"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 27 aprile 2021

Costruire un amore - Farinata di ceci


La farinata è una cosa seria.

Talmente tanto che io con lei ho un rapporto sempre in bilico tra amore e odio che va avanti da tempo indefinito.

Amo quella sua crosticina croccante e saporita in superficie tanto quanto odio il suo aspetto molliccio e anemico della base (che così, pare, deve essere).

Amo il fatto che si prepari tutto sommato in poco tempo (a parte ricordarsi di formare la miscela di farina e acqua in anticipo visto che deve riposare in frigo almeno 4 ore – meglio se tutta la notte) ma odio dover ogni volta lasciare in ammollo la teglia per la settimana a seguire in attesa che si stacchino i residui dal fondo.

Amo la sua consistenza ma odio quando trasuda olio.

E per l’appunto, quella che mangiammo di recente (si fa per dire, ma comunque, in epoca prepandemica) a Volterra era sì tanto buona, ma talmente unta che se la strizzavi potevi riempirci mezza bottiglia di olio.

E insomma, a conti fatti, ancora devo capire se mi piace o no.

Anche se continua ad attrarmi irresistibilmente e non mi rassegno a un amore così controverso nei suoi confronti.

Il fatto è che io amo alla follia i ceci. Tanto da impiegarli anche per fare brownies, biscotti, versioni di hummus al cioccolato e al caffè e perfino cioccolatini.

Poi però arriva questa specie di pizza fatta solo di ceci ridotti in farina e io mi blocco.

Non so. Non capisco. Non mi convince.

Dalla preparazione alla cottura, che pare facile ma non lo è.

Agli albori di questo blog ne avevo fatta una versione che lì per lì mi era anche piaciuta, ma avendola stratificata e farcita di speck avevo, chissà perché, finito per spostare l’attenzione su tutto tranne che sulla protagonista principale, riducendola quindi a mera comparsa.

Segno evidente che tutto questo amore non me lo avesse suscitato nemmeno quella volta.

Così ho continuato a comprare sacchetti di farina di ceci e a provare ricette.

Fino alla scorsa settimana quando, sbirciando sullo stato di Whatsapp ho visto la foto di una farinata bellissima messa da un amico di vecchia data con tanto di elogi, cuoricini, parole festose e slurp vari.

Sono seguite un paio d’ore di messaggi scritti, vocali, foto di teglie, elargizione di trucchi e dritte culminati in una videochiamata a 4 (perché a quel punto, data la levatura e la scabrosità dell’argomento si erano aggiunti anche i nostri rispettivi consorti) con spiegazione dettagliata sulla cottura.

Abbiamo ottenuto 3 cose:

1)   Una ricetta senza olio all’interno dell’”impasto”

2)   Una farinata – buonissima - che non ha previsto scalpello e seghetto per tirare via le incrostazioni dalla teglia

3)   Un appuntamento a breve per rivedersi finalmente tutti e 4 dopo tanto tempo.

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Ingredienti

250 g di farina di ceci

650 ml di acqua

Aghi di rosmarino

Sale

Pepe (facoltativo)

Olio evo per ungere

In più, prima di infornare, io aggiungo:

prezzemolo tritato e scorza di limone grattugiata


 

Procedimento

Disporre in una ciotola la farina, il sale, il pepe e il rosmarino. Unire l’acqua mescolando con una frusta manuale per evitare la formazione di grumi. Coprire il recipiente e lasciare riposare per almeno 4 ore.

Al momento di cuocerla, scaldare perfettamente il forno alla massima temperatura in funzione ventilato. Ungere molto bene una teglia antiaderente (o anche la placca del forno): non essendoci olio nell’impasto, non basta spennellare, bisogna che ce ne sia un sottile strato, senza esagerare, ma che comunque copra bene ogni parte della teglia, bordi compresi. Riprendere il composto, aggiungervi il prezzemolo tritato finemente e la scorza del limone grattugiata  e, con l’aiuto di un cucchiaio su farla colare, versarla lentamente nella teglia, in modo che l’olio sottostante non venga via, se versata di colpo.

Infornare per 10 minuti, dopodiché aprire il forno, lasciare uscire l’umidità per qualche secondo, spostare la manopola in funzione grill e proseguire la cottura per altri 10 minuti.

Io la preparo la mattina per la sera. Anche riscaldata è molto buona e anzi, a gusto mio, il giorno dopo, lo è anche di più!


 

lunedì 12 aprile 2021

Niente di nuovo - Dahl di lenticchie

 

Pensavo che almeno quello dei 10 me lo sarei ricordato, ma coerentemente con me stessa, e l’ assoluta trascuratezza di questo blog, mi è sfuggito anche questo!

Ovviamente me ne sono ricordata a cose abbondantemente fatte, quando dalla ricorrenza dei dieci anni di blog era ormai passata quasi una settimana e ogni tentativo di rimediare almeno in parte si scontrava con tutta una serie di cose, tipo:

a)   L’intenzione di iniziare un periodo di detox eliminando determinati alimenti per un po’ e quindi il divieto assoluto -autoimposto -  di preparare  almeno un dolcetto su cui piantare una candelina (sigh).

b)   La pigrizia di decidere comunque di preparare un dolcetto e magari dopo averlo fotografato e privato della candelina farne beneficienza.

c)    La nebbia totale in cui da un anno circa a questa parte sta trascorrendo la mia vita.

So di non confessare una cosa originale dicendo che lo scoglionamento assoluto e prolungato da pandemia ha finito per livellare un po’ tutto: impegni, emozioni, progetti, perfino la cucina.

Ma nel mio caso direi una bugia.

Perché se è vero che apparentemente e in superficie mi pare di muovermi come un automa e vivere solo per fare la spesa/andare al lavoro/pulire casa... poi di fatto leggo libri, sogno viaggi, mi appassiono a cose nuove riguardanti l’alimentazione e sperimento perfino un piatto indiano come il qui presente!

E dimentico (anche) il decimo compleanno del mio blog, come da tradizione.

Niente di diverso dal solito, in fondo.

 

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Di lui non si può certo dire che sia fotogenico, ma buonissimo sì! E se si amano le spezie, i sapori forti e decisi, le consistenze cremose e i legumi è facile che nasca un amore anche al di là dell’estetica. Che poi si può sempre migliorare, eh? Da più cremoso a più denso è solo questione di gusti: l’importante è che le spezie ci siano tutte e che si accompagni a un buon pane o a del riso in bianco. Ma che poi: anche mangiato così, da solo, fa la sua grandissima figura. Tutto in una ventina di minuti senza nemmeno doversi ricordare di mettere in ammollo le lenticchie.

La ricetta è di Runveg, replicata fedelissimamente.

Ingredienti

250 g di lenticchie rosse decorticate

½ lt di brodo vegetale

1 carota

1 scalogno piccolo

2 cucchiai di olio extravergine d’oliva

1 cucchiaino di curry

1 cucchiaino di curcuma

½ cucchiaino di zenzero in polvere

Sale

Pepe


Procedimento

In una padella appena unta di olio far appassire la carota e lo scalogno tritati finemente. Aggiungere il brodo vegetale caldo e, quando giunge a ebollizione, unire le lenticchie (che non hanno bisogno di ammollo preventivo) e lasciare cuocere per circa 15 minuti a fuoco molto dolce (eventualmente aggiungere un’altra tazzina di acqua calda). Incorporare le spezie, aggiustare di sale e cuocere altri 5 minuti. A questo punto lo si può frullare tutto o in parte o gustare così com’è.



lunedì 4 gennaio 2021

Ridere - Rustico di salmone e provola

Contrariamente a ogni previsione, quell'anno infausto che non voglio nemmeno più nominare si è invece concluso nel più sorprendente dei modi. Intendiamoci: di cose belle ne ha avute pure lui, che poi alla fine, a dispetto del mio umore color pece, delle mie lamentele senza fine e di tutti i gne gne gne per i viaggi sfumati (per i 12 giorni in Namibia, però, permettetemi di considerare legittimo qualche piccolo rodimento di chiccherone), alla fine, ripensandoci, siamo riusciti a fare:

-un weekend lungo a Napoli, a giugno, godendoci tutta la sua bellezza in totale tranquillità, priva com'era di turisti;

-un weekend corto al lago di Bolsena, a luglio, con cena stratosferica per festeggiare gli 11 anni di matrimonio (testimonianze sparse anche qui e qui);

-18 giorni in Grecia, a settembre, tornando nella meravigliosa Creta in cui ormai stiamo per prendere la cittadinanza onoraria.

E quindi ecco, non è che di momenti belli (e anche bellissimi) non ci siano stati in quell'anno lì, ormai alle spalle.

Ma questi sono bilanci e io avevo detto che non li avrei fatti, nemmeno per stargli a dare questa soddisfazione.

Per cui dicevo, col mio solito, ingrato spirito da “va tutto male, fa tutto schifo” anche se così, ringraziando il cielo, non era, mi apprestavo a festeggiare, recalcitrante e insofferente, un capodanno in patria, cosa che non accadeva da..almeno 20 anni!

E soprattutto un capodanno in compagnia di qualcuno che non fosse esclusivamente l’amato bene, per la tradizione che “Natale con i tuoi, ma Capodanno tutto per noi”, in giro per il mondo o per l’Italia ma comunque solo noi.

Ligi alle regole severe delle ultime disposizioni, abbiamo apparecchiato, distanziati, una tavola per soli altri due commensali non conviventi.

Amici residenti a 20 metri da casa nostra, con i quali dunque condividiamo l’indirizzo, seppure con un diverso numero civico.

Per l’occasione abbiamo apparecchiato nei toni dell'oro e del rosso


facendoci poi prendere la mano e finendo per spargere “oro” un po’ ovunque

e cucinato, con moltissimo amore, una cena a base di pesce, 


riuscita per metà, visto che ho miseramente fallito la cottura della pasta rovinando un meraviglioso condimento a base di cozze e vongole che l’amato bene aveva speso una mattinata intera a pulire, far spurgare (con acqua di mare!), cuocere, coccolare e incoraggiare per consegnarle nelle mie maldestre mani.

Ma perfino questo fastidioso contrattempo è passato in sordina, travolto dalle risate e dalla voglia, evidentemente condivisa, di lasciarci alle spalle quell’anno lì e tutte le sue brutture, compresa una qualità di pasta dalle mille promesse e i risultati pessimi (non è stata tutta colpa mia!).

Non ce ne é fregato niente.


Abbiamo salutato il nuovo anno con lenticchie e salsicce, un godurioso panettone artigianale al mirto,

risate a non finire e uno stare insieme semplice e bello come non ce ne ricordavamo. 

Durato fino alla fine del coprifuoco e quindi ben oltre l’alba del nuovo giorno.

Roba che io, le sette di mattina a capodanno, non le ho mai fatte nemmeno a 20 anni.

A quel punto sarebbe stato bello infilarsi il cappotto e andarsi a prendere cappuccino e cornetto al bar, ma non si poteva.

Che uno dice: “ma che avete fatto fino alle 7 del mattino”?

A pensarci prima mi veniva l’orticaria.

Tanto per cominciare, intorno alle 4 e mezzo, ho anche messo su il brodo per i tortellini che il giorno dopo avevo promesso all'amato bene.

E tutto il resto del tempo è scorso così velocemente da non rendercene nemmeno conto.

Giocando innanzitutto.

Con un vecchio Trivial Pursuit dalle domande un po’ obsolete ma sempre tanto affascinante.

Per poi passare alle carte, farsi insegnare 31 e sbancare tutti (la fortuna del principiante!).

E poi soprattutto ridendo, cosa che avevamo un po’ dimenticato di fare.

Senza abbracciarci e baciarci nemmeno allo scoccare della mezzanotte.

Festeggiando con bastoncini di scintille e guardando i fuochi dalla finestra.

Arieggiando la stanza ogni tot per evitare possibili contagi.

Prestando la massima attenzione a ogni norma di buon senso, ma prendendo la vita, i problemi, i pensieri, le amarezze, almeno per una notte, una intera notte, con estrema leggerezza.

Compreso un piatto riuscito male.


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Quelle delle torte di pasta sfoglia sono delle “non ricette”, vista la facilità con cui si possono portare in tavola, con ripieni e forme sempre diversi e risultati sempre garantiti.

Proprio per questo mi piacciono da impazzire e rappresentano quella comfort zone in cui rifugiare tutte le ansie connesse alla preparazione di un’intera cena. Questa, nello specifico, è a base di salmone e provola affumicata e ha la forma di un pesce. Ma va da sé che ci si possa veramente sbizzarrire, a mano libera e con apposite formine.

Ingredienti

2 rotoli di pasta sfoglia, rotonda o rettangolare

150 gr di salmone affumicato

8 fettine molto sottili di provola affumicata (io la compro già affettata)

1 uovo

Semi di sesamo e di papavero

Procedimento

Preriscaldare il forno a 200°.

Srotolare il primo rotolo di pasta sfoglia lasciandola sulla sua carta forno.

Adagiarvi sopra le fette di provola e poi ricoprirle con i ritagli di salmone affumicato. Coprire con il secondo rotolo e, con l’aiuto di un coltellino molto affilato, ritagliare una sagoma a piacere. Io in questo caso ho scelto di dare la forma di un pesce e, con una formina per biscotti, di ricavare tante stelline dalla parte avanzata. Trasferire tutto su una placca da forno, spennellare la superficie della pasta con l’uovo sbattuto e cospargere di semi di sesamo e di papavero.

Infornare per circa 20 minuti.

N.B.: a garantire la buona riuscita di un rustico, a base di pasta sfoglia, è lo shock termico che la pasta subisce dal frigo al forno molto caldo, perciò per esempio, il secondo rotolo di pasta sfoglia tiratelo fuori dal frigo solo al momento opportuno. Oppure, se pensate che la lavorazione sia durata troppo e  che il tutto sia stato troppo a  lungo a temperatura ambiente, mettete la teglia in frigo per qualche minuto e solo poi direttamente in forno.

 

 


mercoledì 14 ottobre 2020

At-tentiii - Strudel salato con funghi, cotto e feta

 


Non che sia proprio necessario festeggiare, ma anche dei perfetti asociali come noi, nel caso di un compleanno, amano ricevere, perlomeno, i “congiunti” più stretti.

Genitori.

Fratello.

Cognata.

Nipotella.

Per un totale quindi di 8 persone e mezza, che allo stato attuale delle cose saremmo anche fuorilegge.

Ma tutto ciò accadeva qualche giorno prima del nuovo DPCM Atto II.

Rigorosi come siamo, che da quando è iniziato tutto siamo penso gli unici al mondo ad avere SEMPRE portato la mascherina al cospetto dei nostri anziani (e non solo di loro), oltre a starci a debita distanza, si poneva il problema, cadendo il compleanno dell’amato bene col primo fresco di stagione, di non poter più assembrarci selvaggiamente all’aperto (come era accaduto per il mio, di compleanno), in giardino, disposti, sempre nel numero di 8, su due tavoli per un corretto distanziamento.

Abbiamo allora preso in considerazione l’idea del buffet. Togliendo di mezzo tavolinetti e mobili inutili che potessero consentire la libera circolazione delle 8 persone di cui sopra, noi compresi, e sedie disposte ai quattro cantoni del salotto.

Poi ci sono state le prime freddate, i primi smocciolamenti, le prime febbri, che di questi tempi anche un semplice raffreddore scatena attacchi di panico e crisi isteriche. Fratello, cognata e nipotella sono stati dunque confinati e prudentemente esclusi dal convivio.

Ed è così dunque che ci siamo trovati a festeggiare allegramente in 6…cioè solo noi e rispettivi genitori.

L’idea del buffet è rimasta e si è anzi ancora più radicata, ma i controlli si sono fatti, se possibile, ancora più stringenti.

Del resto, non a caso mi hanno sempre additata come l’inflessibile Hitler della famiglia…

Tanto per cominciare, igienizzazione preventiva delle mani di ognuno davanti a questi miei occhi con gel distribuito da me medesima e relativo sguardo torvo alla minima rimostranza. “Ma veramente io mi sono appena lavato le mani…” azzardava timidamente mio suocero rassegnato a porgere comunque la mano per raccogliere il gel che altrimenti sarebbe colato a terra.



Poi non è che, finito di allestire l’ultima portata, si potesse scatenare l’inferno attorno al tavolo. Tutti seduti (ai quattro cantoni) e UNO ALLA VOLTA si procedeva a:

1) armarsi di piatto e forchetta allocati in un tavolino a parte;

2) dirigersi al buffet e SENZA PARLARE per evitare spargimenti inutili di droplets sulle pietanze (oltre che il linciaggio in diretta da parte della accogliente padrona di casa) ci si poteva riempire il piatto anche fino a  scoppiare.

E – udite udite- ci si poteva accostare al tavolo tutte le volte che si voleva, a patto di fare attenzione di essere sempre, rigorosamente, da soli a farlo.

Il tutto avveniva con le porte-finestre di sala e cucina spalancate per favorire un corretto ricircolo di aria sotto forma di corroboranti correnti siberiane.

A compensazione di ciò eravamo però disposti a distribuire felpe qualora si fosse reso necessario…

Ma i nostri anziani, che ci conoscono bene, erano arrivati equipaggiati di tutto punto con pile e scarpe imbottite.

Sì, per la verità sarebbe stato corretto anche fargliele togliere all’ingresso, le scarpe, ma dati gli acciacchi di schiena, le artriti, i dolori e le compagnie belle abbiamo preferito soprassedere.

Da ultimo si poneva la questione torta e soprattutto candeline. Non è che dopo tutti questi accorgimenti uno arriva con la torta e la porge al festeggiato che prendendo la rincorsa ci soffia sopra tutta l’energia primordiale spargendo su ogni fetta milioni di goccioline potenzialmente infettanti.

Ecco, quindi la torta, ancora confezionata, è stata messa per un attimo da una parte.



Le candeline invece conficcate su una mezza zucca, a tavolo completamente sparecchiato, e lasciate così libere di essere inondate di tutte le goccioline del mondo, fra canzoncine di auguri e battute di mani.

I baci e gli abbracci naturalmente sono stati solo simulati e distribuiti a distanza.

Che poi alla fine mi chiedo, ma prima, come facevamo?

A stare tutti appiccicati, a stringere mani, scambiarsi abbracci, regalarsi baci. A mangiare una fetta di torta su cui si erano posate ondate di droplets e magari qualcuno ci aveva perfino passato un dito sopra per assaggiare la crema?

Senza nemmeno farci caso. A quanto potesse essere bello e prezioso tutto questo. Goccioline comprese.

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Tra le varie portate del buffet figurava anche questo strudel salato.

L’abbinamento della feta con i funghi una scoperta che ci è piaciuta moltissimo. fare la pasta per lo strudel non è complicato, ma io stavolta ho voluto proprio giocare facile e mi sono affidata a un comodo rotolo di pasta sfoglia pronta.

Ingredienti

1 rotolo di pasta sfoglia rotonda

100 gr di prosciutto cotto

100 gr di formaggio feta

300 gr di funghi champignon

1 spicchio d’aglio

Prezzemolo

1 tuorlo d'uovo

Semi di sesamo

Olio extravergine d’oliva

Peperoncino in grani (facoltativo)

Sale



Procedimento

Mondare i funghi e tagliarli a pezzetti. Scaldare due cucchiai di olio in una padella con lo spicchio d’aglio sbucciato e tagliato a metà. Saltare i funghi per qualche minuto a fuoco vivace, cospargendoli di prezzemolo e un pizzico di peperoncino. Salare con moderazione e lasciare raffreddare.

Preriscaldare il forno a  200°.

Srotolare la pasta sfoglia lasciandola sulla sua carta forno. Adagiare sopra la parte centrale le fettine di prosciutto cotto. Scolare bene i funghi e distribuirli sul prosciutto e infine sbriciolarvi sopra la feta. Con l’aiuto di una rotella o di un coltello molto affilata tagliare delle strisce parallele ai due lati del cerchio di pasta e sovrapporle sul ripieno.


Spennellare la superficie dello strudel con il tuorlo d’uovo leggermente sbattuto e cospargere di semi di sesamo.

Cuocere per 25 minuti.

 


lunedì 30 dicembre 2019

Felice e consapevole 2020 - Albero di Natale salato

Vi auguro sogni a non finire - Jacques Brel



Vi auguro sogni a non finire
la voglia furiosa di realizzarne qualcuno
vi auguro di amare ciò che si deve amare
e di dimenticare ciò che si deve dimenticare
vi auguro passioni
vi auguro silenzi
vi auguro il canto degli uccelli
al risveglio
e risate di bambini
vi auguro di resistere all’affondamento,
all’indifferenza,
alle virtù negative
della nostra epoca.
Vi auguro soprattutto
di essere voi stessi.

Jacques Brel

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La peculiarità di questa torta è lo stampo a forma di albero di natale (che poi esiste anche a forma di stella, volendo). Per il resto ci vuole più a dirla che a farla. Ma allo stesso tempo non è una qualsiasi torta salata: è una torta salata con dentro il salmone, quello che di solito è presente sulle tavole delle feste sotto forma di tartine o canapè o sfoglie salate. Ecco: qua potrete essere originali, infilandolo direttamente dentro un impasto da poter preparare anche in anticipo e trasportare agevolmente nel caso dobbiate portarlo alla cena dell’ultimo dell’anno!

Ingredienti 350 gr di farina 00

200 ml di acqua

120 ml di olio di semi di girasole

200 gr di salmone affumicato

200 gr di provola affumicata

2 zucchine romanesche medie

4 uova

2 cucchiai di pecorino

1 scalogno

1 cucchiaino raso di sale

1 bustina di lievito istantaneo per torte salate

Inoltre:

olive nere denocciolate

pomodorini

semi di sesamo

erba cipollina fresca o secca





Procedimento

Come prima cosa lavare e mondare le zucchine, tagliarle a cubetti piccoli e farle rosolare in una padella con un po’ di olio e lo scalogno tritato, avendo cura di mantenere la fiamma alta per lasciarle croccanti e non correre il rischio di lessarle. Una volta saltate per qualche minuto metterle da parte e lasciarle raffreddare. Nel frattempo preriscaldare il forno a 180° e setacciare la farina con il lievito. In una ciotola molto capiente rompere le uova e sbatterle a lungo con il sale. Aggiungere a filo l’olio e l’acqua, quindi il pecorino e progressivamente la farina. Da ultimo unire il salmone tagliato a striscioline, la provola a cubetti e le zucchine. amalgamare bene e versare il composto nello stampo. Distribuirvi sopra le olive e i pomodorini, quindi cospargerlo di semi di sesamo ed erba cipollina e infornare per circa 50 minuti.


lunedì 26 agosto 2019

Gratitudine - Cubotti di tramezzini tonno e pesto




Una volta la faccenda includeva anche lenzuola e asciugamani.
Ma si parla dei primissimi tempi di matrimonio, quelli molto brevi in cui ancora si vuole dare di sé un’immagine lustra e inattaccabile.
Nel giro di pochissimi mesi tuttavia la faccenda è cambiata radicalmente.
L’ansia è stata contenuta, le manie di grandezza ridimensionate, i guizzi di follia stroncati sul nascere.
Ed è così che il ferro da stiro è divenuto, in casa nostra, un emerito sconosciuto rinchiuso nell’angolo più remoto e polveroso dello sgabuzzino insieme all’asse e alla bottiglia di acqua deionizzata profumata che ormai avrà fatto il muschio.
L’amato bene inizialmente si è immolato da solo alla causa, stirando più che altro le camicie della divisa e qualche capo mio che, causalmente, si trovava nel mucchio.
Poi c’è stato il periodo in cui aveva scoperto che di queste fosse sufficiente stirare molto bene collo, polsini, triangolo centrale visibile dalla giacca o dal maglione senza curarsi di tutto il resto.
Infine è rinsavito del tutto e giunto alla conclusione di poter vivere serenamente anche indossando una camicia non stirata, ma “stesa come si deve”.
È l’estate che presenta insidie, quando si usano tessuti più leggeri e non ci sono giacche o maglioni dietro cui celare marachelle.
Tutte le spiegazzature impietosamente alla luce del sole.
Balze, volant, frizzi, lazzi che usciti dalla lavatrice diventano un unico corpo informe. Stretti in uno stropicciatissimo abbraccio.
Io però adotto la tecnica del “ti ho messo stavolta, ti rimetto l’anno prossimo”.
Lui non si rassegna al fatto di non indossare più i suoi abiti civili fatti perlopiù di camicie obiettivamente carine ma…da dover poi stirare.
“non ti preoccupare amore, dai poi le stireremo”
Lo rassicuro io sapendo già che finiranno nell’angolo remoto dello sgabuzzino insieme al ferro e ne usciranno solo a fine stagione (e scampato pericolo) per essere riposte.
Quando però l’armadio sta per svuotarsi lui se ne ricorda e le riesuma.
Ed è a quel punto che tira fuori anche tutto il mio, di armadio, confluito lì, in attesa perenne. Sacrificandosi, stirando per tutti e due.
Il cuore mi si spalanca di commozione e gratitudine alla vista di lui, grondante, confuso fra i vapori del ferro da stiro.
Gli grido che mannaggia stavo per farlo io per ringraziarlo, comunque, subito dopo e inchiodarlo così al suo slancio altruistico.
E corro via, mentre lo guardo girare e rigirare tra le mani una gonnellina leggera tutta balze, indeciso su come affrontarla.
È con infinita tenerezza che lo sento bofonchiare “ma na camicetta normale voi no?”
Ma non occorre che sappia anche distinguere con esattezza cosa sta stirando.

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Pare che le tartine siano superate, un po’ anni ’80, ma per me hanno sempre un fascino irresistibile.
Poi certo si può dare loro una nuova veste, stratificarle magari, montarle su un’impalcatura che le faccia sembrare più giovani. Senza che questo ne intacchi minimamente il fascino.

Ingredienti
Pane per tramezzini
Pesto
Tonno sott’olio ben sgocciolato
Olive verdi o nere
Spiedini di legno

Procedimento
Spalmare generosamente il pesto su un lato di ogni fetta di pane; ricoprirla di tonno sbriciolato e sovrapporre un’altra fetta di pane lasciando in alto la parte con il pesto. Coprire nuovamente di tonno e chiudere con la terza fetta di pane questa volta con il pesto rivolto in basso. Armarsi di coltello ben affilato e tagliare le fette a quadrotti, infilzare ognuno di questi con uno spiedino in cui sia stata a sua volta infilzata un’oliva.




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