"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 29 agosto 2016

#LeggereNonÈPeccato


Due blog, LettoreCreativo, di Silvia Algerino e Svolazzi e Scritture, di Nadia Banaudi hanno lanciato questo gioco molto carino per contribuire a diffondere il vizio della lettura.
Che però non è peccato!
Scrivere un post dedicato nel proprio blog oppure inviare un commento alle due autrici, rispondendo a tre (apparentemente) semplici domande: il compito da assolvere è tutto qui.
La posta in gioco è parlare di libri (e mi sembra già sufficiente), più la possibilità di vincere una maglietta con il logo di cui sopra che andrà all’autore di ognuna delle tre risposte più votate.
Potete seguire l’iniziativa sui social utilizzando l’hashtag #LeggereNonÈPeccato. C'è tempo fino al 3 settembre!

Quali sono i tre motivi che ti spingono a  leggere?

1)La passione per i viaggi
La prima pagina di ogni nuovo libro è come l’inizio di un viaggio. Non sai cosa ti aspetta, è un’avventura che hai scelto ma di cui non conosci i risvolti. Provi la stessa euforia (e curiosità e impazienza) di quando di metti in viaggio per una nuova meta.

2)Il bisogno di coltivare l’immaginazione
E un libro è veramente coinvolgente quando ti regala l’impressione di stare guardando un film. In cui sei tu che costruisci le scene, dipingi i volti, muovi gli oggetti e le persone. Guidato dalla delicatezza di una scrittura così abile da restare in disparte e risultare discreta.

3)La mia vita da pendolare
Il fatto di viaggiare in treno ogni giorno per andare al lavoro è sicuramente una molla che mi spinge a leggere. Non riesco a immaginare un modo migliore di impiegare le due ore giornaliere di viaggio. L’ideale sarebbe trovare anche posto a sedere. Ma quando proprio non è possibile, la compagnia di un buon libro ti fa dimenticare anche il mal di piedi e la stanchezza della giornata.

Quali sono tre libri che consiglieresti a chi non legge?
Sono tentata di elencare i miei preferiti ma non sarebbero adatti a chi non è abituato a leggere.
Forse per avvicinare alla lettura consiglierei i seguenti:

1) Il Diario di Anna Frank
2) Angeli e Demoni, di Dan Brown
3) Un libro scelto autonomamente sulla base di un’ispirazione (innanzitutto dopo aver compiuto il gesto di entrare in una libreria o in una biblioteca, magari dopo aver letto la bandella o essere stati rapiti da una copertina)


Quali sono le tre azioni che identifichi con il peccato?

1) L’accidia: lasciarsi scorrere la vita addosso senza accorgersene, lamentandosi della lunghezza delle giornate, magari sbuffando di noia.

2) L’opportunismo: chiedere, circuire, pretendere, approfittarsi della buona fede e generosità altrui.

3) L’avarizia, che è soprattutto avarizia di sentimenti ed emozioni.


lunedì 17 febbraio 2014

Quando un libro colpisce al cuore


Mi è stato prestato e non ero troppo convinta che mi sarebbe piaciuto.
A parte la dedica che mi inteneriva oltremodo:
"Per mia nonna:
per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato"
Ho iniziato a  leggerlo senza aspettarmi niente ma già dalle prime pagine mi ha rapita, finendo per conquistarmi del tutto, nemmeno superata la metà.
La copertina non è di quelle che colpiscono e la bandella non faceva presagire nulla di così eclatante o diverso dal già noto e abusato espediente narrativo del viaggio.
Oltretutto è il romanzo d'esordio di una scrittrice americana di cui finora ben poco si sapeva.
Ma bastano poche righe per rendersi conto che la trama è avvincente.
E lui, un libro che non lascia nulla di intentato, nessuna emozione inesplorata.
La vicenda scorre e si intreccia avviluppando immediatamente tutti i sensi e mettendo addosso la smania di voltare velocemente pagina per sapere cosa accadrà, dove sono dirette le due protagoniste, a bordo di una vecchia automobile, nell'arco temporale di 4 giorni, in cui si esauriscono viaggio e vicenda.
Due donne diversissime fra loro:
Una bianca l’altra nera
Una giovane l’altra novantenne.
Una alle prese con la complicata vita quotidiana, l’altra con certe faccende misteriose del passato da sistemare una volta per tutte  (e che si disveleranno completamente anche a lei, solo una volta giunte a destinazione).
Un cellulare costantemente in funzione per l’una, un vecchio foglio ingiallito, gelosamente conservato, per l’altra.
In comune, e come filo conduttore, un cruciverba che interrompe la monotonia del viaggio e le cui definizioni danno vita a parole chiave sulle quali si snodano i ricordi.
Unite in questo viaggio verso Cincinnati il cui motivo inizierà a intravedersi solo oltre metà libro.
Ma nel frattempo è tutto uno scorrere di eventi: passati e attuali.
Tutto un fluire di emozioni e supposizioni, che inevitabilmente si è chiamati a fare per cercare di capire, a mano a mano che ci si trova sempre più coinvolti.
Si freme di collera, si vibra di passione, ci si asciuga qualche lacrima in alcuni passaggi.
Mai banale, mai scontato, mai lento né esitante.
È, anzi, tutto un fremito di vita e di azioni che si susseguono incessantemente su due diversi piani temporali:
il presente di Dorrie e il passato di Miss Isabel.
Non si rimane indifferenti, si arriva perfino a incrociare le dita che certe questioni abbiano un lieto fine.
Coinvolge, appassiona, fa schierare.
E desiderare di ricominciare a leggere tutto dall’inizio una volta chiusa l’ultima pagina perché ci si accorge di essere andati troppo veloce nell’ansia di scoprire tutto, svelare segreti, capire nessi.
La seconda lettura permette invece di assaporare alcuni snodi cruciali.
Soffermarsi su altri.
E quindi vale la pena anche rileggerselo, gustandosi ogni scena, ogni parola, ogni fatto di quell’incredibile, appassionante storia d’amore, di amicizia e di vita, che è.
Il finale non delude: si ammanta di dolcezza,sorprendendo una volta di più.

Julie Kibler, "Tra la notte e il cuore", Garzanti 2013


mercoledì 23 ottobre 2013

Sudafrica III: Il Kruger, “lo stato degli animali”


“Guardare la vita è uno spettacolo infinitamente affascinante ed effimero, persino nella brutale poesia della catena alimentare, dove la vita appare così precaria eppure pulsa con potenza in ogni forma e colore”
(Lawrence Anthony, L’uomo che parlava agli elefanti)


Prima di questo avevo fatto solo un altro safari nella mia vita.
In un altro luogo, insieme ad altre persone, in un tempo molto limitato: un giorno e mezzo appena, pochissimo, praticamente niente per capire a fondo di cosa si tratti realmente.
Safari in lingua bantu-swahili significa viaggio.
Un tipo di viaggio però che non tende verso una meta, ma trova compimento in sé, nel suo farsi, passo dopo passo, chilometro dopo chilometro.
Immersi in una condizione del tutto nuova e sconosciuta

“Avevano scoperto una nuova vena, ricca di quegli elementi preziosi che sono lo spazio e il tempo. Due tesori di cui, lì attorno, c’era una quantità che un uomo non avrebbe potuto utilizzare in una dozzina di vite. […] Al cospetto di tanto spazio e tempo, qualsiasi sforzo era banale”
(Wilbur Smith, “Il destino del leone”)


Riluttanti, inizialmente, all’idea di questo apparente vuoto assoluto.
Vuoto di impegni e di obiettivi.
Di mete da raggiungere e di compiti da assolvere.
Pieno invece di ore vuote, di spazi infiniti, di Tempo.
Safari significa sveglie prima dell’alba e 8-10 ore incollati a un sedile.
Potendo scendere solo in appositi spazi.
A proprio rischio e pericolo.

Perché lì l’uomo non conta niente: non è il suo spazio quello, è lo stato degli animali e lui, una volta tanto, deve attenersi alle loro regole, rispettandone i luoghi, gli istinti, le abitudini.

“…un territorio bruno si estendeva ampio e placido verso distanze smisurate, non deturpato dai graffi dell’uomo: tranquillo e dignitoso nella sua immensità”
 (Wilbur Smith, “Il destino del leone”)

All’uomo non rimane che diventare un tutt’uno con la sua automobile, per una volta realizza il suo sogno tecnologico: nel parco può esistere e muoversi, solo grazie a quattro ruote e una scocca metallica tutto intorno. Da solo, nella savana, non può aggirarsi.
Tanto che diventa curioso perfino poggiare i piedi a terra in quei pochi luoghi in cui è consentito farlo. Ci si sente quasi a disagio, come se si stesse profanando un luogo, ignorando un divieto, tradendo la fiducia di chi vive lì.
Tutto ciò che si deve fare una volta avviato il motore è scegliersi il percorso su un indispensabile mappa e mantenersi a una velocità, imposta, di 50km orari.
Non di più, sennò, dal nulla, ci si trova un ranger alle calcagna.
E la multa è assicurata.
Il che significa che per coprire una distanza anche breve si possono impiegare mezz’ore.
Ore intere se si scelgono tratti sterrati.
Tutto questo equivale a lunghissimi momenti di noia, di immobilità totale, di grande caldo, di spallamento cosmico.
Perché la mente proprio si rifiuta, abituati come siamo a “fare”.
Ad ottenere perché si è pagato, perché si è lì, perché ce lo meritiamo.
Gli animali non seguono queste logiche.
Non devono farsi vedere.
Semplicemente, vivono, lì in quel loro stato, la propria vita.
Fatta di caccia e di difesa, di scoperta e di accoppiamento, di fughe e di sensi sempre in allerta.
Indifferenti a noi strane creature, metà testa/metà sedile, che siamo lì, per vederli e osservarli.

“ In natura tutti gli essere viventi sono continuamente coscienti di ciò che accade, pronti a fuggire o a combattere in un istante. È una vita che pulsa, eternamente vigile, che assorbe ogni minimo dettaglio di ciò che la circonda, che valuta in continuazione il grado di sicurezza e di pericolo di ogni situazione. È sapere dove poter stare e dove no, è un’incessante analisi delle informazioni istintuali, così cruciali per la sopravvivenza”.
(Lawrence Anthony, L’uomo che parlava agli elefanti)

Un safari quindi è un’attesa lunga, una speranza vibrante di impazienza e una scoperta lenta, lentissima: nulla è dovuto.
Possono passare anche un paio d’ore senza che nulla accada, senza che anche un minuscolo sprone spinga a persistere in quel viaggio così strano, senza garanzie.
Poi, di colpo, accade.

Che una famiglia di zebre attraversi la strada.

Che un gruppo di babbuini si metta a cercare un riparo per la notte.

Che un branco di elefanti voglia passare dall’altra parte e la matriarca sbarri il passaggio a qualsiasi intruso finché non è passato l’ultimo cucciolo.

(e che poi decida di riposarsi proprio lì, in mezzo a quella che per lei non è "la strada" ma solo un altro pezzo di savana)

Che ci si affacci da un ponte e si scoprano tre tartarughe stese al sole

Che si aguzzi la vista e insieme a una scaletta di ippopotami si scopra una famiglia di coccodrilli tutto intorno


Che si alzino gli occhi al cielo abbagliati da un collare di piume candide
Che si riconosca proprio Pumba, in quel curioso essere a quattro zampe che sta venendo verso di noi
O che si pensi a un tenero peluche guardando quell'ammasso di peli neri e argentati trotterellare in mezzo all'erba (salvo scoprire poi che si tratta del famoso tasso del miele, da cui perfino i leoni, per non avere guai, preferiscono tenersi alla larga...)

Una scarica di adrenalina senza uguali, un’emozione che stordisce.
E tutto acquista un senso nuovo: l’attesa, la smania, l’insofferenza svaniscono in un lampo al cospetto di due occhi con lunghe ciglia, sovrastanti un becco adunco


Di piume che sembrano velluto

Di una buffa cresta
di un elegante mantello a pois

Di una mamma con il suo cucciolo


di un cucciolo da solo

di due splendidi antilopi impegnate in uno scornamento


 ..o della pacifica convivenza di altre con delle piccole scimmiette






Oppure si rimane affascinati dallo sguardo saggio di un bufalo

da quello malinconico di un babbuino


da quello minaccioso di una iena

da tutte le striature e le forme strane di nyala e impala





E anche i sensi si acuiscono: scoprire con sorpresa che gli elefanti, questi antichi giganti che solcano il pianeta da tempo immemore, comunicano attraverso brontolii dello stomaco, anche a distanza notevole e rimanere incantati al suono di una “voce” che sembra salire su dalla viscere della terra e riempire di sé tutto lo spazio circostante.
Ammutolire davanti allo spettacolo della natura, alle movenze aggraziate di un leopardo




in uno strano contrasto con lo scricciolo che ha appena attraversato la strada

Esiste la possibilità di un safari a piedi, in gruppi di 8 persone, in compagnia di due ranger armati.
L’unico modo per poggiare i piedi nel territorio degli animali.

La diffidenza è tanta, un timore reverenziale porta a seguire alla lettera tutte le regole che i ranger impartiscono prima di mettersi in marcia: “abiti scuri o neutri, niente profumi, restare in silenzio, camminare in fila indiana e tutti compatti, non rimanere indietro per alcun motivo, non mettersi a correre né fare movimenti bruschi al cospetto di qualche animale…..”

E sentire sotto i piedi, dentro la pancia e su fino al cuore, le vibrazioni di un branco di zebre che, spaventato, inizia a correre.
La terra attutisce il suono dello scalpiccio degli zoccoli, che però vibra potente in ogni fibra del corpo.
Non sentire più con le orecchie ma con tutto il corpo.
Non vedere una sagoma ma percepirne la presenza.
Sentirsi, per un breve attimo, davvero parte infinitesima di un tutto.



“Ogni cosa, nella natura selvaggia, è in sintonia con ciò che la circonda, conscia del proprio destino e in totale armonia con il pianeta. La loro attenzione è completamente rivolta verso l’esterno. Gli umani, invece, tendono troppo spesso a concentrarsi sulla loro vita interiore, rimuginando e ingigantendo problemi su cui gli animali non sprecherebbero un millisecondo della loro energia”.


(Lawrence Anthony, L’uomo che parlava agli elefanti)


Nota: Lawrence Anthony, autore del libro da cui è tratta la maggior parte delle citazioni di questo post, è stato, oltre che documentarista e profondo conoscitore degli elefanti, anche il fondatore della Earth Organization e della Riserva privata di Thula Thula nello Zululand. Lui è morto nel 2012, ma la riserva esiste ancora, sia come lodge esclusivo in cui poter alloggiare, sia soprattutto come parco naturale in cui da anni trovano ospitalità elefanti "difficili" che lui salvò dal destino di essere abbattuti.
Consiglio un giro tra queste pagine, per saperne di più, oltre ovviamente alla lettura dei suoi libri, di cui soltanto uno è stato finora tradotto in italiano

martedì 11 giugno 2013

Libri, piante, parole - Pollo al limone…con tutte le erbe del nostro balcone


Certo niente a che vedere con le copiosissime fioriture dello scorso anno.
Quella lavanda così magicamente esplosa da costringere a ripetuti rinvasi mi aveva fatto credere, per un attimo, di avere finalmente acquisito anche io un pollice verde di tutto rispetto.
O perlomeno di una qualche dignità.
Ma tempo un paio di mesi e la miserella è stramazzata portandosi appresso pure la cespugliosa che mi aveva regalato mio fratello, pure lei solo pochi mesi prima, fiorente e rigogliosa più che mai.
A fronte di valorosi caduti sul campo però il balcone si è, altrettanto magicamente, ripopolato di nuove presenze.
Un po’ casualmente acquisite, un po’ volontariamente indotte, moltissime spuntante per caso.
E così, accanto all’angolo profumato delle erbe aromatiche


si può assistere alla crescita miracolosa di nuove, fragilissime, piantine di lavanda, proprio laddove alcuni mesi fa avevo distrattamente conficcato manciate di semi di Belle di notte (che chissà quale mai sarà il loro nome botanico), raccolte durante le mie passeggiate, quando ero ancora convinta che pure quest’anno la primavera sarebbe arrivata.


La curiosità di vedere spuntare prima o poi, tra tanto verde anche qualche fiorellino, mi fa lanciare in amorose disquisizioni con i nuovi nati, forte del fatto che da qualche parte ho letto che alle piante si deve parlare!
Ed è così che impegnate conversazioni con teneri virgulti come interlocutori, hanno preso il posto dei lunghi monologhi chiarificatori e rassicuranti con la me stessa in cerca di risposte sui massimi sistemi, mentre rifaccio il letto-mi preparo la colazione-spolvero la libreria-passo l’aspirapolvere-preparo la cena….
E devo dire che è perfino più divertente e rincuorante, considerato che alla fine (a differenza della me stessa inquieta) quelli a  un certo punto paiono pure rispondermi, decidendo, così di punto in bianco, di partorire un piccolo fiorellino, spiegare una nuova fogliolina, far cicciare un tenero germoglietto.
A darmi le maggiori soddisfazioni ovviamente, a parte il sempiterno rosmarino, ormai incontrastato re di tutto il blacone, per altezza e diametro del vaso, 

è il gelsomino vero, autentico made in Sicily (qui visibile sullo scranno bianco, svettante sul resto), sopravvissuto imperterrito a tempeste monsoniche e scrosci di pioggia, ondate di freddo e secchiate di umidità (“Bravo amore della casa, così si fa, non dar retta a tutte quelle piantine spiritose tipo quella fetente della tua amica romana, la Menta, che fa la finta tonta, pare rinsecchirsi e poi a ondate rispunta in enormi cespugli infestanti che ci costringono a sradicarla e rinvasarla continuamente. Tu lasciala stare, vai tranquillo per la tua strada continuando a mettere foglie e, magari, sempre al tuo buon cuore, anche qualche fiorellino profumato….”).
Poi ci sono le piantine aromatiche nuove arrivate come il timo limone e il prezzemolo, 
con le quali, data anche la finalità pratica per la quale hanno trovato ospitalità qui da noi (mica gratis!), intrattengo conversazioni su toni lievemente più alti riguardanti per lo più la cucina, le loro potenzialità, gli abbinamenti migliori, le idee nuove, qualche sapore da sperimentare (“Aò e ‘namo quanto ce mettete a venì’ su? Se entro un paio di settimane non crescete a dovere io vi sradico esattamente come ho fatto col vostro collega Sedano  l’anno scorso…Tu poi, cara Salvia, non mi piaci proprio così tutta rinsecchita e sofferente, che mi fai pure sfigurare ogni santa volta che vado dai suoceri e loro tutti tronfi mi fanno orgogliosamente notare le loro belle fogliolone di salvia, larghe a momenti quanto un fazzoletto, da impastellare e fare fritte. Con te al massimo posso farci un vasetto di aromi secchi per l’inverno e non è certo questo lo scopo di stare qui ad annaffiarti, parlarti, rincuorarti ogni sera!”)
Finché, in un raptus delirante, decido di sradicarne intere manciate qui e là e schiaffarle tutte insieme, tutte in una volta, in un tegame con pezzi di pollo, uno spicchio d’aglio, mezza cipolla tritata e un paio di fette di limone con tutta la buccia....
Naturalmente sempre continuando a conversare, amorevolmente, del più e del meno.
Ad assistermi in tutto ciò un libro proprio bello

da tenere sul comodino e da andare a consultare ogni tanto.


Anche da meditare per certi versi, considerate le riflessioni iniziali di Martino, l’Autore:
Non sono io che curo l’orto, è l’orto che cura me. Cura il mio fisico, dandomi cose buone da mangiare, e cura la mia mente, rilassandomi, perché quando ci si occupa di una pianta il cervello si svuota di tutto per riempirsi solo di lei. L’orto mi cura e mi coltiva. Mi ha educato all'attesa e alla pazienza”.
Ma soprattutto da seguire alla lettera e studiare passo passo, visto il rassicurante sottotitolo che fa inevitabilmente da sprone...
Agile, sintetico, facile da consultare all'occorrenza perché suddiviso in schede dedicata ognuna a una singola pianta in cui sono indicati il terriccio migliore, le cure da tributarle, le attenzioni di cui necessita e gli impieghi che se ne possono fare.
La seconda metà infatti è composta da un ricettario di tutto rispetto che esalta l’utilizzo di prodotti appena raccolti, dal giardino come dal…balcone.
Finora mi sono limitata a modeste piantine aromatiche, ma l’idea che si possano coltivare dei peperoni in una bottiglia di plastica legata a testa in giù o i pomodori in una cassettina di legno dalle dimensioni minime mi fa amare il mio minuscolo balconcino ancora di più.
Certo a quel punto, con piante del genere, più che semplici monologhi mi converrà tenere direttamente lunghi e articolati comizi….

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Ingredienti (per 4)
Un pollo in pezzi
½ bicchiere di vino bianco
2 spicchi d’aglio
Mezza cipolla dorata
2 fette spesse di un limone bio con tutta la buccia
Una decina di foglie di salvia
Due rametti di timo limone
Un rametto di rosmarino
2 foglie di alloro
Olio extravergine d’oliva
Peperoncino in grani
Sale


Procedimento
Lavare il pollo e togliere gran parte della pelle (per un risultato più leggero o se, come la sottoscritta, non la si ama molto…).
Tamponarlo con carta da cucina e mettere da parte. Disporre in un largo tegame tutte le erbette spezzettate con le mani, gli spicchi d’aglio tagliati a metà e la cipolla tagliata grossolanamente.
Aggiungere l’olio e far scaldare il tutto molto dolcemente. Non appena l’olio sarà caldo e il contenuto inizierà a sfrigolare, unire i pezzi di pollo e farli rosolare bene, su ogni lato, sempre a fuoco moderato. Sfumare con il vino, alzare per qualche secondo la fiamma per far evaporare, quindi salare, aggiungere il peperoncino in grani e le fette di limone e portare a cottura a tegame semicoperto.

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