"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
Visualizzazione post con etichetta Senza uova. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Senza uova. Mostra tutti i post

mercoledì 3 novembre 2021

Flessibilità - Torta cremosa al cocco (senza farina)

 


In una vita in cui i viaggi occupano una larga e importante fetta di tempo, soldi ed energie, prima o poi doveva succedere.

Di dover tornare indietro, rientrare urgentemente, o non partire affatto.

E non solo per la pandemia.

Quest’anno, a settembre, siamo stati in bilico fino all’ultimo, ma poi, falsamente confortati da un certo, apparentemente positivo andazzo delle cose, ci siamo risolti a partire.

Per dover decidere – drammaticamente -  di voler tornare indietro il giorno stesso, a nemmeno un paio d’ore dall’arrivo.

Ci abbiamo pensato spesso, a questa eventualità. A tenerci sempre pronti, che con 4 genitori non più giovanissimi, e ognuno con i suoi acciacchi, non si può mai sapere.

A giocarci lo strano scherzo tuttavia è stato il più giovane dei 4, mio padre.

Che, come gli ha annunciato un simpatico cardiochirurgo il giorno stesso della nostra partenza, “ha vinto un intervento a cuore aperto”!

A distanza di 18 anni da quello di mia madre, che per non essere da meno, all’epoca si fece sostituire la valvola aortica.

(Ma quella volta lì non avevamo viaggi in programma. Non così imminenti, almeno. E per la Tunisia siamo partiti un paio di mesi dopo)

Che se uno pensa ai discorsi sull’ereditarietà di certe malattie, la predisposizione genetica e compagnia bella, con un bagaglio del genere ci sarebbe da correre subito a farsi dei controlli, mio fratello ed io.

E insomma, dal momento che Dio li fa e poi li accoppia e che mio padre non voleva assolutamente essere da meno in simili affari di cuore, ha pensato bene di farsi impiantare – urgentemente- ben 4 by-pass coronarici!

Ma la cosa eclatante non è questa. Il fatto è che tutto ciò si è scoperto durante dei normali esami di pre-ospedalizzazione per un banale intervento di rimozione della cistifellea. Un’operazione chirurgica insomma, era comunque prevista, non è che stessimo partendo proprio con l’orizzonte spianato. Ma certo non della stessa entità e comunque, considerando che la lista di attesa era di 30 giorni..mica è detto che lo chiamino proprio mentre sono in viaggio, pensavo ingenuamente.

Non solo l’hanno chiamato: l’hanno chiamato per tutt’altro e nel giro di una manciata di giorni.

Partivamo dunque non sapendo cosa ci aspettasse dietro l’angolo. E mentre sorvolavamo il Partenone, sbarcavamo ad Atene, ritiravamo il bagaglio e anche la macchina a noleggio, diretti come prima tappa al Canale di Corinto, gli eventi decidevano per noi.

Non più cistifellea ma cuore, non più in laparoscopia-tre buchetti e via, ma squarcio totale, non più “un banale intervento” ma roba seria.

5 giorni di tempo.

E così, il nostro viaggio itinerante di 14 giorni lungo il Peloponneso ci si è sgretolato fra le mani, ridotto a una affannosa e travagliata rincorsa ai centralini di mezzo mondo per: cambiare il volo di ritorno, disdire alberghi, ridefinire piani, e poter fare così ritorno il giorno prima dell’operazione!

Per inciso, da quel momento in poi la cistifellea ha cessato di avere importanza per tutti tranne che per la sottoscritta, che, faticando a comprendere (accettare) bene la serietà della faccenda, continuava a chiedere in giro notizie sulla gestione della medesima. Fino a  quando il cardiochirurgo in persona, all’ennesima mia domanda se questa potesse costituire un pericolo o dare qualche problema, si è visto costretto, gentilmente ma fermamente, a dirmi che lui non fa il mago e che comunque, probabilmente, intanto aveva appena salvato la vita a mio padre… questo l’ho compreso io tra le righe guardandolo negli occhi stanchi seguiti a 6 ore di sala operatoria che nulla probabilmente erano in confronto alle mie sfiancanti richieste di rassicurazioni.

Eppure è stato un signore. Non mi ha mandato a quel paese.

Tornando alla Grecia, dopo una giornata di sconcerto e terrore puro, col volo di ritorno già assicurato alla modica cifra di 200 euro in più, ci siamo detti che, non potendo al momento fare molto altro, ci saremmo almeno goduti quei 5 giorni del nostro tanto atteso viaggio. Ma non avevamo fatto i conti con lo sciopero-lampo dei controllori di volo a Fiumicino.

Quattro ore, giusto giusto nella fascia oraria di nostro interesse.

Ed è così che la compagnia aerea ci ha chiamati, il giorno dopo, per decidere subito un’altra soluzione e trovando come unica plausibile quella di anticipare di un altro giorno ancora il rientro.

Non più 5 ma 4 giorni di Grecia. Con quel peso sul cuore e i centralini di mezzo mondo che ormai partecipavano, empaticamente, alla nostra vicenda strappalacrime.

E insomma, tutto il resto è storia: l’operazione è andata bene, la riabilitazione anche, siamo a novembre, di acqua sotto e sopra i ponti ne è passata abbondantemente e via, si ricomincia l’anno.

Grati, eh? Che alla fine sta cistifellea malandata tocca pure ringraziarla, sennò chi mai si sarebbe accorto di come fosse malandato il cuore.

E per la Grecia pazienza. Per quel poco che abbiamo potuto vedere il Peloponneso ci piace. Come per la Namibia è solo rimandato. Incrociando le dita, sperimentando un modo nuovo di viaggiare, che è quello di farsi flessibili e mettere in conto l’assoluta precarietà, nella vita in generale, di ogni tipo di programma.

(per inciso, comunque, negli annali dei nostri viaggi si annovera la medesima ansia, per la medesima operazione alla cistifellea, quella volta riguardante mia madre –sempre per il discorso del dio li fa poi li accoppia-  esattamente quando eravamo in procinto di partire per il Sudafrica. Lì però era andata meglio: la chiamata era avvenuta il giorno stesso del nostro rientro e quindi tutti felici e contenti di poterci essere, con viaggio già alle spalle).

 

@@@@@@@@@@@@@@



In questa travagliata estate non sono mancati momenti di cucina. Pochi, eh? Fra i quali quelli dedicati a questa torta stupefacente.

Certo, per farla ho dovuto accendere il forno nonostante il caldo, ma visto che ormai siamo alle porte dell’inverno non si pone nemmeno più il problema. Tra l’altro deve riposare in frigo e si gusta fredda. In ogni caso: estate o inverno che sia, come si fa a non voler provare una torta che oltre a essere senza burro (e senza margarina e senza olio), senza uova, senza lievito è anche SENZA FARINA?? Che uno alla fine si chiede: ma dentro che c’è? Beh tutto quello che le serve per essere cremosissima, goduriosa e sorprendentemente buona. La ricetta l’ho presa da lui, apportando solo delle piccole modifiche, ma giusto perché non amo il mascarpone e  perché di bevanda vegetale ne avevo solo un brick da 250 ml ;-)



Ingredienti (per uno stampo tondo da 22 cm o, come nel mio caso, rettangolare da 23x15)

300 250 g bevanda vegetale al cocco

250 g mascarpone  ricotta di pecora

340 g yogurt greco al cocco

120 g fecola di patate

80 g cocco rapè

150 g zucchero

gocce di cioccolato fondente

 

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. In una ciotola mescolare lo yogurt con la ricotta e lo zucchero. Unire anche la fecola, il cocco e progressivamente il latte sciogliendo ogni eventuale grumo (il composto risulterà piuttosto liquido ma così deve essere!).

Versare tutto nello stampo foderato di carta forno e cuocere per 30-35 minuti facendo la prova stecchino. Se pure questo dovesse uscire ancora leggermente umido spegnere non appena i bordi del dolce cominceranno a dorarsi. Lasciare raffreddare bene prima di consumarlo e conservare in frigorifero.

 


lunedì 8 marzo 2021

Sanremo – Koulourakia (ciambelline greche alla grappa)

 

Avevo deciso che non l’avrei guardato nemmeno di striscio, in lontananza, per sbaglio.

Poi l’amato bene mi ci ha trascinata dentro con tutte le scarpe.

Con la prospettiva di giocare, come ogni anno, a fare i critici musicali, di costume e di ascolti televisivi con tanto di liste di canzoni alla mano e votazioni da dare serata dopo serata.

Con l’idea, anche, di uscire momentaneamente fuori dal loop delle serie televisive su Prime e, insomma, perfino di ritrovare un’abitudine vecchia risalente a prima della pandemia, quando tutto era diverso e bello.

Ecco: per la verità questo era l’aspetto che temevo maggiormente. Immergermi in un mare di tristezza sulla scorta di un amarcord sull’ultimo anno di vita, paragonabile a dieci, che avrebbe fatto solo male.

E poi, meno filosoficamente, mal digerivo i soliti due volti ormai noti, quegli strambi figuri che si continuano a descrivere in modo distorto facendo credere che la spalla sia il presentatore e il presentatore la spalla quando poi è vero esattamente il contrario e comunque di due non ne fanno mezzo.

Comunque, orticarie a parte,  pensavo (come sempre) di piazzarmi sul divano dalla prima all’ultima sera concentrandomi almeno sulle canzoni, ascoltando, guardando, facendo gossip.

Ma, come ogni anno e tradizione che si rispetti, non sono mai riuscita ad oltrepassare, lucida e presente a me stessa, le 23 e così sono arrivata alla serata finale che di canzoni ne avevo ascoltate su per giù la metà, saltando a piè pari cover e duetti.

Mi sono rifatta però il sabato sera, restando in piedi fino alle 2 passate quando, a classifica ormai declamata, mi sono resa conto che i miei beniamini (individuati pur nella parzialissima visuale che avevo dell'intero cast) non figuravano fra i primi 3 e quindi non aveva più senso guardare e tanto vincono sempre i soliti e chi me l'ha fatto fare di vedere Sanremo pure quest'anno e di su e di giù.

Fra un occhio chiuso e l'altro semiaperto delle serate precedenti infatti avevo avuto agio perfino di crearmi un mio podio ideale composto da:

Max Gazzè al primo posto

Bugo al secondo

Colapesce (ribattezzato "Scolalapasta" dall'amato bene che ha poca memoria per nomi e titoli) e Dimartino al terzo.

Del primo non mi hanno colpito i travestimenti assurdi, ancora meno  il messaggio veicolato. Ma quegli affascinanti incastri linguistici, quella scrittura lievemente più curata e soprattutto  quella vena di follia che porta un cantautore a partorire una canzone snocciolando principi attivi e rimedi fitoterapici. Non è geniale una cosa del genere?

Il secondo, Bugo, mi  sta troppo simpatico. Lui e quella sua aria stralunata, stonata, affaticata e con quel motivetto così accattivante che non faccio che cantare e ricantare.

E poi ci sono i terzi, quelli leggerissimi e impalpabili che pure nei luoghi comuni dei "silenzi assordanti" ti riportano dritto agli anni '80 con tanto di pattinatrice che ancora non si è capito bene in che misura fosse funzionale all'esibizione ma intanto eccoci qui a parlarne.

Ecco, mi sono piaciuti tanto questi tre (quattro): semplici (vabbè il primo non tanto ma poi vederlo scapicollarsi fra le poltrone dell'Ariston impersonando, senza artifici  effetti speciali Superman non lo rende, in fondo, "semplice"?), lineari, carini, senza strilli e senza afflati rivoluzionari...(ogni riferimento ai vincitori del primo posto non è affatto casuale)

E poi finisce. lo si critica, ci si arrabbia, si discute animatamente e poi lascia il vuoto e da oggi si pensa: e mo', che ci vediamo stasera?

Per fortuna che c'è Alexa alla quale posso chiedere di riprodurre in loop le mie tre preferite. 

E pure qualche altra, dai.


@@@@@@@@@@@@@@@



Queste meravigliose ciambelline greche, come apprendo dal blog di Irene a questo link sono tipiche della pasqua ortodossa e, come spiega nella premessa alla ricetta, “la rakì, tassativamente al femminile, è un distillato cretese da uve non destinate alla vinificazione. Lo tsipouro invece è sempre un distillato di uve, proveniente dalla Grecia continentale”. Ecco: mi sono approcciata a questi biscotti senza avere in casa né zucchero semolato né grappa bianca che figurava come ultima alternativa al raki (bevuto in abbondanza durante le nostre vacanze cretesi) o allo tsipouro greci. Ma era talmente forte la voglia di farli che ho sostituito perfino la farina bianca con quella di farro sbattendoci dentro dello zucchero di canna e della grappa invecchiata in barrique.

Il motivo per il quale quindi, nonostante la perfetta cottura di appena 20 minuti contro i 35 richiesti, non siano risultati pallidi come avrebbero dovuto essere è che, visti gli ingredienti “bruni”, questa sarebbe stata un’aspettativa impossibile da soddisfare. Ma il sapore, posso garantire, ci ha trasportati direttamente sulla spiaggia di Kato Zakros, nel punto più sperduto e meraviglioso di Creta.

 

Ingredienti (per 15 koulourakia)

350 g di farina 00 o 0  di farro

un pizzico di sale

110 g di zucchero semolato di canna

65 ml di olio di oliva (optare per un olio leggero, in alternativa un olio di semi)

25 ml di spremuta di arancia

25 ml di succo di limone

50 ml di tsipouro (non aromatizzato)  o rakì (in alternativa una grappa bianca)

1 cucchiaino da tè di bicarbonato di sodio

 


Procedimento

Sciogliere il più possibile lo zucchero nell’olio mescolando con una frusta a mano.

Mettere in un bicchierone  i due succhi e scogliervi dentro il bicarbonato. Dopodiché unirli al composto di olio e zucchero. Aggiungere anche la grappa e mescolare.

Versare  la farina setacciata poca alla volta e impastare fino a ottenere un impasto morbido e liscio.  Formare una palla, coprire  e lasciare riposare per 30 minuti.

Accendere il forno a 180 gradi, modalità statica.

Dividere l’impasto in pezzi di circa 40 g l’uno e plasmare  i koulourakia nella forma desiderata (io ho optato per delle ciambelline.

Sistemarli sulla placca rivestita di carta forno e infornare per circa 35 minuti (nel mio ne sono bastati 15 in meno!).

Tenere presente che i koulourakia non devono imbrunirsi, ma restare quasi pallidi.

Togliere dal forno, fare raffreddare e conservare in una scatola di latta.



lunedì 15 febbraio 2021

Depistaggi - Torta vegana al cocco

 

Si può regalare, per san Valentino come per ogni altra occasione, un tubetto di crema cortisonica?

Dunque le cose stanno così: da qualche anno a questa parte mi curo prevalentemente con medicina omeopatica e attualmente sono alle prese con una dermatite, di cui soffrivo durante l’adolescenza, che è rispuntata fuori ora, a distanza di qualche anno e che sto pazientemente curando con i suddetti rimedi.

L’amato bene, da uomo tollerante e intelligente quale è, mi appoggia in questa mia scelta sebbene non approvi fino in fondo proprio tutte le sue sfaccettature.

E in particolare si e mi domanda se su quella mano martoriata di bolle e croste non faccia prima a mettere un bello strato di crema al cortisone che metterebbe fine, in un batter d’occhio, a pruriti e aspetto da zampa di rettile anziché riporre la mia speranza in tubetti di granuli e unguenti prodigiosi per giorni e giorni di fiduciosa agonia.

Ma io, testarda e (assolutamente) fiduciosa, appunto, vado per la mia strada glissando su ogni offerta medicamentosa che non sia contenuta in tubetti “senza indicazioni terapeutiche approvate”.

Mattina di san valentino. Non me lo aspetto nemmeno un vero e proprio regalo per la verità. Tutt’al più fiori. E invece te lo vedo arrivare con un pacchetto piccolo, grazioso, infiocchettato.

Apro e scopro una scatola di pomata. E mi fermerei lì, che lo conosco il suo spirito burlone. Infatti rido a crepapelle e gli dico che è stato proprio forte a propormela così, sotto forma di regalo d’amore, questa crema al cortisone che mi ostino a non voler usare.

Mi fa anche tenerezza, che se me la regala per san Valentino vuol dire che gli faccio proprio pena con questa mano disastrata e soffre a vedermi così e vuole aiutarmi a tutti i costi.

Non collego nemmeno quel tubetto già aperto e spremuto a quello sepolto nel nostro cassetto delle medicine e che avevo comprato (non mi ricordo nemmeno più quando) per lui.

Infatti mi viene in soccorso e dalla scatola spunta un rotolo.


Pieno di scritte.


La cosa si fa interessante. Conosco questo tipo di sorprese, cui non è nuovo, sebbene ogni volta mi stupisca in modi diversi.

Perché sì, quello pieno di fantasia e capace di sorprendere con idee e trovate incredibili e romantiche è lui, mica io.

Stento a crederci però. Che siamo in piena pandemia, con tutti i divieti e le restrizioni del caso.

Ma lui è un uomo pieno di fiducia e ottimismo.

Quasi come me con l’omeopatia.

Di fatti non mi sbaglio: è proprio un programma di viaggio quello che sto srotolando fra le mani. Mi basta leggere la prima scritta, “partenza da Roma Fiumicino….” per non capire più niente e farmi trasportare da un progetto reale e concreto.

Niente mete lontanissime, isole in mezzo al mare e voli intercontinentali.

Un volo di due ore e mezza.

La prospettiva, ancora lontana e purtroppo piena di insidie e incertezze, di un viaggio.

Mai regalo mi è sembrato più bello e prezioso.

La crema al cortisone può tornare nel cassetto.

@@@@@@@@@@@@



Sono pochi i dolci di questo sito  che non mi viene voglia di provare appena li vedo. Questo è uno di quelli che ho letto e subito realizzato, pur non avendo in casa tutto l’occorrente. Per esempio l’ingrediente principale: quel cocco rapè (polpa di cocco grattugiata, ridotta in scaglie e senza ulteriori processi di raffinazione) che pare sia molto diverso dalla farina di cocco (con una grana estremamente fine e uniforme), e che per me, fino a oggi, pari erano. Invece no! Disponendo allora solo di banale “farina di cocco”, e non potendo aspettare oltre, io la torta l’ho realizzata con quella. Ma se da una parte ho tolto, dall’altra ho aggiunto: così, anziché utilizzare il latte di soia ne ho messo uno di riso al gusto di cocco. Poi ho diminuito leggermente  la quantità di zucchero, impiegato olio di riso anziché di semi  e giocato come al solito con le farine. La consistenza di questa torta è molto “sbriciolosa”, ma allo stesso tempo soffice. E comunque, se poco poco amate il sapore del cocco non potete proprio esimervi dal provarla!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro)

300 ml di bevanda di riso al cocco

250 gr di farina di farro integrale

150 gr di farina di cocco

80 ml di olio di riso (o di semi di girasole)

80 gr di zucchero di canna

1 bustina di polvere lievitante (cremor tartaro + bicarbonato)

Mezza bacca di vaniglia (o 1 bustina di vanillina)

30 gr di gocce di cioccolato extrafondente

 

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. Raccogliere in una ciotola le farine, il lievito e lo zucchero di canna. Unire anche il latte di riso al cocco e l’olio e amalgamare bene tutti gli ingredienti fino a ottenere un composto omogeneo. Da ultimo incorporare anche le gocce di cioccolato e versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata. Cuocere per circa 45 minuti, fino a che la superficie sarà dorata e l’interno completamente cotto.



 

martedì 24 novembre 2020

Indovina – Torta di avena e cocco

 


Dunque sì, a prima vista, senza occhiali, potrebbe sembrare una cheesecake al cioccolato.

Solo che quelli non sono biscotti digestive intrisi di burro e quello sopra non è cioccolato.

Se è per quello poi, di formaggio non c’è nemmeno l’ombra.

Aguzzando un po’ la vista poi, a un secondo sguardo, più attento, potrebbe dare l’idea di una crostata mal riuscita.

Dimenticata nel forno (in funzione grill) e carbonizzata nella parte superiore mentre quella sotto era venuta tanto bene, mannaggia!

Continuando a scervellarsi potrebbe essere scambiata pure per una sbriciolata invertita, col ripieno emerso, per qualche oscura ragione, e le briciole esplose e rimaste appiccicate sul fondo dello stampo.

Ma nemmeno tirando a indovinare si potrebbe dire che invece è una torta fatta di…fiocchi di avena!

Già, perché io finora con i fiocchi di avena facevo giusto il porridge per la colazione, che poi il nome è solo per capirsi perché in realtà io mi limito a riempire la mia bella tazza di fiocchi, mela, uvetta, mandorle, cannella e tutto quello che trovo nella dispensa, poi a ricoprire tutto di latte di soia bollente quel poco che basta per ammorbidire un po’ e far sì che il risultato non si incastri sulle pareti dell’esofago mentre lo mando giù a piccole e prudenti cucchiaiate.

È che le pappette non mi piacciono, ma dice che il porridge d’avena al mattino fa tanto bene, quindi ecco, mangiare i fiocchi d’avena crudi, nemmeno tostati, mi pareva un buon compromesso.

Poi è arrivato Marco Bianchi e questa sua torta che dire che mi incuriosiva è essere proprio riduttivi.

Siccome non mi pareva abbastanza azzardata, ho pensato di togliere dalla lista degli ingredienti pure quei miseri 80 gr di zucchero che prevedeva e di sostituirli con una decina di piccoli datteri frullati...

E ovviamente di usare una marmellata fatta di soli zuccheri della frutta e dolcificata quindi con succo di mela concentrato.

Ecco, la marmellata: avrebbe dovuto costituire il ripieno.

Ma nel momento in cui ho messo il secondo strato di impasto sopra a quello di marmellata per l’appunto, quella ha iniziato a strabordare conquistandosi spazio e finendo per riemergere completamente.

Assumendo poi tutti gli aspetti di cui sopra: da crostata riuscita male, a cheesecake (magari!), a torta mistero.

Che però è stata una rivelazione.

Di gusto, consistenza, sostanza.

Almeno per una volta i fiocchi d’avena riesco a mangiarmeli cotti.

E il mio stomaco ringrazia.

@@@@@@@@@@@@@@@



A parte aver eliminato lo zucchero, ho sostituito la farina 2 con farina di farro integrale, il latte vaccino con quello di mandorla e le nocciole con le mandorle.

Ingredienti (per uno stampo da 22cm)

150 g di farina di tipo 2 di farro integrale

350 ml di latte (io di mandorla)

250 g di fiocchi di avena

100 g di cocco grattugiato

70 g di nocciole mandorle tritate

80 ml di olio di mais

80 g di zucchero integrale di canna (una decina di datteri piccoli, circa 50g)

Mezzo cucchiaino di vaniglia in polvere

200 g di confettura di lamponi  bacche di sambuco selvatico

Un cucchiaino di lievito per dolci



Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°.

Raccogliere in una ciotola tutti gli ingredienti secchi. Frullare i datteri con un po’ del latte previsto e aggiungerli agli ingredienti secchi insieme anche al latte restante e all’olio. Amalgamare e versare metà impasto in uno stampo oliato e infarinato (o rivestito di carta forno). Aggiungere la confettura e ricoprire con il rimanente impasto.

Cuocere per circa 50 minuti e lasciare raffreddare completamente prima di togliere dallo stampo.



lunedì 18 maggio 2020

Si può! – Crostata di mele del Dottor Berrino



Chi non conosce il Professor Berrino? Colui che ha all’attivo fiumi di pubblicazioni scientifiche e libri divulgativi sull’importanza dell’alimentazione nella cura delle malattie. Quello che non sapevo è che pubblicasse anche ricette e non solo scritte! Compare infatti, insieme al figlio Jacopo, in un divertente video in cui sono entrambi alle prese con la preparazione di una crostata di mele. 


Quello su cui punta l’attenzione maggiormente il Prof Berrino è la dannosità dello zucchero. Al punto tale, sostiene, che non andrebbe sostituito, ma proprio eliminato del tutto e non solo se si è diabetici.
Come? Abituandosi progressivamente a gusti meno dolci. A dolcificare, per esempio, con uvetta, albicocche secche, datteri e poi con i semi oleaginosi: zucca, lino, girasole e sesamo; e con la frutta secca: mandorle, noci, nocciole.
Ecco, io, da grandissima golosa quale sono, non rappresento certamente la persona più adatta a dare incoraggiamenti in questo senso. Eppure da 4 anni, per un problema di salute ho dovuto rivoluzionare radicalmente la mia alimentazione, rinunciando a molte cose di cui pensavo di non poter mai fare a meno. Come per esempio il caffè.
Salvo poi scoprire che di tutto, veramente tutto, si può, col tempo e l’abitudine, fare progressivamente a meno.
Il primo anno sono stata rigorosa e inflessibile. Non ho sgarrato mai pur arrivando a sognare, anche di giorno a occhi aperti, l’aroma del caffè e il gusto smielato di un cornetto ripieno. Poi ho reintegrato poco a poco alcuni alimenti e adesso posso perfino concedermi un caffè al giorno!
Quello che mi è rimasto di questa esperienza tuttavia è l’aver compreso quanto e come l’alimentazione possa influire sulla nostra salute. Quanto e come determinati alimenti siano di gran lunga preferibili ad altri (le farine non raffinate per esempio). Ciò non vuole dire che sia integralista. Mangio insalate di miglio con legumi per pranzo e pane nero spalmato di tahin per colazione. Ma all’occorrenza non disdegno un biscotto (uno!) ripieno di Nutella, un quadratino (piccolo) di lasagna o una fettina panata (di pollo o tacchino).
Solo che queste cose ora sono l’eccezione, lo sgarro, la “botta di vita”.
E non ne ho minimamente a soffrire. La mia battaglia continua, la lotta estenuante con me stessa e gli istinti più reconditi rimane, senza dubbio quella con i dolci.
Che ho imparato, sì, a stemperare, sedare ed educare mangiando verdure dolci cotte la sera (vellutate di zucca, zucchine e compagnia bella), frutta cotta con il kuzu (una radice giapponese dal forte potere alcalinizzante), semi oleaginosi e acidulati vari per compensare le ricadute, applicando qua e là anche nozioni di cucina macrobiotica.
Prendo il caffè amaro già da molti anni, ma in questo caso sono fortunata perché io amo visceralmente il sapore del caffè tanto da considerare lo zucchero un fastidioso intruso.
Però continuo ad emozionarmi davanti alla vetrina di una pasticceria, al video della preparazione di un dolce, all’immagine di un soffice ciambellone glassato.
Accade però sempre più spesso, che il gusto non corrisponda più alle aspettative. Senza accorgermene si è fatto più selettivo e adesso, quando le assaggio, le crostate con la marmellata industriale mi sembrano stucchevoli, i gelati smielati, i dolci in genere sempre troppo dolci.
Senza accorgermene ho educato parzialmente il mio palato, trovando per esempio nella cannella, e nel suo gusto naturalmente dolce e impetuoso, un validissimo alleato.
Mi stordisce e non ci penso più! Esagero naturalmente: ma è vero che aiuta moltissimo.
Qualche difficoltà in più subentra con il cioccolato e tutto ciò che gli ruota intorno.
Fondente, minimo al 72%, meglio se all’80. Ma come dire di no per esempio al gusto del gianduia? Quell’impasto delizioso di cioccolato e nocciole (e zucchero)? Anche qui, ho scoperto l’immenso potenziale delle creme di nocciole e di mandorle.
Provate a frullare 200 gr di nocciole con tutta la pellicina (non di meno altrimenti non viene) fino a che, superando lo stadio granuloso, non si trasformano in una crema paradisiaca fatta incredibilmente solo di…nocciole! Un sapore che appaga, mette il cuore in pace, riempie lo spirito e non fa rimpiangere proprio null’altro.
E così, se devo fare un dolce, lo scelgo senza burro, qualche volta senza uova, quando mi sento un po’ più pesante, senza lievito.
Fino a toccare le vette immaginabili dei dolci senza zucchero.
Una contraddizione in termini, ma solo all’apparenza.
Molte ricette “senza” che si trovano in rete, piene di belle promesse e sbandierate garanzie si rivelano deludenti, è vero.
Ma non è assolutamente questo il caso.
Una crostata naturalmente dolce, profumata, cremosa e dal gusto deciso e avvolgente che rende impossibile credere che veramente non contenga nemmeno un grammo di zucchero o di altro dolcificante, tantomeno di miele.
Le dosi della base sono in abbondanza per uno stampo da 26-28 cm di diametro. Ragione per cui avanzerà una porzione di impasto dal quale ricavare deliziosi e croccanti biscottini.
Insomma, non si può non provare. Se non altro per sfatare il mito che senza zucchero…non esista “dolce”!

@@@@@@@@@@@@@@@


Nel video le dosi degli ingredienti sono indicate in “volumi”. Io ho trovato comodo appoggiarmi a una traduzione più precisa fatta dall’autrice di questointeressante blog, apportando solo piccole variazioni come la sostituzione del baccello di vaniglia (che non avevo) con la cannella, che tra le altre cose è un ipoglicemizzante naturale.


Ingredienti

Per la base:
250 gr di farina integrale
180 gr di uvetta sultanina senza solfiti
180 gr di mandorle con la pellicina
50 ml di latte di soia
5 cucchiai di olio extravergine d’oliva
1 baccello di vaniglia (o mezzo cucchiaino di cannella in polvere)
la scorza grattugiata e il succo di mezzo limone non trattato
1 cucchiaino di bicarbonato


Per la crema di mele:
200 ml di latte di soia senza zuccheri aggiunti
5 cucchiai di olio extravergine d’oliva
2 cucchiai di farina integrale
2 datteri denocciolati
1 mela
1 pizzico di sale
1 pizzico di bicarbonato
Scorza grattugiata di mezzo limone non trattato


Per la copertura:
2-3 mele
Cannella in polvere
Malto di riso (facoltativo)



Procedimento
Per prima cosa preparare la crema che andrà lasciata raffreddare. Tagliare la mela a cubetti e farla saltare in padella, a fuoco dolce, con l’olio, un pizzico di sale e un pizzico di bicarbonato. Aggiungere i due datteri tagliati a pezzetti, profumare con la cannella (o i semi di vaniglia) e coprire tutto con il latte di soia. 

Cuocere, mescolando, per 5 minuti, quindi togliere dal fuoco, aggiungere la scorza del limone, frullare tutto e lasciare raffreddare.
Dedicarsi quindi alla preparazione della base.
Frullare l’uvetta (non necessita di ammollo) insieme ai 50 ml di latte di soia, all’olio, al succo del limone e al pizzico di sale. Tritare finemente le mandorle e aggiungerle al composto.
In un’altra ciotola arieggiare la farina insieme alla scorza del mezzo limone e al bicarbonato.
Unire il composto di uvetta e mandorle alla ciotola della farina e amalgamare fino a ottenere un composto compatto e omogeneo. Se dovesse risultare faticoso da tenere insieme aggiungere progressivamente cucchiaini di latte di soia fino a raggiungere la giusta consistenza (nel mio caso non è stato necessario). Stenderlo sulla spianatoia infarinata a uno spessore di 3-4 millimetri, quindi trasferirlo in uno stampo spennellato di olio.
Rifilare i bordi e coprire con la crema di mele. 

Livellare e disporre a cerchi concentrici le mele tagliate a fettine sottili.
Cuocere la crostata in forno, preriscaldato, a 180° per circa 30-35 minuti e appena sfornata spennellarla con un cucchiaio di malto di riso (o orzo) sciolto in un cucchiaio di acqua. Questo la renderà lucida e bellissima!
Con la pasta avanzata sarà possibile realizzare dei biscottini che cuoceranno in 10-12 minuti di forno.
Lasciare raffreddare la crostata e conservarla in frigorifero.




martedì 5 maggio 2020

Toglietemi tutto… - Crostata di albicocche con frolla alla banana




È indubbio che le immagini da me prodotte in questo periodo abbiano tutte un aspetto piuttosto cupo. Scuro perlomeno.
Ma conferito da una buona causa (oltre al fatto di non avere la minima cognizione di come vadano posizionate le strisce led all’interno della pur fighissima lightbox): il cioccolato!
Perché se è vero che ho perseguito disciplinatamente la mia alimentazione sana, controllata e fatta di dolci (sì lo so che non dovrebbero essercene per niente) senza questo e senza quello, è anche vero che l’ossessione del cioccolato non si è sopita minimamente. Anzi, è andata di pari passo con le restrizioni imposte dalla quarantena. Più quelle si facevano stringenti, decreto dopo decreto, più la voglia di cioccolato saliva e si impossessava della mania di variare ogni singola ricetta, agendo per conto proprio.
Le variazioni poi si esplicavano perlopiù in un unico senso: sostituendo parte della farina con del cacao o infilandoci dentro direttamente la tavoletta di cioccolato sciolta.
Extra fondente naturalmente.
E quindi perlopiù ho cucinato dolci (ma va’?), non riscontrando significative variazioni, almeno in questo, rispetto alle mie abitudini di prima del lockdown. Sono stata anche fortunata perché non sfiorandomi minimamente l’ intenzione di dedicarmi a pane e lievitati non ho nemmeno avuto bisogno di individuare spacciatori di lievito.
Mi è bastata (e mi basta) la mia modesta scorta di lievito vanigliato per dolci: apri, giri, inforni e via.
Nemmeno il tanto tempo a disposizione ha scalfito la mia pigrizia in questo senso. E l’unica preparazione poco più elaborata in cui mi sono andata a compromettere è stata quella delle zeppole. Grandi soddisfazioni, eh? Ma credo mi basteranno per gli anni a venire e ne ho ancora due congelate nel freezer.
Per il resto ho continuato a giocare di sottrazione. Fino a voler provare a fare una frolla con le banane nell’impasto! Nelle mie intenzioni servivano a sostituire lo zucchero, ma quando spulciando in giro ho letto che mezza banana può sostituire un uovo in tutte le preparazioni dolci, ho pensato che avrei potuto prendere due piccioni con una fava.
Sostituire in un colpo solo zucchero e uova! Poi, ridimensionando le pretese  e volendo comunque produrre una cosa che almeno somigliasse a un dolce degno di questo nome ho aggiunto ben 7 datteri!
Il resto lo ha fatto la marmellata, ovviamente autoprodotta, ma in tempi non sospetti.
E via, di dolce in dolce, alla riconquista progressiva di una qualche normalità.
@@@@@@@@@@@@@@@

Ingredienti
150 gr di farina di riso
100 gr di farina di farro
20 gr di cacao amaro in polvere
1 banana molto matura
7 datteri denocciolati (se sono molto piccoli calcolarne il doppio)
50 ml di olio di riso (o di semi)
40 ml di acqua a temperatura ambiente
1 cucchiaino di cremor tartaro
Inoltre
Un vasetto di confettura di albicocche


Procedimento
Innanzitutto frullare con il minipimer i datteri e la banana insieme all’olio e  all’acqua. Amalgamare in una ciotola le farine, il cacao e il lievito. Unirvi progressivamente il composto liquido lavorando dapprima con una forchetta poi, quando avrà raggiunto una maggiore consistenza, direttamente con le mani fino a ottenere un composto omogeneo. Ungere uno stampo da crostata e stendervi all’interno, con le dita, un terzo dell’impasto rialzandolo bene sui bordi. Riempire con marmellata a piacere, decorare con le strisce e cuocere in forno già caldo, a 180° per circa 35-40 minuti


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...