"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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giovedì 3 giugno 2021

Stop – Torta all’acqua al cioccolato e fragole


È accaduto esattamente così, nel modo più assurdo, incredibile e inverosimile possibile. Non che esista un modo bello in cui certe cose possano accadere, ma nel caso specifico, a sorprendere e lasciare del tutto attoniti è stata soprattutto la tempistica.

Quando il calendario (almeno cartaceo, non certo quello meteorologico) cominciava ad annunciare l’ingresso nel vivo della primavera, con i primi, timidissimi pensieri rivolti all’estate; i prati così come la campagna vaccinale erano nel pieno della loro più florida fioritura; l’ormai famoso indice Rt nazionale si scapicollava giù, in discesa libera; le maglie delle aperture si andavano sempre più allargando e noi bimbi felici sguazzavamo in un’oasi di sorrisi ebeti e flebili speranze, tra aperitivi e caffè in bicchierini di plastica consumati sui marciapiedi… è proprio allora, dicevo, che noi, famiglia, ci siamo ritrovati con lo spettro, divenuto subito drammaticamente tangibile e reale, di ben 3 contagiati!

Uno dopo l’altro, a strettissimo giro, giusto quello effettuato sulla giostra dei tamponi e delle attese.

Fratello, cognata, nipotina di nemmeno 3 anni.

Che fino a quando lo senti in televisione pensi sempre che sì vabbè, passerà.

Ma quando lo vivi e lo tocchi con mano e corri a farti un tampone perché potresti, ma magari no, chissà, esserti contagiato pure tu, la faccenda si fa dannatamente seria.

Diventa tutto, all’improvviso, molto spaventoso.

Per sé, per chi ti sta accanto, per tutti quelli con cui potresti essere venuto in contatto e inconsapevolmente aver contagiato.

A questo rassicurante scenario, tanto per rimescolare le carte e far rabbrividire un po’ di più, si è aggiunto un febbrone da cavallo occorso al nonno, mio papà.

La scoperta poi che si trattasse di colecistite, e che solo per qualche insondabile mistero (cui non smettere mo mai di essere grati) lui e mia madre, non fossero annoverati fra i contagiati ci ha fatto tirare il fiato giusto il tempo di cominciare ad affrontare il problema sull’altro fronte, quello appunto fatto di visite gastroenterologiche e chirurgiche di una certa urgenza con annessa programmazione di intervento.

Ma sempre meglio del Covid. Immagino.

In tutto ciò si inserivano, serpeggiando nel sottobosco delle ansie miste a terrore, le date dei vaccini di tutti. Fra dubbi, paure reali, indecisioni, tentennamenti, appelli a forze superiori che aiutassero a prendere decisioni o semplicemente accettare quelle degli altri.

Fra lotti ritirati, monitoraggi di reazioni avverse, notti in bianco e febbroni vari possiamo tranquillamente affermare di vivere in apnea più o meno dal 12 marzo, data della prima dose di vaccino somministrata all’amato bene. 

Ora siamo qui, in attesa di negativizzazioni, seconde dosi, interventi chirurgici e tempi migliori.

Senza pensare troppo, coltivando piccoli attimi di felicità, ritagliando minuscole oasi di silenzio o di mare in cui tirare un attimo il fiato e mettere a tacere quei tic nervosi che, soli, tradiscono un trascurabile disappunto.

Ma celano bene l'inferno di cristallo che arde nelle anse dell'intestino.

La notizia che nel circondario il numero totale dei contagiati, dai 300 e passa di questo inverno fosse sceso a 32, 3 dei quali solo “i nostri”, di certo costituiva un primato davvero poco invidiabile.

Ma, come dicevamo, le cose fanno il loro corso; il tempo, anche se non sembra, scorre imperterrito e, pur magagnati e con la sensazione di essere stati presi a calci e pestati, a un certo punto, non si sa come, ci si trova traghettati fuori dalla tempesta.

Non ancora del tutto, eh?

Ma quanto meno si impara a navigarci dentro.

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Quella che nell’ansia generale non si è mai persa è la voglia di cucinare dolci. Che anzi semmai è pure cresciuta, presi come si è, dall'impellenza di colmare vuoti cosmici. Naturalmente sempre senza esagerare, che mica perché si è lievemente angosciati ci si scorda della forma fisica... ma quando si stratta di cioccolato, per quanto mi riguarda, basta anche solo nominarlo per sentirsi meglio. Ho rubato questa ricetta alla bravissima Elena, affascinata dalla sua definizione di questa torta come di una “torta cuscinetto”. Per la morbidezza, per il fatto di costituire un appoggio validissimo a ogni tipo di accompagnamento. Certo mi sarebbe piaciuto farla con i lamponi come lei, ma non li ho trovati e per il momento mi sono accontentata delle fragole. Siccome non ero abbastanza disperata ho ritenuto di voler diminuire la quantità totale di zucchero, ma se non amate i dolci poco dolci, la quantità originale è quella giusta!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)

300 g farina (io di farro)

30 g cacao amaro

180 g zucchero (io 150, di canna)

10 g lievito per dolci

1 pizzico di sale

vaniglia (in polvere, in pasta o i semini di un baccello),

120 ml olio di semi

360 ml acqua,

2 cestini di lamponi (io ho usato fragole)

100 g cioccolato fondente

100 ml panna fresca (io vegetale)

 


Procedimento

Accendere  il forno a 180 °C e preparare l’impasto della torta.

Versate la farina, il cacao, lo zucchero, il lievito, il sale e la vaniglia in una ciotola. Mescolare e unirvi l’olio e l’acqua, lavorando con una frusta per non formare grumi.

Versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata e infornare per 40 minuti.

Sfornate la torta lasciare raffreddare completamente.

Nel frattempo tritare il cioccolato a coltello e versarlo in una terrina.

Fare scaldare la panna e versarla calda sul cioccolato mescolando con una frusta a mano in modo tale da far sciogliere il cioccolato e ottenere una ganache liscia e senza grumi. Lavare le fragole e privarle del picciolo. Dopodiché tamponarle con due fogli di scottex.

Quando la torta all’acqua sarà fredda, toglierla dallo stampo ribaltandola sul piatto da portata (in questo modo si avrà una superficie liscia da decorare con la frutta).

Spalmare tutta la superficie della torta all’acqua con la ganache al cioccolato fondente fredda e decorare con le fragole.

Completare spolverizzando dello zucchero a velo ed eventualmente decorando con foglioline di menta.



 

 

lunedì 3 maggio 2021

C’è da fidarsi - Crumble di yogurt e fragole

 

Una ricetta strepitosa, di quelle che riescono al primo colpo e danno una marea di soddisfazione in termini di gusto, velocità di esecuzione, bilanciamento degli ingredienti e soprattutto quantità degli stessi. Qua dentro ce ne vogliono proprio pochi, tutti facilmente reperibili a meno che, come la sottoscritta, non dobbiate adeguarli a fisse alimentari e barattoletti da smaltire in frigo.

Ecco, nella fattispecie ne avevo uno di olio di cocco, acquistato per fare i baci vegani e da allora, nonostante il profumo inebriante che emana non appena si apre il barattolo, mai più usato.

Sicché, prima che cammini da solo, ho deciso di impiegarlo in questa ricetta al posto del burro, nella stessa quantità che, fortuna incommensurabile, era esattamente quella rimasta.

Poi, analizziamo altri pregi di questa ricetta: il fatto che abbia uno stratone enorme di ripieno, come piace a me, senza includere però panna, mascarpone e altri grassi se non quelli, al 5% (volendo proprio esagerare) dello yogurt greco. Per esempio.

Va detto che io odio la frutta cotta, ad eccezione delle mele.

E le fragole “arrostite” mi perplimevano non poco.

Invece al primo assaggio ho pensato che se ne avessi messe di più non avrei fatto un soldo di danno e ci sarebbero state veramente tanto bene. Altro punto a suo favore.

Va cotta in forno, quello sì. Per ben 40 minuti, ma la si può preparare anche con cospicuo anticipo perché poi deve riposare in frigo per almeno 2 ore.

L’odore che emana in cottura non sto nemmeno a descriverlo.

Io non so come può essere con il burro, ma posso garantire che l’olio di cocco le regala un profumo e un sapore veramente paradisiaci.

Talmente conturbanti da aver stroncato sul nascere la voglia di salire al piano di sopra a prendere la reflex, montare il cavalletto, le luci, e tutta la compagnia danzante e spingermi a immortalare (miseramente) il tutto con il solo ausilio del cellulare.

Al chiuso.

Di sera.

Ma fosse solo quello…

La fetta è servita (e fotografata!) perfino sul piatto di plastica!

E naturalmente da troppo vicino senza aver impostato la funzione macro. Alè.

Si dovrà perciò superare lo sgomento, guadare il raccapriccio, riaversi con i sali e credermi unicamente sulla parola se vi dico che vale ASSOLUTAMENTE la pena di provare questo dolce.

Dopodiché, superate tutte queste prove, correre a comprare le ultime fragole, prima che spariscano dai banchi del mercato.

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Il consiglio è di usare uno stampo a cerniera (se tondo non più di 22 cm di diametro; io ne ho usato uno rettangolare di 23x15 cm), oppure uno in pyrex (che lasci anche vedere gli strati) e in cui servire direttamente la torta.

Ingredienti

Per il crumble

125 g di farina di farro (o OO)

100 g di fiocchi di avena integrali

120 g di zucchero di canna

110 g di olio di cocco (o burro nella stessa quantità)

2 g di lievito

1 cucchiaino di estratto di vaniglia

1 pizzico di sale

Scorza di limone grattugiata

Per il ripieno

500 g di yogurt greco

300 g di fragole

30 g di zucchero di canna

15 g di amido di mais

 


Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. Preparare il crumble riunendo in una ciotola la farina, i fiocchi di avena, lo zucchero di canna, il lievito, il sale e l’estratto di vaniglia. Incorporare anche l’olio di cocco e lavorare con le mani fino a formare un composto umido e dalla consistenza “sbriciolosa”. In un’altra ciotola mescolare lo yogurt con lo zucchero e l’amido di mais. Ungere lo stampo e distribuire sul fondo ¾ del composto di briciole compattando con le mani. Coprire con lo yogurt, livellandone la superficie, e disporre su questa le fragole pulite, asciugate, e tagliate a fettine. Terminare con le briciole rimaste, distribuite uniformemente (la superficie non dovrà essere completamente coperta ma si dovranno intravedere le fragole sottostanti).

Infornare per circa 40 minuti, poi lasciare raffreddare e riporre in frigo per un paio d’ore.


lunedì 8 marzo 2021

Sanremo – Koulourakia (ciambelline greche alla grappa)

 

Avevo deciso che non l’avrei guardato nemmeno di striscio, in lontananza, per sbaglio.

Poi l’amato bene mi ci ha trascinata dentro con tutte le scarpe.

Con la prospettiva di giocare, come ogni anno, a fare i critici musicali, di costume e di ascolti televisivi con tanto di liste di canzoni alla mano e votazioni da dare serata dopo serata.

Con l’idea, anche, di uscire momentaneamente fuori dal loop delle serie televisive su Prime e, insomma, perfino di ritrovare un’abitudine vecchia risalente a prima della pandemia, quando tutto era diverso e bello.

Ecco: per la verità questo era l’aspetto che temevo maggiormente. Immergermi in un mare di tristezza sulla scorta di un amarcord sull’ultimo anno di vita, paragonabile a dieci, che avrebbe fatto solo male.

E poi, meno filosoficamente, mal digerivo i soliti due volti ormai noti, quegli strambi figuri che si continuano a descrivere in modo distorto facendo credere che la spalla sia il presentatore e il presentatore la spalla quando poi è vero esattamente il contrario e comunque di due non ne fanno mezzo.

Comunque, orticarie a parte,  pensavo (come sempre) di piazzarmi sul divano dalla prima all’ultima sera concentrandomi almeno sulle canzoni, ascoltando, guardando, facendo gossip.

Ma, come ogni anno e tradizione che si rispetti, non sono mai riuscita ad oltrepassare, lucida e presente a me stessa, le 23 e così sono arrivata alla serata finale che di canzoni ne avevo ascoltate su per giù la metà, saltando a piè pari cover e duetti.

Mi sono rifatta però il sabato sera, restando in piedi fino alle 2 passate quando, a classifica ormai declamata, mi sono resa conto che i miei beniamini (individuati pur nella parzialissima visuale che avevo dell'intero cast) non figuravano fra i primi 3 e quindi non aveva più senso guardare e tanto vincono sempre i soliti e chi me l'ha fatto fare di vedere Sanremo pure quest'anno e di su e di giù.

Fra un occhio chiuso e l'altro semiaperto delle serate precedenti infatti avevo avuto agio perfino di crearmi un mio podio ideale composto da:

Max Gazzè al primo posto

Bugo al secondo

Colapesce (ribattezzato "Scolalapasta" dall'amato bene che ha poca memoria per nomi e titoli) e Dimartino al terzo.

Del primo non mi hanno colpito i travestimenti assurdi, ancora meno  il messaggio veicolato. Ma quegli affascinanti incastri linguistici, quella scrittura lievemente più curata e soprattutto  quella vena di follia che porta un cantautore a partorire una canzone snocciolando principi attivi e rimedi fitoterapici. Non è geniale una cosa del genere?

Il secondo, Bugo, mi  sta troppo simpatico. Lui e quella sua aria stralunata, stonata, affaticata e con quel motivetto così accattivante che non faccio che cantare e ricantare.

E poi ci sono i terzi, quelli leggerissimi e impalpabili che pure nei luoghi comuni dei "silenzi assordanti" ti riportano dritto agli anni '80 con tanto di pattinatrice che ancora non si è capito bene in che misura fosse funzionale all'esibizione ma intanto eccoci qui a parlarne.

Ecco, mi sono piaciuti tanto questi tre (quattro): semplici (vabbè il primo non tanto ma poi vederlo scapicollarsi fra le poltrone dell'Ariston impersonando, senza artifici  effetti speciali Superman non lo rende, in fondo, "semplice"?), lineari, carini, senza strilli e senza afflati rivoluzionari...(ogni riferimento ai vincitori del primo posto non è affatto casuale)

E poi finisce. lo si critica, ci si arrabbia, si discute animatamente e poi lascia il vuoto e da oggi si pensa: e mo', che ci vediamo stasera?

Per fortuna che c'è Alexa alla quale posso chiedere di riprodurre in loop le mie tre preferite. 

E pure qualche altra, dai.


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Queste meravigliose ciambelline greche, come apprendo dal blog di Irene a questo link sono tipiche della pasqua ortodossa e, come spiega nella premessa alla ricetta, “la rakì, tassativamente al femminile, è un distillato cretese da uve non destinate alla vinificazione. Lo tsipouro invece è sempre un distillato di uve, proveniente dalla Grecia continentale”. Ecco: mi sono approcciata a questi biscotti senza avere in casa né zucchero semolato né grappa bianca che figurava come ultima alternativa al raki (bevuto in abbondanza durante le nostre vacanze cretesi) o allo tsipouro greci. Ma era talmente forte la voglia di farli che ho sostituito perfino la farina bianca con quella di farro sbattendoci dentro dello zucchero di canna e della grappa invecchiata in barrique.

Il motivo per il quale quindi, nonostante la perfetta cottura di appena 20 minuti contro i 35 richiesti, non siano risultati pallidi come avrebbero dovuto essere è che, visti gli ingredienti “bruni”, questa sarebbe stata un’aspettativa impossibile da soddisfare. Ma il sapore, posso garantire, ci ha trasportati direttamente sulla spiaggia di Kato Zakros, nel punto più sperduto e meraviglioso di Creta.

 

Ingredienti (per 15 koulourakia)

350 g di farina 00 o 0  di farro

un pizzico di sale

110 g di zucchero semolato di canna

65 ml di olio di oliva (optare per un olio leggero, in alternativa un olio di semi)

25 ml di spremuta di arancia

25 ml di succo di limone

50 ml di tsipouro (non aromatizzato)  o rakì (in alternativa una grappa bianca)

1 cucchiaino da tè di bicarbonato di sodio

 


Procedimento

Sciogliere il più possibile lo zucchero nell’olio mescolando con una frusta a mano.

Mettere in un bicchierone  i due succhi e scogliervi dentro il bicarbonato. Dopodiché unirli al composto di olio e zucchero. Aggiungere anche la grappa e mescolare.

Versare  la farina setacciata poca alla volta e impastare fino a ottenere un impasto morbido e liscio.  Formare una palla, coprire  e lasciare riposare per 30 minuti.

Accendere il forno a 180 gradi, modalità statica.

Dividere l’impasto in pezzi di circa 40 g l’uno e plasmare  i koulourakia nella forma desiderata (io ho optato per delle ciambelline.

Sistemarli sulla placca rivestita di carta forno e infornare per circa 35 minuti (nel mio ne sono bastati 15 in meno!).

Tenere presente che i koulourakia non devono imbrunirsi, ma restare quasi pallidi.

Togliere dal forno, fare raffreddare e conservare in una scatola di latta.



lunedì 1 marzo 2021

Un anno - Torta variegata al caffè

 


   Zitti zitti, non si sa come, siamo arrivati anche a marzo.

Che gennaio è durato un’eternità, ma pure febbraio non ha scherzato, con i suoi 28 giorni dilatati fino a sembrare quasi il doppio.

Intanto io continuo a segnare diligentemente compleanni sul calendario, a guardarlo ogni mattina per ricordarmi di fare gli auguri al festeggiato di turno e…a scordarmene nel corso della giornata con grandi sensi di colpa.

Perché mi piace l’idea di ricordarmi dei compleanni delle persone. Anche di quelle che magari non sento da tanto e che sarebbe un’occasione da sfruttare per richiamarle almeno quel giorno. Invece no.

Leggo, incamero, rimando a qualche ora dopo, al momento opportuno, a quando starò aspettando il treno di andata, poi quello di ritorno, poi finisce la giornata e io ho completamente rimosso l’appuntamento telefonico che mi ero prefissata.

Freud direbbe che non è un caso, che tutta sta voglia di risentire determinate persone evidentemente non c’è.

Io dico che piuttosto a me scoccia tanto stare al telefono e quando non ti senti da tanto, quella mezz’oretta minimo di conversazione la devi calcolare. Poi vai a capire se, come presumibile, la verità si trovi esattamente a metà fra queste due spiegazioni.

A parte ciò, continuiamo a brancolare nello straniamento di questa pandemia.

Fra mascherine interamente di cotone, che nel frattempo sono diventata allergica forte anche agli elastici.

Lo smart working dell’amato bene ha rivoluzionato parecchio la nostra quotidianità, ma la bella notizia è che ha quasi completamente abbandonato il pallino dei lavoretti in casa e ci si dedica giusto per cause di forza maggiore (bagno intasato, rubinetto gocciolante, ante dell’armadio difettose) o quando, nei giorni particolarmente difficili e a rischio apatia, gli fornisco pretestuosamente scarpe da lucidare, cinte cui fare buchi, orologi da aggiustare, pezzi di cose che rompo da incollare, che tanto, la maldestrezza per sfasciare quotidianamente qualcosa non mi manca. Per quanto mi riguarda, fortunatamente continuo a prendere sane boccate d’ossigeno, facendo la pendolare ogni giorno e riducendo così di gran lunga i pretesti per litigarci spazi o il tappetino per fare ginnastica.

Del perché poi, dopo un anno di chiusura delle palestre e di allenamenti costanti in casa, da persone assolutamente fissate diligenti quali siamo, ci si debba litigare l’unico tappetino disponibile (che poi è il mio) non è dato sapere.

Eppure siamo avvezzi, come tutti, ad acquisti on line e nel frattempo avrebbero pure riaperto i centri commerciali (almeno in settimana) per poter correre a comprarne un secondo.

Ma ho idea che quell’unico tappetino, oltre che una sfida implicita a chi fa di più/quando e come, rappresenti anche una scaramanzia, una speranza sempre accesa, un modo per dirci che in fondo, poi che ci facciamo con due tappetini in casa quando finalmente torneremo lui in piscina e io in palestra?

E intanto, è passato un anno.

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Quando leggo “caffè” non capisco più niente. Poi ovviamente l’aspettativa è sempre di gran lunga maggiore rispetto all’aroma reale che il caffè può sprigionare dall’interno di una torta. Ma di questa, che ho visto qua mi piaceva tanto l’aspetto, oltre che l’idea del sapore. E questo, le aspettative le ha addirittura superate, visti i miei costanti insuccessi con la torta zebrata. Ecco, questa volta che ho buttato gli impasti a caso, alternandoli, ne sono uscite fette che sembravano disegnate… misteri della cucina! In ogni caso è una torta sofficissima, veloce da fare e che si conserva benissimo anche per 5 giorni sotto una campana per dolci.



Ingredienti (per uno stampo da 22-24 cm)

3 uova

250 g di farina (io di farro)

150 g di latte (io di soia)

125 100 g di zucchero (di canna)

75 ml di olio di semi

50 g di fecola di patate

25 ml di caffè (circa 1 tazzina)

1 cucchiaino di cacao

1 bustina di lievito per dolci (16g)

Vaniglia

Procedimento

Preparare il caffè, zuccherarlo con 1 cucchiaino raso di zucchero e lasciarlo raffreddare.

Accendere il forno a 180°. In una ciotola capiente sbattere le uova con lo zucchero fino a renderle spumose. Unire l’olio e il latte continuando a mescolare, quindi, progressivamente anche la farina setacciata con il lievito e la fecola. A questo punto dividere l’impasto in due parti e solo in una aggiungere il caffè e il cacao.

Oliare e infarinare uno stampo, quindi versarvi i due impasti, alternandoli per ottenere un effetto marmorizzato.

Cuocere per circa 35-40 minuti secondo il forno.



 

lunedì 15 febbraio 2021

Depistaggi - Torta vegana al cocco

 

Si può regalare, per san Valentino come per ogni altra occasione, un tubetto di crema cortisonica?

Dunque le cose stanno così: da qualche anno a questa parte mi curo prevalentemente con medicina omeopatica e attualmente sono alle prese con una dermatite, di cui soffrivo durante l’adolescenza, che è rispuntata fuori ora, a distanza di qualche anno e che sto pazientemente curando con i suddetti rimedi.

L’amato bene, da uomo tollerante e intelligente quale è, mi appoggia in questa mia scelta sebbene non approvi fino in fondo proprio tutte le sue sfaccettature.

E in particolare si e mi domanda se su quella mano martoriata di bolle e croste non faccia prima a mettere un bello strato di crema al cortisone che metterebbe fine, in un batter d’occhio, a pruriti e aspetto da zampa di rettile anziché riporre la mia speranza in tubetti di granuli e unguenti prodigiosi per giorni e giorni di fiduciosa agonia.

Ma io, testarda e (assolutamente) fiduciosa, appunto, vado per la mia strada glissando su ogni offerta medicamentosa che non sia contenuta in tubetti “senza indicazioni terapeutiche approvate”.

Mattina di san valentino. Non me lo aspetto nemmeno un vero e proprio regalo per la verità. Tutt’al più fiori. E invece te lo vedo arrivare con un pacchetto piccolo, grazioso, infiocchettato.

Apro e scopro una scatola di pomata. E mi fermerei lì, che lo conosco il suo spirito burlone. Infatti rido a crepapelle e gli dico che è stato proprio forte a propormela così, sotto forma di regalo d’amore, questa crema al cortisone che mi ostino a non voler usare.

Mi fa anche tenerezza, che se me la regala per san Valentino vuol dire che gli faccio proprio pena con questa mano disastrata e soffre a vedermi così e vuole aiutarmi a tutti i costi.

Non collego nemmeno quel tubetto già aperto e spremuto a quello sepolto nel nostro cassetto delle medicine e che avevo comprato (non mi ricordo nemmeno più quando) per lui.

Infatti mi viene in soccorso e dalla scatola spunta un rotolo.


Pieno di scritte.


La cosa si fa interessante. Conosco questo tipo di sorprese, cui non è nuovo, sebbene ogni volta mi stupisca in modi diversi.

Perché sì, quello pieno di fantasia e capace di sorprendere con idee e trovate incredibili e romantiche è lui, mica io.

Stento a crederci però. Che siamo in piena pandemia, con tutti i divieti e le restrizioni del caso.

Ma lui è un uomo pieno di fiducia e ottimismo.

Quasi come me con l’omeopatia.

Di fatti non mi sbaglio: è proprio un programma di viaggio quello che sto srotolando fra le mani. Mi basta leggere la prima scritta, “partenza da Roma Fiumicino….” per non capire più niente e farmi trasportare da un progetto reale e concreto.

Niente mete lontanissime, isole in mezzo al mare e voli intercontinentali.

Un volo di due ore e mezza.

La prospettiva, ancora lontana e purtroppo piena di insidie e incertezze, di un viaggio.

Mai regalo mi è sembrato più bello e prezioso.

La crema al cortisone può tornare nel cassetto.

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Sono pochi i dolci di questo sito  che non mi viene voglia di provare appena li vedo. Questo è uno di quelli che ho letto e subito realizzato, pur non avendo in casa tutto l’occorrente. Per esempio l’ingrediente principale: quel cocco rapè (polpa di cocco grattugiata, ridotta in scaglie e senza ulteriori processi di raffinazione) che pare sia molto diverso dalla farina di cocco (con una grana estremamente fine e uniforme), e che per me, fino a oggi, pari erano. Invece no! Disponendo allora solo di banale “farina di cocco”, e non potendo aspettare oltre, io la torta l’ho realizzata con quella. Ma se da una parte ho tolto, dall’altra ho aggiunto: così, anziché utilizzare il latte di soia ne ho messo uno di riso al gusto di cocco. Poi ho diminuito leggermente  la quantità di zucchero, impiegato olio di riso anziché di semi  e giocato come al solito con le farine. La consistenza di questa torta è molto “sbriciolosa”, ma allo stesso tempo soffice. E comunque, se poco poco amate il sapore del cocco non potete proprio esimervi dal provarla!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro)

300 ml di bevanda di riso al cocco

250 gr di farina di farro integrale

150 gr di farina di cocco

80 ml di olio di riso (o di semi di girasole)

80 gr di zucchero di canna

1 bustina di polvere lievitante (cremor tartaro + bicarbonato)

Mezza bacca di vaniglia (o 1 bustina di vanillina)

30 gr di gocce di cioccolato extrafondente

 

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. Raccogliere in una ciotola le farine, il lievito e lo zucchero di canna. Unire anche il latte di riso al cocco e l’olio e amalgamare bene tutti gli ingredienti fino a ottenere un composto omogeneo. Da ultimo incorporare anche le gocce di cioccolato e versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata. Cuocere per circa 45 minuti, fino a che la superficie sarà dorata e l’interno completamente cotto.



 

martedì 15 dicembre 2020

Che tempi! - Plumcake al caffé e nocciole

Le nuove frontiere del blogging: un post scritto, composto ed editato (su quest'ultimo punto non garantisco) direttamente dal cellulare!

Mai avrei creduto possibile raggiungere simili vette di sciatteria.

Che, pazienza scrivere saltuariamente e ormai senza nemmeno più uno straccio di piano "editoriale". Pazienza pure soprassedere sull'addobbo natalizio della casa che quest'anno dall'8 dicembre che è stato portato a compimento è passato pure in cavalleria (a parte lo sbandieramento  su facebook) e non è da me.

Ma che addirittura non trovi tempo né agio di mettermi comoda al computer a comporre e digitare uno scrittuccio dignitoso non l'avrei mai creduto possibile.

Le prime avvisaglie mi sono arrivate da quelle volte in cui ho iniziato a trovare normale corredare i miei post di foto scattate direttamente con lo smartphone. Magari di sera. O di mattina all'alba con la casa ancora immersa nel buio. Avrei dovuto immaginarmelo che il passo successivo sarebbe stato questo.

Ma dice che bisogna stare al passo con i tempi, con il cambiamento e con le novità. Farsi flessibili.

Sarà, io comunque continuo a preferire i vecchi metodi. Quelli appunto del computer e di sedia e scrivania.

Ma tant'è. 

Annaspando nella sciatteria comunque riesco ancora a scovare chicche come la ricetta di questo plumcake che ho visto qui. Io adoro il caffè, ma ormai da anni ne bevo soltanto uno al giorno e solo occasionalmente due.

Ho quindi imparato ad amare anche l'orzo, miserello sostituto cui ci si abitua giusto per rassegnazione. Ho voluto però combinarli e fare un po' e un po'. 

Casualmente avevo anche un piccolo brick di bevanda vegetale di riso alla nocciola...facile decidere di miscelarli con quello i due caffè solubili.

Infine, giusto qualche giorno fa avevo comprato un sacchetto di zucchero di canna integrale che ha questo aspetto qui e sa tanto di liquirizia.

Combinazione perfetta, tanto che quando mi sono trovata davanti questa ricetta non mi sono potuta esimere. Per concludere con gli aggiustamenti e le varianti, ho usato farina di farro e di farro integrale. E insomma, pur con tutte le piccole modifiche apportate è uno di quei dolci che penso rifaró spesso: troppo buono con quella consistenza umida sotto la crosticina croccante. L'aroma deciso e avvolgente di un caffè quasi speziato.

Sì perché qua di biscotti natalizi non ne facciamo. Tempo zero, voglia non ne parliamo. In compenso quest'anno, oltre ai consueti cuoricini di zenzero, ne abbiamo provato un altro tipo di IKEA, a base di avena e cannella. Belli e fatti che basta aprire la scatola. Altro che impasta, inforna e guarnisci.

 Il tutto mentre addobbavamo a più non posso.








Con surplus di luci, rispetto agli anni scorsi e nessun altro gingillo aggiunto al novero escludendo una pupazza alata che ci guarda dalle scale.

E quindi ecco, alla fine se in calce a questo post attacco qualche foto del tutto riesco a sbrigare pure la pratica "post su addobbi natalizi".

Mentre abissi sempre più profondi di sciatteria paiono inghiottirmi.

Ma il plumcake provatelo, che ne vale veramente la pena!

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Trovate la ricetta originale sul blog di Alice , Pane libri e nuvole, a questo link.

 Di seguito la mia versione.

Ingredienti

180 g di farina di farro bio
100 g di farina integrale di farro
3 uova
100 g di zucchero di canna integrale
110 ml di olio di semi
150 ml di latte di riso alla nocciola
2 cucchiaini di orzo solubile
1 cucchiaino di caffè solubile
1 bustina di lievito in polvere
70 g di nocciole tostate
1 pizzico di sale


Procedimento

Preriscaldare il forno a 180° e ungere e infarinare uno stampo da plumcake.
In una ciotola setacciare le farine e il lievito.
Tritate molto grossolanamente le nocciole, lasciabdobe da parte una decina per la superficie.
In un pwntolino scaldare il latte alla nocciola e poco prina dell'ebollizione spegnere e sciogliervi dentro il caffè d'orzo e quello solubile. Mentre si raffredderà un pochino, montare le uova con lo zucchero con le fruste elettriche per almeno 7-8 minuti, fino ad avere un composto gonfio e spumoso. Unire l’olio a filo, il latte e infine incorporare le farine con una spatola.
Da ultimo unire anche le nocciole, e mescolare bene.
Versate l’impasto nello stampo e distribuire in superficie le nocciole rimaste, tagliate a metà.
Cuocere per 35-40 minuti circa facendo la prova stecchino per verificare la cottura

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martedì 24 novembre 2020

Indovina – Torta di avena e cocco

 


Dunque sì, a prima vista, senza occhiali, potrebbe sembrare una cheesecake al cioccolato.

Solo che quelli non sono biscotti digestive intrisi di burro e quello sopra non è cioccolato.

Se è per quello poi, di formaggio non c’è nemmeno l’ombra.

Aguzzando un po’ la vista poi, a un secondo sguardo, più attento, potrebbe dare l’idea di una crostata mal riuscita.

Dimenticata nel forno (in funzione grill) e carbonizzata nella parte superiore mentre quella sotto era venuta tanto bene, mannaggia!

Continuando a scervellarsi potrebbe essere scambiata pure per una sbriciolata invertita, col ripieno emerso, per qualche oscura ragione, e le briciole esplose e rimaste appiccicate sul fondo dello stampo.

Ma nemmeno tirando a indovinare si potrebbe dire che invece è una torta fatta di…fiocchi di avena!

Già, perché io finora con i fiocchi di avena facevo giusto il porridge per la colazione, che poi il nome è solo per capirsi perché in realtà io mi limito a riempire la mia bella tazza di fiocchi, mela, uvetta, mandorle, cannella e tutto quello che trovo nella dispensa, poi a ricoprire tutto di latte di soia bollente quel poco che basta per ammorbidire un po’ e far sì che il risultato non si incastri sulle pareti dell’esofago mentre lo mando giù a piccole e prudenti cucchiaiate.

È che le pappette non mi piacciono, ma dice che il porridge d’avena al mattino fa tanto bene, quindi ecco, mangiare i fiocchi d’avena crudi, nemmeno tostati, mi pareva un buon compromesso.

Poi è arrivato Marco Bianchi e questa sua torta che dire che mi incuriosiva è essere proprio riduttivi.

Siccome non mi pareva abbastanza azzardata, ho pensato di togliere dalla lista degli ingredienti pure quei miseri 80 gr di zucchero che prevedeva e di sostituirli con una decina di piccoli datteri frullati...

E ovviamente di usare una marmellata fatta di soli zuccheri della frutta e dolcificata quindi con succo di mela concentrato.

Ecco, la marmellata: avrebbe dovuto costituire il ripieno.

Ma nel momento in cui ho messo il secondo strato di impasto sopra a quello di marmellata per l’appunto, quella ha iniziato a strabordare conquistandosi spazio e finendo per riemergere completamente.

Assumendo poi tutti gli aspetti di cui sopra: da crostata riuscita male, a cheesecake (magari!), a torta mistero.

Che però è stata una rivelazione.

Di gusto, consistenza, sostanza.

Almeno per una volta i fiocchi d’avena riesco a mangiarmeli cotti.

E il mio stomaco ringrazia.

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A parte aver eliminato lo zucchero, ho sostituito la farina 2 con farina di farro integrale, il latte vaccino con quello di mandorla e le nocciole con le mandorle.

Ingredienti (per uno stampo da 22cm)

150 g di farina di tipo 2 di farro integrale

350 ml di latte (io di mandorla)

250 g di fiocchi di avena

100 g di cocco grattugiato

70 g di nocciole mandorle tritate

80 ml di olio di mais

80 g di zucchero integrale di canna (una decina di datteri piccoli, circa 50g)

Mezzo cucchiaino di vaniglia in polvere

200 g di confettura di lamponi  bacche di sambuco selvatico

Un cucchiaino di lievito per dolci



Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°.

Raccogliere in una ciotola tutti gli ingredienti secchi. Frullare i datteri con un po’ del latte previsto e aggiungerli agli ingredienti secchi insieme anche al latte restante e all’olio. Amalgamare e versare metà impasto in uno stampo oliato e infarinato (o rivestito di carta forno). Aggiungere la confettura e ricoprire con il rimanente impasto.

Cuocere per circa 50 minuti e lasciare raffreddare completamente prima di togliere dallo stampo.



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