"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 12 novembre 2019

Devozioni – Biscotti al limone…in padella



Arrivo, trafelata, alle 9:10 o giù di lì. Mai prima. Se possibile anche dopo.
La lezione di Total Body invece inizia alle 9.  I giorni pari della settimana va anche peggio, perché Posturale inizia alle 9:30, dunque avrei tutto l’agio di arrivare largamente in anticipo e invece di pari passo si allunga anche il mio ritardo. 10 minuti fisiologici. Almeno. Quando tutti sono già sdraiati a terra e io mi sono persa tutta la parte iniziale in piedi. Poco male: un modo per stramazzare elegantemente senza essere notata.
Da una ex Fantozzi che agli appuntamenti arrivava con abbondanti mezz’ore di anticipo questo è il massimo della sciatteria.
Ma tant’è.
Nemmeno gli sguardi torvi dei vecchietti tutti concentrati valgono a farmi fare meglio la volta successiva.
E non perché mi alzi tardi. Cerco sempre di essere in piedi per le 7:15 riuscendoci pure, il più delle volte.
È che cincischio.
Passo lunghi minuti davanti alla mia tazza della colazione.
Altri interminabili secondi con la testa infilata nell’armadio per decidere cosa mettere.
Infine accendo il computer. E lì mi perdo per sempre.
Entro in bagno alle 8:40. Per poi correre forsennatamente. Ma solo verso la fine, perché nella mia mente quel tempo lì dovrebbe bastare e avanzare per: lavarmi, vestirmi, truccarmi, raccattare le mie cose, recuperare il cellulare, cercare le chiavi di casa, ritirare il mastello della raccolta differenziata, mandare un messaggio, leggerne altri dieci, aprire tutte le finestre di casa, arrivare a piedi fino in palestra.
Il fatto poi che salti puntualmente il riscaldamento è di poco conto considerando le corse appunto che mi faccio per essere lì almeno per metà lezione.
E poi le sento parlare.
“Ehh stamattina ero indecisa se venire: pioveva a dirotto, ma intanto mi sono preparata. Poi ho visto che migliorava, allora alle 9 meno venti sono uscita di corsa ed eccomi qua”
Nove meno venti. Ed è uscita di corsa, lei.
Quando io mi decidevo a malapena a spegnere il computer e mi sembrava di essere ancora in largo no ma anticipo sì.
“Ah no io invece mi sono alzata come al solito alle 5 e un quarto…”
Ho un sussulto. Un tuffo al cuore.
Intervengo: “Ma come, tu ti alzi “di solito” alle 5.15?”
“Sì”, risponde lei con naturalezza e occhi a cuoricino “mi alzo per fare colazione insieme a mio marito, poi gli preparo il pranzo da portarsi via…mi fa piacere, sono abituata così”
Penso alla mia colazione in solitaria.
Mentre l’amato bene (che ho salutato la sera prima) esce alle intemperie più o meno alla stessa ora in cui si alza l’eroina che ho davanti mentre io ho ancora svariati sogni all’appello prima che mi suoni la sveglia.
Penso al riso che cuocio in soluzione unica la domenica per tutta la settimana e che poi gli condisco variamente (scartando confezioni) ogni sera lasciandogli il pranzo in frigo da ricordarsi di prendere a proprio rischio e pericolo. Senza post-it. Senza segnali luminosi a favorirgli il ricordo.
Penso ai sabati e alle domeniche, unici giorni in cui ci sarebbe possibile fare colazione insieme ma io anche lì mi alzo generalmente un paio d’ore dopo di lui quando il sole è già molto alto e la giornata iniziata da un pezzo.
Penso alla devozione di queste mogli, alla loro puntualità in palestra e in ogni situazione della loro vita, alla tenerezza con cui mi parlano di sveglie improponibili “solo” per fare colazione insieme ai propri mariti o preparargli il pranzo e ….niente, sono sciatta, mi ama così.

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Controcorrente come al solito, io d’estate accendo il forno e con il freddo cuocio i biscotti in padella… no è che sono in ritardo anche con la realizzazione di questa ricetta. Che avevo visto tanto tempo fa un po’ ovunque, ma poi ci sono voluti i miei tempi per decidermi a realizzarla. Ma  cuocere dei biscotti in padella è così divertente e veloce che mi chiedo come abbia fatto ad aspettare tanto! Sono senza uova, senza burro e senza latte.

Ingredienti (per circa 20 biscotti)
150 gr di farina di riso
150 gr di farina di farro
80 gr di zucchero di canna
50 gr di olio di riso
Succo (circa 50 ml) e scorza di 1 limone grande bio
Latte vegetale (riso, farro, avena o soia) se occorre
½ bustina di lievito
1 pizzico di sale


Procedimento
Setacciare insieme le farine con il lievito. Unire anche lo zucchero, il sale e la scorza del limone. Versare gradualmente l’olio e il succo del limone e iniziare a impastare. Se il composto risultasse troppo secco facendo fatica a stare in piedi, aggiungere poca bevanda vegetale fino a ottenere un impasto compatto ed elastico. Disporlo fra due fogli di carta forno e stenderlo con il matterello. Ricavare i biscotti con le apposite formine (o un bicchiere rovesciato) e disporli a mano a mano in una padella antiaderente senza aggiungere nulla. La padella NON va oliata né imburrata. Coprire e cuocere a fuoco moderato per circa 10 minuti rigirandoli una sola volta.





martedì 11 giugno 2019

Sciroppo d’acero - Banana breakfast loaf




Il Canada è il principale produttore mondiale di sciroppo d’acero. Facile pensare che uno che decida di trascorrere 20 giorni lì, ne faccia incetta e torni con valigie, borse e pure tasche piene.
E invece no!
Ho preso souvenir a base di tè e cioccolato, aromatizzati allo sciroppo d’acero.
Caramelle allo sciroppo d’acero.
Creme per il corpo allo sciroppo d’acero.
Ci siamo mangiati chili di biscotti, sempre allo sciroppo d’acero, io e l’amato bene mentre percorrevamo le strade dritte e poco trafficate dell’Ontario e, ancor di più, del Quebec.

Abbiamo visto la foglia d’acero impressa su ogni superficie possibile: dalla più ovvia, che è la bandiera, al manico delle forchettine sull’aereo, fino ai biscotti esposti nelle vetrine di una pasticceria con tanto di glassa rossa.


Senza contare che abbiamo riportato foulard, tazzine, cappellini, peluche, magneti e accendini con sopra stampata indovinate un po’? Ma la foglia d’acero, certo!
Ecco, ma bottiglie di sciroppo niente.
Nemmeno una.
La dura legge dei bagagli ha imposto il rigore della rinuncia.
Non è che fosse poi così economico comprarlo lì, rispetto a quanto costa in Italia. Il costo della vita in Canada è veramente esagerato. Però ne avrei fatto lo stesso incetta. Ma, ahimè, quando tutti gli ostacoli si frappongono alla realizzazione di un sogno… Avevamo un solo bagaglio in due e in quelli a mano non potevo certo infilare una bottiglia di liquido da 750.
Oddio, a ben pensarci, avrei potuto scompattarla in bottigliette da 100 ml ;-) chiuse in plastica trasparente.
Ma non l’ho fatto ed è per questo che, appena tornata, mi sono fiondata al NaturaSì a comprarne una bottiglia.

Volevo farne dei biscotti, ma poi ho visto un’altra genialata di Arabafelice per Starbooks.
E, con il cuore già gonfio di nostalgia e le valigie (senza sciroppo d'acero) ancora da disfare, non ho proprio potuto esimermi…

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Lo so che bisogna accendere il forno e fa già molto caldo, ma per un dolcetto del genere vale assolutamente la pena. Vegano e senza glutine. Con lo sciroppo d’acero (era stato già menzionato?) al posto dello zucchero e un sapore pieno, denso e corposo, ma allo stesso tempo umido e avvolgente, che non si smetterebbe più di mangiarne.
Io poi sarei quella che non ama i dolci con le banane, che in cottura sprigionano un sapore come di “medicinale”. E quindi se è piaciuto a me…
N.B.: prevede un ingrediente un po’ strambo, che è l’acqua faba, ossia l’acqua di cottura o di conservazione dei ceci (se si usano quelli in scatola), molto usato nella pasticceria vegana perché fa la parte delle uova, donando compattezza e sofficità ai dolci. Se ne possono fare perfino delle meringhe, assumendo, una volta montata, l’aspetto e la consistenza dell’albume, ma questa è un’altra storia…

Ingredienti
430g di banane mature (pesate senza buccia)
190 ml di sciroppo d'acero (io ne ho messi 170)
150g di farina di mandorle (o mandorle intere da tritare finemente)
125g di farina di grano saraceno
55 ml di aquafaba (acqua di conservazione dei ceci in scatola, oppure la loro acqua di cottura)
2 cucchiaini di cannella
2 cucchiani di aceto di mele
1cucchiaino di lievito per dolci
1cucchiaino di bicarbonato
un pizzico di sale
20 g di noci pecan (io ho usato le noci “normali”)

Procedimento
Preriscaldare il forno a 180° e oliare e infarinare uno stampo da plumcake (oppure foderarlo con carta forno).
 Mettere le banane in una ciotola e schiacciarle con una forchetta. Unire quindi la farina di mandorle, quella di grano saraceno, il sale, la cannella, il lievito ed il bicarbonato. Amalgamare tutto e aggiungere i liquidi (sciroppo d’acero, acqua faba e aceto di mele) mescolando fino ad ottenere un composto omogeneo.
Versare nello stampo e decorare con le noci pecan tagliate a metà.
Infornare e cuocere per 45-50 minuti (nel mio forno c’è voluto quasi un’ora) o comunque finché una lama inserita  al centro del dolce uscirà pulita.
In ogni caso si tratta di un dolce umido, molto compatto, ma a un certo punto lo stecchino uscirà asciutto, non appiccicoso come fino a quando il dolce non è perfettamente cotto. Meglio sempre allungare la cottura di 5 minuti.
Una volta cotto far raffreddare bene il dolce prima di mangiarlo. È uno di quei dolci che acquista valore con il passare delle ore.



lunedì 18 febbraio 2019

Provare per credere - Weird and Wonderful banana bread



Con un nome così, un dolce non può che richiedere, urlare, imporre di essere provato subito.
Due paroline magiche, due aggettivi che non possono lasciare indifferenti.
Non fosse altro che per la voglia di scoprire se è veramente così (ma non era quella la motivazione principale. La verità è che sono curiosa come una scimmia e più le ricette sono strane più mi divertono).
E memore di quei biscotti (e di tantissime altre ricette furbe/geniali/strambe/ da lei testate, approvate e garantite), non potevo proprio esimermi.
La ricetta è attribuita a Lucy Cuttflin e Arabafelice l’ha testata per lo Starbooks di questo mese.
Cospargereste mai una banana di maionese prima di addentarla?
E innaffiereste mai il tutto con del buon caffè appena fatto?
Ecco, quelli appena elencati sono gli ingredienti principali di questo stranissimo, è vero, ma meraviglioso banana bread.
Si può mai rimanere col dubbio di che sapore abbia un dolce del genere?

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Un dolce morbidissimo, dalla consistenza umida con una croccante crosticina in superficie. Un’armonia di sapori perfetta in cui non prevalgono né il sapore delle banane né quello del caffè.
Non ho trovato il brown sugar (che come spiega Stefania non è zucchero di canna ma zucchero melassato), ma come suggeriva l’autrice nelle note, lo si può fare in casa mescolando 200 gr di zucchero semolato con 20 gr di melassa (che ho trovato al NaturaSì). Inizialmente sono stata tentata di usare la farina di farro, ma poi ho seguito ogni indicazione alla lettera. In ogni caso si può utilizzare anche una maionese vegana!

Ingredienti
250 g di banane molto mature ben schiacciate (circa 3)
200 g di light brown sugar
250 g di maionese di buona qualità
105 g di caffè appena fatto (oppure acqua)
250 g di farina
un cucchiaino e tre quarti di bicarbonato
un generoso pizzico di sale
un paio di cucchiai di zucchero grezzo


Procedimento
Preriscaldare il forno a 175 gradi foderare con carta forno uno stampo da plumcake lasciando che salga di almeno 2 cm oltre i bordi. Le misure da lei indicate sono 23cm/13cm/6,5cm, ma il mio era leggermente più grande. È importante però che non sia più piccolo perchè il dolce una volta cotto arriverà fino all'orlo.
In una ciotola schiacciare molto bene le banane e mescolarle con la maionese e il brown sugar finché il tutto sarà ben amalgamato. Da ultimo unire il caffè (o l’acqua).
Aggiungere quindi farina, sale e bicarbonato, mescolare e versare nello stampo preparato. Cospargere con un po’ di zucchero grezzo e cuocere per curca 50-60 minuti, finché uno stecchino inserito al centro uscirà pulito.
Sollevare il dolce dallo stampo aiutandosi con la carta forno e farlo raffreddare su una gratella.



giovedì 1 marzo 2018

Ricette pazze - Cavolfiore ripieno


Vedere realizzare questa ricetta in televisione e decidere di farla è stato tutt’uno.
Nei miei pranzi solitari mi tengo compagnia con La prova del cuoco.
Snervante il più delle volte, interessante per la rimanente, esigua parte.
In particolare c’è qualche personaggio che apprezzo particolarmente: Federico Quaranta e tutto ciò che di bello sul cibo sa e trasmette con la stessa, intensa passione con cui lo studia. Qualcuno la scambia per saccenteria, io ascolto, rapita, tutte le curiosità e le stranezze che conosce arrivando a chiedermi se qualche volta non le inventi pure.
Poi c’è quel gran paravento di Natale Giunta, che con il suo fare ammiccante, l’accento inconfondibilmente siculo e l’occhiolino costantemente pronto a favor di telecamera sforna quelle ricette piene di sole, mare e profumi siciliani che mi inebriano solo a immaginarli.
E infine arriva lui, l’artista pazzoide Andrea Mainardi che, al netto di balletti rock, creste ossigenate e occhi lucidi quando parla della sua Michelle, sforna sempre idee estrose, geniali, a volte nemmeno lontanamente replicabili ma che sempre mi incantano.
Questa non faceva eccezione. E soprattutto racchiudeva l’insieme irresistibile di: presenza scenica, l’ingrediente onnipresente in questa casa da ottobre a maggio inoltrato e l’effetto sorpresa.
Quest’ultimo legato al dubbio se fosse o meno commestibile fino al momento di affondarci dentro la forchetta e portarne un pezzetto alla bocca.
Ovviamente ho modificato il ripieno, ma quello, come ogni ripieno che si rispetti, è a totale discrezione di chi si cimenta.
Lui ha imbottito questo cavolfiore con l’accoppiata vincente di prosciutto cotto e mortadella, il tutto innaffiato da generosissime manciate di formaggi vari. Come se non bastasse, prima di infornare il meraviglioso fior di cavolo, lo ha generosamente spennellato di salsa barbecue, ingrediente da noi assolutamente bandito in quanto dolciastro e quindi del tutto inviso a quel talebano dell’amato bene.
E quindi che c’ho messo dentro sto cavolfiore?
Un accostamento decisamente più leggero e a portata di alimentazioni controllate: feta, pomodori, olive nere e origano.
Ora, chiariamoci: io il cavolfiore al forno  così condito lo faccio una settimana sì e l’atra pure. Ridotto in cimette e preventivamente sbollentato. Facile, veloce e supersaporito.
La novità vera consisteva nel cuocerlo intero, dopo averlo semi-svuotato, con attenzione e perizia e abbondantemente farcito.
Se dovessi dire che questa tecnica è più facile e veloce della mia mentirei.
Più bella sicuramente (ma non vi sognate che il tizio qui presente mantenga lo stesso, accattivante charme una volta tagliato o sia possibile ricavarne fette minimamente presentabili).
Ma non più pratica.
Perciò: se volete stupire vostro marito, vostra suocera, l’amica del cuore, voi stessi, optate pure per il cavolfiore intero e la sua incontestabile bellezza per il brevissimo, fugace momento di apparizione.
Diversamente, prendete per buono il condimento, tagliate il broccolo in tante cimette, sbollentatelo, conditelo come sotto, cospargetelo di pangrattato e infornatelo per una ventina di minuti, gli ultimi 5 dei quali in funzione grill.
E avrete lo stesso un’ottima cena in assai meno tempo e senza dovervi produrre in acrobazie per svuotare il cavolfiore senza romperlo ;-)

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Il tempo di cottura varia sensibilmente a seconda della grandezza del cavolfiore: i 30 minuti indicati dall’autore per il mio non sono stati assolutamente sufficienti. Con 45 era cotto e croccante.
Qualora voleste accorciarli e vi piacciono le verdure piuttosto molli, portate a bollore una pila d’acqua e tuffateci il cavolfiore per una decina di minuti prima di procedere con la marinatura e tutto il resto.
Per renderlo ancora più saporito, poco prima di sfornarlo cospargetelo di parmigiano o pecorino.

Ingredienti
1 cavolfiore bianco
150 gr di formaggio feta
2 pomodori rossi a grappolo
1 limone
Una manciata di olive nere denocciolate
1 rametto di rosmarino
Origano
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe

Procedimento
Togliere le foglie esterne del cavolfiore, lavarlo e tamponarlo con carta da cucina. Capovolgerlo e inciderne la parte centrale asportandola con delicatezza. Cercare di scavare il più possibile facendo attenzione però a non romperlo.

Girarlo nuovamente e sistemarlo in una ciotola cosparso di olio, succo di limone, sale, pepe e il rametto di rosmarino tritato, lasciandolo marinare per circa un’oretta.

Nel frattempo sbriciolare la feta, 

condirla con i pomodori tagliati a cubetti,

 le olive tritate grossolanamente, l’origano e un po’ di olio.

Riprendere il cavolfiore, riempirlo di farcia premendo un po’

 e poi sistemarlo, con l’apertura verso il basso, su una teglia ricoperta di carta forno.

 Irrorare con il liquido della marinata e cuocere a 200° per circa 45 minuti o fino a quando il cavolfiore sarà abbrustolito in superficie e risulterà morbido infilzandoci una forchetta.
Lasciare intiepidire prima di tagliare e servire.




lunedì 13 novembre 2017

Paura - Risotto alla melagrana


Da quando è arrivato in questa casa non c’è più pace.
Gli inquilini della stessa, a parte i due in carne e ossa, nelle persone di me medesima e dell’amato bene, sono tanti e fra i più disparati.
Ci sono anatre e conigli fatti di saggina.
C’è l’uomo ghianda che è un ometto di ceramica seduto su una sedia (per lui) gigantesca.
C’è la signora Du, che reca in mano un mazzolino di coni di incenso.
Ma soprattutto c’è lui, Enjoy, il cane che si rotola e ride come un pazzo non appena gli si passa davanti.
Era lui il vero re della casa, fino a poco tempo fa: in pole position sul bracciolo del divano, dal viaggio di nozze in cui lo abbiamo raccattato all’angolo delle strade a chiedere l’elemosina in un negozio di Chicago, è diventato la mascotte della famiglia tanto da far allarmare perfino i nostri genitori se quando vengono non lo trovano regolarmente al suo posto perché magari è steso ad asciugare.
Fino alla settimana scorsa tutto filava liscio e la convivenza con lui e tutti gli  altri strani, ma allegri figuri era ammantata di pace e di armonia.
Poi è arrivato lui:

 sto pupazzone alto e secco che mi arriva quasi al bacino, dall’aria stralunata e vagamente inquietante.
Quando l’ho scelto mi piaceva tanto, ma non potevo immaginare che presto sarebbe diventato il mio incubo.
Tutto è nato la mattina in cui l’amato bene, uscito come al solito sul fare dell’alba per andare al lavoro, me lo ha fatto trovare di spalle, bardato a mo’ di fantasma, con una veste lunga (per la precisione un mio foulard) strisciante sul pavimento.
Ora.
La casa al mattino alle sette, quando mi alzo anche io, è immersa, oltre che nel buio, anche nel silenzio più completi. 
Le tende pesanti ancora tirate, non si sentono macchine, le case intorno disabitate ed io che scendo a fare colazione cerco di fare la vaga facendo anche più rumore possibile per darmi un tono e un contegno.
In questo scenario, trovarmi ai piedi delle scale lo spilungone abbigliato con la palandrana fino ai piedi mi ha fatto iniziare la giornata, oltre che con il rischio serio di una crisi apoplettica, con lunghi e articolati smadonnamenti.
Indecisa se correre nuovamente su in camera, sbarrarmi la porta alle spalle e chiamare l’amato bene intimandogli di riprendere subito il treno e venirmi a togliere l’immagine horror dal salotto o, più dignitosamente, farmi coraggio, avanzare stoica e buttarlo nel secchio dell’indifferenziata una volta per tutte.
Da quel giorno sono iniziate vendette trasversali di vario tipo.
Infruttuose perlopiù. 
Perché io continuo a trovarmelo davanti in tutte le guise.

Che poi la cosa più inquietante di tutta la faccenda (ora che mi aspetto di trovarmelo puntualmente di fronte) è spogliarlo, fargli riassumere le naturali fattezze e ricollocarlo al suo posto.
Un fantoccio, una bambola voodoo: per me che compio quelle operazioni in quel momento assume le sembianze della cosa più raccapricciante e terrorizzante sia possibile immaginare.
Ma ho commesso l’errore, ahimè, di confidare all’amato bene il mio terrore di quel primo giorno.…istigandolo a fare sempre, sempre peggio.

Comincio seriamente a pentirmi di averlo mai voluto comprare.


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Questa ricetta l’ho avuta dalla mia amica Eva, che a sua volta l’ha trovata in rete. Un risotto particolare e dal gusto sorprendente, che molto dipenderà dal grado di maturazione della melagrana. Assaggiatela prima e comunque prendetene una ben matura, con i chicchi color rosso rubino e non rosa sbiadito. Se è molto grande e rilascerà un bicchiere intero di succo, procedete con cautela: mettetene prima solo metà nel risotto, assaggiate e regolatevi di conseguenza. Il risultato, con una melagrana non perfettamente matura è di asprezza estrema, molto più marcata di un risotto al limone, per dire. Viceversa, l’armonia sarà perfetta e il sapore piacevolmente dolciastro e delicato. L’ho provato due volte di seguito perché la prima, avendo usato una melagrana “farlocca”, non mi aveva convinta, non poteva essere così deludente! Infatti, al secondo tentativo mi sono prontamente ricreduta…

Ingredienti (per 2)
200 gr di riso carnaroli
1 porro ( se è molto grande, va bene anche ¾)
1 melagrana
½ bicchiere di vino bianco
Brodo vegetale (io ho usato un dado biologico senza glutammato)
Parmigiano
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe


Procedimento
Predisporre innanzitutto un brodo vegetale per fare il risotto. Tagliare a metà la melagrana, sgranarne i chicchi e lasciarne da parte una manciata per la decorazione finale. Passare il resto nel passaverdure e ricavarne il succo. Eliminare il ciuffo, la parte verde e lo strato più esterno del porro, quindi tagliarlo a rondelle sottili e farlo stufare in una padella con poco olio e un mestolo di brodo per una decina di minuti. Aggiustare di sale, trasferirlo in un contenitore dai bordi alti e frullarlo con il minipimer.
Far tostare il riso in poco olio mescolando spesso, sfumare con il vino e lasciarlo evaporare, dopodiché proseguire la cottura del riso aggiungendo progressivamente il brodo un mestolo alla volta finché non si sarà assorbito il precedente. N.B.: mescolando spesso il riso rilascia tutto il suo amido e si avrà un risultato molto cremoso; mescolando di rado i chicchi rimarranno più sgranati.

Trascorsi i primi dieci minuti di cottura unire la crema di porri e mescolare, quindi aggiungere il succo di melagrana e portare a termine la cottura.
A fuoco spento mantecare con il parmigiano (io non uso il burro, ma per chi non è contrario: aggiungerne dei fiocchetti in questa fase) e servire con i chicchi di melagrana lasciati da parte e una spolverata di pepe nero macinato al momento.




lunedì 30 ottobre 2017

Mostri - Hummus al caffè


Anche quest’anno lo sfiancante lavoro del cambio di stagione agli armadi si è consumato senza spargimenti di sangue né avvio di pratiche di divorzio.
Ma a entrambe le conclusioni siamo andati, più di una volta, molto vicino.
Due mondi che si scontrano. Una rivoluzione planetaria, uno tsunami di vestiti, scarpe, parei, sciarpe, costumi, calzini, borse, sacche, zaini che girano, cambiano di posto, si insacchettano nei cellophane, si inabissano negli aromi dell’antitarme in gel e sono costantemente alla ricerca di una collocazione definitiva che, dopo cambi di casa e traslochi e ritraslochi non hanno ancora mai trovato.
Perché ogni anno è diverso.
E perché ogni anno è la volta buona che butto via tutto e poi non butto via niente.
Che ne dici, oggi tiriamo giù gli scatoloni?
Mi propone l’amato bene sabato mattina con l’aria baldanzosa di chi sta proponendo una gita al lago.
Ma è tattica la sua.
Tentativo di arginare il marasma che s’agita dentro e tutto intorno al solo pensiero.
Buttarla in caciara insomma.
Domo il fremito che prende a serpeggiarmi dentro, appena percettibile all’esterno dal tremore del sopracciglio destro, e annuisco decisa, prima che il guizzo di temerarietà, suo e mio, svanisca.
Ma ci pensa lui a spazzarlo brutalmente via.
Ok, allora finisco prima quei lavoretti in giardino e poi, appena va via la luce, ci mettiamo a fare il cambio di stagione.
Considerando che vige ancora l’ora legale e che il giorno non è proprio un mozzico, ci metteremo a tirare giù il primo scatolone, a occhio e croce, intorno alle sette.
Di sabato sera.
Previa macerazione interna all’allegra prospettiva.
Scusa intanto tiriamoli giù che comincio il mio – gli propongo (ancora) pacificamente.
Ma lui scuote decisamente la testa.
Sa che questa mossa gli sarebbe fatale.
Che mi perderei nelle spire mortali dei miei scatoloni per riemergerne solo nella tarda serata di domenica.
A weekend ormai finito.
E siccome deve parere anche a lui ormai lievemente fuori luogo andarsene in giro in maniche corte alle 6 di mattina, quello che gli preme maggiormente è, a ragion veduta, fare il suo.
Un mostro però da affrontare rigorosamente insieme.
Con la mia (ahimè) indispensabile collaborazione.
Per questioni organizzative, innanzitutto: trovare una collocazione pratica e funzionale, che gli permetta di ritrovare la roba anche a occhi chiusi alle 5:30 la mattina quando suona la sveglia.
Calzini a destra, mutande al centro, magliette a sinistra.
Maglioni di qui, felpe di là, camicie di sopra, giacche di sotto.
Con indicazioni stradali ben distribuite e (manca poco) segnaletica a intermittenza.
Poi per ragioni sociali in secondo luogo: distribuire preventivamente i capi per colori, tessuti, fantasie; facendo attenzione che venga eliminato fino all’ultimo capo estivo e scongiurare così di vederlo tornare dal lavoro con la sahariana di cotonino a dicembre inoltrato. Magari sopra al pantalone di velluto.
Del resto l’impiego di tempo per la gestione della sua pratica è abbastanza esiguo.
Gli scatoloni del cambio di stagione sono in tutto otto, così  distribuiti: due i suoi, tutti gli altri roba mia.
E ovviamente il cambio va fatto anche per le scarpe.
Io: 18 (mila) paia ognuno nella propria scatola da manovrare con cura.
Lui: tutte dentro una sacca e una borsa da palestra che quando ne serve un modello specifico tocca chiamare mago Silvan per riaccoppiarle.
Ma anche lì va prestata la massima attenzione che non lasci le hawaianas e rimetta via gli anfibi, nella foga di prendere l’iniziativa e selezionare, a parer suo, capi e generi.
Quindi sì dai, tutto sommato possiamo metterci a fare sto cambio (suo), pure alle 7 di sabato sera.
In fondo: che ce vo’?
Poi ci dormo su.
Ed è solo con la calma e la luce del nuovo giorno che affronto il mio.
Previo adeguato training autogeno.
Non prima di aver fatto il vuoto intorno, acceso un bastoncino d'incenso, aver selezionato e avviato una carrellata di musiche rilassanti, spento il cellulare, staccato il citofono, sigillate le finestre, sprangate le porte.
Avviata la metamorfosi.
E guai a chi s’avvicina fino a lavoro compiuto.

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E dopo quello al cioccolato non poteva mancare la versione al caffè. Altrettanto buona e sfiziosa, a patto di fare un caffè molto robusto o di aggiungere un secondo cucchiaino di caffè solubile al composto. Il segreto è assaggiare dopo averlo fatto e aggiustare secondo i propri gusti.
Buono a merenda, ottimo la mattina per una colazione energetica a base di proteine vegetali!
La fonte di ispirazione è sempre la stessa, con gli aggiustamenti e le modifiche del caso dal momento che avevo ancora quel famoso barattolino di tahin da consumare…
La ricetta originale, senza tahin, la potete trovare qua. 


Ingredienti
1 barattolo di ceci
2 cucchiai di sciroppo d’acero
1 tazzina di caffè ristretto
1 cucchiaio di tahin
1 cucchiaio di granella di nocciole (+ altra per decorare)
1 cucchiaino di caffè solubile
1 cucchiaino di vaniglia in polvere

Procedimento
Riunire tutti gli ingredienti nel robot da cucina e azionare fino a quando non si saranno amalgamati e avranno formato una crema densa e omogenea.
In mancanza di quello potete usare tranquillamente il minipimer.

Lasciarla riposare in frigo per almeno un’ora, quindi servirla in bicchierini o coppette decorando con chicchi di caffè o granella di nocciole, oppure spalmata su fette biscottate.


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