"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 7 luglio 2014

L’abito non fa il monaco - Zucchine ripiene di tofu, olive e curcuma



Varcare la soglia di casa ed essere investiti, travolti, soggiogati da un odore sgradevole.
Pungente, asfissiante, fastidioso.
Di marcio e  di muffa.
Di cantine vecchie e di umidità.
Di stantio e di decomposto.
Ho dimenticato qualcosa fuori dal frigo e con questo caldo sta deambulando autonomamente per casa?
Ho trascurato di controllare a fondo le scadenza dei prodotti in dispensa e qualcuno che si trova lì, a  nostra insaputa, dai tempi delle guerre puniche, ha iniziato a vivere di vita propria?
Devo finalmente decidermi a tenere costantemente aperta l’antina dello scolapiatti che lì, nell’angolo cottura, l’aria circola poco e crea ristagni di questo genere.
Le ipotesi si affastellano senza sosta.
Ma anche considerazioni di altro genere.
Mi preoccuperei se fossero semplicemente scarpe da ginnastica lasciate incautamente in salotto.
Mi rifiuto di crederlo: un tale risvolto, considerata l’entità dell’effluvio, sarebbe indice di un problema gravissimo, sicuramente patologico, obbligatoriamente da curare.
Presso uno bravo.
Che sia saltata la fognatura in bagno?
Crollato il controsoffitto e rivelato un cimitero di insetti non ancora del tutto mummificati?
Un attentato a base di armi batteriologice?
Una residua fialetta di carnevale contenente puzza di uovo marcio?
Saluto l’amato bene continuando ad annusare l’aria.
Ho una sorpresa per te!!” mi annuncia lui tutto fiero.
E dal tono direi che si tratti di una bella notizia, anche se nulla al momento mi porterebbe a crederlo.
Mi porge un piatto, da lui composto con moltissimo amore, come aperitivo.
Per me.
Studio attentamente.

Delle fave, un liquidi denso e chiaro (miele?), un mucchietto di – sembrerebbe – marmellata scura, dei ritagli di pane azzimo integrale.
E scaglie di formaggio.
L’aspetto effettivamente è molto invitante.
Avvicino il naso.
L’odore viceversa è quanto di più repellente.
E lo dico da amante folle del gorgonzola.
Ma non è possibile che poche scaglie abbiano appestato aria in quel modo.
Che cos’è? - Azzardo con cautela.
Certo è che se avesse intenzione di avvelenarmi non ricorrerebbe a tanta platealità.
Magari userebbe più discrezione.
Un collega è andato a Matera, volevo farti una sorpresa e gli ho chiesto di portarmi una forma di cacioricotta che ti piace tanto, ma lui mi ha riportato questo: si chiama Toscanello, è di-vi-no!
Continuo ad annusare perplessa, finché supero la diffidenza, assaggio e…. mi si schiude il paradiso: meraviglioso, da solo o con il miele o perfino con quella che scopro essere marmellata di mirtilli.
scusa, ma va servito proprio così?” mi informo dallo chef della serata
noooo, quella è una mia iniziativa perché mi sono ricordato che a te piacciono tutte ste cose strane…”
Core ingrato che non sono altro.
Si vabbè, ma tutta sta puzza, allora?
“Sarà la crosta esterna, in effetti dopo averlo tagliato mi sono lavato le mani tre volte ma ancora mi è rimasto l’odore….”
E da quel giorno, l’intera forma di Toscanello giace, sempre più scarna per gli attacchi ripetuti, nel ripiano più basso del frigo.
Lontana da ogni altro cibo per evitare contaminazioni
Ben chiusa per impedire esalazioni mefitiche.
Accuratamente maneggiata per conservarla al meglio e senza rischi.
E ogni volta che se ne deve prelevare una porzione, magari da offrire a eventuali ospiti, l’operazione taglio viene effettuata ben prima dell’orario di arrivo, a finestre rigorosamente spalancate, aerando il locale prima di soggiornarvi nuovamente.
Poi le mani si lavano col dentifricio o con del succo di limone, al pari di quando si maneggiano l’aglio o le cipolle.
E nonostante tutte le accortezze non è raro vedere sguardi perplessi sui volti dei nostro convitati al loro ingresso nella casetta.
È d’uopo giustificarsi spiegando l’imbarazzante caratteritisca di quel formaggio.
(dal web)
Ma basta assaggiarlo per credere ciecamente nel fatto che l’apparenza inganna.
E pure la puzza.

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Ingredienti per 4 persone
4 zucchine a botte
Un panetto di tofu da 150 gr
10 olive nere denocciolate
1 cucchiaino raso di curcuma in polvere
1 scalogno
1 spicchio d’aglio
1 pizzico di peperoncino in polvere
Un goccio di vino bianco (meno di mezzo bicchiere)
Pangrattato
Basilico secco
Olio extravergine d’oliva
Sale

Procedimento
Lavare le zucchine, asciugarle e tagliare via la calotta. Svuotarle con l’apposito attrezzo, raccogliendo la polpa in una terrina, e cuocerle a vapore (compresi i “coperchi”) per circa 7-10 minuti al massimo.
Dopodichè scolarle, passarle sotto il getto dell’acqua fredda, e metterle a testa in giù per eliminare
bene tutta l’acqua.

Nel frattempo tritare lo scalogno e scaldarlo in una padella antiaderente con poco olio e lo spicchio d’aglio intero leggermente schiacciato.
Aggiungere la polpa delle zucchine e farla cuocere per qualche minuto schiacciandola con un cucchiaio di legno. Salare, insaporire con il basilico secco e una punta di peperoncino, quindi aggiungere il tofu sbriciolato, le olive tritate al coltello e la curcuma.
Sfumare con il vino e alzare la fiamma per farlo evaporare.
Lasciare insaporire il tutto ancora per qualche secondo, aggiungendo, se necessario, un mestolino di acqua calda.

Quando sarà freddo, unire qualche cucchiaio di pangrattato e lavorare un po’ il composto.

Ungere una pirofila con un filo d’olio, passare un foglio di carta assorbente all’interno delle zucchine, salarle, cospargerle di pangrattato.
Riempirle con il composto di tofu e spolverizzarle di pangrattato. Rimettere i “coperchi” al loro posto e passare in forno già caldo, a 180° per una decina di minuti.





venerdì 7 febbraio 2014

Oltre i legami di sangue - Strangozzi umbri con zucchine, cotto e gorgonzola


Da qualche tempo a questa parte, una piacevole e sorprendente compagnia femminile è entrata a far parte della mia famiglia di origine, allietando della sua presenza le cene abituali del venerdì sera a casa dei miei.
Brillante, simpatica, molto socievole e soprattutto tenace abbastanza da sopportare quella testa un po’ calda e costantemente fra le nuvole del mio adorato fratello.
Del resto sarebbero pure nati lo stesso giorno dello stesso mese: un qualche valore simbolico questo particolare dovrà pur averlo.
Stesso giorno erano nati pure i suoi nonni, altro dettaglio curioso su cui scorrono affinità delle più varie e disparate.
Affinità che si estendono anche agli altri membri della famiglia, naturalmente, e alla sottoscritta in particolare.
Il fatto stesso che si parli di libri, di cucina, di vino, di impasti di torte come di aspirazioni lavorative in fondo molto simili (e al momento parimenti frustrate), ci ha posto immediatamente nella condizione beata di trovarci d’accordo su tante cose.
Quando poi siamo arrivate a scambiarci libri e consigli di lettura, con recensioni puntuali approntate sul momento, la scintilla, almeno per ciò che mi riguarda, è scattata immediatamente e per sempre.
Ma non sapevo ancora che la questione potesse andare anche oltre.
Molto oltre.
Un venerdì sera qualunque: la paella per cena, un mio esperimento di torta come fine pasto, un vino di tutto rispetto da lei presentato e magistralmente servito in virtù di tutti i suoi pregressi studi da sommelier.
La serata scorre tranquilla fino a quando il mio papà decide di servire un liquore a completamento del tutto e va a prendere, nell’ordine, bottiglia e bicchierini in cui mescerlo.
I calici del vino ancora sulla tavola.
Briciole di torta sparse qui e là, qualche dettaglio ancora da sparecchiare.
Lei seduta di fronte a me: noi conversiamo amabilmente, i nostri rispettivi 3/4 sorseggiano il vino, papà armeggia (pericolosamente) con la bottiglia di liquore e mamma sparecchia.
Succede tutto in un attimo:
la bottiglia di vino pregiato si accascia sulla tovaglia, un calice la segue, il liquido rosso rubino, con tutti i suoi sentori di sottobosco, aromi di legno e retrogusto di vattelapesca, mi investe in pieno.
E senza trascurare alcun dettaglio annaffia, nell’ordine: pantaloni, maglione, lupetto sottostante e cuscino della sedia.
Tutto, niente escluso.
Che se avessi avuto ancora i capelli lunghi non ne sarebbero stati risparmiati manco loro.
Silenzio, scena sospesa, un mutismo attonito coglie tutti i presenti.
Mi paralizzo anche io ma giusto per un attimo perché poi sono subito pronta a scagliarmi sul mio povero papà che staziona in piedi proprio accanto a me con la bottiglia di liquore in mano dopo avermi chiesto, un attimo prima, se ne volessi anche io.
Consapevole della sua proverbiale e universalmente nota sbadataggine , che poi è pure la mia, mi chiedo però come abbia fatto, stavolta, a buttare per terra una bottiglia che si trova dalla parte opposta del tavolo, mentre ne teneva in mano un’altra…
Deve essersi specializzato.
Deve aver affinato tecniche e messo a punto nuove mosse segrete.
Sguardi di disappunto/rimprovero/commiserazione, prendono a trafiggere entrambi, da ogni lato del tavolo.
E ancora più grande quindi è la sorpresa quando si realizza che no (una volta tanto) non è stata colpa sua!
E nemmeno mia.
Esclusi quindi i due sfascioni di casa, resta evidente che il fattaccio l’ha combinato lei, la mia dirimpettaia, che nel tentativo di preservare calici e vino ha finito invece per schiantare il tutto dritto in orizzontale.
Rimane di sasso, mortificata e dispiaciuta.
I bellissimi occhi verdi spalancati (e ancora più magnetici) per l’incredulità.
Ma è solo perché non capisce l’altissimo valore simbolico di questo evento.
L’incommensurabile significato escatologico di tutta la questione.
I livelli altissimi di somiglianza che irrimediabilmente rende manifesti.
Mentre corro in bagno a smacchiare perlomeno il maglione (giusto perché l’ha fatto mamma e pare brutto lasciarlo così), penso e rimugino su tutta la faccenda, mentre lei, sempre più contrita, mi segue per scusarsi ancora una volta.
Non può cogliere, giustamente, la grandezza intrinseca di questo suo gesto involontario.
Il mondo che ha schiuso.
L’unione viscerale che ha evidenziato.
Scambia il mio stupore per disappunto (sì certo, non rientrava nelle mie aspirazioni, perlomeno più immediate, quella di farmi una doccia di vino, io che manco bevo, con tutti i vestiti addosso, ma questo è davvero l’aspetto meno rilevante…).
Annaspa cercando le parole per rimediare.
Mentre un unico pensiero prende a rimbalzare  nella mia mente.
La gioia di una nuova consapevolezza comincia a prendere posto nel mio cuore
Un’unica conclusione iniziano a trarre le mie riflessioni:
È  lei! Non può essercene una più giusta.
E gli sfascioni di casa, con grande rimonta e sopraggiunta parità, signore e signori, salgono a tre!
<3 <3 <3



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Le zucchine non sono certamente di questo periodo, ma la voglia d'estate sì, allora per appagarla (almeno un po') vanno bene anche le uniche che si trovino al momento, cioè quelle nere, molto acquose, a patto che si cuociano quel poco che basta ad ammorbidirle un po' lasciandole però croccanti.
Con questo condimento di solito faccio la pizza, e anzi lì sopra a cottura ultimata metto anche qualche foglia di radicchio.
Sulla pasta è ancora più gustoso, con o senza radicchio finale...

Ingredienti (per due)
250 gr di strangozzi
2 zucchine nere medie
1 etto di prosciutto cotto in un’unica fetta
2 cucchiai abbondanti di gorgonzola dolce
1 spicchio d’aglio
1 goccio di latte (meno di mezzo bicchiere)
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe nero

Procedimento
Mettere a bollire l’acqua per la pasta e nel frattempo scaldare lo spicchio d’aglio tagliato a metà in una larga padella con un po’ di olio.
Unire le zucchine tagliate a dadini e far saltare a fuoco vivace per una manciata di minuti (devono rimanere croccanti e non disfarsi).
Aggiungere anche il prosciutto cotto a dadini, salare, eliminare l’aglio e spegnere il fuoco.
Lessare la pasta, scolarla al dente e farla saltare in padella con il condimento aggiungendo, se necessario, un po’ di acqua di cottura.

Mantecare con il gorgonzola stemperato con due dita di latte, spolverizzare con pepe nero e servire subito.

martedì 16 aprile 2013

Parità - Bucatini all’amatriciana


Le cene con Dario e Gabriele sono, senza ombra di dubbio, un momento altissimo di condivisione.
Spirituale e godereccia.
Di grandi abbuffate.
Di grasse risate.
Ma anche di attento studio socio-antropologico, che di materiale in questi casi ce n’è fin troppo.
Tanto piacevoli da essere diventate un appuntamento fisso, ricorrente, quasi a cadenza mensile ormai.
Menu per 4: tre uomini e la sottoscritta, nessun altro invitato.
a gabriè, ma porta pure tu regazza, no?” (l’inflessione cervetrana è un valore aggiunto!)
no, che sei matta, nun me sentirei me stesso!
Una tale, rilevante affermazione mi pone nella condizione - beata - di semitrasparenza.
A volerla vedere male.
O di assoluta, meravigliosa e tanto agognata, parità.
A voler guardare il lato decisamente positivo e sicuramente unico di tutta la faccenda.
Uomo tra gli uomini, altro che -solo sbandierata- parità di diritti.
Siamo ben oltre, oltre anche l’immaginabile e l’umanamente concepibile.
Tra commensali alla mia tavola: dell’uno sono la legittima consorte; dell’altro l’inevitabile sorella; del terzo, per l’appunto, l’asessuata sorella del capo.
Amica affezionata e un po’ materna.
Sorella acquisita insomma.
Uno (l’amato bene) lavora in un ambiente di pertinenza quasi esclusivamente maschile, dove solo da una manciata di anni anche le donne hanno avuto accesso; gli altri due nel capannone di un'officina piena di lamiere contorte e pezzi di ricambio, dove anche la segretaria è un uomo…il che fa di tutti loro i rappresentati degni dei più triti cliché.
Roba da uomini insomma.
Ma la cosa fantastica è che nessuno dei tre si creai scrupoli di alcun tipo: di linguaggio o di gesti, di argomenti da affrontare o di contegno da tenere.
In quei frangenti, durante queste cene corali tutte e solo fra noi, divento infatti, magicamente, una di loro!
Ed è una sensazione nuova e bellissima: un po’ come quando da bambina cerchi (invano) di intrufolarti nei giochi dei maschi e ti metti a correre (maldestramente) e a sputare a terra per sentirti un po’ più simile a loro.
Con la differenza però che lì ti agiti e ti danni l’anima senza riuscire a essere considerata molto più di ciò che (banalmente) sei: una femmina!
Qui, senza il minimo sforzo, né la più flebile fatica, ti trovi in modo del tutto naturale invischiata in discorsi che ti aprono un mondo e ti fanno capire quanto questo (il mondo, appunto), sia tanto cambiato ma in fondo sia rimasto sempre uguale a se stesso.
E a parlare di donne (con una capacità di astrazione non indifferente) e di relazioni più o meno stabili; di caccia e di armi; di pallone e di moto; di motori e di vernici fatte al tintometro.
E l’occasione mi dà agio di preparare piatti cui spontaneamente non penserei mai.
Che di norma releghiamo alle grandi abbuffate insomma.
Preferibilmente di qualche vita fa, che tra l'altro, certi piatti nemmeno vanno più di moda.
Quella volta lì erano le fettine panate (liberamente interpretate).
Poi è stato il turno del cinghiale (direttamente recapitato a domicilio).
L'ultima volta l'abbacchio (che non se n'era parlato ma sempre loro due c'erano di mezzo).
Il tutto preceduto dalla canonica e onnipresente “secchiata di rustici” (solo con wurstel e con provola e speck), a grande e vibrante richiesta del “piccoletto” del gruppo.
Per finire con caffè, ammazzacaffè, cicchetto, altro cicchetto, altro ancora… fino a  notte inoltrata.
A bere e a chiacchierare.
A chiacchierare e a bere.
Come veri uomini!
È in queste occasioni infatti che ho imparato ad apprezzare l’amaro Segesta e il brandy invecchiato; la grappa barricata e il whisky d’annata.
Oltre ai fiumi di vino che scorrono durante la cena.
Sempre ben abbinati, s’intenda, che per quella faccenda chiedo perfino lumi a grandi esperti.
A meno che non sia Gabriele in persona al portare “il vino de mi zio che quest’anno, regà è proprio un SUGO de frutta!
Solo l’ultima volta un accenno alla diversità di sesso della sottoscritta, un vago riferimento alle novità del mio look (capelli cortissimi da lunghissimi che erano) e quella domanda perentoria, dalla premessa che faceva presagire chissà quale rilevante portata dell’incipiente discorso:
Parlamo de cose serie. Dimme ‘n po’: te perché te saresti CAROSATA così?
Con evidente riferimento al nuovo aspetto forse non del tutto gradito.
E quel verbo così denso di significato, esplicativo, unico.
Da pecora insomma. Con opportuno ricorso a un più pertinente gergo agro-pastorale.
Tanto per non sciupare l'occasione.
Passando per la formulazione di massime filosofiche buttate lì, frutto di svariate delusioni amorose e catastrofismo totale:
tanto ee donne so’ tutte uguali!
“…vabbè, escluse ee  presenti, no, Gabriè?” tenta di salvarlo il mio delicato e attento fratello.
Un attimo di silenzio, per pensare, uno sguardo distratto alla sottoscritta.
Poi quella ratifica assoluta di parità:
no, ma de che? Ee donne so’ proprio TUTTE uguali
E da qui la conferma, che sì, io sono esclusa, perchè signori, sono davvero una di loro, maschio fin nel midollo!!



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La faccenda è molto seria.
Che i piatti apparentemente più semplici siano anche i più difficili da fare bene è cosa ormai risaputa.
Che ci si approcci con una riverenza un filo esagerata, anche.
Perché sicuramente nonna mia per fare un’amatriciana non andava a scartabellare libri, né chiedere lumi né tantomeno diramare sondaggi su quesiti di vitale importanza come cipolla sì cipolla no.
Così per la cacio e pepe.
O per la gricia.
Agiva così: d’istinto, secondo conoscenze insite nel DNA, tramandate nei secoli, avute in dono da antenati, infuse magicamente.
Era roba insomma da sapienza innata.
È vero anche che meno ingredienti compongono un piatto più l’attenzione dovrà essere vigile e la precisione dell’esecuzione infallibile.
Però ecco fa un certo effetto l’idea di approcciare una ricetta super complicata con l’agio e la scioltezza di uno chef pluristellato e approntare una matricina in punta di piedi.
Ma tant’è.
E i puristi non me ne vogliano, ma io cari miei la cipolla ce la metto eccome! E se non vi sta bene, provate a chiedere a quelli del portale della  matriciana perfetta.

Ingredienti (per 4)
500 gr di bucatini
250 gr circa di guanciale
1 cipolla media
1 barattolo grande e 1 piccolo di pelati 
Peperoncino in grani
2 cucchiai (non di più!) di olio extravergine d’oliva
Sale
Pecorino romano

Procedimento
Tagliare il guanciale a striscioline non troppo sottili e metterlo a rosolare piano in un largo tegame antiaderente stando attenti a mantenere la temperatura costante, in modo che non bruci né però si lessi. Deve risultare croccante e trasparente.
In un altro padellino far stufare a fuoco basso la cipolla tritata nei due cucchiai di olio e quando anche quella sarà diventata trasparente senza prendere colore, unirla al guanciale.

Passare leggermente i pelati al minipimer, 
quindi unirli al guanciale, aggiustare (moderatamente) di sale, aggiungere il peperoncino in grani e far cuocere il sugo a fuoco basso per circa un’ora e mezza girando di tanto in tanto.
Lessare i bucatini in abbondante acqua salata, scolarli molto bene e accuratamente (perché avendo i buchi tendono a trattenere l’acqua), condirli con il sugo, e 2 cucchiai di pecorino, quindi impiattarli, aggiungere un altro cucchiaio di sugo su ogni porzione e un’altra spolverata di pecorino.

mercoledì 20 marzo 2013

Lo shopping dei miei viaggi


Il fatto di essere di corsa mi impedisce, una volta tanto, di riempire il post (specie se, come questo, dedicato all’appuntamento mensile di Monica…) di foto e racconti.
(Diciamo che cercherò quantomeno di limitarmi fortemente)
Strano a dirsi, considerando (oltre alla mia ormai nota stringatezza) che il tema è lo shopping e che in viaggio le tentazioni sono sempre molteplici e quelle cui si cede, rappresentano la maggioranza….
Dalle cose piccolissime a quelle un po’ più impegnative.
Dalle tazze che riportiamo da ogni posto (e di cui ormai disponiamo una nutrita collezione) alle prelibatezze gastronomiche con cui cerchiamo di prolungare al massimo anche i piaceri del palato sperimentati nei vari luoghi del mondo (e in questi sono variamente compresi gomme da masticare, caramelle, biscotti, cioccolato, snack e altri dolciumi. Le patatine o i sacchetti di salatini no perché in aereo si gonfiano e qualche volta scoppiano pure..)
Dai souvenir più gettonati e possibilmente molto kitsch, all’incetta di abiti, scarpe e gingilli nei magnifici Outlet americani.
Dalle infradito di perline keniote, alle matrioschine di Praga; dalle coloratissime ceramiche tunisine alle statuine in legno della Tanzania; dai parei polinesiani (deludenti per certi versi: molto meglio quelli africani) alle uova di legno di Budapest; dalla Sacher viennese, nella sua preziosa scatolina di legno in cui ora custodisco bustine di tè, alle scorte di miele di timo e origano selvatico di Corfu.
E come non citare il rimpianto per tutto lo shopping mancato, per problemi di spazio in valigia o di decoro personale.. e quindi penso al magnifico negozio su 4 piani di M&M’s in Time  Square (dove mi sarei riempita sacchetti e sacchetti di slurposi confetti colorati, oppure portata via direttamente la statuina formato gigante di uno dei protagonisti, e dove uno strano tizio -sicuramente italiano-, con cui pare io intrattenga rapporti di parentela più che stretti si aggirava abbeverandosi direttamente alla fonte..
) o a tutti i giochi e in particolare i peluche nel più bel negozio di giocattoli mai visto che è Fao Schwarz, sempre a NY.
Ma penso anche alle magnifiche lampade pendenti di Istanbul, a tutta la biancheria in cotone egiziano, ai servizi da tè arabi.
(ne risparmio la visione giusto per imbarazzo della scelta perchè ogni occasione di shopping mancato è stata prontamente e diffusamente compensata da quantità industriali di immagini catturate)


Ma, ecco, dicevamo solo 3 (...6, dai…al massimo 9! del luogo e del prodotto, a riprova del fatto che valga proprio la pena...e poi perchè da subito ho pensato più a quest'ultimo, al bottino riportato, che non al luogo specifico in cui l'ho preso) e allora cito:

1)      I bulbi di tulipani acquistati in quella meravigliosa istituzione che è il mercato di fiori di Amsterdam  
e che per il secondo anno consecutivo stanno miracolosamente fiorendo sul nostro balcone! 
Ma di striscio, perché poi sempre di bulbi si tratta, menziono pure quelli presi al souk egiziano di Istanbul   (più o meno nei pressi del Grand Bazaar), sopravvissuti senza alcuna speranza a una settimana di stazionamento in valigia e che ora, a distanza di un anno, incredibilmente, stanno pure loro facendo capolino da sotto il terreno, ed è un’emozione grandissima!


2)      Un magnifico caciocavallo podolico lucano, preso insieme a quella curiosa massa un po’ informe, scrocchiarella e buonissima che è il pane di Materada un qualsiasi rivenditore del posto,azienda agricola o privato che sia, che lì come caschi caschi bene.


3)      Indubbiamente tutte le spezie scelte e raccolte autonomamente nei pacchettini, in un paradisiaco angolo self service del Carrefour a Dubai 
 (perché pure lì il souk sì, ma personalmente mi ha impressionato di più vedere le spezie vendute sfuse nel supermercato accanto a frutta e verdura, come prodotti di consumo abituali e in notevole quantità. E lì gli ipermercati, che io adoro, se non fossero così esageratamente estesi, sarebbero davvero da visitare cm per cm!
Mi vedrei bene, pronta sull'uscio, a salutare mio marito dicendogli: "amore scendo un attimo al carrefour, che mi sono scordata di prendere il latte....")

…Le foto piccole sono solo "di contorno", le 3 prescelte sono quelle un po' più grandi...
Un altro appuntamento di Viaggi e Baci è andato e complimenti grandissimi, con ringraziamenti incorporati, all'ideatrice del magnifico tema di questo mese!

venerdì 8 febbraio 2013

Sentito dire – Pasta finocchi e ‘nduja


Non sempre sono dolori.
Qualche volta riservano anche piccole gioie.
Soddisfazioni intime.
Momenti di cabaret, degni di Zelig, offerti gratuitamente così, senza nemmeno dover passare dal botteghino a pagare il biglietto
(per quello basta comunque già l’abbonamento mensile: l’onerosa prova cartacea con cui ti si appiccica addosso, concretamente e idealmente, una volta per tutte, l’etichetta di pendolare.
E tu, da quel momento in poi, prendi a considerare il treno come una tua naturale appendice.
Una propaggine del tuo io.
Un che di inscindibile dalla tua persona.
Al pari del colore dei capelli o del taglio degli occhi, a formare una creatura mitologica metà persona metà treno).
I viaggi quotidiani in treno, di quella cospicua parte di fauna umana assimilabile alla razza (tutta a parte) dei pendolari (quelli autentici però: gagliardi, vaccinati, cazzuti, abituati a scioperi e ritardi, soppressioni di corsa e cambi binario dell’ultimo secondo; viaggi sempre in piedi e inscatolamenti in vagoni stipati all’inverosimile, dove la necessità più urgente è innanzitutto riuscire a salire, poi quella immediatamente successiva è ritagliarsi una bolla di ossigeno disponibile dove puntare il naso almeno fino alla prossima fermata in cui necessariamente, anche se non dovrà scendere né salire alcuno, verrà compassionevolemente aperta la porta per garantire un’altra, vitalissima boccata d’ossigeno e via, tutti pronti per una nuova apnea!) a fronte di disagi e smadonnamenti, medaglie al valore conquistate sul campo e sessioni di occupazione binari per protestare giusto un pochetto, qualche volta strappano sorrisi e riflessioni tragicomiche per accadimenti tra l’incredibile e l’esilarante.
Merito della presenza di spirito di alcune persone (sante subito!) che la voglia di scherzare non la perdono nemmeno in frangenti simili.
O della naturale ignoranza di altre che dispensano perle di saggezza tali da far sbottare in accessi di riso poco signorili ma tanto spontanei.
E soprattutto inevitabili.
C’è quello che, all’ennesima fermata brusca del convoglio, nell’impossibilità di cadere dato l’ammasso informe di corpi puntellati uno sull’altro, ma speranzoso evidentemente di stringere nuove amicizie lancia lì la più classica delle battute:
 “Aò poi dice che in treno nascono gli amori…te credo, guarda come stamo messi!!
C’è il tizio che la battuta se la riserva per quando si scende, tutti insieme, anche lì gomito a gomito, vicini vicini, in processione mistica per aggirare i lavori in corso di un sottopassaggio in costruzione da una vita che costringe a fare la fila per uscire dalla stazione (alla fioca luce dell’unico lampione ancora miracolosamente funzionante), guadando rivoletti di tratti allagati e schivando sgocciolamenti di solai appena rifatti (eh sì, le difficoltà mica finiscono all’arrivo a destinazione, signori!), in una sorta di corso di ardimento che i Marines americani se lo sognano!
Ebbene il tizio di cui sopra, sfilando davanti all’ultimo vagone del treno, privo di illuminazione per uno dei soliti guasti, indicandone gli occupanti che poracci manco il diversivo della lettura si sono potuti concedere stasera, urla divertito:
Anvedi quelli ar buio che figo: c’hanno aa sala firm come su Italo!!!
E infine c’è la situazione numero 3, un fatto realmente accaduto che tengo a riportare pari pari per sincerarmi ancora una volta di averlo udito con queste orecchie e poi per mettere in guardia tutti i possibili turisti che volessero, da Civitavecchia, arrivare in treno a visitare Roma.
Gruppo di italiani, uomini e donne, appena sbarcato (a Civitavecchia) da una nave da crociera MSC, particolare questo evidente dall’aria ancora festosa, abbronzata, mezzo addormentata, ma soprattutto dai trolley contrassegnati col marchio della nave e il numero della cabina in bella mostra. 
Composizione mista, dialetti vari, amori e amicizie appena sbocciati con le promesse di mantenerli e tutti i più nobili propositi a riguardo.
Fermi alla stazione di Roma San Pietro, con la sommità del Cupolone che si staglia netta e bellissima nel riquadro del finestrino, frotte di gente che scendono (e che dovrebbero già mettere sull’avviso, perlomeno chiedendosi: ‘ndo vanno tutti questi?), masnade di persone che aspettano sui binari circostanti armati quasi esclusivamente di Routard e Lonely Planet con il nome della città eterna scritto in tutte le lingue e gli alfabeti del mondo, annunci continui dall’altoparlante sul fatto che si tratti proprio di ROMA SAN PIETRO (casomai fosse sfuggito alla vista qualcuno dei diecimila cartelli sparsi un po’ ovunque).
Un uomo (il più scaltro probabilmente) del gruppo, dall’accento emiliano, a un certo punto ha un’illuminazione e timidamente chiede a una delle sue nuove amiche, romane o comunque degli immediati dintorni della capitale:
Ma questa è proprio san pietro-san pietro? Non ho capito perché noi dobbiamo arrivare a Termini: non possiamo scendere qua per visitare un po’ Roma fino a stasera?
E la più saggia del settore femminile del gruppo, quasi scandalizzata:
Nooooo mica è san pietro ner senzo de “Piazza san Pietro”!!!”
Mi faccio più attenta. Dove ho viaggiato finora in tutti questi anni di treno?!
Cosa mi sono persa? Dove sono?!
(immagine presa dal web)
Poi la rivelazione: “Questo è un paesino tra Civitavecchia e Roma Termini che se chiama così, ma pe vedè Roma voi dovete scende propio a Roma Termini, che è la stazione centrale, er centro de tutto: lasciate i bagaji e ve fate un bel giro per vedè tutto quanto! E poi da lì arivate pure alla vera san Pietro!”.
E io che ho sempre cercato, ammirata, l’immagine di quella grande cupola dal finestrino!!!!
Ammazza gajardo però deve essere sto paesino fra Civitavecchia e Roma!
Se richiama tutti questi turisti.
Se ha questo nome così altisonante e che potrebbe anche trarre in inganno!
Se dispone di una riproduzione evidentemente in mattoncini Lego, o magari solo mirabilmente proiettata 24 h, del più famoso monumento capitolino!
Avrei voluto approfondire e chiedere maggiori lumi, intervistare la signora e saperne di più, invitarla a condividere e a diffondere la notizia, che certe chicche non si possono tenere per sè….ma poi, ho pensato, sarebbe stato un vero peccato compromettere sul nascere una così bella e utilissima amicizia appena sbocciata!!!!!

Messaggio per l'Amato bene, che legge:
Ho pensato che l'America in fondo è troppo vicina. La Nuova Zelanda sarebbe perfetta...ma Alfa Centauri ancora meglio!!

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Da fare velocemente mentre bolle l’acqua.
Una ‘nduja fenomenale, piccantissima, frutto di un giretto in solitaria da Eataly, fra meraviglie e preziosità.
L’accoppiata col finocchio serve a stemperare e fare da contrappunto a un sapore che di suo è veramente travolgente.
Io ho usato pasta integrale: con quella classica forse è ancora meglio.
Non trascurate la mantecatura con il parmigiano!

Ingredienti (per 2)
180 gr di fusilli integrali
1 finocchio
1 cucchiaino colmo di ‘nduja
1 scalogno
Olio extravergine d’oliva
Sale
Parmigiano grattugiato

Procedimento
Mettere a bollire una pentola d’acqua salata. Nel frattempo pulire e lavare il finocchio, quindi tagliarlo a striscioline sottili e poi a pezzetti più piccoli.
In una larga padella mettere a soffriggere leggermente, in poco olio, lo scalogno tritato.
Non appena accennerà a sfrigolare unire i finocchi e farli andare una decina di minuti a fuoco moderato girando ogni tanto 
e aggiungendo un mestolino di acqua calda, se occorre.
Aggiungere quindi la ‘nduia e farla sciogliere mescolando ed eventualmente allungando con poca acqua, sempre calda.
Cuocere la pasta, scolarla al dente e unirla al condimento facendola saltare e insaporire velocemente.
Terminare mantecando con il parmigiano fuori dal fuoco.



martedì 8 gennaio 2013

Capodanno di botti e propositi: Francoforte - Heidelberg….o viceversa. Viatico per il prossimo viaggio “dell’anima”.


Col senno di poi avremmo scelto di alloggiare ad Heidelberg, cittadina universitaria a solo un'ora di treno, (sulla cui puntualità è possibile riprogrammare gli orologi)
 raccolta e piena di vita:
 belle strade, 
chilometri di piste ciclabili, 
distese infinite di parcheggi dedicati
 e uno splendido castello a dominare dall’alto.
Ma queste scelte le puoi fare solo dopo aver visto e appurato con i tuoi occhi, perchè decidere di vedere Francoforte solo per una giornata, dalla mattina alla sera, seduto davanti al pc di casa in fase di programmazione, risulta davvero impossibile.
E alla fine va anche bene così, perché di certo non è una metropoli dal fascino travolgente, che ti conquista e ti rimane nel cuore, ma è una città interessante da vedere, non fosse altro che per il suo caratteristico e molto evidente contrasto fra vecchio 
e nuovo
Alto e basso
Moderno 

e antico
Magari l’associazione con lo skyline di Manhattan, giocando anche sul nome del fiume che la attraversa (il Meno, in tedesco Main, da qui MainHattan) è un tantino eccessiva, ma è vero che esiste un piccolo parco, chiuso fra enormi grattacieli (e abitato da una singolare e nutrita colonia di leprotti..), che in qualche modo ricorda una scorcio di Central Park.
I grattacieli in effetti ci sono, e anche molto alti.
Il palazzo della banca centrale europea svetta esibendo con orgoglio, ai suoi piedi, il gigantesco simbolo dell’euro, croce e delizia(?) dei nostri tempi.
I centri commerciali si susseguono nell’enorme e lunghissimo viale pedonale della Zeil. E per certi versi ricordano quelli di Chicago.
La genialità degli architetti pare essersi profusa tutta nella progettazione di quel capolavoro di curve in vetro e acciaio, 

con tanto di “buco” centrale, 
che sono i 4, immensi piani del MyZeil
Un’intera via dedicata ai negozi e un’altra tutta riservata ai musei, uno dopo l’altro, senza doversi sforzare di cercarli.
Il fiume a segnare la fisionomia di questa strana città, senza però fare da spartiacque, che al di qua come al di là, i contrasti convivono armoniosamente.
Così come i popoli e le razze che la abitano: in alcuni quartieri sembra di trovarsi in Turchia, con negozi tipici e venditori di kebab, librerie specializzate e “spezierie” a ogni angolo; in altri si fa un tuffo in terra Thai, 
gustando piatti tipici,
 in locali accoglienti 
dall’arredamento caldo ma essenziale.
Altrimenti si decide di fare indigestione di dolci, puntando il dito a caso su una delle tante, ottime panetterie locali (oppure viennesi o francesi o..) e si trova ogni pretesto per assaggiarne ogni volta uno diverso, 
dalla girella alle noci al krapfen ripieno, 
dal “tramezzino” di frutta secca ricoperto di cioccolato alla brioche farcita di mele
con una preferenza speciale però per i saccottini o le tortine a base di formaggio Quark.
Magari seduti all'aperto, sotto un cielo costantemente grigio, ma con una calda coperta sulle ginocchia offerta direttamente dal locale….

E poi è tutto un fluire di venditori ambulanti dai quali fermarsi a prendere qualcosa da mangiare tutti insieme, gomito a gomito, su tavolacci di legno bevendo birra o vino di mele: dalla schnitzel 
ai  bratwurst 
(specie quelli bianchi, cicciotelli, per niente grassi, che dopo averli mangiati hai fame di nuovo e la tentazione di prendertene un altro), 
dalle zuppe alle frittelle di patate accompagnate da salsa alle mele.
Per finire in bellezza con un bretzel: al naturale, cosparso di semi di sesamo o ricoperto di cioccolato (bianco, fondente, al latte) oppure di formaggio, 
per la versione salata, che quando lo mangi ti sembra di poter affogare senza limiti nella crosticina di parmigiano che si forma sulla lasagna quando la fai gratinare (ma che in quel caso te ne spetta sempre pochina perché devi pure dividerla!!).
Intervallando il tutto con snack continui, e a ogni ora del giorno come della notte, a base della mitica Hanuta, prodotta da Ferrero solo per la Germania (così come la versione tedesca, a noi chissà perchè preclusa, del Duplo: stesso nome per due prodotti completamente diversi…).
Due cialde tipo wafer farcite di un quadrato di morbido cioccolato alla nocciola…
praticamente un pezzo di nutella solidificato da mangiare in un boccone anziché a cucchiaiate, quindi: goduria allo stato puro.
E poi i botti di capodanno: esagerati, smisurati, 
cominciati alle 11 e protrattisi oltre un’ora dopo lo scoccare della mezzanotte, fra squadre di pompieri e sirene di ambulanze.
Fiumane di gente ipereccitata, aria pesante di zolfo e le deflagrazioni incessanti e i bagliori continui di petardi, mortaretti, girandole e fuochi vari sparati anche un po’ a casaccio: ognuno fiero del suo personalissimo armamentario, bambini compresi, fatto di un mix di botti da consumare, imperativamente, per intero.
La mattina dopo, solo polvere rossa e cartucce desolatamente vuote a ricordo di una notte di follia
L’anno nuovo inizia invece all’insegna della calma più totale con uno zapping selvaggio tra ZDF e NDR che mi porta a beccare giusto un documentario (in tedesco) sui miei idoli di qualche vita fa: 
i pupazzi colorati e un po’ irriverenti di Sesamstrasse
programma di cui al sabato pomeriggio non perdevo nemmeno una puntata.
E ripercorre la storia del programma cult degli anni ’70, dal confezionamento dei pupazzi, 
alla registrazione delle puntate, passando per le testimonianze di chi li muoveva e dava loro voce.
Allora prendo a fotografare lo schermo del televisore, non sapendo come meglio fermare quell’attimo magico in compagnia di Bert e Enrie, Samson e Kermit la rana, Elmo e il suo gemello blu.
Le manovre di riavvicinamento (lentissimo ma) progressivo alla Germania dunque sono cominciate così.
Un po’ sul serio, un po’ a casaccio, pescando alla cieca dove mi portava il caso: da un sapore a un’immagine, dai suoni noti di una lingua ben nota ma chiusa a doppia mandata in un angolo segreto del cervello, a un ricordo fugace emerso a tradimento.
E il viaggio  programmato per maggio 2013 (non casualmente, ma anzi sfruttando l’attimo di apertura psicologica…) nella famigerata Berlino, è un ritorno al passato da preparare con molta calma, cura e soprattutto consapevolezza. 
Non più all’ombra del Muro ma in una città profondamente cambiata.
Perché rimetterci piede dopo 32 anni, dopo averne rifiutato anche solo il sentirne parlare, non sarà una passeggiata e quello di maggio non sarà solo gita turistica, ma ritorno nei luoghi della mia infanzia, con tutti i risvolti che si porta dietro, brutti ma anche belli.
 L’asilo a “Est”, le elementari a “Ovest”, la tremenda maestra della materna e la dolcissima Schwester Agatha delle elementari; il Checkpoint Charlie (che ora è museo ma all’epoca era sofferta realtà quotidiana da attraversare due volte al giorno) e la Kaufhalle; l’ormai mitologica, e nella mia mente fascinosissima, “Torre della televisione” e ancora il KaDeWe, Hertie, i puffi (quelli veri, col marchio sotto il piedino di cui ho ancora una nutrita collezione..), i giornaletti di Fix und Foxi e poi appunto le merende a base di Hanuta, di Duplo o di patatine ungheresi alla paprika; i crauti e i wurstel, la crema di riso e i krapfen all’albicocca; il bello e il brutto di quello che vedi e percepisci con gli occhi di bambina e che finalmente decidi, anche dopo un trentennio e passa, di tornare a verificare con sguardo adulto.
Magari per riconciliartici una volta per tutte, che in fondo l’amore e l’odio sono due facce di un’unica medaglia.
Francoforte la tappa intermedia, il neutro apripista.
E il mio proposito per l’anno nuovo è compiuto.



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