"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 5 febbraio 2019

Doveri sociali – Polpette di cavolo cappuccio



Succede proprio di rado.
Che a noi l’idea di uscire il sabato sera fa venire l’orticaria. Figuriamoci uscire con altre persone.
E figuriamoci se due di queste altre persone sono bambini piccoli.
Questo non perché siamo misantropi.
Non del tutto almeno.
Il fatto è che si sta in giro tutto il giorno e nemmeno intorno a  casa, dal momento che entrambi lavoriamo fuori città.
Tutto sommato vicino, ma pur sempre a un’ora scarsa di treno.
Io poi con i bambini ci lavoro.
Non è scortesia, ma almeno il sabato mi piacerebbe poter intavolare discorsi che vadano oltre la sorte di SuperMario nella perenne lotta contro quel rapitore di principesse che non è altro, di Bowser. O dei capricci della bambola “Fiorellino” che quel giorno di mangiare non ha proprio voluto saperne.
Mi piace occuparmi delle sorti di Mario e Fiorellino eh? Sia chiaro.
E per mia fortuna con i “miei” bambini intavolo anche discorsi di ben più alta levatura.
Ma mi piace anche stare con l’amato bene e ritagliarci un giorno, serata compresa, tutto per noi.
Che poi ci sono bambini e bambini, genitori e genitori.
Quelli che nonostante i bambini si accorgono della presenza di ospiti e li tengono in una qualche considerazione (gli ospiti, non i bambini); e i genitori di tipo B che invece entri, ti siedi, ceni, torni a casa e ti rendi conto di non aver fatto altro che sorbirti le mirabolanti imprese dei pargoli di casa fra urla e strepiti, lagne e prodezze.
È attaccati a tutte queste malinconiche considerazioni che un paio di sabati fa ci accingiamo a salire in macchina, sfidare gelo polare e minaccia di neve per recarci a ben 70 km di distanza a trovare degli amici (molto cari, ma che scientemente non vediamo da almeno 3-4 anni, giusto il tempo di far crescere i bimbetti), genitori del tipo B con prole assai scatenata, che ci hanno invitati a cena.
Siccome poi siamo masochisti fin nel midollo e nelle situazioni, anche scomode, vogliamo sguazzare con tutte le scarpe, decidiamo di partire prima per poter sfruttare proprio tutto il pomeriggio e visitare il grande centro commerciale che sorge proprio a ridosso della casa degli amici.
L’incubo inizia al momento della ricerca del parcheggio quando, al milionesimo girotondo nei sotterranei dell’Ikea per trovare un posto vedo l’amato bene accasciarsi affranto sul volante. Che c’è? –lo interrogo preoccupata.
E niente, passeremo il sabato così, in cerca di un posto che non c’è – risponde sconsolato ma drammaticamente realista. Salvo poi avere l’illuminazione di andare a parcheggiare fuori, nelle vie limitrofe.
Invocando santi e stramaledicendo l’idea riusciamo tuttavia a scovare, dopo un altro centinaio di giri, un posto a un paio di km dal centro che, essendo buoni camminatori-asociali-allergici alla folla, ci sembra il paradiso. E quasi quasi invidiamo la nostra macchinetta che se ne starà lì tranquilla senza doversi tuffare nella folla del sabato pomeriggio, almeno lei.
“ma dai, magari essendo una bella giornata, la gente ha deciso di andare fuori, sui prati, non di chiudersi in un centro commerciale”
Mi illudo io tentando di convincere anche lui.
È per questi sciocchi tentativi di mistificazione tuttavia che di lì a qualche secondo ci vediamo costretti ad affrontare una realtà ben peggiore.
Quando, senza sapere come né perché, ci ritroviamo a bordo di una scala mobile, trascinati da un fiume incontenibile. Per poi, subito dopo, prendere, senza averlo deciso, la direzione esattamente opposta a quella in cui saremmo voluti andare perché travolti da un vortice inarrestabile. Semplicemente così: sospinti dalla folla. Da un vento implacabile come manco Paolo e Francesca.
Premuti da mani, corpi, voci, ruote di passeggini negli stinchi.
Spostati da spintoni, esortati da gomitate.
In un caldo asfissiante che ci fa girare la testa.
Il tutto per la durata di un’oretta scarsa. Il tempo di scegliere delle maniglie nuove da Leroy Merlin, comprensivo anche di due momenti in cui guadagniamo l’uscita per permettere all’amato bene di fumarsi due sigarette. Su mia esortazione, che generalmente tengo molto alla sua salute, oggi però più alla mia.
Ma è con estrema nostalgia che ripensiamo al centro commerciale congestionato dalla folla quando, a metà cena dagli amici con prole scatenata, ci ritroviamo a fare il gioco del telefono senza fili per una buona mezz’ora e quello dell’anello per il resto della mestissima serata.

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Ingredienti (per circa 15 polpette)
Un quarto di cavolo cappuccio verde
Un quarto di cavolo cappuccio viola
3 patate medie
1 uovo
50 gr di pecorino romano
1 cuccchiaino di menta secca
Scorza grattugiata di mezzo limone
Sale
Pepe
Pangrattato (io ottenuto da pane tostato ai 5 cereali)
Olio extravergine d’oliva



Procedimento
Tagliare a striscioline il cavolo cappuccio, raccoglierlo in una ciotola capiente, lavarlo e scolarlo.
Sbucciare, lavare e tagliare a cubetti le patate. Metterle a cuocere in abbondante acqua leggermente salata e dopo una decina di minuti aggiungere anche il cavolo. Quando le patate risulteranno morbide, scolare molto bene il tutto e schiacciare con una forchetta. Quando si sarà intiepidito, aggiungere al composto l’uovo, la menta, poco sale, il pecorino e il pepe. Formare le polpette e passarle nel pangrattato. Disporle su una teglia ricoperta di carta forno, completare con un filo d’olio e infornare per una decina di minuti a 180°, più altri 5 in funzione grill.



giovedì 18 ottobre 2018

La padella dispettosa - Insalata tiepida d’autunno



“Allora bambini, stasera per cena pesce!”
Una normale serata di tardo (ma ancora timidissimo) autunno.
Le manovre serali di precongedo dal mio turno di tata si svolgono normalmente, con i bimbi che all’ottocentequarantanovesimo invito si rifanno finalmente ognuno il proprio zaino, mettono il pigiama, si insultano un po’ tanto per non perdere le buone abitudini e tornano a darsi gli ultimi spintoni della giornata nel residuo guizzo di energia.
Metto i filetti di nasello in padella, con un filo d’olio e qualche cucchiaio d’acqua. Solo una spolverata di timo per insaporire. Niente sale.
Nel frattempo mi occupo dei contorni, che con la flessibilità teutonica che mi contraddistingue, giusto un’acuta infiammazione intestinale potrebbe farmi prescindere dalla regola basilare di propinare sempre, almeno una porzione di verdura a pasto .
Pomodori per la piccola, insalata per “il grande”: taglio, condisco, apparecchio, sistemo, dribblo il cane che, con occhi supplici, aspetta a scelta che mi decida a tirargli la palla, a fargli una carezza o anche solo a lasciar cadere a terra un pezzo di qualunque cosa.
Controllo il pesce, è quasi pronto, metto il coperchio per accelerare la cottura e non disperderne il gusto.
Vado di là a chiamare i bambini, stramazzati nel frattempo sul divano in attesa della cena ma con le facce di chi sta per cedere e addormentarsi.
Li rianimo con voce squillante: “andatevi a lavare le mani che è quasi pronto!”
Torno in cucina, a mettere una spolverata di pangrattato sui filetti di pesce e renderli così più appetibili, che va bene che questi bambini mangiano tutto, ma anche l’occhio vuole la sua parte e il pangrattato è sempre di conforto.
Faccio per sollevare il coperchio ma mi viene su tutto: coperchio, padella e tutto il suo contenuto.
Riprovo: roteo, smuovo, scuoto, ma niente.
La padella è saldamente sigillata, un tutt’uno con il coperchio.
Nel frattempo arrivano i bambini. Sempre più stanchi, molto affamati.
Taccio la surreale situazione ancora un po’.
“Dai bimbi, cominciate a mangiare le verdure che il pesce sta finendo di cuocersi”, confidando nel fatto che mica quel coperchio può davvero essersi incollato alla padella.
Ma la verdura è sempre un patteggiamento: “no, la mangiamo insieme al pesce!”
Giustamente.
Nel frattempo faccio finta di niente continuando, di spalle ma silenziosamente, il feroce corpo a corpo con la pentola: coltelli affilati, forbici appuntite, una qualsiasi punta di acciaio per creare un varco all’aria e mandare in frantumi quel perfetto sottovuoto.
Possibilmente salvaguardando tutti gli arnesi, giusto eprchè non sono a casa mia.
Provo con l’acqua: se si raffredda forse allenta la morsa.
Piazzo la padella sotto il getto dell’acqua corrente, sentendomi addosso a quel punto quattro occhietti preoccupati.
Che la tata sia impazzita a mettere la padella sotto l’acqua con tutto il pesce dentro?
Ma il pericolo, almeno per il pesce, non sussiste proprio: l’acqua non penetra, la cena continua a rimanere sigillata.
La mia sanità mentale invece inizia a vacillare.
Com’è possibile che non si riesca ad aprire?
Ma dopo innumerevoli altri tentativi, tutti perfettamente vani, sfoderando un rassicurante sorriso, mi tocca confessare ai bimbetti che sì, abbiamo un problema!
Sguardi ancora più interrogativi, stavolta allarmati.
“eh niente, la padella si è mangiata la vostra cena. Ha cotto il pesce ma ora non ce lo vuole proprio ridare”
Incredulità, divertimento, curiosità.
E creatività. Moltissima.
 “Provo io, so come fare” dichiara il grande facendo per armarsi di forbici affilate.
Scongiuro epiloghi tragici, riportando la calma e invitandoli a sedersi per cercare insieme il motivo di tanta fame di questa intraprendente padella.
Nascono storie, personaggi, situazioni.
Intanto attuo il piano di emergenza e per cena rifilo prosciutto cotto e crudo.
Insieme alle verdure ovviamente.
Apprendendo il giorno dopo che la padella ha deciso di rilasciare il suo contenuto solo in tarda serata, a giochi fatti e bambini addormentati, quando è parso e piaciuto a lei insomma.
E il pesce è diventato il pranzo da portare a scuola.

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Siccome non è più estate ma non è ancora inverno (e se è per quello nemmeno autunno). Non fa più caldo (bugia) ma non fa ancora freddo. Non è né carne né pesce, proseguiamo con le insalate, quelle che ci preparavamo nei giorni più caldi quando non avevamo voglia di cucinare.
Ecco, qui c’è giusto da cuocere le verdure. Ma scottandole appena appena, scolandole ancora croccanti. E se disponete di una vaporiera avete risolto! Basteranno 10 minuti per tutte, zucca compresa, purché tagliata a cubetti non troppo grandi.
Le quantità sono variabili, secondo gusti e persone a tavola.
L’abbinamento di questi sapori, un po’ estivi un po’ autunnali, a me è piaciuto moltissimo!

Ingredienti
Zucchine romanesche piccole
Ceci lessati
Zucca gialla
Limone
Sale
Olio extravergine di oliva
Origano secco

Procedimento
Lavare, mondare e tagliare le verdure (tranne i ceci) a piccoli cubetti. Cuocerle al vapore per una decina di minuti (o tuffarle in una pentola di acqua bollente avendo cura di scolarle molto al dente per non perderne la croccantezza). Scolare bene e lasciare intiepidire. Nel frattempo preparare un’emulsione a base di olio, succo di limone, una presa di sale e una di origano. Aggiungere i ceci all’insalata e condire con l’emulsione.
Servire accompagnata da fette di pane nero tostato o gallette di cereali.


giovedì 1 marzo 2018

Ricette pazze - Cavolfiore ripieno


Vedere realizzare questa ricetta in televisione e decidere di farla è stato tutt’uno.
Nei miei pranzi solitari mi tengo compagnia con La prova del cuoco.
Snervante il più delle volte, interessante per la rimanente, esigua parte.
In particolare c’è qualche personaggio che apprezzo particolarmente: Federico Quaranta e tutto ciò che di bello sul cibo sa e trasmette con la stessa, intensa passione con cui lo studia. Qualcuno la scambia per saccenteria, io ascolto, rapita, tutte le curiosità e le stranezze che conosce arrivando a chiedermi se qualche volta non le inventi pure.
Poi c’è quel gran paravento di Natale Giunta, che con il suo fare ammiccante, l’accento inconfondibilmente siculo e l’occhiolino costantemente pronto a favor di telecamera sforna quelle ricette piene di sole, mare e profumi siciliani che mi inebriano solo a immaginarli.
E infine arriva lui, l’artista pazzoide Andrea Mainardi che, al netto di balletti rock, creste ossigenate e occhi lucidi quando parla della sua Michelle, sforna sempre idee estrose, geniali, a volte nemmeno lontanamente replicabili ma che sempre mi incantano.
Questa non faceva eccezione. E soprattutto racchiudeva l’insieme irresistibile di: presenza scenica, l’ingrediente onnipresente in questa casa da ottobre a maggio inoltrato e l’effetto sorpresa.
Quest’ultimo legato al dubbio se fosse o meno commestibile fino al momento di affondarci dentro la forchetta e portarne un pezzetto alla bocca.
Ovviamente ho modificato il ripieno, ma quello, come ogni ripieno che si rispetti, è a totale discrezione di chi si cimenta.
Lui ha imbottito questo cavolfiore con l’accoppiata vincente di prosciutto cotto e mortadella, il tutto innaffiato da generosissime manciate di formaggi vari. Come se non bastasse, prima di infornare il meraviglioso fior di cavolo, lo ha generosamente spennellato di salsa barbecue, ingrediente da noi assolutamente bandito in quanto dolciastro e quindi del tutto inviso a quel talebano dell’amato bene.
E quindi che c’ho messo dentro sto cavolfiore?
Un accostamento decisamente più leggero e a portata di alimentazioni controllate: feta, pomodori, olive nere e origano.
Ora, chiariamoci: io il cavolfiore al forno  così condito lo faccio una settimana sì e l’atra pure. Ridotto in cimette e preventivamente sbollentato. Facile, veloce e supersaporito.
La novità vera consisteva nel cuocerlo intero, dopo averlo semi-svuotato, con attenzione e perizia e abbondantemente farcito.
Se dovessi dire che questa tecnica è più facile e veloce della mia mentirei.
Più bella sicuramente (ma non vi sognate che il tizio qui presente mantenga lo stesso, accattivante charme una volta tagliato o sia possibile ricavarne fette minimamente presentabili).
Ma non più pratica.
Perciò: se volete stupire vostro marito, vostra suocera, l’amica del cuore, voi stessi, optate pure per il cavolfiore intero e la sua incontestabile bellezza per il brevissimo, fugace momento di apparizione.
Diversamente, prendete per buono il condimento, tagliate il broccolo in tante cimette, sbollentatelo, conditelo come sotto, cospargetelo di pangrattato e infornatelo per una ventina di minuti, gli ultimi 5 dei quali in funzione grill.
E avrete lo stesso un’ottima cena in assai meno tempo e senza dovervi produrre in acrobazie per svuotare il cavolfiore senza romperlo ;-)

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Il tempo di cottura varia sensibilmente a seconda della grandezza del cavolfiore: i 30 minuti indicati dall’autore per il mio non sono stati assolutamente sufficienti. Con 45 era cotto e croccante.
Qualora voleste accorciarli e vi piacciono le verdure piuttosto molli, portate a bollore una pila d’acqua e tuffateci il cavolfiore per una decina di minuti prima di procedere con la marinatura e tutto il resto.
Per renderlo ancora più saporito, poco prima di sfornarlo cospargetelo di parmigiano o pecorino.

Ingredienti
1 cavolfiore bianco
150 gr di formaggio feta
2 pomodori rossi a grappolo
1 limone
Una manciata di olive nere denocciolate
1 rametto di rosmarino
Origano
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe

Procedimento
Togliere le foglie esterne del cavolfiore, lavarlo e tamponarlo con carta da cucina. Capovolgerlo e inciderne la parte centrale asportandola con delicatezza. Cercare di scavare il più possibile facendo attenzione però a non romperlo.

Girarlo nuovamente e sistemarlo in una ciotola cosparso di olio, succo di limone, sale, pepe e il rametto di rosmarino tritato, lasciandolo marinare per circa un’oretta.

Nel frattempo sbriciolare la feta, 

condirla con i pomodori tagliati a cubetti,

 le olive tritate grossolanamente, l’origano e un po’ di olio.

Riprendere il cavolfiore, riempirlo di farcia premendo un po’

 e poi sistemarlo, con l’apertura verso il basso, su una teglia ricoperta di carta forno.

 Irrorare con il liquido della marinata e cuocere a 200° per circa 45 minuti o fino a quando il cavolfiore sarà abbrustolito in superficie e risulterà morbido infilzandoci una forchetta.
Lasciare intiepidire prima di tagliare e servire.




giovedì 2 marzo 2017

Equivoci - Pizzette...di cavolo cappuccio



E insomma, che ha detto tuo marito che finalmente abbiamo rimontato le finestre e le grate?
Le reazioni dell’amato bene suscitano sempre grande interesse fra i muratori essendo lui quello preposto, perlopiù, a cazziarli/sollecitarli/fargli rifare parti venute male o rimetterli in riga dopo l’ennesima arrabbiatura.
Ehhh contentissimo -  rispondo io un po’ distrattamente mentre saltello per rimettere a posto la spesa e nello specifico inzeppare nel congelatore l’ennesima busta di minestrone.
Poi siccome io invece sarei quella votata a confortarli, coccolarli, rendergli la giornata di lavoro anche minimamente gradevole sfornando caffè a oltranza, ci ripenso e decido di sperticarmi in lodi, curando anche lo spirito. Che la fiducia in se stessi fa miracoli e magari se gliene infondo un po’ si sbrigano pure.
Era raggiante, tant’è che sono tornata a casa e mi ha detto: festeggiamo!
Poi mi blocco. Ho un po’ di remore a spiegare che i festeggiamenti per due come noi, attentissimi all’alimentazione, consistono nel concedersi qualche sgarro goloso e non propriamente un pranzo da diciotto portate.
Basta un piccolo premio, una cosa che non si mangia da tanto, una botta di vita che, dopo 15 ore fuori casa, ti permette di gioire in pigiama e pantofole sbracato sul divano al culmine della soddisfazione, allentando un po’ l’ansia di ogni giorno.
Come spiegare che, nella fattispecie, l’amato bene, tornato a casa e constatati i progressi, ebbro di felicità per il fatto di riavere un bagno e una cucina, anche se ancora da finire, si è rinfilato dritto in macchina per andare a comprare, udite udite, una cartata di supplì?
Roba che per noi era tutto il carnevale di Rio e quelli di Venezia messi insieme. Goduria allo stato puro. Baldoria senza freni proprio.
Un paio di supplì.
Per cena.
Naturalmente seguiti da insalata bruciacalorie.
Decido perciò di tacere, forse arrossisco pure un po’.
E firmo la mia condanna.
Chissà quali scenari si aprono nelle loro menti.
Cala il silenzio. Si apre una cortina di palpabile imbarazzo. Scende il gelo.
Che viene rotto dalla considerazione del più scaltro e smaliziato della combriccola.
Aò, e mo’ jee monto pure io e grate a mi mojie, hai visto mai…
(Tanto perché mi vergognavo a fare outing sui supplì)

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Sfiziose e carine da vedere. Ho preso questa ricetta da qui.
Poi di mio ho aggiunto il pecorino per farne un piatto unico, ma è assolutamente facoltativo. E sì: le foglie bruciacchiate tutto intorno sono una vera goduria!

Ingredienti
1 cavolo cappuccio
3 pomodori a grappolo
50 gr di pecorino romano (facoltativo)
1 spicchio d’aglio
Olio extravergine d’oliva
Peperoncino
Erba cipollina secca
Basilico secco
Sale
Pepe


Procedimento
Eliminare le foglie più esterne del cavolo e tagliarlo in grosse fette di un paio di cm che andranno poi sciacquate delicatamente sotto l’acqua facendo attenzione a non sfaldarle. Tamponarle con carta assorbente e adagiarle su una teglia ricoperta di carta forno. Strofinare entrambe le superfici con lo spicchio d’aglio e spennellarle di olio. 

Condire con le spezie e il sale e cuocere in forno già caldo per circa 25 minuti. Nel frattempo tagliare i pomodori a dadini e il pecorino a scaglie. 

Estrarre le pizzette dal forno e a questo punto si dovrebbero girare e far cuocere dall’altra parte, ma io ho desistito dopo aver tentato di farlo e visto che rischiavo di romperle. Condire con i pomodori, aggiungere un altro filo d’olio, un pizzico di sale e le scaglie di pecorino e infornare per altri 20 minuti.



lunedì 3 ottobre 2016

In forma - Girasole rustico duplice versione


Di solito si mettono in forma le scarpe.
Quelle strette, che proprio non sopporti.
Oppure gli stivali, quelli con la zip che si blocca appena iniziata la corsa e non vuole proprio saperne di risalire oltre la piega (iniziale) del polpaccio.
Figuriamoci tenercelo strizzato dentro per il resto del giorno.
Allora si va di giornali appallottolati. Palle di gommapiuma, di stracci, di cuscinetti della sedia, poi bottiglie di plastica, latte di acquaragia sottratte al cantiere del’amato bene o qualsiasi altro oggetto possa risultare utile allo scopo.
Che non è solo quello di potersi finalmente mettere quelle scarpe o quegli stivali ma magari, già che ci siamo, imparare una volta per tutte che le scarpe vanno prese della misura giusta (anche quando ci si innamora perdutamente di un modello e il numero è finito) e gli stivali rigorosamente dotati di lacci o elastici nei punti critici, pure se “eh però mi piacciono quelli con la zip”.
(senza lasciarsi abbindolare da false promesse, che tanto no, non cederanno).
Le manovre di allargamento e messa in forma tuttavia in questa casa interessano anche altri capi di abbigliamento e precipuamente, per quanto mi riguarda, i pigiami.
Che io compro, scientemente e nel pieno delle mie facoltà mentali quando ancora non sono accecata dal colpo di fulmine per un modello in particolare, di una o anche due taglie in più.
Questo perché mi piacciono comodi (leggi: informi, sbrindellati, con pantaloni striscianti a terra e maniche penzolanti ben oltre le mani)
 Roba che la vestaglietta a fiori de pora nonna, incrociata sul davanti e legata dietro la schiena, al confronto era un completino sexy di alta lingerie.
Ma la comodità innanzitutto, con buona pace dei manuali di seduzione.
Capita però che alcuni pigiami, anche di un paio di misure in più, prevedano proprio un modello di maglietta con maniche strette. Di quelle che tiri su ma si incastrano come la zip degli stivali, nemmeno a metà gomito.
O che i pantaloni siano modello leggins, fascianti senza rimedio.
O infine capita che un pigiama bellissimo ti sia stato regalato ma possieda tutte queste caratteristiche insieme e ti chiedi come risolverle senza doverlo cambiare per timore di non ritrovarlo uguale identico.
Non c’è problema, ci penso io!” -  annuncia serio l’amato bene.
Non penserai di metterti a tirarlo da una parte all’altra, vero? Me lo rompi!”
Ma nulla è così scontato quando ha a che fare con la sua mente vulcanica.
E me lo ritrovo lì, alle spalle, mentre armeggio con i fuochi per ripassare i broccoletti siciliani, col timore di voltarmi a vedere la soluzione che ha escogitato.
Ma poi lo faccio.
E vedo lui, taglia 50, fisico palestrato, spalle da culturista, strizzato dentro un paio di simil -leggins bianchi punteggiati di macchine da scrivere vintage e una magliettina rosa con scollo a V, da cui fuoriescono pettorali guizzanti, che gli arriva all’altezza dell’ombelico.
Lasciandolo scoperto.
I bicipiti a malapena trattenuti dalle cuciture, il viso violaceo di chi sta per esplodere, l’espressione tronfia per aver trovato una soluzione geniale al mio pseudo problema.
Abbandono i broccoletti sul fuoco, piegata in due dalle risate.
Poi gli annuncio che quando verrà a suonare la vicina per chiedere qualcosa come fa sempre all’ora di cena, andrà ad aprire lui.
Magari è la volta buona che smette di farlo.
(E comunque sì, il mio adorato pigiama ora mi calza a pennello)

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Ho visto per la prima volta la ricetta di questa torta rustica da lei, fatta in una versione buonissima con solo ricotta e prosciutto cotto che però io da subito ho sostituito con fesa di tacchino arrosto.
Poi ho iniziato a farla con ricotta e spinaci, abbinamento che, come si sarà capito, amo alla follia.
E da allora la faccio praticamente tutte le volte che ho gente a cena.
Perché è facile, veloce, e fa fare veramente un figurone.



Ingredienti
2 rotoli di pasta sfoglia rotonda
500 gr di spinaci al netto degli scarti
500 gr di ricotta di pecora
3-4 cucchiai di pecorino grattugiato
La buccia grattugiata di 1 limone bio
Mezzo cucchiaino di noce moscata
2 uova




Per la versione senza spinaci
2 rotoli di pasta sfoglia rotonda
gr. 700 di ricotta di pecora
gr. 200 di fesa di tacchino arrosto tagliata in un’unica fetta
2 uova
3-4 cucchiai di pecorino grattugiato
pepe nero
semi di papavero
 
Procedimento
Mondare gli spinaci e cuocerli per un paio di minuti in pochissima acqua, quindi scolarli, farli intiepidire e strizzarli con le mani. Raccogliere la ricotta in una terrina e amalgamarla con gli sinaci tritati, 1 uovo intero, 1 albume, il pecorino, pochissimo sale, la noce moscata e la scorza di limone, fino ad ottenere un composto omogeneo. Stendere, con tutta la carta forno, il primo rotolo di pasta sfoglia sulla lastra del forno. Disporre un paio di cucchiai di composto al centro e il restante tutto intorno, lasciando un centimetro lungo i bordi e intorno al centro. Coprire con l'altro rotolo di pasta sigillando bene la parte centrale per creare il centro del girasole (con le dita oppure con l’aiuto di una tazza rovesciata) e i bordi con l’aiuto di una forchetta, cercando di eliminare bene l'aria all'interno.
Con un coltello affilato tagliare la corolla in tanti “petali” di circa 3 cm, che dovranno essere ruotati delicatamente (mettendo la parte con il ripieno verso l’alto). Spennellare tutta la superficie del girasole, petali compresi, con il restante tuorlo sbattuto. Distribuire sulla parte centrale del fiore i semi di papavero e infornare in forno già caldo a 200° per circa 25 minuti, finché non sarà cotta e ben dorata.




martedì 20 settembre 2016

Previdenza - Melanzane a “Lasciami stare”



I
In questa casa amiamo le spezie. 
La foto in fondo al blog è testimonianza di questo amore viscerale e mai pago.
E non le usiamo solo come soprammobili sul muretto divisorio della cucina (che avevamo nella casa vecchia e abbiamo ritrovato – preciso uguale - pure nella nuova, per un fortuito caso del destino), no no: noi ne facciamo pure un gran uso.
Dalla cannella al sommaco, dal coriandolo al pimento passando per la curcuma, i vari pepi di cayenna e le cento sfumature di paprika.
Non sempre felicemente, devo dire: che qualche volta si sbaglia pure. La cannella negli umidi di carne per esempio sta molto bene ma un eccesso di sommaco sull’insalata, per quanto sappia prevalentemente di limone e ci si sposi che è una meraviglia, comporta il rischio di farmi scoprire dall’amato bene al quale generalmente cerco di propinargliele sotto mentite spoglie.
Con discrezione insomma.
Almeno quelle che lui rifiuta a priori (cosa per me inconcepibile e bisognosa di essere curata e risolta).
Poi ci sono le sue preferite, come i semi di anice o proprio l’anice stellato, che metto in torte e biscotti e qualche volta mi sento dire, con le lacrime agli occhi ma l’aria perversamente soddisfatta “ammazza che buoni. Certo, st’anice ti addormenta la lingua”…e vaglielo a  spiegare che ti sei distratta un attimo e nell’impasto ci hai rovesciato mezzo barattolo.
Ma visto che gli piace tanto, tante spiegazioni sono pure superflue.
Oltre che le spezie poi amiamo moltissimo le erbe aromatiche e sopra a tutte lui, l’origano selvatico. Quello che compri a mazzetti nei mercati (del sud) e che quando ti serve (a noi sempre, visto che lo metto indistintamente su pesce, carne, pasta, pomodori, zucchine, bruschette, pizza e se potessi pure su torte e crostate) ne stacchi un rametto e lo sbricioli direttamente sul piatto facendo sprigionare nuvole intense di profumo meraviglioso.
Che poi ti rimane a lungo sulle mani anche dopo che le lavi e quasi ti viene voglia di picchiettarle dietro le orecchie, sui polsi e via, uscire di casa così, altro che Chanel numero 5.
Quindi ecco, oltre a riportarlo noi stessi, per esempio dalla Grecia, chiediamo a chiunque, nella nostra cerchia di conoscenze sia in procinto di partire per il sud Italia e in particolare Sicilia, Calabria, Salento o Basilicata, di riportarcene un mazzetto.
Che sì, per la verità non è proprio solo una richiesta. Facciamo più un pressing, un azione di stalkeraggio, delle vere intimidazioni a non ripresentarsi scrucci, senza aver portato a termine la missione.
Poi, nell’ansia che qualcosa vada storto e la persona incaricata se ne dimentichi o non lo trovi, spargiamo la voce a macchia d’olio, incaricando, nello stesso momento, un numero imprecisato di altri 007.
Statisticamente, almeno uno ci riuscirà.
Ed è così che, allo stato attuale, ci ritroviamo con:
2 mazzetti di origano siciliano
4 mazzetti di origano del Parco nazionale del Pollino
3 mazzetti di origano calabrese
2 mazzetti di origano greco che, per non saper né leggere né scrivere, intanto ci siamo procacciati pure per conto nostro.
Ma la medaglia va a loro, fratello e cognata, che non solo si sono girati la Sicilia in moto sotto un’allegra pioggia battente e senza attrezzatura adeguata perché ma te pare che i primi di settembre in Sicilia piove? . Non solo si sono beccati scrosci d’acqua dal cielo e da terra quando le macchine centravano in pieno pozzanghere al loro fianco ma, smadonnando a rotta di collo, sono dovuti pure andare per mercati, sempre sotto l’acqua, alla ricerca del prezioso bottino da dover riportare.
Che poi fosse stato per me, mi sarebbe andato bene pure un solo mazzetto, pure accartocciato nei bauli laterali della moto inzeppato fra i loro vestiti/scarpe/effetti personali.
Invece me ne sono arrivati ben due di mazzetti.
Perfettamente integri.
Mi amano.

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Già solo per il nome queste melanzane meritavano di essere provate. Le prendi, le sistemi e te le dimentichi sul fuoco: l’ideale! Martino spiega che si tratta di un metodo di cottura, leggero e dietetico in quanto senza soffritto, tipico della cucina siciliana. C’è da dire che io mi sono presa qualche (piccola) libertà rispetto alla sua ricetta: feta greca al posto del primo sale, foglioline di menta oltre al basilico, ma a noi è piaciuto così tanto che lo proverò in tutte le varianti possibili e immaginabili! (gli ingredienti sono per 4, noi l’abbiamo mangiata in due…)
La ricetta originale la trovate qua, questa è la mia:


Ingredienti (per 4 persone)
800 g di melanzane violette
300 g di pomodori a grappolo
2 acciughe sotto sale dissalate (o sarde)
100 g di feta
1 spicchio di aglio
olio extravergine di oliva
basilico
menta
pepe
sale


Procedimento
Mondare e lavare le melanzane e tagliarle a fette piuttosto spesse. Cospargere ogni fetta di sale, lasciare spurgare per un’ora e poi sciacquare bene. Asciugare le fette e tagliarle a strisce di un paio di centimetri di larghezza. Lavare i pomodorini, tagliarli in due, eliminare i semi e poi tritarli grossolanamente. Cospargere il fondo di una padella con un filo di olio e sistemarvi un primo strato di melanzane. Distribuirvi sopra i pomodorini, un po’ di feta sbriciolata, qualche pezzetto di acciuga, un po’ di basilico e un po’ di menta. Pepare e irrorare con un filo di olio. Continuare con un altro strato di melanzane e uno di condimento fino a esaurimento degli ingredienti.
Fra gli strati Martino suggerisce di mettere lo spicchio d’aglio tritato ma io l’ho tagliato a metà e messo in modo da poterlo togliere a fine cottura. Coprire con il coperchio e fare cuocere per dieci minuti a fuoco dolce. Aggiungere acqua calda fino a metà degli strati e continuare la cottura per altri 15-20 minuti.


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