"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 7 ottobre 2019

Voci della coscienza - Torta integrale di banana e avena




Si incontrano un po’ sempre le stesse persone in un piccolo paesino come questo.
Al supermercato, in spiaggia, dal dottore: le facce sono più o meno quelle.
Tranne che nei mesi estivi in cui, riempiendosi anche di villeggianti, si finisce per perdersi di vista tra la mole di visi nuovi.
Poi arriva settembre.
E i buoni propositi e la sempre traballante, vacua e inafferrabile intenzione di tornare in palestra.
Ma è proprio quando sei proprio lì lì sul punto di giocarti l’ennesima giustificazione per non farlo che ti capita di incontrare le “signore della palestra”.
Quelle delcorso mattutino, un po’ attempatelle, ma così giovanili e piene di energia che hanno sempre il potere di sorprendermi oltre che farmi sentire pure gli acciacchi che non ho.
Ci incrociamo al bar: arrivano lievi con le loro tenute sportive, i capelli freschi di messi in piega, grandi occhiali da sole a mo’ di cerchietto e ordinano un caffè macchiato. Fine. Nient’altro di tutto quello che, languido e tentatore, occhieggia dalla vetrina della pasticceria.
Le guardo da seduta, mentre scrollo via dalla bocca gli ultimi granelli di zucchero della bomba con la crema. Quasi vorrei nascondermi, ma non faccio nemmeno in tempo a pensarlo che mi vedono ed è un attimo cadere sotto la raffica di baci, abbracci, parole e consigli materni.
Ho l’ardire poi, siccome sono le 11 e ci sono ancora 30°, di afferrare al volo una cartolina dalla borsa e usarla per farmi aria.
Segnando la mia fine.
“Che fai te sventoli? Non me dì che stai già in menopausa? Allora guarda: stai attenta a mangià, perché mo mette su chili è n’attimo. Poi: controlla la pressione, il cuore, le ossa, che l’osteoporosi è na brutta bestia. E pe finì esci, svàgate, perché certe volte succede pure che se va in depressione”
Lo sventolio si arresta a mezz’aria, la cartolina quasi mi scivola dalle mani.
In un secondo mi sono vista attaccata al telefono con il Centro Unico di Prenotazioni a depennare, a mano a mano, la lista di tutti gli esami del caso. Ma non ho il tempo di avermene a male.
La giovane delle due (79 anni) incalza: “te sei segnata in palestra?” e sento la crema della bomba bussarmi nello stomaco, il fritto depositarsi sul girovita, lo zucchero semolato impennarmi la glicemia, i sensi di colpa affacciarsi sul baratro della depressione. E quella vocina interna, bastarda e pignola, che urla per sottolineare che lei me lo aveva ricordato pure che lo sgarro di questa settimana lo avevo già fatto l’altra sera col gelato, quindi di prendermi ALMENO soltanto un vegano al miele. Tanto per non farla proprio sporca.
“Stavo giusto andando a informarsi sui corsi” balbetto accartocciando nella mano il tovagliolo con dentro le prove schiaccianti della mia irresolutezza “tu hai già ripreso?”
Domanda assurda.
“Eeeeee da mo! Se po’ dì che n’ho mai smesso perché pure agosto che era chiusa ho fatto ginnastica ao stabilimento”
Come non pensarci?
Mica come me, che oltre ad aver smesso da giugno, faccio (facevo: da oggi in poi me ne guarderò bene!) mensilmente queste pazzie di concedermi un piccolo sgarro ma con tutti i crismi. E le attenzioni: di mattina così lo smaltisco; associandoci proteine così la glicemia non s’impenna troppo; rinunciando a qualcosa a pranzo per compensare…tanto che alla fine una colazione al bar, tra calcoli e  infinito mercanteggiare, stanca più di una seduta di Total Body (più o meno).
Tento di sviare il discoro sull’amica, dall’aria meno aggressiva, più dolce e delicata, che fino a questo momento è rimasta muta limitandosi ad assentire, di tanto in tanto, con il capo. Beh lei è anche più grande: di anni ne ha 82, deve essere l’età a renderla più pacata, meno impetuosa. Sicuramente più indulgente e meno incline a queste manie odierne di cura del fisico.
 “Anche tu hai già ricominciato la palestra?”
“No quest’anno non vengo, mi annoia tanto”
Ohh, finalmente un volto amico! Una con cui si può parlare, un’umana, che al bar ordina solo un caffè nero, vabbè, ma al contempo è pigra. Esattamente come me. Refrattaria al fitness.
“Ho deciso di fare acquagym!”
Basta mi arrendo.
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Con questa torta invece i sensi di colpa sono ridotti al minimo (e a parte la qualità -davvero pessima- delle foto, vi assicuro che è buonissima). Niente burro, niente uova, nemmeno un grammo di zucchero, ma in compenso le proteine dell’avena e la consolazione del cacao. Per incontrare serenamente tutte le amiche della palestra ;-)

Ingredienti
500 ml di latte di riso o altra bevanda vegetale
2 banane mature
10 datteri
½ bacca di vaniglia
150 gr di farina di farro integrale
100 gr di farina di riso bio
50 gr di fiocchi di avena polverizzati
50 ml di olio di riso
1 cucchiaio di cacao amaro
1 cucchiaino di all spicy
1 cucchiaino di cannella
1 bustina di lievito


Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°. Per prima cosa frullare insieme il latte di riso con le banane, i datteri e i semi di mezza bacca di vaniglia. In un’altra ciotola setacciare insieme le farine, le spezie e il lievito. Unire i due composti e aggiungere i fiocchi di avena. Mescolare con cura e versare metà impasto in uno stampo oliato e infarinato. Unire all’altra metà il cacao e, se necessario, un dito di latte di riso. Versare nello stampo anche il composto al cacao, distribuendolo casualmente su quello chiaro e infornare la torta per 40-45 minuti circa.


martedì 26 febbraio 2019

Promemoria – Biscotti integrali alle nocciole e kumquat (senza zucchero)



Facile a dirsi.
Chiudi tutto e vieni via.
La consapevolezza di lasciarsi sempre, comunque, qualcosa alle spalle è fonte di grande ansia.
E non sto parlando di cicli di vita, cambiamenti di rotta, nuove fasi.
Mi riferisco all’uscita di casa giornaliera per andare al lavoro. 
E a tutto ciò che, inconsapevolmente, mi lascio dietro come pollicino con le sue mollichine di pane.
Con la differenza che quelle erano innocue e al massimo servivano a nutrire passerotti lungo la via.
Le mie, di mollichine/dimenticanze rischiano ogni volta di far saltare in aria casa.
Poi capitano anche cose di più lieve entità. Una volta è la finestra del bagno (lucernario altezza soffitto) spalancata con rischio di temporale e conseguente allagamento. Un’altra è l’anta dell’armadio socchiusa con i relativi faretti accesi (che quelli si spengono solo quando le due ante combaciano) e conseguente pericolo di cortocircuito-scintilla-rogo che divampa su tutti i miei vestiti innanzitutto. Sul parquet in secondo luogo. Su tutta la casa per intero da ultimo.
Una volta è la luce delle scale, un’altra è la manopola del gas aperta. Che non succede niente per carità, ma se per caso mi scordo una pentola sul fuoco? Incendio variante due.
È per questo che ora, dopo dimenticanze varie e pericoli solo miracolosamente scampati, mi sono attrezzata con una lunga lista da spuntare prima di uscire di casa.
Mi preparo una ventina di minuti abbondanti prima.
Poi leggo, smarco e solo a voci terminate procedo.
Senza più dovermi domandare angosciata, con un piede già sul predellino del treno, se ho dimenticato il forno acceso.
Se ho lasciato la vaporiera in funzione, il ferro da stiro attaccato, il frullatore a immersione ancora immerso.
Senza la prospettiva, al ritorno a casa, di essere accolta da una squadra di pompieri che armeggiano col moncherino fumante della mia ex casa.
O dall’amato bene che tra il compassionevole e il seriamente preoccupato mi esorta a stare un po’ più attenta.
E parto più tranquilla. Pronta ad affrontare il mio pomeriggio lavorativo.
Senza macchia e senza paura.
“Ho capito che sono a dieta, ma oggi mi è parsa eccessiva la tua attenzione al mio peso” – mi fa notare l’amato bene una sera.
Lo guardo perplessa.
Ma è giusto un attimo.
Dopo il quale lo informo che la voce PRANZO PER L'AMATO BENE non rientra fra le dimenticanze pericolose, da aggiungere alla lista.
Semmai fra i favori per la sua linea.

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Croccanti, profumati di agrumi, strabordanti di nocciole. Se amate i biscotti che scrocchiano sotto i denti, che contengano una adeguata dose proteica e non vi facciano sentire troppo in colpa, che soprattutto non contemplino lattosio e nemmeno un grammo di zucchero ma allo stesso tempo siano straordinariamente aromatici e saporiti, avete trovato la ricetta che fa per voi! Ho preso spunto, per questa ricetta, da qui, apportando qualche variazione sulle farine, aggiungendo i kumquat ed eliminando completamente i 40 gr aggiuntivi di dolcificante a base di stevia. I soli datteri, supportati anche dalla presenza delle mandorle e del latte di riso, erano sufficienti a conferire ai biscotti la giusta dolcezza.

Ingredienti (per circa 20 biscotti)
50 gr di farina di farro integrale bio macinata a pietra
50 gr di farina di grano saraceno
50 gr di fiocchi di avena
50 gr di datteri denocciolati
50 gr di nocciole + un’altra manciata per decorare
50 ml di bevanda vegetale di riso
20 ml di olio di riso
6 kumquat
1 cucchiaino di lievito per dolci

Procedimento
Frullare nocciole e fiocchi di avena. A parte frullare i datteri insieme ai kumquat, con il latte e l’olio di riso.
In una ciotola riunire le farine, le nocciole e l’avena tritate e il lievito setacciato. Aggiungere il frullato di datteri e kumquat e amalgamare con le mani fino a ottenere un composto sodo e compatto.
Porlo fra due fogli di carta forno e stenderlo con il matterello. Ricavare i biscotti con una formina a piacere (con un bicchiere rovesciato) e sistemarli su una placca foderata di carta forno.
Tagliare a metà le nocciole avanzate e inserirne una parte al centro di ogni biscotto.
Riassemblare la pasta avanzata, stenderla nuovamente e ricavare altri biscotti fino a esaurimento della stessa.
Cuocere i biscotti in forno preriscaldato a 175° per circa 10-15 minuti o fino a quando non avranno raggiunto una bella doratura.




lunedì 5 febbraio 2018

Esempi – Biscotti Grancereale…alcolici


Siamo passati dall’esitazione alla certezza assoluta.
Dall’essere una semplice presenza all’incarnare il simbolo della rinascita, del riscatto, della forza di volontà.
Dalla sciatteria alla consapevolezza di sé.
Dalla tuta ai leggins.
Dalle magliette accollate a maniche lunghe alle mezze maniche con audaci scolli a (mezza) V.
Dalle retrovie alle postazioni proprio davanti allo specchio.
A tiro di istruttore.
Che tanto di prima mattina, in confronto all’immagine del viso per buona parte solcato dal segno del cuscino, dei capelli arruffati che Mocio Vileda scansate proprio, dei calzini puntualmente con l’elastico lento (e va già molto bene che non siano spaiati), in confronto a tutto ciò, dicevo, i suoi rimbrotti sono acqua fresca.
Ma ormai padroneggio attrezzi, posizioni, termini astrusi, sequenze di esercizi e capisco perfino da sola quando inspirare e quando invece buttare fuori l’aria.
Non rimango più in apnea per tutta l’ora rischiando ogni volta la morte.
Non mi impiccio più fra braccia, gambe, prove di equilibrio su un piede solo e affondi vari, rovinando ogni volta sul tatami non prima di essermi elegantemente attorcigliata.
Non amoreggio più sfacciatamente con l’orologio tenendo gli occhi fissi su di lui per vedere quanto manca alla fine dell’ora. Anche perché adesso, specie durante il circuito, c’è un comodo timer sonoro che di due minuti in due minuti ci traghetta allegramente verso la fine della tortura, scandendo il tempo da dedicare a ogni singolo esercizio. E così anche il passare mesto dell’ora.
Che tutto finisce, prima o poi. 
Anche la sequenza di addominali.
Certo non che la palestra ora sia diventata il mio passatempo preferito.
Rimane pur sempre un sacrificio improbo cui, incomprensibilmente, continuo ad immolarmi contando fiduciosamente su tutto ciò che di buono apporterebbe, ma rimpiangendo tutto ciò che di assai più interessante e bello potrei fare in quelle 4-5 ore settimanali che le dedico.
E perciò continuo a scegliere i pesetti da 2 kg anziché azzardare chessò, con quelli da 3! Ma solo perché si abbinano perfettamente alle mie magliette prevalentemente di colore viola.
E molto spesso anche allo smalto, della medesima, adorata nuance.
Continuo ad odiare i sacchetti pieni di sabbia che sono un po’ come i pesetti ma servono per evoluzioni più ardite, per il semplice fatto che sono scomodi da afferrare e richiedono l’obolo di un paio d’unghie spezzate ogni volta.
È solo questione di saperlo prima, dopotutto. Basterebbe un avviso in bacheca e una evita di farsi la manicure sapendo che il giorno dopo, a funzionale, si useranno i sacchetti.
Certo continuo imperterrita ad arrivare in ritardo alle lezioni.
Per lo più a fine riscaldamento, con la colazione ancora sullo stomaco e il bisogno, supportato da un reverenziale timore, di guardarmi fugacemente allo specchio per sincerarmi di non aver dimenticato niente.
Per esempio di essermi tolta le ciabatte cuoriciose e aver indossato le scarpe da ginnastica.
Ma poi mi dico che è già un miracolo se sono lì.
Pronta a iniziare, anche se gli altri da mo’ che hanno iniziato.
Eppure io la sveglia continuo a puntarla alle 7.
Manca da correggere giusto il fatto che poi non mi alzo prima delle 8.
E quando poi mi decido a farlo è solo per altissimo senso del dovere.
Eppure ho affinato tecniche nuovissime e raffinate di schizzamento fulmineo fuori dal letto. Lavaggio di denti con una mano, vestizione con l’altra. Colazione con un occhio, mascara passato sull’altro.
E insomma le cose in palestra non vanno così male.
Cinque giorni su cinque magari non riesco a farli proprio tutte le settimane, ma meno di quattro mai.
Con molta costanza.
Tanta buona volontà.
Infinito impegno.
Devono essersene accorte anche le mie compagne di corso che ormai mi vedono fare flessioni, piegamenti, squat senza (quasi) mollare mai.
Prendendomi addirittura a modello, senza nemmeno bisogno di prestare troppa attenzione alle spiegazioni dell’istruttore.
Si girando verso di me, osservano, poi, con calma, decidono:
 “famme ‘n po’ vedè: ah vabbè, se ‘o fa’ lei vordì che ‘o posso fa’ pure io”
E considerando che a dirlo sono le solite ultrasettantenni, la soddisfazione, signore mie, è ancora più grande.


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Questi biscotti vanno a ruba. Somigliano moltissimo agli originali reperibili in commercio: quelli con frutta secca o uvetta oppure gocce di cioccolato. Ma se deciderete di farli potrete dar sfogo alla fantasia: l’uvetta si può sostituire con gocce di cioccolato; le nocciole con qualsiasi altro tipo di frutta secca; il liquore con latte (anche vegetale) o semplicemente acqua (come nella ricetta originale che ho preso qui).
Rustici, corposi, assolutamente irresistibili. E senza uova, senza burro, senza lattosio…..serve sapere altro per correre a provarli?

Ingredienti (per 20 biscotti)
200 g farina integrale di farro macinata a pietra
50 g zucchero di canna
2 cucchiai miele
80 g olio di riso
40 g nocciole tostate
40 g uvetta
100 g fiocchi d'avena piccoli
2 cucchiaini di lievito per dolci
Liquore Moretta (o altro) q.b.

Procedimento
Innanzitutto mettere l’uvetta a reidratarsi immersa in un bicchierino di liquore per una ventina di minuti. Riunire in una ciotola la farina, lo zucchero di canna, i fiocchi di avena, le nocciole tritate.
Unire l’uvetta scolata sommariamente (ma non buttare via il liquore!), il miele e l’olio, mescolando bene per far amalgamare tutti gli ingredienti.
A questo punto unire progressivamente il liquore in cui è stata fatta ammollare l’uvetta, fino a ottenere un composto sodo e compatto. Qualora si fosse ecceduto e l’impasto risultasse troppo molle, aggiungere ancora fiocchi di avena o farina fino a ottenere la consistenza giusta.
Sistemare il panetto fra due fogli di carta forno e stenderlo con il matterello in una sfoglia non troppo sottile. Ricavare i biscotti con un tagliapasta o un bicchiere rovesciato e disporli su una placca ricoperta di carta forno.
Cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 15-18 minuti, secondo il forno.
Farli raffreddare completamente prima di assaggiarli!



lunedì 4 gennaio 2016

Scampoli - Biscotti di avena e farro integrale (senza uova, senza latte, senza lievito)


Prima che l’Epifania se le porti tutte via.
E prima che ricomincino corse, impegni, appuntamenti, scadenze fisse e orologio sempre alla mano.
Prima di tornare a salire e scendere dai treni.
Prima di ricominciare a cenare quando sarebbe ora di andare a dormire.
Prima di ributtarsi  a capofitto nella frenesia del nuovo anno.
Ultimi scampoli di ferie, di feste, di tempo libero.
Ultime candele natalizie da accendere ogni sera sul camino.
Il camino da poter accendere già dal pomeriggio e goderne fino all’esaurimento dell’ultimo ciocco.
Il minestrone su un fornello, la marmellata sull’altro…non rimane che accendere pure il forno e preparare dei biscotti per colazione.
Pieni di "senza", di leggerezza ma anche di gusto.
Per ricominciare a rimettersi in riga, ma con dolcezza.
Piano piano.
Che ancora c’è da festeggiare la Befana!


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 Ho preso questa ricetta qua, solo sostituendo latte di riso a quello vaccino e omettendo il passaggio finale della marmellata spennellata sulla superficie.
Hanno un sapore rustico e molto deciso. Sono davvero buonissimi!

Ingredienti (per circa 20 biscotti)
150 gr di farina di avena
100 gr di farina di farro integrale
60 gr di zucchero di canna
50 ml di olio di semi
5-6 cucchiai di latte di riso
1 cucchiaino di bicarbonato
1 pizzico di sale


Procedimento
Mescolare le due farine in una ciotola unendo anche sale, bicarbonato e zucchero. Aggiungere l’olio e il latte e impastare tutto fino a ottenere un panetto compatto. La consistenza finale sarà simile a una pasta frolla, basterà che le briciole stiano insieme, ma l’effetto non sarà mai quello di un panetto liscio. Lasciare riposare l’impasto per una decina di minuti in frigo, coperto da pellicola.
Quindi sistemare il panetto fra due fogli di carta forno e stenderlo con il matterello in uno strato non troppo sottile.
Ritagliare i biscotti con l’aiuto di formine o di un bicchiere rovesciato e disporli su una teglia ricoperta di carta forno.
Cuocere in forno preriscaldato per circa 15 minuti o fino a quando la superficie non avrà assunto un bel colore dorato.






venerdì 4 dicembre 2015

Perché accontentarsi? - Muffins di avena e rosmarino (senza uova)



Con il trasferimento nella nuova casetta sono andate perdute moltissime sane abitudini.
Mie, in (minima) parte;
ma dell’amato bene soprattutto.
Per esempio quella di accorgersi, all’ennesimo spostamento di lato per poter passare, dei panni rinsecchiti sullo stendino.
Un tempo li ritirava lui.
Li stirava benissimo con il solo ausilio delle mani.
Li piegava con molta cura.
Toglieva di mezzo il contenitore delle mollette, perennemente in giro per casa.
Ora, dato uno spazio per la deambulazione lievemente più ampio di quello della precedente casetta, l’ingombro dello stendino (nonostante la gimcana che, seppur di entità minore, comunque impone) passa del tutto inosservato e i miserelli stesi ad asciugare potrebbero stazionare lì anche per tutta la durata della stagione se ogni nuova lavatrice non favorisse un frequente, fisiologico ricambio.
Ma il compito di raccoglierli ora tocca, inesorabilmente, a me.
Che poi posso farlo a scelta: saltuariamente a mano a mano che mi mancano mutande, calzini o magliette, cosicché lo stendino, col passare dei giorni, si spoglia naturalmente di tutto il suo fardello.
Oppure (un paio di volte l’ anno secondo particolari e rare congiunture astrali) da brava massaia, tutto insieme, ripiegando diligentemente ogni singolo capo e distribuendolo nei cassetti, magari pure suddiviso per colore.
Con il pretesto dei perenni lavori in corso, infatti, lui ha smesso di occuparsene.
E quindi sono finiti i tempi in cui uscivo di casa al mattino angosciata al pensiero che nemmeno ieri sera sono riuscita a ritirare i panni e invece rincasavo trovandomeli magicamente piegati, pronti solo da mettere via
(e avevo pure da ridire perché lo sforzo in più di farli arrivare fino ai cassetti poteva pure compierlo…).
Le mollette nel cestello.
Il cestello nell’armadietto della lavatrice.
L’accrocco  metallico riposto dietro la porta del bagno.
Ora lui rincasa sempre prima di me, ma ahimé, lo trovo in ben altre faccende invischiato.
Tipo, chessò, verniciare delle staffe, passare l’impregnante su pali di legno, spalmare l’antiruggine su una grondaia, stuccare dei buchi immaginari su una parete.
Il tutto, con comodo, alle 8 di sera.
Ma la vera tragedia è un’altra, signore mie.
Che sullo stendino, al limite, potrei anche soprassedere.
Il vero dramma è che ha smesso di stirare.
E quindi le camicie della divisa, unici capi d’abbigliamento in questa casa considerati degni di passare sotto la piastra rovente, per mere ragioni di decoro, ora toccano a me.
E siccome quelle in dotazione sono soltanto tre, la faccenda non si esaurisce in un’ unica, risolutiva seduta settimanale, che poi non stiro più fino al mese prossimo.
No.
Si spalma, uniformemente, su quasi ogni giorno della settimana tra smacchia/lava/asciuga/stira/piega.
In un eterno ripetersi che non si esaurisce mai.
Roba che i giorni in cui mi dice: oggi sono rimasto in borghese i salti di gioia si sprecano.
Tutto poi perché una volta, in uno slancio di euforia e insana smania di accudimento mi ero proposta di farlo io
( come mi è potuto saltare in mente?)
Certo i fiori, random, continua a regalarmeli.
Le cose che rompo ad aggiustarle.
I guai domestici che combino a ripararli.
Ma tutto questo, ora, ha un costo altissimo.
In termini di doveri che pensavo avessero smesso per sempre di competermi.
Nemmeno il giardino è affar suo.
Poto, taglio, sfoltisco, rinvaso, annaffio, concimo.
E lascio che le foglie ingiallite, cadute dall’albicocco, restino lì a formare un morbido e romantico tappeto su cui far scricchiolare le scarpe.
Le lascio perché non ho mai tempo di raccoglierle mi piace vederle e perché poi si trasformano in concime per le aiuole.
Fanno da copertina protettiva alle radici delle piantine più delicate.
Creano un’atmosfera bucolica e coccolosa.
Poi arriva lui, che decide di  radunarle tutte e farne un cuore enorme proprio davanti al cancello.
Ad accogliermi dopo una giornata di lavoro.
Sgrano gli occhi e sussulto.
Dolce!!! – il primo pensiero che mi balena nella mente appena lo vedo.
…Già che c’era non poteva pure raccoglierle ste foglie? – il secondo in rapidissima successione.


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I biscotti di avena sono in assoluto i miei preferiti. Consistenza sabbiosa e sapore rustico e molto deciso. Mi cade l’occhio sugli ingredienti e mi stupisco di come fra questi figuri il rosmarino.
Compro la farina, decido di farne dei muffins e di scoprire quale magico sapore sia in grado di conferirgli un rametto di rosmarino…

Ingredienti

200 gr di latte di riso
150 gr di farina di avena
100 gr di farina di orzo
50 gr di fecola di patate
110 gr di zucchero di canna
60 gr di olio di semi di girasole
1 yogurt di soia
1 rametto di rosmarino
3 cucchiaini di lievito
1 bustina di vanillina
1 pizzico di sale


Procedimento
Mettere a scaldare in un pentolino il latte con il rosmarino. Spegnere prima che inizi a bollire e lasciare in infusione per almeno 15 minuti.
Setacciare in una ciotola capiente le farine e mescolarle con la fecola, lo zucchero, il lievito, la vanillina e il pizzico di sale.
Riunire in un’altra terrina lo yogurt di soia, l’olio e il latte intiepidito. Amalgamare bene e unirli agli ingredienti secchi lavorando poco.
Distribuire il composto negli stampini da muffins e cuocere in forno già caldo, a 180° per circa 20 minuti.





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