"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 29 settembre 2020

Che estate è stata? - Soda Bread di farro e semi misti

 



L’estate del 2020. Quella che fino all’ultimo non si sapeva se e come si sarebbe potuto andare al mare, riuscire allo scoperto, riprendere ad abbracciarsi.

Quest’ultima cosa in verità non l’abbiamo ancora fatta ed io, da marzo scorso, non abbraccio né bacio mia madre e mio padre o mio fratello e mia cognata in quanto appartenenti a nuclei famigliari diversi e soprattutto, i primi, in età e condizioni cliniche “a rischio”.

Mia nipote però sì, o perlomeno l’ho abbracciata e baciata all’incirca fino ai primi di settembre, prima di partire per la Grecia (sebbene tornata con tampone negativo), e poi di ricominciare a lavorare, a incontrare persone, avere contatti e quindi essere un potenziale untore, non certo per lei, ma sempre per i nonni che a lei badano. Le sue guance irresistibili mi hanno fatto capitolare e ora starne nuovamente lontana, o davanti ma col filtro della mascherina, è veramente durissima.

Con lei sono andata al mare, quel paio d’ore la mattina che tra monta e rismonta tutti i suoi bagagli fra ciambelle, canottini, piscinette, secchielli e formine passavano in un lampo. Sempre troppo brevi, sempre troppo di corsa. Sempre meravigliosamente insabbiate da capo a piedi.


Perché di corsa poi effettivamente andavo a recuperarla presso altri ombrelloni dove i giochi erano sempre più appetibili dei suoi.

Poi c’è stata la scoperta dell’acqua, inizialmente osservata da lontano con timore, subito dopo vissuta in lunghe sessioni di ammollo e di tiraemmolla per uscire, almeno quando la pelle di mani e piedini diventava bianca e avvizzita.

Ma il piacere dell’acqua poteva essere barattato solo con un cornetto e una tazzina piccola di latte schiumato, nelle meravigliose colazioni vista mare che ci siamo concesse presso il nostro stabilimento preferito. Piccolo, tutto di legno, quasi una baita di montagna con larghe vetrate sull’azzurro.

E file di ombrelloni desolatamente vuote in questa strana estate di prudenza.

Ma anche di fretta, di smania di viversela tutta, fino all’ultimo raggio di sole, nel timore che si sia nuovamente costretti a rinchiuderci.

Quindi ecco, siccome s’era cucinato tutto il cucinabile nel periodo lunghissimo della quarantena e siccome in questi rapidissimi due mesi trovavo sempre qualcosa di decisamente meglio da fare che mettermi ai fornelli, questa estate io ho cucinato solo per finta nella cucinetta giocattolo della suddetta nipotella.

Non che si sia morti di fame, eh? Ma abbiamo fatto sempre cose molto semplici, tante cene all’aperto con qualche coppia di amici e una sola, perfettamente distanziati, con i famigliari per il mio compleanno.

Barbecue a non finire e insalate come se piovesse.

Poi, di colpo, sul generale clima assai cupo di incertezza, sconcerto e pesantezza, sono arrivati la pioggia e un freddo polare.

E allora ecco, timidamente, forse, sta ricomparendo pure la voglia di chiudersi in casa a preparare qualcosa.

Sempre senza troppo impegno però, che le belle giornate per scorrazzare nei prati, con la mascherina, magari non sono ancora finite!


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Che non ami particolarmente lievitati, preparazioni lunghe e cervellotiche, con lunghi tempi di attesa e molta pazienza credo sia ormai cosa nota.

È con questi presupposti che mi sono avvicinata a una ricetta (vista qua, quindi anche vegano!) come quella del Soda Bread, simpatico pure nel nome. Perché fare questo pane è anche divertente. A parte che ci vogliono veramente 5 minuti (e 40 di cottura, sì, ma quelli io non li calcolo, che nel frattempo posso fare altro).

Ma poi è proprio bello vedere come da un’operazione rapida, senza il minimo sforzo, senza nemmeno sporcarsi le mani esca fuori un pane fragrante, saporito, gustoso che dà tanta di quella soddisfazione da chiedersi perché lo si sia scoperto solo ora.

Ha superato perfino la prova tempo, perché fatto ieri sera e assaggiato subito appena sfornato era fantastico. Ma lì era facile. Stamattina lo aspettavo al varco per la colazione. E non ha deluso minimamente: spalmato di tahin, coperto di fettine di banana e spolverato di cannella era veramente paradisiaco!


Ingredienti

200 gr di farina di farro

150 gr di farina di farro integrale

(oppure 350 gr di farina 0)

200 gr di latte di soia non dolcificato

2 cucchiai di aceto di mele

1 cucchiaino di bicarbonato

1 cucchiaino raso di sale

50 gr di semi misti

 


Procedimento

Accendere il forno a 200°.

Unire l’aceto al latte e lasciare riposare 5 minuti. In una ciotola mescolare le farine, il sale, il bicarbonato e i semi (lasciandone da parte 2 cucchiai per la decorazione finale).

A questo punto unire il latte cagliato e mescolare bene formando un panetto. Trasferirlo su una teglia foderata di carta forno, cospargere dei  restanti semi e infornare per 40°.



 

 

mercoledì 21 novembre 2018

Roba seria - Focaccine rapidissime alla zucca (senza lievitazione)



“Hai portato la macchina?”
“Sì ma ho dovuto parcheggiare distante perché non c’era posto”
“Ok allora  io prendo la mia, tu recupera la tua e ci vediamo sotto, al parcheggio della Coop, così facciamo lo scambio”
Chi dovesse mai intercettare i dialoghi fra me e mia madre all’uscita della palestra, dove la trovo puntuale ad attendermi, avrebbe ragione di pensare male.
Scambi.
Macchine pronte.
Strategie di manovra.
Scaltrezza.
Velocità d’azione.
E poi luoghi bui, lontani da occhi indiscreti e possibilmente poco affollati.
La ragione tuttavia per la quale io oggi ho preso la macchina è molto meno avventurosa e intrigante.
Piove, anzi diluvia; dopo la palestra devo passare in tintoria a ritirare giacca e pantaloni dell’amato bene e sotto la pioggia torrenziale, nonostante ami profondamente camminare, non mi pare il caso di avventurarmi con abito al seguito.
Ma oggi risulta funzionale allo scambio.
Un po’ iniquo a dirla tutta. Perché io dal canto mio ho portato giusto…un sacchetto di focaccine.
Ma la posta in gioco è ben più alta.
Quello che mia madre si appresta a tirare fuori dalla sua macchina con atteggiamento sempre più losco ed io a infilare prontamente nella mia afferrando il fagottello per i nodi della tovaglia è… una pentola di succulento minestrone che ha cucinato appositamente per noi e che solo per mia esplicita richiesta non mi ha consegnato direttamente a casa.
Fracicandosi pure, eventualmente, se necessario.

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Queste focaccine, viste qua, sono deliziose. Tra l’altro, non necessitando di lievitazione, possono essere fatte anche all’ultimo minuto, quando ci si accorge che manca il pane in casa o per soddisfare una voglia improvvisa. Perfette per un aperitivo, da accompagnare a formaggi e salumi o anche da mangiare così come sono. Ho usato farina di farro e dimezzato la quantità di sale, che per quanto mi riguarda ometterei del tutto essendoci già il pecorino.
Occhio a non assaggiarle calde, appena fatte…rischiereste di non portare nulla in tavola ;-)


Ingredienti (per circa 20 focaccine)
250 gr di zucca al netto degli scarti
250 gr di farina di farro
2 cucchiai di pecorino romano
1 bustina (16gr) di lievito istantaneo per torte salate
Mezzo cucchiaino di sale
Un pizzico di noce moscata


Procedimento
Cuocere la zucca nel modo preferito (al forno, in padella con due cucchiai d’acqua o al vapore) per circa 15 minuti o fino a quando non risulterà morbida.
Schiacciarla con una forchetta e lasciarla intiepidire.
Nel frattempo setacciare la farina con il lievito. Condire la purea di zucca con il pecorino, la noce moscata e il sale. Iniziare quindi a impastare aggiungendo progressivamente la farina.
Trasferire il composto su un piano di lavoro infarinato e stenderlo a uno spessore di circa mezzo cm. Ricavare dei dischetti con un coppapasta e sistemarli a mano a mano su uan vassoio ricoperto di carta forno. Mettere sul fuoco una padella antiaderente e quando sarà ben calda cuocervi (coperte) le focaccine per circa 5-7 minuti per lato o fino a  quando saranno dorate.
Gustarle tiepide farcite dei salumi preferiti o anche così al naturale.



lunedì 30 gennaio 2017

Tutto in famiglia - Crackers integrali ai fiocchi d’avena (senza lievito)


Giovedì: influenza.
Se fosse capitata di lunedì, ancora meglio, ma di certo non mi strappo i capelli.
Sveglia tardi, niente palestra, finisco di leggere il libro, non torno a orari improbabili, non mi scapicollo su e giù per i treni, faccio scorpacciate di televisione, poltrisco al calduccio sotto il piumone.
Certo, tutto questo, sempre con gli operai per casa.
Ma tanto loro lavorano fuori, al massimo si affacciano in salone per prendere e posare attrezzi; io sono al piano superiore, mi chiudo in camera e scendo solo per mangiare.
Beh un po’ mi devo sistemare lo stesso. Non è proprio come stare da soli e crogiolarsi nell'abbrutimento più spinto.
Una truccata pure a scappar via ci vuole.
La tuta al posto del pigiama-con-i-gatti-innamorati può aiutarmi a mantenere un certo decoro e un minimo di reputazione.
Ma alle quattro e mezzo staccano ed è, comunque, una mezza pacchia.
Questi i pensieri di mercoledì sera: pregustandomi il lato bello della febbre con mal di pancia, ossa rotte, brividi di freddo.
Le cose poi sono andate un po’ diversamente.
Il caso infatti ha voluto che i lavori, proprio giovedì mattina (primo giorno di malattia) fossero giunti a un punto cruciale. Quello cioè in cui andava ripristinato il tettino di tegole sopra bagno e cucina demoliti e ricostruiti.
Il resto del tetto è costituito dal balcone. Della camera da letto naturalmente.
Ah stai male? Beh non te preoccupà: noi passamo da fori, co na scala -  si organizzano concilianti in principio.
Ma poi la situazione, evidentemente, si fa complicata e a metà mattina, proprio mentre mi gustavo l’ultimo capitolo del bel libro che sto leggendo, un urlo degno di Tarzan si leva dal centro del salone.
Scusaaaa! Che potemo passà paa camera, che da fori proprio nun jaa famo? No perché avemo montato pure la gronda e rischiamo de rovinalla.
Ed è così che mi ritrovo, in apnea sotto il piumone (che non si intraveda nemmeno un millimetro di pigiama coi gatti) a intuire un passaggio di gente ai piedi del letto come manco a piazza Risorgimento nell’ora de punta.
Scusa eh? Mannaggia proprio oggi. Eh però stamo a fa un lavoretto coi fiocchi! -  si discolpano a turno, un po’ imbarazzati, mentre guadagnano velocemente l’uscita sul balcone scalpicciando – impolverati e con le scarpe inzaccherate –  sul parquet.
Ci mancherebbe pure che lo steste facendo a cavolo di cane – penso tra me e me.
Mentre a parole, dalle profondità cavernose del piumone, cerco di rassicurarli  che no, ci mancherebbe, non fa niente (tacci vostra).
Nel frattempo respiro a pieni polmoni, alternativamente, boccate di gas e di catrame.
Sì perché dalle scale interne, sempre attraverso la camera da letto, si sono trasportati sul balcone pure la bombola del  gas con il cannello e rotoli di catrame per allestire la guaina protettiva.
Per fortuna mi viene in aiuto la capacità di sdoppiamento per cui io sono qua ma la mia mente fugge via per il mondo, in posti bellissimi e, ça va sans dire, il più lontano possibile da questo.
Ogni tanto poi vengo richiamata alla realtà da zaffate di catrame, o improperi fra i più disparati e coloriti, allora mi figuro immagini varie e rido un po’. 
Tanto per cominciare immagino la vicina impicciona passare davanti casa e soffermarsi per un attimo sulla scena. Inutile dire che domani sarò sul giornale di paese e addio alla reputazione. Altro che pigiama coi gatti.
Comunque, nel giro di un’oretta nemmeno, finiscono e, con la finestra finalmente chiusa, l’aria vagamente più respirabile e quel che rimane della mia privacy riconquistata, mi addormento pesantemente mentre loro continuano ad andare su e giù dal balcone, questa volta calandosi e arrampicandosi da questo e dunque passando per l’esterno.
La leggenda narra poi che verso le tre sia anche tornato a casa l’amato bene, mi abbia chiamato a gran voce tre-quattro volte e non avendo ricevuto alcuna risposta, convinto che non fossi in casa, sia uscito nuovamente per delle commissioni, non prima di essersi intrattenuto un po’ con i muratori a parlare da sotto a sopra.
Lui giù in giardino.
Loro sempre sul balcone.
Io persa nel sonno più profondo.
Ma non è possibile che non ti sia accorta di niente. Guarda che ho proprio urlato per chiamarti, eh? Cioè: qua potrebbero portarti via con tutto il letto che non te ne accorgeresti -  mi rimprovera l’amato bene una volta appreso l’increscioso accaduto.
In effetti come dargli torto.
Ma in cuor mio non mi pare proprio l’evento più incredibile e degno di nota di tutta la giornata.

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Dalla pagina facebook di Cucina Naturale. Purtroppo ho dovuto omettere i semi di papavero perché ero convinta di averli e invece mi sbagliavo. Ma secondo me dovrebbero starci molto bene. Facoltativa la scelta di cospargere di sale la superficie dei crackers prima di infornarli. Io non l’ho fatto.

Ingredienti (per circa 30 pezzi)
100 gr di farina di farro integrale
50 gr di farina di farro
125 gr di fiocchi d’avena integrali piccoli
100 gr di acqua
3 cucchiai di olio extravergine d’oliva
1 cucchiaio di semi di sesamo
1 cucchiaio di semi di papavero (che io ho omesso perché non li avevo)
1 cucchiaino di sale



Procedimento
Unire in una ciotola le farine, i semi, i fiocchi e il sale. Aggiungere l’olio e tanta acqua quanto basta a dare la giusta consistenza all’impasto (nel mio caso era perfetta la quantità indicata nella ricetta). Impastare per qualche minuto e lasciare riposare coperto per un quarto d’ora.
Disporre la pasta su un foglio di carta forno e stenderla con il matterello in una sfoglia piuttosto sottile. Con una rotella dentellata (o un coltello affilato) tagliarla a quadrati o rombi e bucherellarla in superficie con i rebbi di una forchetta. Volendo, aggiungere sale in superficie (io non l’hop fatto e andavano bene così, ma sono abbastanza sciapi e quindi dipende dai gusti).
Infornare in forno preriscaldato a 180° per 15 minuti. Quindi sfornarli e lasciarli raffreddare.

Appena usciti dal forno risulteranno ancora un po’ morbidi: non cedete alla tentazione di prolungarne la cottura, diventeranno croccanti una volta raffreddati completamente.

martedì 25 agosto 2015

Sfide - Fette biscottate di farro (senza uova, senza latte e senza burro)


L’ultima frontiera delle mie sperimentazioni.
E per una pigra come me non è affatto scontato.
Decidere di farle come riuscire nell’impresa.
Perchè non è proprio una di quelle cosette da fare al volo, come piace a me.
Ricette veloci, senza tanti passaggi, ma con enormi soddisfazioni, come quei famosi panini lì, tanto per capirci.
Ho anche tentato delle scorciatoie, cercando ricette di fette biscottate super rapide.
Infatti il primo tentativo è stato quasi (del tutto) fallimentare.
Non solo per colpa mia però, va detto.
La ricetta prometteva un tipo di fetta biscottata perfino senza lievito.
E il risultato, almeno in termini di sapore, non era nemmeno troppo malvagio a dire il vero.
Se non fosse che intanto il panetto di impasto non è cresciuto per niente e più che fette sono venuti fuori “crostini” (tondi) biscottati.
E poi nemmeno 40 minuti di forno a basse temperature sono serviti a biscottarli realmente.
Si ostinavano a rimanere degli ammassati, rifatti e stantii biscottini dall’aria rassegnata e per niente allettante.
Così ho mollato, strozzandomeli giù per colazione ogni mattina, così com'erano, fino ad agognato esaurimento, certa comunque che l’amato bene, che peraltro non era nemmeno il destinatario di tali leccornie ma assiste (alternativamente a dita incrociate o gufando, senzo l'umore) a ogni mio tentativo di confezionarmi cibi speciali da sola,  avrebbe perlomeno apprezzato lo sforzo, lodato il coraggio, ammirato la tenacia.
Invece…
Lo sfottò è durato giorni.
Sfotteva perfino il vezzo di aver voluto creare la variegatura a base di orzo.
già che c’eri potevi farci dei riccioli di kamut, intarsi  di ceci o scolpirci dentro  nuvolette di avena tostata
E a seguire una diabolica risata.
L’affronto era troppo grave.
Ho iniziato un sabato mattina appena aperti gli occhi: impastino/prima lievitazione.
Ricetta imparata a memoria, mosse studiatissime e via, in marcia come un soldato al fronte.
Ho proseguito 45 minuti dopo (essermi preparata per andare al mare e già con un piede fuori dalla porta): unione di tutti gli altri ingredienti/seconda lievitazione.
Ho avviato il terzo step appena rientrata all’ora di pranzo: stesura impasto/disposizione negli appositi stampi per ultima lievitazione.
Ho concluso i compitini della giornata infornando per 40 minuti e messo a riposare i bauletti di pane.
Ma già gongolavo vedendoli così cresciuti e dall’aspetto rassicurante: non potevano essere cattivi o riuscire male ormai, così paffutelli e rigogliosi come si presentavano.
 Stavolta mi sa che avevo fatto centro, ma ancora non osavo dirmelo.
E soprattutto dirlo a lui.
Certo mancava la fase più importante della biscottatura, rimandata, per prudenza, al giorno seguente.
Con quel gufo della mia metà che chiedeva a  più riprese: come vanno i crostini, stavolta?
Sghignazzando senza remore.
Ma già sentiva franare il terreno sotto i piedi, aggirandosi a naso in su per la casa pervasa da un odore di pane/biscotti/mulini bianchi.
Gliele ho fatte assaggiare appena uscite dal forno, ancora calde e fragranti.
È uno che ama scherzare lui, un provocatore nato e un goliardico.
Ma con un senso della giustizia e un’onestà d’animo molto forti.
Certo qualche fatica gli sarà costata ugualmente sgranare gli occhi, guardarmi stupito, esclamare ammirato: “Masono perfette: brava!
Musica per le mie orecchie.
Affronto lavato.



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Ho preso la ricetta qui, ed è una di quelle ricette perfette, ben spiegate  e che riescono al primo colpo suscitando moti di gratitudine infinita. L’ho riadattata alle mie esigenze sostituendo la farina di frumento con quella di farro e lo zucchero semolato con quello di canna. Inoltre ho voluto proprio strafare aggiungendo la variegatura con orzo solubile, ma quello è un passaggio facoltativo. Ecco la mia versione:

Ingredienti (per circa 30 fette biscottate/stampo per plumcake da 28-30 cm o due piccoli)

300 g di farina di farro
250 g di farina integrale di farro
60 gr di zucchero di canna
200 ml di acqua
60 ml di olio di semi di arachide o girasole
3 cucchiaini rasi di lievito di birra secco
un cucchiaino di miele
un cucchiaino raso di sale

+ 3 cucchiaini di orzo solubile per la variegatura (facoltativo)

Procedimento 

1. Come prima cosa preparare il lievitino con 90 g di farina di farro presi dal totale, 100 ml di acqua tiepida e un cucchiaino di miele. Mescolare per bene in una ciotola, ottenendo un composto omogeneo e privo di grumi e fare riposare per circa ¾ d’ora-1 ora coperto con pellicola.

2. Trascorso questo tempo, riprendere il lievitino e mescolarlo a tutti gli altri ingredienti tranne il sale (nella macchina del pane se se ne possiede una, o lavorando a mano, come nel mio caso).
Lavorare il composto fino a quando non sarà ben liscio ed omogeneo. In ultimo unire anche il cucchiaio di sale, lavorando ancora un po’. Far lievitare fino a completo raddoppio (circa un paio d’ore).


3. A questo punto prelevare una piccola porzione di impasto (meno di un quarto) e “sporcarlo” con l’orzo solubile impastando bene per farlo amalgamare (questo passaggio è del tutto facoltativo e si può tranquillamente saltare).

Stendere il resto dell’impasto su un piano leggermente infarinato, cercando di formare un rettangolo e disporvi al centro quello scuro steso a sua volta, facendo aderire bene le due parti.

 Arrotolare per il senso della lunghezza e formare un filoncino, avendo cura di lasciare la parte sigillata sotto.
Sistemarlo in uno stampo da plumcake grande o dividerlo in due piccoli, comunque il filoncino deve entrare perfettamente nello senso della lunghezza.

Fare lievitare ancora fino a quando non raggiungerà il bordo dello stampo (…o va molto oltre, come nel mio caso)


4. Trascorso il tempo necessario cuocere, in forno preriscaldato,  a 180° per circa 40 minuti.
Quando la superficie sarà ben dorata, sfornare e lasciare raffreddare completamente. Dopodiché estrarre dallo stampo, coprire con canovaccio e fare riposare il filoncino per un giorno circa (l'assaggio è d'obbligo e saranno buonissime anche così).



5. Trascorse le ore di riposo, tagliare il filoncino con un coltello seghettato in tante fette di circa 1/2 o 1 cm di spessore.


Disporre tutte le fette su una leccarda da forno

 e tostarle a 150°  ( tra i 15 e i 20 minuti per lato, secondo il forno; questo passaggio è il più delicato: non esagerare perché una volta fredde tenderanno a indurire ulteriormente). Sfornare, fare raffreddare e conservate le fette biscottate in una scatola di latta o bustine per alimenti….e buona colazione!


lunedì 18 maggio 2015

Il pane furbissimo e veloce dell’Arabafelice – Panini di Kamut ai semi di lino


È stato amore a prima vista.
Totale e incondizionato.
Adorazione sfrenata, desiderio impellente di provare.
Una serie di magici divieti ad alimentare il sacro fuoco della passione:
non impastare
non usare quelle robe complicate e necessitanti di cure continue come il lievito madre, nel mio caso peraltro, già opportunamente accoppato a suo tempo.
Non guardarlo.
Non considerarlo.
In pratica: dimenticarsene proprio.
Buttare tutti gli ingredienti in una ciotolona, amalgamare appena con una forchetta, giusto per non fargli fare proprio tutto da solo, poi coprire e lasciare lì dedicandosi a tutt’altro.
Uscire, fare bricolage, potare la siepe, passarsi lo smalto sulle unghie, leggere un libro, scrivere poemi.
Tutto: fuorché pensare al pane.
E pure quando risalterà in mente di avere, per l’appunto, un pane da cuocere e si tratterà di trasbordarlo dalla ciotola al forno, ma non se ne avrà voglia alcuna, mettersi tranquilli, che tanto non ci sarà bisogno di sbattersi a impastare e creare forme.
Basterà rovesciare tutto su un piano, tagliare approssimativamente e senza troppi riguardi il composto in vari pezzi, quindi schiaffare i futuri panini direttamente in teglia.
Unico sforzo cospicuo (ma assolutamente facoltativo, seppur vivamente consigliato, a posteriori): far scendere sui miserelli una pioggia di semini a scelta.
Fine della storia.
Fatica pari a zero, livello di impegno bassissimo, risultato fantastico.
Ed esce questo pane buonissimo.
Morbido, fragrante, con una crosticina deliziosa e quei semini meravigliosi a completare il tutto.
Il massimo per una come me che già all’idea di rinfrescare, pensare a come impiegare l’esubero, predisporre, impastare, sperare, pregare a mani giunte, abbandona in partenza e ripiega sulle gallette di riso.
Frettolosa, impaziente, curiosa da morire.
Lui autonomo, indipendente, pieno di iniziativa e prodigo di sorprese.
Io e questo pane velocissimo siamo fatti proprio l’uno per l’altra.
E se per caso poi curiose lo foste anche voi, provate ad assaggiare i panini appena tirati fuori dal forno….
Grazie Stefania, grata a vita!

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Ho provato la versione con il grano khorasan per la mia dieta che vieta il frumento. Con qualche perplessità all’inizio, perché non sapevo che resa avrebbe avuto.
A posteriori posso dire che:
- il composto iniziale non raddoppia di volume, ma cresce solo un po’. Non so se questo dipende dal tipo di farina o dalla giornata particolarmente umida e fresca.
- Per vederlo aumentato non è stata sufficiente un’ora e mezza ma ce ne sono volute 3.
- nel mio forno per la cottura sono bastati 20 minuti scarsi, ma come spiega Stefania, questo dipende dalla grandezza dei pezzi.
- i panini si conservano molto bene anche per il giorno successivo se chiusi bene in un sacchetto di carta.


Qua la ricetta originale, che riporto di seguito per comodità con le mie piccole variazioni.

Ingredienti (per circa 8 panini)

500 gr di farina di Kamut
375 ml di acqua
2 cucchiaini rasi di lievito di birra disidratato
2 cucchiaini rasi di sale
1 cucchiaino di miele
1 manciata di semi di lino

Procedimento
Mettere farina, lievito, sale e miele in una ciotola e a mano a mano aggiungere l'acqua mescolando con una forchetta per amalgamare, ma senza impastare.
Coprire la ciotola con pellicola e lasciare riposare finché non raddoppia di volume (o comunque cresce almeno un po').
Ci vorranno almeno un paio d'ore.
Trascorso questo tempo, predisporre un foglio di carta forno cosparso di farina e rovesciarvi sopra il composto cercando di non sgonfiarlo troppo.
Tagliarlo sommariamente in 8 pezzi (io ho staccato direttamente con le mani senza nemmeno utilizzare il coltello e sempre SENZA IMPASTARE, adagiare ciascun pezzo su una teglia ricoperta di carta forno.

Completare ogni panino con una manciata di semi di lino e infornare a 230° in forno preriscaldato per circa 20-30 minuti, secondo il forno.






lunedì 20 ottobre 2014

Vecchi fidanzati ritornano - Pizzette allo yogurt


Ogni persona ha i suoi.
Ogni epoca storica pure.
Io, fra gli ‘80 e i ‘90 dello scorso secolo e del passato millennio, fresca quartina ginnasiale alle prese con i primi rudimenti di latino e greco, non sbavavo certo dietro a Cicerone, nemmeno a Catullo, tantomeno a Erodoto.
E del resto erano ancora inimmaginabili i tempi di Justin Bibier o degli One Direction.
Perfino quella che si era ripromessa di sposare Simon Le Bon era ancora di là da venire, percui io come idolo esclusivo, unico e insostituibile avevo nientedimeno che…
Eros Ramazzotti.
Chioma alla Branduardi, sguardo vagamento strabico, aria truce di chi della vita pare sapere già tutto, per il solo fatto di essere nato ai bordi di periferia, incarnava per me l’Uomo perfetto, quello per il quale sospirare, struggersi nel segreto delle proprie stanze e casomai morire pure di consunzione a ogni sua apparizione pubblica, che fosse Castrocaro o Festivalbar, seguita in religioso raccoglimento.
Per non sbagliare, non ne perdevo manco una.
Mi chiudevo in camera (sbattendo la porta, che nell’adolescenza funziona più che mai) e me la gustavo in silenzio e completa solitudine.
E in tempi in cui internet e la stampante ancora non esistevano, passavo il tempo a raccattare copie di Sorrisi e Canzoni TV, preferibilmente a casa di mia nonna (pure quando dovevano ancora essere letti), più altri giornali di gossip ovunque mi capitasse, comprese sale d’aspetto di studi medici e case-di-amiche-di-mamma, facendo man bassa di tutte le foto che lo ritraevano.
Strappando pagine senza remore, razziando copertine e poster in omaggio senza vergogna, in assoluta omertà o con la scusa che Tanto te che ce fai, no’(nna)?”
Avevo addirittura creato un album di foto, più artigianale che mai, che ripercorreva la sua storia da quando era in fasce.
Ritratto con il padre, con la madre, con tutti e due insieme, da solo, in compagnia, col fratello, l’amico del cuore, il vicino di casa, un passante messo lì a caso, un fan scatenato.
Riservando all’album il posto d’onore, sullo scaffale della libreria, accanto agli album di famiglia.
E squagliavo il tasto "pause" dello stereo per poter trascrivere tutti i testi delle canzoni, passandole in rassegna una per una.
Riempiendo diari e agende di parole, scarabocchi, adesivi, cuori, fumetti, ancora ritagli di giornale e tutto ciò che potesse servire ad alimentare la passione.
Poi, al culmine della follia amorosa, me ne andavo in giro, convinta e contenta, a dire..che era il mio fidanzato!
Ovviamente solo a chi non poteva minimamente mettere in dubbio la questione (e chiamare di conseguenza la Neuro), tipo mia cugina di una decina di anni più piccola.
Suggestionabile e facilmente intortabile, la quale naturalmente non perdeva occasione, dall’alto della sua ingenuità di bimba, di vantarsi con le amichette d’asilo, del fidanzato illustre della cugina.
Cugino acquisito pure lui, quindi.
La passione amorosa e la segreta liaison è andata avanti nella mia testa (e in quella dell'ignara infante) per un quinquennio buono, che allora l’adolescenza durava almeno fino ai 18 anni e le chat, i forum, gli stimoli virtuali non arrivavano a smantellare barbaramente certe convinzioni o a sgretolare senza pietà romantiche e innocenti fantasticherie.
Così, avevo agio di alimentare i miei sogni (e le false convinzioni della mia cuginetta) spingendomi sempre più in là, fino a immaginare perfino di affrontare il lungo e insidioso viaggio, dalla capitale fino a Passo Corese, dove il mio eroe aveva acquistato una villa con terreno tutto intorno per ospitarci anche il cavallo vinto a Sanremo dell’86.
Evento, peraltro, seguito (per la prima e unica volta nella mia vita), dalla sigla iniziale fino alla dichiarazione del vincitore, intorno alle due di notte, con conseguente e inevitabile sciroppamento di tutti gli altri cantanti in gara e ospiti intermedi.
Praticamente un suicidio con morte lenta.
Poi per fortuna la vita (mia, di mia cugina e dell’illustre parente acquisito) ha preso il suo corso (universitario, canoro e sentimentale). Una nuova e più matura (?) consapevolezza si è fatta strada in tutti noi, i nodi sono venuti al pettine e sui giornali è uscito che il tizio mi aveva ignobilmente tradita per sposarsi con una bionda e spumeggiante svizzera.
Ma si sa, certi amori non finiscono neppure davanti a una cruda evidenza.
Tanto che il giorno del sontuoso matrimonio, nel castello a due passi da casa mia, sono stata pungolata dalla tentazione, fortunatamente poi ricacciata indietro, di fare un salto a vedere.
Pur avendo ormai varcato la soglia dei 30 anni o giù di lì.
 E perfino adesso, che l’ex ragazzo di periferia è diventato un maturo signore della cui folta chioma non sono rimaste che rare tracce sale&pepe (ma con lo sguardo sempre strabico e la voce ancora vagamente nasale);
adesso che sono felicemente sposata;
adesso che anche la cuginetta (forse) ha preso coscienza dell'amara verità
…io non posso fare a meno, ogni tanto, di ripensare a quella passione.
E soprattutto a quel fidanzamento così perfetto e appagante, finito di botto,
chissà poi perché.

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Le ho viste da leiche a sua volta le aveva viste da un’altra, ma comunque ne è stata il tramite.
Queste pizzette: una scoperta, una rivelazione, il jolly da tirare fuori in qualsiasi momento.
Che una buona occasione si trova sempre.
Aperitivo, antipasto, buffet, pomeriggio di noia, botta di tristezza, desiderio di coccole, voglia di qualcosa di buono.
Veloci, pratiche, senza sbattimenti, impasti arzigogolati né panetti di lieviti che mannaggia non ce l’ho.
Io, dopo averle provate in tutte le salse, non posso più farne a meno. E già dalla primissima volta ne ho fatta una dose doppia, che tanto non bastano mai! (Grazie Claudia!!)


Ingredienti (per circa 30 pizzette)
2 yogurt bianchi interi da 125 gr
2 vasetti di farina
1 cucchiaino raso di sale

per condire:
passata di pomodoro
origano o basilico
Fiori di zucca
Alici
Mozzarella
Patate
Rosmarino
Sale 
Olio extravergine d’oliva


Preparazione:
In una ciotola impastare lo yogurt, il sale e la farina fino ad ottenere un composto omogeneo e non appiccicoso (aggiungere eventualmente altra farina fino a quando non si attaccherà più alle dita e diventerà lavorabile.
Stendere l'impasto su un piano infarinato in uno spessore sottile e ricavare dei dischetti comn un coppapasta o il bordo di una tazzina. Adagiare le pizzette su una teglia foderata di carta forno, condire a piacere. Io ho fatto:
-pomodoro a pezzetti e origano
-pomodoro, basilico e olio frullati
-patate e rosmarino
-fiori di zucca mozzarella e alici

Cospargere con un pizzico di sale e un filo d’olio e infornare a 200° per circa 12/15 minuti, o finché saranno dorate. 




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