"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

mercoledì 1 luglio 2020

Napoli tutta per noi


La prima cosa che ho pensato arrivando a Napoli (oltre a “devo portare la mascherina anche all’aperto perché qui è obbligatoria non solo nei luoghi chiusi”) è stata: “perché non mi sono decisa prima?”.
Un piccolo viaggio (in treno) prenotato per il 10 giugno 2020 in tempi non sospetti, quando la pandemia era ancora in incubazione e le speranze per il futuro tutte rosee.
Ma non abbiamo mai voluto disdirlo, un po’ fiduciosi nella sorte, un po’ spericolati ottimisti a oltranza. Poi c’è stata la riapertura del 3 giugno, quella che consentiva lo spostamento da una regione all’altra.
Un po’ di ansia, molti dubbi, parecchie remore. Tutti sciolti pensando che in fondo noi il treno lo prendiamo ogni giorno per andare al lavoro e che alla fine con le stesse attenzioni che adottiamo qui avremmo potuto lentamente riprendere a viaggiare.
Partendo da vicino.

Napoli è una città davvero sorprendente. E vederla di questi tempi, senza turisti, piena solo della sua gente, è stato ancora più bello.
Un mondo a parte in cui arde un fuoco perpetuo di passione, veracità, valori forti e senso di appartenenza di cui il vulcano che lo sovrasta è un imponente ed emozionante simbolo.

Una giostra di colori e odori che spaziano dall’azzurro del mare alle tinte forti dei panni stesi ovunque: penzolanti dalle finestre, da fili tirati da una palazzo all’altro, su stendini piazzati direttamente per la strada; 





dall’aroma delle sfogliatelle calde al profumo di detersivo, di ammorbidente, di peperoni arrostiti e di soffritto di cipolla.

Napoli conquista così, con l’inconsapevolezza con la quale sembra convivere con tutti i suoi tesori, evidenti e nascosti. Che ci siano turisti o meno, la sua bellezza, anziché ostentata, è vissuta fieramente e direttamente lì, fra la sua gente, 

nei mercati, 








nei vicoli,

nelle sue piazza più famose,



lungo i viali alberati del Vomero, 

dall’alto della terrazza di Posillipo

e dal basso di quella città parallela, e ammaliante, che è la Napoli sotterranea, visitabile da uno dei suoi tanti ingressi, ufficiali o meno.
Una sorta di negativo fotografico che racconta la sua storia da un altro punto di vista e che si fa scoprire a fatica, strisciando per cunicoli scuri e (molto) angusti, a 40 metri di profondità, 





ma che è capace, all’improvviso, di svelare scenari incredibili.







Napoli è una città tenacemente abbarbicata al passato e alle sue tradizioni ma anche fieramente protesa verso il futuro. 







Basta fare un giro in metro e scendere nelle varie stazioni per compiere un percorso nell’arte contemporanea che ha il suo fulcro in quella stazione Toledo considerata, non a torto, la più bella d’Europa.


Scale mobili in fondo al tunnel viste dal livello strada
O perdersi nella contemplazione delle tante edicole votive sparse in ogni dove.



Sorprendente lo è per la sua anima tradizionale e moderna allo stesso tempo.
Quella fatta di vicoli sgarrupati e pieni di vita appena dietro la facciata elegante di una piazza centralissima.
E quella degli innumerevoli locali nuovi e di tendenza in cui gustare le sue prelibatezze.
O dei suoi negozi storici ma sempre attuali perché capaci di stare al passo con i tempi.


Se si è minimamente golosi è proprio un guaio, perché a Napoli c’è l’imbarazzo della scelta fra le innumerevoli proposte della sua tradizionale arte pasticciera.

Ma purtroppo per la linea, le tentazioni non si limitano a sfogliatelle, babà e pastiere. Per quanto mi riguarda avevo in progetto svariati assaggi (tutti andati felicemente in porto) di pizza, 

pasta e patate con la provola, 



taralli sugna e pepe, 



cuoppi fritti 

e ogni altra chicca culinaria di cui mi fosse preventivamente giunta notizia. 
E mai una delusione, mai un rimpianto per aver scelto una cosa anziché un’altra, mai una remora per aver ecceduto nelle calorie (questo almeno fino a quando non mi sono pesata…).
Il panorama gastronomico è davvero meravigliosamente sconfinato, dallo street food al culto del caffè la cui preparazione riveste un’importanza quasi sacrale di cui solo vedendola direttamente mi sono finalmente resa conto. 

Fino a quel momento mi era parsa un’esagerazione. Ma adesso ho capito anche quanto sia vero che il caffè “solo a Napule ‘o sanno fa’”, perché è proprio diverso. A cominciare da quella lastra di metallo in cui le tazzine (in porcellana spessa, per mantenere ancora di più il calore) vengono tenute in ammollo a testa in giù nell’acqua bollente fino al momento di usarle. 

Talmente bollente che si asciugano all’istante non appena vengono tirate su. Perché il caffè va gustato (molto) caldo. Preceduto da un sorso o due di acqua, roteando delicatamente la tazzina a mano a mano che lo si sorseggia affinché non si perda nemmeno un grammo di schiuma. Quest’ultima è anche il motivo per il quale in molti bar chiedono se lo si voglia già zuccherato: guai a smontarla tuffandoci dentro rozzi granelli. E guai a usare zucchero di canna o dolcificanti artificiali. Li hanno in qualche anfratto sotto il bancone, giusto per quei (poveri) clienti che ancora non hanno capito nulla della vita.
E come fa a essere banale o comune un caffè cui vengono tributate tutte queste attenzioni?

A Napoli c’è moltissimo da vedere, oltre che da vivere.  Se non fossero sufficienti il lungomare, 


l meravigliosi scorci e gli innumerevoli punti panoramici
Gradini del Petraio



Bosco di Capodimonte


il Vesuvio,

il mercato di Pignasecca, le varie piazze ognuna diversa dall'altra,


 i castelli, le roccaforti, 







le singole anime di ogni quartiere, 


c’è anche tutto un patrimonio artistico da visitare.



Nel particolare periodo di lenta riapertura post pandemia molti luoghi erano ancora chiusi. Non abbiamo potuto vedere il Cristo velato, né il chiostro maiolicato del Monastero di Santa Chiara. E dopo aver attraversato la città e fatto una scarpinata in salita abbiamo trovato chiuso il Cimitero delle Fontanelle che avrei tanto voluto visitare.
Ma in compenso abbiamo visto una via San Gregorio Armeno incredibilmente vuota, quella in cui, ci dicono, sotto Natale non si riesce nemmeno a entrare. 


E osservare così a lungo, indisturbati, tutte le meraviglie artistiche dei presepi.



Abbiamo scovato un posto incredibile come l’Ospedale delle bambole, 



attività di restauro che si tramanda dal 1800, attraversando quattro generazioni e continuando a dare forma e corpo ai sogni e ai ricordi
(la visita all’interno del museo-laboratorio costa 5€ e li vale tutti).






Ho finalmente potuto realizzare il progetto di visitare il Parco Vergiliano di Piedigrotta, per mettere l’ennesimo tassello al mio amore per Giacomo Leopardi e visitarne così la (presunta) tomba.




Napoli mi è piaciuta tantissimo e mi ha lasciato dentro la voglia di tornarci prima possibile per recuperare tutto ciò che non è stato possibile vedere ma soprattutto per riassaporarne l’atmosfera che difficilmente è esprimibile a parole. Bisogna viverla, non si può raccontare.


Qualche suggerimento

Per dormire
L’arco e il vico due camere in un appartamento ristrutturato di recente all’interno di un vecchio palazzo nei vicoli appena dietro piazza Borsa e a 100 metri dalla fermata metro. Affascinante per il contesto, comodo per l’ubicazione. Simpaticissimi e molto disponibili i proprietari.

Per mangiare

Trattoria da Nennella ai quartieri spagnoli per una cucina tradizionale, robusta, senza fronzoli e soprattutto in un clima di allegria e folclore.

Osteria da Antonio per il pesce. Piccolo e delizioso locale a conduzione famigliare nei pressi del porto. Facendosi consigliare da Andrea tutto quello che non compare sul menu.

Panificio Coppola al mercato Pignasecca per dei taralli sugna e pepe senza paragoni.

La Sfogliatella Mary, sotto la Galleria Principe Umberto ovviamente per le sfogliatelle (ma anche per i babà!).



Pasticceria Poppella per i “fiocchi di neve”, dolcetti paradisiaci di loro invenzione a base di una soffice pasta ripiena di crema di latte, panna, ricotta e molti segreti.


Antica pizza fritta Zia EsterinaSorbillo in piazza Trieste e Trento. Si ordina, si paga e poi si viene dotati di un numeretto che significa attesa paziente sul marciapiede. Poi si gusta così: bollente, colante, rigorosamente in piedi. Ma è quanto di più paradisiaco si possa immaginare. Altrimenti si va nell’altra sede di via dei Tribunali dove la si può gustare comodamente seduti, ma non accettano prenotazioni e ci si mette semplicemente in fila per entrare.

Pizzeria Gino Sorbillo lievito madreal mare (anche qui non accettano prenotazioni)

Bar-pasticceria Scaturchio per un ottimo caffè accompagnato da un “Ministeriale”, un medaglione di cioccolato fondente ripieno di una crema di cioccolato e liquore frutto di una ricetta segretissima.



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...