"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 15 dicembre 2020

Che tempi! - Plumcake al caffé e nocciole

Le nuove frontiere del blogging: un post scritto, composto ed editato (su quest'ultimo punto non garantisco) direttamente dal cellulare!

Mai avrei creduto possibile raggiungere simili vette di sciatteria.

Che, pazienza scrivere saltuariamente e ormai senza nemmeno più uno straccio di piano "editoriale". Pazienza pure soprassedere sull'addobbo natalizio della casa che quest'anno dall'8 dicembre che è stato portato a compimento è passato pure in cavalleria (a parte lo sbandieramento  su facebook) e non è da me.

Ma che addirittura non trovi tempo né agio di mettermi comoda al computer a comporre e digitare uno scrittuccio dignitoso non l'avrei mai creduto possibile.

Le prime avvisaglie mi sono arrivate da quelle volte in cui ho iniziato a trovare normale corredare i miei post di foto scattate direttamente con lo smartphone. Magari di sera. O di mattina all'alba con la casa ancora immersa nel buio. Avrei dovuto immaginarmelo che il passo successivo sarebbe stato questo.

Ma dice che bisogna stare al passo con i tempi, con il cambiamento e con le novità. Farsi flessibili.

Sarà, io comunque continuo a preferire i vecchi metodi. Quelli appunto del computer e di sedia e scrivania.

Ma tant'è. 

Annaspando nella sciatteria comunque riesco ancora a scovare chicche come la ricetta di questo plumcake che ho visto qui. Io adoro il caffè, ma ormai da anni ne bevo soltanto uno al giorno e solo occasionalmente due.

Ho quindi imparato ad amare anche l'orzo, miserello sostituto cui ci si abitua giusto per rassegnazione. Ho voluto però combinarli e fare un po' e un po'. 

Casualmente avevo anche un piccolo brick di bevanda vegetale di riso alla nocciola...facile decidere di miscelarli con quello i due caffè solubili.

Infine, giusto qualche giorno fa avevo comprato un sacchetto di zucchero di canna integrale che ha questo aspetto qui e sa tanto di liquirizia.

Combinazione perfetta, tanto che quando mi sono trovata davanti questa ricetta non mi sono potuta esimere. Per concludere con gli aggiustamenti e le varianti, ho usato farina di farro e di farro integrale. E insomma, pur con tutte le piccole modifiche apportate è uno di quei dolci che penso rifaró spesso: troppo buono con quella consistenza umida sotto la crosticina croccante. L'aroma deciso e avvolgente di un caffè quasi speziato.

Sì perché qua di biscotti natalizi non ne facciamo. Tempo zero, voglia non ne parliamo. In compenso quest'anno, oltre ai consueti cuoricini di zenzero, ne abbiamo provato un altro tipo di IKEA, a base di avena e cannella. Belli e fatti che basta aprire la scatola. Altro che impasta, inforna e guarnisci.

 Il tutto mentre addobbavamo a più non posso.








Con surplus di luci, rispetto agli anni scorsi e nessun altro gingillo aggiunto al novero escludendo una pupazza alata che ci guarda dalle scale.

E quindi ecco, alla fine se in calce a questo post attacco qualche foto del tutto riesco a sbrigare pure la pratica "post su addobbi natalizi".

Mentre abissi sempre più profondi di sciatteria paiono inghiottirmi.

Ma il plumcake provatelo, che ne vale veramente la pena!

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Trovate la ricetta originale sul blog di Alice , Pane libri e nuvole, a questo link.

 Di seguito la mia versione.

Ingredienti

180 g di farina di farro bio
100 g di farina integrale di farro
3 uova
100 g di zucchero di canna integrale
110 ml di olio di semi
150 ml di latte di riso alla nocciola
2 cucchiaini di orzo solubile
1 cucchiaino di caffè solubile
1 bustina di lievito in polvere
70 g di nocciole tostate
1 pizzico di sale


Procedimento

Preriscaldare il forno a 180° e ungere e infarinare uno stampo da plumcake.
In una ciotola setacciare le farine e il lievito.
Tritate molto grossolanamente le nocciole, lasciabdobe da parte una decina per la superficie.
In un pwntolino scaldare il latte alla nocciola e poco prina dell'ebollizione spegnere e sciogliervi dentro il caffè d'orzo e quello solubile. Mentre si raffredderà un pochino, montare le uova con lo zucchero con le fruste elettriche per almeno 7-8 minuti, fino ad avere un composto gonfio e spumoso. Unire l’olio a filo, il latte e infine incorporare le farine con una spatola.
Da ultimo unire anche le nocciole, e mescolare bene.
Versate l’impasto nello stampo e distribuire in superficie le nocciole rimaste, tagliate a metà.
Cuocere per 35-40 minuti circa facendo la prova stecchino per verificare la cottura

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martedì 24 dicembre 2019

Auguri - Muffin renna



Allegro, spiritoso, leggero;
semplice, dolce, caloroso:
che il Natale sia tutto questo e molto di più!
Auguri
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Ingredienti (per 12 muffin)
200 gr di farina 00
250 ml di latte
90 gr di zucchero
50 ml di olio di semi
2 cucchiai di cacao amaro
1 uovo
½  bustina di lievito in polvere (8gr)
½ cucchiaino di cannella
1 pizzico di sale

Per decorare
250 gr di cioccolato fondente
100 ml di panna liquida
2 cucchiaini di miele
24 pretzel (salatini)
12 amaretti o altri biscottini tondi
12 smarties rossi o marroni
12 confettini tondi bianchi o, in assenza di quelli, delle semplici mentine

Procedimento
Riunire in una ciotola la farina, il cacao, lo zucchero, il lievito, la cannella, e il sale e mescolare bene. In un’altra amalgamare l’uovo con il latte e l’olio, quindi riunire ingredienti secchi e ingredienti liquidi lavorandoli lo stretto indispensabile (il composto finale dovrà risultare piuttosto liquido). Disporre dei pirottini negli stampi per muffin oppure oliare e infarinare questi ultimi.
Distribuire il composto negli stampi riempiendoli poco oltre la metà e infornare per circa 15 minuti facendo la prova stecchino.
Una volta sfornati lasciarli raffreddare completamente.
Nel frattempo preparare la ganache: far scaldare la panna in un pentolino e aggiungervi il cioccolato fondente spezzettato mescolando, a  fiamma bassissima, finché non si sarà sciolto del tutto. Unire il miele, mescolare con cura e lasciare intiepidire.
A questo punto dare forma alle renne spalmando ogni muffin di cioccolato e distribuendoci sopra il biscotto per fare il muso, lo smarties per il naso, le mentine o i confetti bianchi per gli occhi, utilizzando sempre una goccia di cioccolato come “collante”. Sporcare di cioccolato la punta di uno stuzzicadenti per “disegnare” le pupille.




mercoledì 18 dicembre 2019

Natale da noi - Moscardini affogati



Tra tutte le incombenze da sbrigare prima di Natale, quella dei regali è certamente la più complicata. Liberatoria anche, per certi versi. Che il gusto di regalare cose assurde o sgradite a determinate persone ha un che di catartico.
Racchiude in sé tutti quegli improperi formulati e mai pronunciati. Tutti quegli insulti messi a punto e mai esplicitati. E che tutti, unitamente, confluiscono nel regalo più brutto del mondo con effetto immediatamente godurioso su chi lo fa.
Di livore su chi lo riceve. Dice: “Ma a Natale siamo tutti più buoni”.
Certo, difatti gli si fa pure un regalo, a certi soggetti.
Che sia pure bello e gradito mi pare troppo.
E nella frenesia generale di questa pratica si consumano i rituali più strampalati.
Da noi per esempio, da sempre, è quasi più importante la Vigilia.
Perché si scartano i regali, per l’appunto.
Una volta eravamo molti di più a tavola e intorno all’albero subito dopo cena.
Poi, morta nonna, capostipite del branco e ramificatasi la famiglia, ci siamo prima espansi per poi arrivare al nucleo stretto e concentrato di 8 persone + bimba:
-io&l’amato bene
-mamma&papà
-suocero&suocera
-fratello/cognata&adoratanipote
Con varie ed eventuali. Spostamenti di pedine e cambio della guardia il giorno di Natale, quando fanno la loro apparizione una coppia di miei zii, i più affezionati (e soprattutto quelli, fra tutti, ancora in grado di deambulare e raggiungerci) che si uniscono alla nostra tavola.
La NOSTRA tavola, perché per una sorta di legge non scritta, da quando siamo convolati a nozze, ormai un decennio fa, Vigilia e Natale si festeggiano a casa nostra. Inderogabilmente, anche se ci sono dei lavori in corso.
Ma mica cucino tutto io, eh? Ci si divide equamente il lavoro spalmato sui due giorni, secondo capacità e buona volontà di ognuno fino a che il terzo, giorno di Santo Stefano, tanto per stare un po’ leggeri, si va tutti a pranzo fuori!
E allora a mamma compete il risotto alla pescatora della Vigilia oltre che i consueti fritti di verdure pastellate e le classiche puntarelle romane, mentre io mi occupo degli antipasti (immancabili tartine salmone e ricotta o provola) e dei secondi di pesce (di solito seppie con piselli e persico al forno).
Il 25 si passa la palla al suocero che, obtorto collo vista la sua natura pigra e indolente, si cimenta in ben due portate, sempre inerenti la tradizione, che sono la lasagna e l’abbacchio. Quest’ultimo senza patate perché sarebbe pretendere la luna. Siccome poi non a tutti piace l’abbacchio e di tradizione ne abbiamo voluta istituire una tutta nostra, io completo l’opera con il tacchino all’arancia, contorni vari e le patate di cui sopra.
(dalla pagina  https://www.facebook.com/CRISROMATHECLUB/)

La settimana che precede la tre giorni di fuoco è essa stessa scoppiettante.
Di solito per i regali mi organizzo per tempo. Io. Ma visto che sono così previdente mi si finisce per accollare pure quelli degli altre o….per me stessa.
Senti, se vedi una cosa che ti piace compratela, poi ti ridò i soldi perché io non ho molto tempo per girare” – tuona sconsolatamente mia madre.
Come se io passassi l’intera giornata in pigiama e vestaglia a guardare film di Natale sul divano.
Ma anche questo fa parte di una tradizione atavica, che è frutto di grandi risate al momento di scartare e fingersi anche stupiti.
Poi ci sono le telefonate di consultazione e conforto.
Che je posso fa’ a Fabio? E a papà? E a quella che me spiccia casa?
Come fosse facile tirare fuori una seconda idea dopo che si è partorita a grandissima fatica la prima e unica.
Ammiro la tecnica di mio fratello che, intelligentemente e senza ansia, un paio di settimane prima va e sbriga la pratica, procedendo per scelte tematiche. Variando giusto colori e dettagli.
C’è l’anno delle sciarpe per tutti gli uomini e guanti per tutte le donne; quello dei prodotti per l’igiene per gli uni e delle creme per il viso per le altre.
Da qualche anno si era arenato sul filone dei prodotti per la cura della persona, ma al momento della richiesta su cosa avesse potuto regalare all’amato bene, era un particolare che mi sfuggiva. Ed è così che mi è parso del tutto naturale tirare fuori l’asso nella manica, l’idea geniale, il regalo perfetto:
Fagli una pochette di prodotti per l’igiene, che per la piscina o per i viaggi sono sempre comode!”
Perentoria la sua risposta
So’ anni che je regalo na pochette da viaggio, a lui, a zio, a papà…. quest’anno me volevo risparmià qualche vaffanculo”.

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Immagino avrete già messo a punto il menu della Vigilia, ma se per caso foste ancora a corto di idee, questo è uno di quei secondi che fanno fare bella figura con pochissima fatica. Quasi nulla se si ha un pescivendolo di fiducia cui far pulire i moscardini. Ma anche se così non fosse, sappiate che non è un compito così oneroso. Quanto al titolo….l’idea che dei molluschi siano affogati potrebbe apparire bizzarra, ma parliamo di affogare nel vino, allora ha tutto un altro senso. E una logica perfino. E non si dica che in questa casa si mangiano solo dolci! ;-)

Ingredienti (per 4 persone)
1,5 kg di moscardini
4 patate grandi
2 spicchi d’aglio
1 bicchiere di vino bianco secco
Peperoncino in grani
Olio extravergine d’oliva
Abbondante prezzemolo

Procedimento
Come prima cosa mettere a lessare le patate con tutta la buccia partendo da acqua fredda e lasciarle bollire fino a quando, infilzandole con uno stecchino, non risulteranno morbide.
Passare quindi a pulire i moscardini togliendo la pellicola che ne ricopre la sacca, poi rivoltando quest’ultima e privandoli delle interiora. Sciacquarli abbondantemente sotto il getto dell’acqua, dopodiché capovolgerli e togliere il becco, quell’escrescenza situata nel lembo di carne che unisce i tentacoli alla testa. A questo punto, se sono molto grandi, conviene tagliarli magari in due-tre pezzi considerando che tendono a rimpicciolirsi notevolmente una volta cotti.
In un’ampia padella far imbiondire l’aglio sbucciato e tagliato a metà insieme a una manciata di peperoncino in grani. Tuffarci dentro i moscardini e dopo qualche secondo sfumare con il vino.
Alzare la fiamma per altri pochi secondi, per far evaporare l’alcol e poi completare con abbondante prezzemolo tritato finemente e cuocere coperto, a fiamma molto bassa, fino a che risulteranno morbidissimi (occorreranno circa 25-30 minuti secondo la grandezza dei moscardini).
È importante cuocerli a fuoco lento affinché non risultino duri e gommosi.
Personalmente non aggiungo sale se non alla fine, perché a volte vanno già bene così.
Una volta fredde, sbucciare le patate, tagliarle a fette e disporle a raggiera su un piatto da portata. Sistemarvi nel centro i moscardini con il loro sughetto e servire.




martedì 10 dicembre 2019

Eccoci - Granola di miglio e avena alla banana




Pensavo di essere in ritardo come al solito.
Perché è vero che l’albero – e il presepe e le luci in giardino e i decori per tutta casa - si fanno l’8 dicembre.
Ma è pur vero che a casa nostra questa regola vale poco. Non si può andare oltre, ma portarsi avanti sì.
Così come mentre il resto del mondo mette via tutto l’addobbo natalizio dopo il 6 gennaio, da noi pur facendo la loro bella scena nel Presepe, dotati anche di un grosso cammello di legno africano accasciato sotto una palma, i re Magi sono costretti a peregrinare in tondo fra pastori e pecorelle senza mai arrivare a destinazione visto che qua, invece, si rismonta tutto prima ancora dell’Epifania.
Il motivo è che poi per la befana si va tutti a pranzo da mamma, il giorno dopo al lavoro, tempo (e soprattutto voglia) di smontare tutto non ce n’è e l’ansia di assolvere all’oneroso compito finisce per prendere il sopravvento.
Ecco, dicevo, ma se tenere albero addobbi e presepe oltre il limite dell’Epifania mi mette ansia e tristezza, giocare d’anticipo assolutamente no. Fosse per me l’albero lo farei pure a fine settembre, tornata dalle vacanze, se solo non facesse ancora caldo.
Del resto avevo una nonna che giocava a Tombola il giorno di Ferragosto e certi geni devono trovare terreno fertile nel tramandarsi.
Mi vedo bene in uno di quei posti del mondo in cui è sempre Natale, dove gli abeti decorati sono perenni.
Tuttavia, vivendo ad altre latitudini, mi pongo un freno e aspetto, almeno, fine novembre.
Il grande giorno dell’allestimento è preceduto, abitualmente, da un viaggio all’Ikea per andare a prendere l’albero (vero) da riportare poi a fine gennaio perché venga ripiantato. Il viaggio in terre distanti da qui una settantina di km, è finalizzato anche a  un preventivo giro di shopping alla ricerca, oltre che di regali (che però non trovo mai e per i quali sistematicamente mi riduco all’ultimo), anche dei grandi classici della tradizione di casa nostra: il torrone Pernigotti (gianduia e fondente), quello al pan di spagna imbevuto di liquore Strega, la frutta secca tostata, il Caffè Borghetti, i biscotti speziati dell’Ikea, pandoro e panettone rigorosamente Bauli e Motta. C’è più di un motivo per il quale sembra non si possa prescindere da queste due specifiche, insostituibili marche senza incorrere in crisi isteriche: la prima è la convinzione di mio padre che solo Motta faccia il panettone “classico”, mentre tutti gli altri strizzano l’occhio al postmoderno sdilinquendosi in glasse improbabili, ripieni azzardati e assenze gravi come quelle dei canditi o dell’uvetta (e c’è poco da scherzare: il Tartufone è un figlio degenere che probabilmente degli illustri genitori porta solo – ignobilmente - il nome e quei panettoni, sedicenti tali, senza canditi o senza uvetta sono solo tentativi di sabotaggio, opere di spionaggio industriale e haters che agiscono così, mettendo in cattiva luce un marchio che di suo sarebbe serio, storico e incorruttibile).
Poi, oltre a una sorta di mania ossessivo compulsiva spalmata su svariate famiglie della nostra cerchia parentale, una leggenda narra che mia madre, incinta di me, avesse costretto marito e fratello a fare un giro serale per i bar di Roma (in un’epoca in cui non esistevano supermercati aperti 24h) alla ricerca proprio di un pandoro Bauli. Quello e non altri. Del perché non ci giunge notizia. Ma va da sé che, essendoselo poi mangiato quasi tutto da sola, in quella precisa voglia gestazionale si sia sviluppato un imprinting, un marchio di fabbrica impresso indelebilmente su di me, ignara inquilina della pancia di mia madre…potrei mai ora barattarlo in nome di un qualsiasi pandoro artigianale, magari al pistacchio, magari con meno grassi idrogenati, lieviti chimici, conservanti e aromi artificiali? Che non sappia di plastica e di macchine industriali?
Ecco e poi arriva il momento tanto atteso di mettere su tutta la fiera di luci, lucette, folletti (ogni anno di più), ghirlande e nastri sparpagliati un po’ in ogni dove, bagni compresi.


Con la variante però, quest’anno, del presepe aereo anziché nel sottoscala come di consueto, in considerazione della tenerissima e curiosissima età della mia adorata, neocamminatrice nipotina. 


La quale ha già provveduto, in una decina scarsa di minuti di permanenza fortuita, quando ancora l’allestimento non era nemmeno del tutto completato, a:
-      Sbaragliare un intero set di bigliettini d’auguri ricevuti nel corso degli anni che in questo periodo io espongo sui vari ripiani della libreria.
-      Staccare i fili di una ghirlanda di luci attorcigliate sull’albero di Natale che ora, giocoforza, rimarranno lo stesso lì. Belle ma spente.
-      Scaraventare violentemente a terra un portacandele facendo schizzare schegge di vetro e grida di terrore.


Il tutto senza essere rimasta attaccata alla 220 né essersi procurata il minimo graffio.

E tra tempeste di porporina, pericoli scampati, rocamboleschi quanto del tutto inutili tentativi di disporre addobbi a misura di bambino, anche quest’anno, signore e signori, è ufficialmente sbocciato il Natale nella nostra casetta!


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Prima di lanciarsi in abbuffate pantagrueliche, tra un’infornata e l’altra di biscotti da regalare, vale la pena prepararsi scorte di granola per avere a disposizione almeno qualche colazione sana ed energetica senza zucchero ma con tante altre virtù. Si fa in pochissimo tempo, dura fino a un mese chiusa in un barattolo di vetro e sa anche di cannella, tanto per restare in tema ;-)

Ingredienti
140 gr di fiocchi di avena integrale
140 gr di miglio soffiato
110 gr di mandorle
60 gr di sciroppo d’acero
40 gr di semi misti
2 banane
1 cucchiaino di cannella


Procedimento
Schiacciare con una forchetta le banane e mescolarle con lo sciroppo d’acero. In una ciotola capiente riunire il miglio, l’avena, le mandorle tritate grossolanamente, la cannella e i semi misti. Unire i due composti e mescolare bene con una forchetta fino a quando tutti gli ingredienti secchi si saranno inumiditi. Distribuire il tutto su una placca ricoperta di carta forno cercando di livellare. Cuocere a 150° per una ventina di minuti, quindi estrarre al teglia, mescolare, livellare nuovamente e cuocere per altri venti minuti. Spegnere il forno e lasciare raffreddare lentamente con lo sportello tenuto aperto da un cucchiaio di legno per una notte intera.
La granola, ben asciutta e croccante, si conserva in un barattolo di vetro anche per 1 mese.


lunedì 24 dicembre 2018

Buon Natale - Torta Bosco innevato



Come stupire una platea di golosoni quando attorno vorticano pandori, panettoni, biscotti di pan di zenzero e torroni vari?
Semplice. Puntando sugli effetti speciali.
Come per esempio cercare dei coni gelato a ridosso di Natale.
Qualche supermercato li lascia lì anche in inverno, relegandoli però nello scaffale più in alto e meno visibile. Ma non tutti. Così ne ho dovuti girare 3 fino a quando non ho finito per trovarli nel più piccolo e insospettabile.
Se fossero stati anche di misure varie sarebbe stato il massimo, ma mi sarei sentita incontentabile.
Così li ho tagliati io, con tutte le dovute precauzioni, sebbene ne avessi presi in abbondanza proprio per paura di sbriciolarli al primo tocco.
Che un bosco mica è fatto di alberelli tutti uguali.
E nemmeno la neve ci si posa nello stesso modo.
E poi mi mancava un personaggio da metterci sopra.
E chi meglio di Babbo Natale in persona?
Che sia dolce come una torta, avvolgente come una coperta, semplice, felice e spontaneo come il sorriso di un bambino.
Auguri!

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La base è una normale torta al cioccolato, quella che preferite, se avete una ricetta collaudata. Io ne ho voluta sperimentare una nuova, con dentro tanto yogurt (al cocco!), un po’ di liquore, niente burro, zero uova, ad eccezione dell’albume per compattare il ripieno. Già perché una semplice torta al cioccolato non mi bastava. La volevo anche ripiena, non fosse mai ci facessimo sfuggire qualche caloria in più. Qualcuno forse ricorderà quel plumcake lì. Ecco, il ripieno è identico, l’impasto della torta ha subito delle modifiche, ma il risultato è sempre quello di un dolce morbidissimo, umido all’interno e soprattutto farcito di quella meraviglia che somiglia tanto al Bounty.
Siccome poi sono proprio incontentabile e quando vedo il cioccolato non capisco più niente, ho pensato bene di glassarla pure. La scusa era che così si tenevano meglio gli alberelli, la realtà è che una torta al cioccolato senza copertura di altro cioccolato per me è una cosetta light da spiluccare nei giorni di dieta.


Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro)
300 gr di farina 00
300 gr di yogurt al cocco
130 gr di olio di semi di girasole
100 gr di zucchero
25 gr di cacao amaro in polvere
70 ml di latte (anche vegetale)
30 ml di rum (facoltativo, sostituibile con altrettanti ml di altro latte)
1 bustina di lievito vanigliato (16 gr)
1 bustina di vanillina
Per il ripieno
100 gr di farina di cocco
100 gr di zucchero
40 ml di latte (anche vegetale)
1 albume
Per la copertura e la decorazione
300 gr di cioccolato extrafondente
8 coni gelato
granella di zucchero
farina di cocco
figurine natalizie in pasta di zucchero (facoltative)


Procedimento
Per prima cosa si prepara la torta. Anche il giorno prima, così ha tutto il tempo di raffreddarsi per bene, prima di essere decorata.
Raccogliere in una ciotola la farina e il cacao setacciati, poi lo zucchero e aalgamare bene. Aggiungere l’olio. Mescolare insieme il latte e l’eventuale liquore e aggiungerli progressivamente alla torta, stando molto attenti che il composto rimanga sodo perché dovrà sostenere il ripieno che altrimenti andrà sul fondo. Potrebbe non essere necessario mettere tutto il liquido: l’impasto dovrà avere la consistenza di una crema pasticciera molto densa. Solo a questo punto aggiungere anche il lievito e la vanillina setacciati.
Dedicarsi ora al ripieno: mescolare il cocco, lo zucchero e l’albume, unire il latte e amalgamare con cura.
A questo punto versare metà impasto al cioccolato in uno stampo ben oliato e infarinato. Ricoprire con il ripieno al cocco cercando di spanderlo uniformemente senza farlo affondare e ricoprire con il rimanente impasto al cioccolato.
Infornare a 170° per circa 35-40 minuti.
Quando la torta è fredda, si può procedere alla decorazione. Sciogliere il cioccolato, insieme a un cucchiaio di olio di semi, a bagnomaria. Nel frattempo tagliare delicatamente alcuni coni a diverse altezze. Predisporre due ciotole con la farina di cocco e la granella di zucchero e spennellare di cioccolato ciascun cono, passandolo ricoprendolo poi di zucchero o di cocco.
Metterli ad asciugare su una gratella.
Appoggiare anche la torta sulla gratella e ricoprirla con il rimanente cioccolato. Sistemarvi sopra il bosco di alberi, l’eventuale personaggio e infine lasciarvi cadere sopra una abbondante nevicata di cocco!


lunedì 11 dicembre 2017

Addobbi…e qualche dubbio - Tartine di ricotta e salmone


Dopo lo sgarrupato Natale dello scorso anno quando, fra calcinacci, accampamenti di fortuna e rivoluzionamento totale di casa e di vita non abbiamo potuto tirare fuori nemmeno una stella filante dal ricco armamentario riposto in soffitta, quest’anno l’addobbo è avvenuto addirittura con una settimana di anticipo rispetto ai tempi canonici che cadrebbero l’8 dicembre come tradizione comanda.
Particolari ancora da finire di riverniciare, mobilio ancora mezzo bianco mezzo nero, ma appunto sono solo dettagli...

È che non potevamo più resistere e con questa frenesia nell’animo abbiamo tirato giù gli scatoloni dalla soffitta e dato via ai lavori, previo viaggio all’Ikea per comprare l’albero (che poi riporteremo indietro ai primi di gennaio affinché possa essere ripiantato).

Ecco, l’albero innanzitutto: colorato e variegato come da brava nostalgica. Senza filo conduttore né tematiche chic, né colori alla moda, ma solo ricordi e tutto quel che c’è: le palline comprate il primo anno di matrimonio, quelle trafugate dal corredo di mamma e papà con cimeli di quarant’anni fa, le formine riportate da un fiabesco negozio di Boston, un assaggio di Natale moscovita con decorazioni di legno, dono di amici russi e poi farfalle, uccellini, biglietti d’auguri, pattini, omini di pan di zenzero, calzette della befana, guanti, angioletti, stalattiti (o stalagmiti?) rosse e dorate e cianfrusaglie a profusione.
Poi giusto quella quintalata abbondante di decorazioni varie

 buttate in giro per casa 

come coriandoli

 senza lasciare libero nemmeno per sbaglio una maniglia,

un pomello, 

una mensola,

 un interruttore,


 un angolo qualsiasi di casa,




Ivi compresi bagno







e cucina



Che fosse per me ne metterei anche di più, a differenza dell'amato bene che invece, chissà perché, litiga con ognuna di queste ogni volta che deve aprire un’antina, uno sportello, una porta, prendere un libro, salire o scendere le scale...


Centrini rossi a seguire, 

capitanati dalla tovaglia capolavoro di mamma all’uncinetto.
Personaggi chiave pronti al loro posto,
ricacciati fuori dagli scatoloni








o semplicemente vestiti a festa pure loro






Gli immancabili e amatissimi (perchè regalo di una persona speciale)fiocchi di neve alle finestre

Pigne raccolte in anni passati

Vestiti famosi stesi ad asciugare






Candele sparse sul camino (da accendere, tutte, ogni sera, mica solo per bellezza

Più casette dotate di luce elettrica




Un trenino che sfreccia

e una biografia importante

Catene di angioletti dispettosi
e bambini che giocano sereni


E infine c'è lui, il presepe,

 finalmente largo, spazioso, libero di esprimersi (pur se sopra di lui incombono panettoni, pandori e tombole varie...).
Prima era dentro al camino, ora è nell’ampio spazio del sottoscala. Direttamente poggiato a terra, con galletti e tacchini che razzolano sulle mattonelle fino al mobile del televisore.
Con quel cielo blu stellato di lucine intermittenti che tanto lo fanno assomigliare a un night club, se il paragone non apparisse azzardato e al limite della blasfemia. È che dentro al camino le medesime davano un’aria più raccolta e quasi mistica. Ora, lasciate anche loro libere di esprimersi ed arrampicarsi sugli scalini, abbagliano e travolgono come i fari di una discoteca. 

Ma essendo stata una mia personale scelta, mi guardo bene dal confessare qualsivoglia perplessità all’amato bene che ho faticosamente convinto a ricomprare (e rimontare) le suddette lucine dopo che, appena messe (forse un segno dall’alto?) si erano fulminate.
Qualche incertezza nell’allestirlo, con San Giuseppe sistemato in compagnia di due dei Re Magi e il terzo nella capanna accanto alla culla del bambinello (e me so’ sbajato. So’ tutte uguali ste statuine).
E un cruccio a renderlo incompiuto: l’oasi scarna e priva di vegetazione in cui ancora stazionerebbero i Re Magi (quelli giusti) prima di mettersi in viaggio.

Da un sopralluogo presso tutti i rivenditori di articoli per presepi di Roma e provincia, senza trascurare negozi di cinesi, Maury’s e Acqua&Sapone (che non si sa mai) ho potuto constatare l’assenza totale di palme di qualsiasi forma e colore da poter collocare a corredo.
In giro si trovano solo abeti: verdi, innevati, grandi, piccoli, medi, singoli, a coppia…ma di palme nemmeno l’ombra.
E niente, l'unica soluzione, per loro è sbrigarsi a mettersi in viaggio e raggiungere il tappeto di muschio su cui sorge tutto il resto.

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Un vecchio classico, ma declinabile in infiniti modi. Una ricetta un po’ anni 80, quasi banalotta, ma che piacere riscoprire un aperitivo facile, veloce e sempre molto apprezzato da tutti. Il pane di segale dà un tocco in più. La ricotta di pecora, con il salmone sta d’incanto.

Ingredienti (per 8 persone)
5 fette di pane di segale
150 gr di ricotta di pecora
150 gr di salmone affumicato
2 cucchiai di erba cipollina (va bene anche secca, in barattolo)
Peperoncino
Olio extravergine d’oliva
Sale
Olive farcite per decorare

Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°, tagliare le fette di pane in tre parti e disporle su una teglia ricoperta di carta forno.
Farle tostare leggermente per circa 5-6 minuti rigirandole una volta, quindi estrarle dal forno e lasciarle raffreddare.
Nel frattempo condire la ricotta con l’erba cipollina, un filo d’olio, una parvenza appena di sale e un po’ di peperoncino. Lavorarla con la forchetta per amalgamare tutti gli ingredienti, quindi spalmarla generosamente sulle fettine di pane. Disporre su ognuna dei ritagli di salmone e decorare con rondelle di olive o con ciò che suggerisce la fantasia.


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