppia di amici e una sola, perfettamente distanziati, con i famigliari per il mio compleanno.

Barbecue a non finire e insalate come se piovesse.

Poi, di colpo, sul generale clima assai cupo di incertezza, sconcerto e pesantezza, sono arrivati la pioggia e un freddo polare.

E allora ecco, timidamente, forse, sta ricomparendo pure la voglia di chiudersi in casa a preparare qualcosa.

Sempre senza troppo impegno però, che le belle giornate per scorrazzare nei prati, con la mascherina, magari non sono ancora finite!


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Che non ami particolarmente lievitati, preparazioni lunghe e cervellotiche, con lunghi tempi di attesa e molta pazienza credo sia ormai cosa nota.

È con questi presupposti che mi sono avvicinata a una ricetta (vista qua, quindi anche vegano!) come quella del Soda Bread, simpatico pure nel nome. Perché fare questo pane è anche divertente. A parte che ci vogliono veramente 5 minuti (e 40 di cottura, sì, ma quelli io non li calcolo, che nel frattempo posso fare altro).

Ma poi è proprio bello vedere come da un’operazione rapida, senza il minimo sforzo, senza nemmeno sporcarsi le mani esca fuori un pane fragrante, saporito, gustoso che dà tanta di quella soddisfazione da chiedersi perché lo si sia scoperto solo ora.

Ha superato perfino la prova tempo, perché fatto ieri sera e assaggiato subito appena sfornato era fantastico. Ma lì era facile. Stamattina lo aspettavo al varco per la colazione. E non ha deluso minimamente: spalmato di tahin, coperto di fettine di banana e spolverato di cannella era veramente paradisiaco!


Ingredienti

200 gr di farina di farro

150 gr di farina di farro integrale

(oppure 350 gr di farina 0)

200 gr di latte di soia non dolcificato

2 cucchiai di aceto di mele

1 cucchiaino di bicarbonato

1 cucchiaino raso di sale

50 gr di semi misti

 


Procedimento

Accendere il forno a 200°.

Unire l’aceto al latte e lasciare riposare 5 minuti. In una ciotola mescolare le farine, il sale, il bicarbonato e i semi (lasciandone da parte 2 cucchiai per la decorazione finale).

A questo punto unire il latte cagliato e mescolare bene formando un panetto. Trasferirlo su una teglia foderata di carta forno, cospargere dei  restanti semi e infornare per 40°.



 

 

martedì 22 settembre 2020

La Grecia al tempo del Covid19

 

E quindi, anche quest’anno, siamo tornati a Creta.

Da quando l’ho salutata, l’anno scorso, non ho visto l’ora di tornarci, ma certo non avrei mai creduto possibile rimetterci piede con una pandemia in corso.

Specie dopo le notizie incontrollate (ma frammentarie e spesso fuorvianti) che dalla Grecia in generale hanno iniziato ad arrivare da metà agosto in poi, unitamente a quelle di altri 3 paesi (perciò quasi mai specifiche). Non è stato facile partire, per tanti motivi a cominciare dalla cancellazione di un volo prenotato 8 mesi fa. Ma ci siamo aggrappati a questo progetto con le unghie e con i denti. Non per cieca testardaggine o per superficialità.

Ma studiandoci dati, numeri, percentuali ogni giorno. E normative per entrare/uscire dal paese. Alla fine abbiamo decretato di sentirci abbastanza tranquilli, posto che un’attenzione così alta e un controllo così serrato non erano previsti nemmeno partendo per qualche isola italiana dove erano in atto veri e propri focolai. Parto allora a raccontare dalla fine, da come sia stato possibile viaggiare in tempi di pandemia applicando regole imposte (da entrambi i paesi) e altre personali dettate dal buonsenso.

Per entrare in Grecia quest'anno è (tuttora) richiesto un QR Code, che arriva via mail alla mezzanotte del giorno di partenza, dopo aver compilato, almeno 24 ore prima,  il "PLF" ( Passenger Locator Form), ossia un modulo contenente le proprie informazioni di viaggio per essere schedati ed eventualmente rintracciati. Questo costituisce un documento di viaggio vero e proprio da tenere con sé fino al rientro. A campione si può essere selezionati per effettuare il tampone all'arrivo ad Atene (dove noi abbiamo fatto scalo, sia all’andata che al ritorno, e dove erano dislocate una decina di postazioni con personale medico). Non abbiamo visto centri Covid dedicati invece nel piccolo aeroporto di Creta, dove comunque arrivano voli diretti, specie dalla Germania.

Al rientro in Italia, poco prima dell’arrivo, vengono consegnati, a ogni passeggero, un’informativa che spiega come per legge si sia obbligati a sottoporsi a tampone entro le 48 ore successive all’arrivo e dei moduli da compilare con i propri dati, l’aeroporto di provenienza e il numero del volo e del posto. Questi moduli sono ritirati alla fine dal personale di bordo e consegnati direttamente alla Polizia di Frontiera.

All’arrivo si viene accolti da personale addetto, in un percorso guidato, a partire dal tunnel di uscita dall’aereo fino all’area ritiro bagagli, dopo il quale ci si reca nella sezione Covid all’interno dello stesso Terminal 3 (l’unico attualmente attivo di Fiumicino).

L’organizzazione è capillare, impossibile sbagliare. Poi sta alla coscienza di ognuno recarsi lì o uscire direttamente (è possibile anche questo perché non si è sotto sequestro e il tampone lo si può effettuare, a scelta, direttamente in aeroporto, negli stand attivi fino alle 19; oppure al drive in sempre di Fiumicino, situato nell’ex parcheggio lunga sosta e aperto 24h; o ancora presso qualsiasi Asl della regione che figura nell’elenco dei centri Covid, sempre entro le 48 ore successive allo sbarco). Importante ricordare che non si è sotto sequestro, questo è vero, ma si è firmata una dichiarazione in cui ci si impegna a effettuare il tampone, nel luogo prescelto, entro le 48 ore…

Noi abbiamo scelto di farlo direttamente in aeroporto. Una volta lì, muniti di carta di imbarco e tessera sanitaria, ci si mette in fila e si compilano altri moduli ancora con dati personali, codice fiscale, numero del volo e posto a sedere (quest’ultimo è importante perché anche se qualcuno dei posti vicini dovesse risultare positivo si viene avvisati).

Si aspetta il proprio turno in una fila indiana con distanziamento, si prende un numeretto (che serve solo per il ritiro del risultato) e ci si siede davanti a una gentile dottoressa in scafandro che fa abbassare poco la mascherina sotto il naso e infila dentro questo un bastoncino abbastanza lungo e molto fastidioso.

Prima in una narice poi nell’altra. Questione di una manciata di secondi comunque. Dopodiché ci si sposta poco distanti per aspettare (circa mezz’ora) il certificato con il risultato del test e la riconsegna della tessera sanitaria (e no, in questa mezz’ora non si può uscire a fumare una sigaretta!). Ritirato tutto ci si reca all’uscita e, mostrando il tagliando, si può finalmente uscire (sempre che il test sia negativo; in caso contrario si seguono le indicazioni della asl per mettersi in quarantena).

MA COME è STATO, REALMENTE, PARTIRE IN TEMPO DI COVID?

Personalmente non ero preoccupata per l’aereo: viaggio ogni giorno in treno per lavoro, con persone che si abbassano la mascherina per parlare al telefono o sbuffare. In aereo è vero che non c’è più il distanziamento fra sedili (e dalla ripresa delle scuole nemmeno più sui treni), ma è altrettanto certo che la mascherina non è opzionale e che si può contare su un sistema pensato per far circolare aria al 50% presa da fuori e al 50% da dentro, ma filtrata (mediante filtri Hepa, gli stessi delle sale operatorie) allo stesso modo per 20-30 volte all’ora (ogni 2-3 minuti). Qui per approfondire.


 

Mi impensieriva di più lo stare negli aeroporti dove però ho trovato controlli serrati, sia a Roma che ad Atene. 


Con personale che richiamava i pochi casi di mascherine abbassate, disinfettanti disposti ovunque, percorsi di distanziamento nei bagni, alle file per il check-in, o per il controllo al metal detector.

 In tutto questo fa un certo effetto vedere gli espositori del Duty Free completamente vuoti di tester ma anche dei prodotti stessi…



E UNA VOLTA SUL POSTO?

Ognuno, a parte standard minimi di decenza comune, ha una concetto personale di igiene e pulizia. Così come è assolutamente personale la percezione di ciò che nella situazione attuale fa sentire più tranquilli.

Io sono partita con al seguito (nel bagaglio da stiva) un flaconcino da 100ml di soluzione idroalcolica (70% alcol e 30% acqua) per spruzzarla, all’arrivo in ogni nuovo albergo, su cuscini, riversina e testiera del letto. Poi sul posto ho comprato delle salviettine disinfettanti che all’arrivo passavo su ciò che negli alberghi difficilmente viene pulito: maniglie, interruttori, telecomandi, pulsante di scarico del wc.

Alla fine mi allargavo e in realtà passavo salviettine anche su ogni altra superficie “presumibilmente” già pulita (comodini/scrivanie/tavolinetti esterni/rubinetteria).

Lo standard di pulizia degli alberghi è diverso dagli studios (che sono miniappartamenti dotati di angoli cottura) o da alcuni di essi, dunque abbiamo trovato eccellenze come alberghi che ci consegnavano chiavi sanificate dentro bustine monouso e telecomandi incellofanati e realtà in cui invece la pulizia dei bagni era sommaria e doveva essere necessariamente rivista, ma con un piccolo sforzo personale e molte salviette igienizzanti ci si metteva l’anima in pace.

Avendo cambiato 8 volte alloggio ho potuto avere una panoramica ampia di come ognuno affronti la questione, in buona fede o meno.

RISTORANTI

Posto che il nostro stile di vita in vacanza in Grecia sia andare a cercare posti il più isolati possibile, è vero anche che, se per pranzo ci arrangiamo con pasti veloci, a cena andiamo sempre al ristorante.

Tolti i casi delle 3 maggiori città dell’isola, Iraklio, Retimo e Chania, dove comunque vigeva l’obbligo di mascherina anche all’aperto e dove abbiamo visto locali pieni di giovani allegramente assembrati, siamo andati a caparci ristorantini un po’ più defilati (questo non per il Covid ma per la nostra naturale inclinazione all’asocialità spinta e all’amore per le offerte un po’ meno turistiche).

Di 15 ristoranti che abbiamo girato soltanto 1 aveva biancheria sui tavoli e si limitava a cambiare il telo superiore come da prassi in tempi però normali. Tutti gli altri, più accorti, apparecchiavano con tovagliette di carta usa e getta dopo aver sanificato il tavolo con prodotti appositi. Non posso dire che ci fosse la stessa attenzione per il menu cartaceo (vietato nel nostro paese e sostituito da menu digitale con QrCode). Ma una scrupolosa igienizzazione delle mani (con flaconcino messo a disposizione su ogni tavolo praticamente in tutti i ristoranti) successiva alla sua consultazione colmava questa falla.

Non ci è mai capitato, nemmeno nei posti più sperduti dell’isola, un cameriere che non portasse la mascherina.

In molti casi di cucine a vista abbiamo potuto constatare come anche i cuochi e il personale di cucina le indossassero. Perfino correttamente.

Non abbiamo mai riscontrato problemi di vicinanza eccessiva dei tavoli, che rispettavano il distanziamento anche in un locale minuscolo come quello che ormai conosciamo dallo scorso anno a Lendas. Casomai si prendono prenotazioni e si fanno turni diversificati.

Ho constatato dunque un generale, scrupoloso rispetto per le regole pur nelle mille difficoltà di un paese che vive essenzialmente di turismo.

Come il nostro, certo.

Poi a questa rigida osservanza delle regole corrispondeva magari la strafottenza di qualche turista che entrava spavaldamente senza mascherina. Come ovunque, in ogni paese del mondo.


Ho trovato, in generale, solopoco più complicato viaggiare in questo periodo.

Come quando si parte per l’Africa, o per altre destinazioni difficili, e si alza di qualche grado la soglia di attenzione e di scrupolosità.

Ma è bello e importante sapere di poter uscire dai propri confini.

Fisici e mentali.


 

 

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