"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 21 gennaio 2019

Autostima - Torta di mele, clementine e datteri senza zucchero (né latte né uova)



Ho ricominciato a fare yoga. Dopo un po’ di tempo che lo avevo abbandonato per dedicarmi alla soporifera ma tanto benefica ginnastica posturale e alla tragicomica, ma altrettanto salutare, funzionale.
In mezzo dunque, da vera sportiva che non guarda in faccia nessuno e la mattina cascasse il mondo lo dedica all’allenamento matto e disperatissimo (più il primo che il secondo) ci ho infilato anche lo yoga.
Nel frattempo che io mi decidevo a riprenderlo, dopo 10 anni di dedizione incondizionata in cui non esisteva che lui, è cambiata l’insegnante e giunta alla guida del corso una elegante signora russa.
L’apparenza dello scricciolo di gomma, dal sorriso dolce e dagli occhi pieni di stelline luminose, frutto di tanta pratica, stride fortemente con una voce e un piglio da sergente militare.
La provenienza non l’aiuta e, sebbene parli un italiano molto fluente, si va ad inceppare proprio su accenti e tonalità che prevedrebbero, dato anche il contesto, una nota perlomeno di pacatezza in più.
Entra in sala faticando quasi a tenere a freno quella colonna vertebrale che non vede l’ora di contorcersi, arrotolarsi su se stessa e buttarsi all’indietro nella posizione (perfetta) del ponte; srotola il tappetino, collega il portatile alla musica adatta e poggia il suo sguardo inquisitore e anche un po’ sadico su di noi.
Noi, le sgarrupate adepte di vario e vasto genere che, tramontati ormai i (bellissimi) tempi in cui per yoga si veniva vestiti di bianco, con tappetino bianco e coperta per il rilassamento finale pure quella bianca, in una suprema armonia di colore che era già essa stessa meditazione, razzoliamo indecise e perse fra outfit della precedente lezione di posturale, tute da casa, maglioncini logori e scaldamuscoli che Alex Owens, manco la mattina in fabbrica sotto la tuta da saldatrice avrebbe mai osato indossare.
Eppure, fiere e indomite, siamo lì, incastrate sedute a gambe incrociate, in attesa che lei ci degni di attenzione.
Ma quando ce ne degna, non è che un attimo fugace il lieve e tenero sorriso di saluto, perché ad esso segue subito la temuta interrogazione sui nostri oscuri trascorsi.
“ie adesso io vi guardo ie vedo, mi acorgo, se aviete fato Kapalabhati a casa!”
Il cuore si stringe in una morsa, che io manco me lo ricordavo che avesse assegnato i compiti per casa.
Per fortuna non sono l’unica e vaghi sorrisetti colpevoli ammettono che no,  quella cosa lì non l’abbiamo proprio mai nemmeno considerata, una volta uscite di qui e riappropriate della nostra dignità.
Il sergente di ferro che è in lei esce prepotentemente sprizzando severità dagli occhi e da ogni fibra del suo corpo di libellula snodata.
“Quela serve per non invecchiare, per mantenersi ciovani. Dunque voi volete proprio invecchiare? Non vi interessa niente mantenervi ciovani?”
L’accenno all’età che avanza sensibilizza un po’ tutta la platea.
Colpisce nel segno. Ci sentiamo come quando a scuola l’insegnante ci chiedeva se intendessimo rimanere somari a vita o volessimo metterci a studiare seriamente.
Rumoreggiano timidi tentativi di scuse
“no no, è che la mattina proprio….”
Mentre libellula di ferro infierisce alzando una mano con le cinque dita spalancate a schiaffeggiarci spiegarci che bastano quella manciata di minuti per cominciare bene la giornata e “mantenerci ciovani”.
“anziché vecchie rattrappite e arrugginite che non siete altro” -  la immagino aggiungerebbe se solo parlasse meglio l’italiano e non fosse pienamente cosciente del suo ruolo.
E poi la lezione ha inizio.
Con questo peso sul cuore, con la colpa incisa a caratteri cubitali nella coscienza di ognuna di noi.
E sono pensieri inquietanti quelli che serpeggiano nella mente quando, dopo una profonda inspirazione, giunge improvviso il suo invito a “esalare”. Che sì, grammaticalmente sarà anche ineccepibile. Ma le nostre piccole menti di pivelle arrugginite e con tendenza all’invecchiamento precoce non possono fare a meno di correre con la mente “all’ultimo respiro”. Se poi disgraziatamente questi comandi arrivano quando si è sdraiati a terra, supini, nella posizione “del cadavere”, capirete bene che la lezione tocca vertici angoscianti.
“noie adesso impariamo le 6 posizioni fondamentali dello yoga. Le doviete conoscere benissimo, dopo potremo andare avanti”.
Il fatto che siano solo sei ci conforta. Dunque via, che ci vorrà mai a padroneggiare perfettamente solo sei posizioni?
Ma le rosee speranze vengono prontamente disilluse una manciata di attimi dopo.
Quando, col solito tatto, ci informa che quello tanto faticosamente raggiunto è solo il “miezzo ponte”, mica quello intero.
E che quella che, annaspando e contorcendoci con ogni fibra, abbiamo finalmente preso dio solo sa come, non è affatto la posizione della candela. Crediamo, ah beata ingenuità, che lo sia, ma è qualcosa di molto, molto lontano dalla perfezione di Sarvangasana. Incapaci che non siamo altro.
Dalla pia illusione di sentirsi eroine appena uscite vincitrici da una feroce battaglia, dopo aver sbaragliato nemici e guadato fiumi limacciosi, all’amara realtà di schiappe che non hanno mosso un solo passo giusto, è un attimo.
E così cocente è la delusione che non desta stupore alcuno il successivo invito a “piegare bene il pianto del piede”
Perfettamente uniformato all'andazzo generale, almeno  lui.

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L’ennesima ricetta di torta di mele, mi si obietterà. Eh ma questa oltre a non avere le uova, oltre a non avere burro né lattosio non reca in sé nemmeno la minima traccia di zucchero. Non di quello semolato o di canna, almeno. Solo zuccheri della frutta: i datteri, l’uvetta, le mele…ah sì, quei due cucchiai di sciroppo d’acero, che volendo, aumentando la quantità di datteri si potrebbero pure omettere.
E pur essendo un concentrato di “senza” è una torta dolcissima e molto coccolosa. Di quelle da credenza, buona per colazione e per merenda, o per tutte e due o per dopo pranzo e dopo cena. Del resto, chi lo dice che uno abbia voglia di dolce solo a colazione o a merenda? Morbidissima, umida al punto giusto, delicatamente profumata di cannella e con quella punta di salatino che esalta tutti i sapori. Poi è veg. Si può volere di più da una torta di mele?


Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro, meglio da 22 se la si preferisce un po’ più alta)
120 gr di farina di farro
120 gr di farina integrale di farro
140 ml di latte di soia al naturale (o altra bevanda vegetale)
100 ml di succo di clementine (o di arancia)
60 ml di olio di riso (o di semi di girasole)
30 gr di uvetta
2 mele
6 datteri bio
2 cucchiai di sciroppo d’acero (facoltativo: nel caso aggiungere un paio di datteri in più)
1 cucchiaino di cannella
1 bustina di lievito
1 pizzico di sale


Procedimento
Come prima cosa spremere le clementine e usare il succo per far rinvenire l’uvetta qualche minuto. Frullare i datteri insieme al latte di soia e allo sciroppo di agave, quindi aggiungervi anche l’olio di riso amalgamando bene.
In un’altra ciotola miscelare le farine, il lievito, il sale e la cannella.
Unire quindi gli ingredienti liquidi (compresa l’uvetta con tutto il succo di clementine) a quelli secchi e amalgamare con cura. Sbucciare le mele  tagliarle a fettine sottili e incorporarne ¾ al composto. Versare tutto in uno stampo oliato e infarinato e decorare la superficie con le restanti fettine di mela.
Cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 35-40 minuti secondo il forno.




mercoledì 16 gennaio 2019

Senza “senza” - Torta arrotolata al pistacchio



La prima ricetta del 2019 è stata, nemmeno a dirlo, quella di un dolce.
La seconda (naturalmente) è ancora un dolce, ma di quelli senza esclusione di colpi. Che poi a pensarci bene nemmeno è vero, considerato che per esempio il burro non c’è e quindi qualche colpo lo abbiamo pure escluso!
È però un dolce spettacolare, sia per il gusto sia nell’aspetto. Apparentemente complesso da realizzare in realtà…un semplice rotolo alla nutella declinato in altro modo e alla portata perfino di un’impedita con la sac a poche, come la sottoscritta.
Che poi della sac a poche si potrebbe pure fare a meno, volendo.
Insomma: non ci sono scuse, per provarlo.
Sembra difficile ma non lo è.
Sembra lungo e arzigogolato ma per farlo ci vuole si e no un’oretta.
Sicuramente è un dolce scenografico, di quelli belli da presentare a un compleanno, quale , nella fattispecie, quello della mia mamma.
Sul web gira con il nome di Torta Nocciottella, perché fatta appunto con Nutella e nocciole. Siccome nella mia famiglia di origine mio fratello, presumibilmente rapito dagli alieni quando era ancora in fasce, la nutella non la mangia (…ebbene sì), mi è toccato sostituirla con qualcosa di altrettanto, se non maggiormente, degno. Allora ho pensato alla crema di pistacchio. E qua si apre un capitolo a  parte.
La crema di pistacchio ha un certo costo ma anche nel suo ambito se ne distinguono di più o meno buone a seconda della percentuale di pistacchio in esse contenuta. Essendo questa torta costituita da pochi ingredienti, cercatene una con una percentuale di almeno il 35-40%.
La bontà della torta vi ripagherà dell’investimento.
Reperito il prezioso bottino non vi resta che andare all’alimentari di fiducia a prendere un’ottima e freschissima ricotta di pecora, evitando come la peste quelle in vaschetta del supermercato che, oltre a sapere di plastica, sono addizionate di panna. Sempre per il discorso che gli ingredienti, questi sono: fondamentale è che, almeno, siano buonissimi.
Ah sì, poi il mascarpone. Prendete il più buono che ci sia, ovviamente.
E le uova possibilmente bio, da allevamento a terra e galline felici considerato che ce ne vorranno ben 5!
Eseguiti tutti questi  onerosi compiti, non vi resta che mettervi al lavoro!

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Qualche piccolo, ulteriore, suggerimento:
-     -  Non fate il mio stesso errore di pensare di poter preparare la base il giorno prima: dovendo arrotolarla, c’è il rischio concreto di ritrovarsi con una suola di gomma che non risponderà ai vostri comandi e addio sogni di gloria. In fondo perché si raffreddi ci vuole davvero poco tempo. Giusto quello per preparare la farcia.
-     -  Armatevi di un vassoio non troppo grande. Con le dosi indicate di seguito verrà fuori una torta piuttosto piccina, del diametro di 18-20 cm al massimo e del peso di circa 1kg (1,078 kg, la mia). Basterà per 6 persone (anche perché sviluppa in altezza), ma senza poter fare il bis.
-     -  Preparatela con sufficiente anticipo da poterla riporre in frigorifero per almeno un paio d’ore a rassodare.
-     -  La nota scenografica è assicurata anche al momento del taglio: essendo arrotolata, ogni fetta presenterà delle belle righe verticali. Più marcate se avrete usato una crema al cioccolato, un po’ sbiadite ma molto raffinate nel caso della crema al pistacchio.


Ingredienti (per 6 persone)

Per la pasta biscotto
5 uova a temperatura ambiente
70 g di zucchero semolato
50 g di farina 00
70 g di olio di girasole
Mezza bustina di vanillina
Per la farcia
250 g di ricotta di pecora
250 g di mascarpone
3-4 cucchiai di crema di pistacchi
Per decorare
100 gr di granella di pistacchi
Una decina di nocciole intere

Procedimento
Innanzitutto separare gli albumi dai tuorli, poi con l’aiuto di uno sbattitore elettrico montare a neve fermissima gli albumi, aggiungendo poco alla volta lo zucchero.
Mettere via lo sbattitore e armarsi di frusta manuale con al quale unire tuorli uno alla volta, mescolando il composto dal basso verso l’alto.
Successivamente incorporare la farina setacciata stando sempre molto attenti a non smontare il composto. Infine aggiungere l’olio di semi e la vanillina.
Versare l’ impasto su una placca ricoperta di carta da forno e cuocere a 190° per 10-15 minuti o fino a doratura. Attenzione a non cuocerla troppo altrimenti la pasta biscotto al momento di arrotolarla si spaccherà.
Una volta sfornata, lasciare raffreddare la base su una griglia (quella del forno andrà bene).
Nel frattempo preparare la farcia: in una ciotola unire la ricotta, il mascarpone e la crema di pistacchi, che comunque andrà dosata secondo i gusti, compiendo il sacrificio di assaggiarla…. Amalgamare bene tutti gli ingredienti con l’aiuto di un cucchiaio. Nel caso in cui il composto dovesse risultare troppo denso aggiungere un goccio di latte o di liquore (io ho aggiunto due cucchiai di Vov).
Riprendere la base ormai fredda e  con l’aiuto di un centimetro, tagliarla in strisce larghe 5 cm. È fondamentale che siano tutte uguali perché una volta arrotolate andranno a costituire la torta stessa che dovrà avere una superficie piatta.

Spalmare la crema sulla prima striscia e arrotolarla su se stessa stringendo un po’ . 


Disporla al centro del vassoio, quindi spalmare progressivamente le altre strisce e arrotolarle intorno alla prima, fino a esaurimento.
Ricoprire la torta così’ formata con quasi tutta la crema rimanente, lasciandone da parte giusto un po’ per la decorazione finale.


A questo punto disporre un piattino di plastica al centro della superficie della torta e decorare con la granella di pistacchi fino a coprire  bene i lati della torta e un piccolo bordo sulla superficie. 

In questo modo la parte centrale resterà pulita.


Sollevare delicatamente il piattino riempire una sac a poche con la restante crema. Formare sulla parte più esterna della superficie dei riccioli e per finire aggiungere una nocciola intera su ogni ricciolo.

Conservare in frigo fino al momento di servire.





martedì 8 gennaio 2019

Beata me - Torta di mele, noci e uvetta



Il fatto che non si sia più dato conto qui, fra queste pagine, degli impeti di bricolage dell’amato bene, non significa che questi siano rimasti sopiti.
Abbiamo potuto assistere, semmai, a un loro felice (solo per lui) esplodere e permeare di gaudio ( e polvere) le feste di Natale.
In cui lui non era in ferie.
Io sì. E diligentemente mi ero programmata tutta una serie (noiosa ma necessaria) di cose da fare.
Tipo lavare vetri e tende, spolverare le porte, pulire le mattonelle del bagno e altre, simili, piacevolezze.
Poi arriva lui, che nei ritagli di tempo, tipo le due ore che intercorrono fra quando torna dall’ufficio e l’ora di cena; il sabato pomeriggio mentre io traffico in cucina; la domenica mattina mentre io dormo come se non lo avessi mai fatto in vita mia….scartavetra, pialla, rivernicia, smonta e rimonta le assi del pavimento di legno del piano superiore.
Che effettivamente andava cambiato, nessuno lo nega.
Da tre anni che siamo in questa casa diciamo che quel marrone scuro non ci piace e vorremmo tutto bianco.

Ma non è che finora eravamo stati in panciolle.
E certo il lavoro è tanto.
Che noi mica ci accontentiamo di comprare un pavimento di legno qualsiasi, chiamare un tizio che tolga quello vecchio e metta il nuovo e chi s’è visto s’è visto.
Nossignori. Noi siamo quelli che, appurata l’impossibilità tecnica di riverniciare le attuali assi, per usura e per tutti i molteplici strati di impregnante che gli ha passato sopra il vecchio proprietario, le abbiamo ricomprate. Evviva! - si sarà portati a pensare.
Se non fosse che le abbiamo prese di legno naturale.
Cioè da verniciare. Ovviamente in completa autonomia.
Una, due, tre volte, che il bianco mica è così coprente.
E poi trattare con il protettivo.
Per un totale di quattro “mani” e relativi tempi di asciugatura fra una e l’altra.
Nell’attesa di ciò, si smontano le vecchie. Una ad una, non prima di aver spostato armadi, letti, scrivanie, comodini e cassettiere varie.
E si rimontano le nuove.
Ma mica tutto insieme: un pezzetto di stanza alla volta. Altrimenti i mobili dove li accatastiamo? O, più banalmente, dove dormiamo?
Dopodiché, si rivernicia anche tutto il riverniciabile che ormai stona col nuovo colore. Mobili, porte, cornici…mentre già mi vedo riverniciate di bianco pure le statuine dei Masai.

E quindi lavoro enorme, lunghissimo. Considerato che lo fa da solo e nei ritagli di tempo. Bravo, eh? Per carità. È l’invidia di mamme, zie e amiche, pronte a ricordarmi quanto sono fortunata ad avere un marito così!! Ma a volte, come dire, lo cederei in prova volentieri vorrei che lo fosse anche un po’ meno, bravo.
Che poi non sporca nemmeno più di tanto: è attento a creare il minor disagio possibile, a ripulire tutto ogni volta, aleggiando quasi in maniera invisibile sui luoghi deputati, questo sì. Ma la polvere è polvere e quella fa per conto suo.
E di tempo ce ne vuole.
Tantissimo.
Sarà per questo che la mattina di Natale, alle 11:30, mentre il tacchino sfrigolava in forno e io terminavo di preparare l’aperitivo in attesa degli 8 commensali, lui scompare al piano di sopra e lo ritrovo così, 

con la porta dello studio smontata, intento a “darle una prima mano di vernice”.
Che quelle no, non le ricompriamo.
“E se non approfitto di ogni occasione, quando affittiamo?”

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L’idea di questa torta nasce da qui, dove si chiamava “Ciambellone d’autunno”. Ho cambiato poi la farina, il tipo e la quantità di zucchero, l’olio e il tipo di liquore. Morbida, buonissima…sa proprio di autunno! E pazienza se siamo in inverno inoltrato.

Ingredienti
200 gr di farina di farro
100 gr di farina integrale di farro macinata a pietra
160 gr di zucchero di canna
100 gr di gherigli di noci
100 g di uvetta
80 g di olio di riso
2 mele medie
35 ml di Moretta di Fano (o rum)
65 ml di acqua
3 uova
1 bustina di lievito

Procedimento
Tritare grossolanamente le noci e mettere a bagno l'uvetta nel rum. Pulire le mele e tagliarle a cubetti.
Rompere le uova in una ciotola capiente e montarle leggermente con lo zucchero. Aggiungere quindi l'olio, l'acqua, il rum e il lievito.
Unire poca alla volta la farina di farro setacciata con il lievito continuando a mescolare e, da ultimo, incorporare anche la farina integrale.
Infine aggiungere l'uvetta strizzata, le mele e le noci.
Versare l’impasto in uno stampo oliato e infarinato e cuocere in forno (preriscaldato) a 180°C per 45 minuti circa.



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