"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 8 dicembre 2015

#Sensomieiviaggi – Le cortesie dei miei viaggi

È mancato per qualche tempo, ma torna in grande stile l’appuntamento con la rubrica Il senso dei miei viaggi, ideata da Monica (Viaggi e Baci) e curato per questo mese da Francesca del blog Non chiamatemi turista.
Torna con un tema dolce e gentile, esattamente quello che ci vuole in questo periodo di forte disillusione e brutture varie.
Le nostre cortesie in viaggio non riguardano momenti di difficoltà, ma gentilezze inaspettate, tributate da persone speciali che abbiamo conosciuto per pochi attimi e lo spazio di una comunicazione non sempre facile ma il cui ricordo ci è rimasto incollato addosso per sempre.

Shanghai
È la storia di una cortesia reciproca, quella di due sposini (provenienti da Pechino)  in viaggio di nozze col loro bimbo ancora nella pancia, che ci chiedono di scattare loro una foto e subito dopo ricambiano regalandoci uno dei rari ritratti insieme e sicuramente il più bello del nostro viaggio nel paese dagli occhi a mandorla.


Yosemite National Park,
colpiti al cuore da una fiammante Harley Davidson, ci fermiamo a chiacchierare con i due simpatici proprietari, in una stentata conversazione che ha però chiarissime ed inequivocabili parole chiave come pasta, good  food, Firenze, buono. E alla fine l’invito tanto atteso: la volete provare? Dai che vi scattiamo pure una foto! La foto è lì, loro due indimenticabili.


Los Angeles
Macchina in affitto per mezza giornata. Come si arriva a Santa Monica? Perché noi siamo quelli che il tomtom proprio…ma evidentemente non gli unici, perché un signore ci viene in soccorso con metodi vintage. Carta, penna, cartina alla mano e spiegazioni dettagliate su un foglietto volante che figura ancora fra i ricordi più cari.




Ma insieme a queste 3 cortesie mi piace ricordare anche tutte le persone (e sono state diverse), mai viste prima, che durante il lungo viaggio in treno attraverso la costa Est degli Stati Uniti, intrapreso nel mese di gennaio tra vento sferzante e nevicate costanti, ci hanno ripetutamente coccolati con la raccomandazione Keep Warm, scaldandoci il cuore prima di tutto e facendoci sempre sentire a casa


Le prime 3 foto partecipano a Il Senso dei Miei Viaggi

martedì 7 aprile 2015

Le soddisfazioni dei miei viaggi

Sudafrica - E una doccia calda

Come ultima tappa del viaggio itinerante in Sudafrica avevamo scelto una località poco distante da Johannesburg, perlopiù sconosciuta, anche se sede di bellissime cascate che le danno il nome.
Una piccola Country House nello sperduto villaggio di Waterval Boven, ma l’unica rimasta, pur prenotando svariati mesi prima, era una stanza con bagno in comune.
Prospettiva per me davvero poco allettante considerando che quella era anche l’ultima notte dopo una settimana all’interno del Kruger e prima del lunghissimo viaggio di ritorno con scalo di 9 ore al Cairo.
Speravo almeno di riuscire a trovare il bagno libero per poter fare una doccia!!
Oltretutto c’era l’incognita enorme di questo posto che non aveva moltissime recensioni e che avevamo scelto più per mancanza di alternative che per reale convinzione.
Non sapevamo quindi cosa aspettarci.
Invece: un cottage meraviglioso ubicato in cima a una collina e con una grande veranda in legno.
Ma la sorpresa più grande è stato l’upgrade di cui siamo stati beneficiati all’arrivo e la destinazione in una stanza bellissima, enorme e…con bagno (e vasca!!!) privatissimo.
Abbiamo trascorso l’ultima serata in Sudafrica in uno stato di grazia gustandoci l’ottima cena in compagnia dei simpatici proprietari tedeschi, di una coppia di olandesi e una di francesi in una bellissima commistione di lingue e di culture.
Il mattino dopo è stata ancora più dura salutare l’Africa.

Hong Kong - E i miti da onorare

Quando siamo in viaggio non abbiamo orari ma tanti progetti. E tabelle di marcia intensive per cercare di vedere il più possibile. Stiliamo un programma di massima al mattino calcolando distanze e tempi di spostamento e cercando di essere più realistici possibile (particolare che vale più che me, poco pragmatica di natura, che per l’amato bene: organizzatissimo viaggiatore e insuperabile pianificatore. Lui pianifica, io sparo mete a casaccio, ma per fortuna ci si compensa).
Mio fratello mi aveva chiesto, quando fossimo stati a Hong Kong, di andare sulla Avenue of the Stars, e fare tante foto alla statua di Bruce Lee.
Quella parte della città veramente, sulla penisola di Kowloon, ci attirava ben poco e programma oggi, programma domani, avevamo finito per dimenticarcene completamente e relegare l’adempimento della promessa all’ultima sera utile. Ma non potevamo ripresentarci da lui a mani vuote o solo con immagini comprate (o scaricate dal web: ancora più semplice!), perché lui voleva proprio un reportage dettagliato e confezionato “a mano”. Allora l’ultima sera, di straforo, di corsa, e sgomitando tra la folla del sabato, siamo riusciti a immortalare la statua al buio (ma da varie angolazioni!) rischiando pure di litigare in cinese per non essermi accorta che c’era addirittura una fila da rispettare per poter fare foto…e a riportare indietro, tra una gamba mozzata e un’inquadratura sfocata, l’ambio souvenir!

Germania - E un conto in sospeso

Essermi decisa a tornare a Berlino dopo 35 anni e aver cercato tenacemente (e ritrovato) tutti i luoghi della mia infanzia riuscendo ad apprezzare, in qualche modo, anche le innegabili bellezze della città (e a salire sulla Torre della televisione).
Tutto quel viaggio per intero è stata una soddisfazione e una piccola vittoria personale.


Per l’appuntamento mensile con la rubrica Il senso dei miei viaggi, ospitata questo mese dal blog Pret a partir con Chiara.



mercoledì 1 ottobre 2014

I Ponti dei miei viaggi

Non ho avuto molto tempo per pensarci questo mese, allora sono andata (quasi) d’istinto.
Mi sono venuti in mente subito New York e San Francisco, naturalmente.
Ma anche Spoleto e Dubai, per non tacere di quello strapiombo sul Grand Canyon con pavimento di vetro, passando per la Grande Muraglia.
In questa macedonia però, un unica certezza: la scelta, purtroppo o per fortuna, è come sempre ridotta a 3 (e meno male!!).
Anzi, in realtà si possono anche fare più post, ma il limite è sempre quello delle 3 foto e tutto entro il 5 ottobre.
Il punto di riferimento della rubrica Il senso dei miei Viaggi questo mese è Alessandra, del blog Fiori e Vecchie pezze, che ha ideato questo bel tema!

Ed ecco i miei ponti:

1)      Il Ponte di accesso al Kruger National Park in Sudafrica, quello lungo in quale ci si mette in fila per sbrigare la formalità di ingresso e che fa già presagire tutte le emozioni e le suggestioni che si vivranno di lì a poco. Basta affacciarsi e aguzzare la vista: gli elefanti si incontrano anche lì, già prima di entrare, ed è subito incanto.



2)      Uno dei tanti ponti di cui è disseminato l’immenso Palazzo d’estate a Pechino, dove la corte imperiale trovava rifugio dalla calura estiva della città. Sconfinato complesso di templi, pagode, padiglioni, ponti e corridoi che si snodano intorno al Lago Kunmìng. Di ponti ce ne sono moltissimi e di tutti i tipi, alti, altissimi, grandi, piccoli, sormontati di pagode e perfino uno a 17 archi!


3)      I ponti coloratissimi di Plaza de Espana a Siviglia. Azulejos, laterizi, pietra: tutto concorre all’eleganza di questi ponti che scavalcano specchi d’acqua restituendo un colpo d’occhio davvero pieno di fascino.


 Le tre foto partecipano a Il Senso dei miei Viaggi, 
ospitato questo mese dal blog





mercoledì 25 giugno 2014

I cartelli dei miei viaggi

La staffetta de Il senso dei miei viaggi  è approdata, questa volta, nel blog di Monica, che ha scelto come tema i cartelli.
Avendo la mania di fotografare tutto devo dire che ho avuto l’imbarazzo della scelta fra avvisi, scritte sui muri (fantasiose, incredibili, imbarazzanti o perfino comiche) e cartelli ufficiali (anche questi con la loro dose di stranezza secondo gli usi e i costumi dei paesi in cui si trovano).
Alla fine mi sono concentrata su questi ultimi per selezionare le  3 foto:


I cartelli stradali a Pechino….misteri ancora oggi insoluti.



I fiabeschi cartelli di divieto incontrati nella metro di Dubai: fanno pensare a una metropoli ipertecnologica i cui abitanti vivono perennemente in costume e ciabatte, andando a pescare in metro....



Infine gli inquietanti cartelli di pericolo sparsi un po’ ovunque in Sudafrica: qualcosa di più allarmante che un semplice “attenti al cane”.


Con queste tre foto partecipo a Il senso dei miei Viaggi, ospitato questo mese dal blog

(c’è tempo fino al 5 luglio per partecipare!!!)

giovedì 8 maggio 2014

Retroscena - Maltagliati alla crema di fave, latte e pecorino


E dopo aver forse un po’ annoiato  averli ridotti a peperini, illustrando minuziosamente ogni singola tappa del nostro viaggio, sdoganato post chilometrici (che giusto una manciata di masochisti avranno avuto l'ardire di leggersi fino alla fine), caricato foto su foto e passato ore e ore seduta alla finestra (del pc) sospirando per il tempo che fu, rieccoci alla dura vita quotidiana.
Fatta di treni e corse a ostacoli.
Ginnastica posturale e grane quotidiane.
Ma anche fornelli (era ora!) e weekend passati a ciondolare in pigiama.
Perché sì, in fondo è sempre bello poi tornare a casa.
Specie dopo viaggi che appunto sono viaggi, non certo vacanze. 
Dove al massimo dormi 5-6 ore per notte e di giorno scarpini dall’alba al tramonto, nell’ansia di voler vedere tutto e qualche volta facendoci scappare pure qualcosa di non programmato, talmente si è presi dal sacro fuoco, dell' "e quando ci ricapita?".
 E a proposito di fuoco, nemmeno la febbre alta mi ha fermata: perché sì, al terzo giorno di smog ero stesa da uno dei miei raffreddori senza scampo, aggravato dal nuovo, stranissimo clima.
Non respiravo e avevo le ossa rotte.
“non mi sento tanto bene: senti un po’ se scotto” ho chiesto una sera all’amato bene.
Lui, distolto dalla lettura della Lonely Planet mi appoggia distrattamente una mano sulla fronte.
“ma non così: si sente con le labbra..come fanno le mamme, no?”
E vado a illustrargli la tecnica scientifica di misurazione della temperatura in uso dai tempi de pora nonna: una mano a cingere la testa, l'altra preposta a scostare  eventuali capelli dalla fronte, labbra poggiate con piglio deciso su una tempia o poco più su.
Sbuffando e guardandomi in cagnesco esegue l’ordine e dopo un attimo di finta concentrazione sentenzia: 37.5/38
È il mio momento di riscatto!
 Visto che il malessere si presenta già da un paio di sere, vado tutta fiera ad aprire il mio prezioso bagaglio caricato appositamente ed esclusivamente di farmaci e ad estrarne una delle due scatole di antibiotico che mi sono portata dietro sventolandola sotto il naso dello scettico amato bene (visto che è servito?!), che per non darmi (ulteriore) soddisfazione si limita ad alzare un sopracciglio.
Visto, come siamo organizzati? insisto io, sempre più contenta, che a momenti manco della febbre mi importa più.
“sì, te sei portata dietro na farmacia e manco un termometro…proprio organizzati!”
Gasp. Taccio, rimango muta, faccio finta di niente che su questo (ma solo su questo)…ha ragione.
Due giorni dopo, sulla via della guarigione, il fato mi viene incontro porgendomi l’occasione di un ulteriore riscatto.
L’amato bene fatica ad appoggiare il piede a terra: ha il tallone gonfio e dolorante.
Don’t worry! Mi precipito a riprendere la mia borsa di Mary Poppins versione Pronto soccorso e tiro fuori un tubetto di gel allp’arnica e una dose unica di granuli alla 200CH.
Sì, perché mica solo medicina allopatica, mi porto dietro io. 
(E se è per quello ci sono pure fiori di bach e oli essenziali, che non si può mai sapere)
I granuli li rifiuta (uomo di poca fede!), allora gli faccio impacchi di gel, non mancando di fargli notare come un’altra volta la presenza di quella borsa da lui tanto contestata  si sia rivelata assolutamente fondamentale.
(poi sì, usciamo anche a comprare delle talloniere, cammina zoppo per un paio di giorni ma alla fine, grazie alla borsa delle meraviglie, passa pure quello).
Arrivati a Shangai però la mia efficienza medica viene minata seriamente: sempre il mio aitante e muscoloso consorte si alza dal letto stavolta con una gengiva rossa e dolorante, per la presenza di una pallina fioritale sopra durante la notte.
Vai con l’antibiotico! (ehehehe) Ne ho un’altra scatola!
Ma lui resiste.
No, quale antibiotico?! Dammi un collutorio, piuttosto.
Annaspo. 
Oh caspita.
Collutorio? 
ehm...non ce l’ho.
Ma poi ragiono: quello non è un farmaco, non può esserci nella mia borsa delle meraviglie.
Tanti impicci e manco un collutorio!
Termometro no, collutorio no…che te sei portata a fa tutta quella roba?
Sottolinea lo zoppicante, variamente abbottato, consorte malaticcio, che non gli pare vero di potermi cogliere in flagrante.
Vaglielo a spiegare che il colluttorio e il termometro si trovano anche in Cina, anche senza parlare cinese.
Il primo al supermercato.
Il secondo mimandolo a gesti nella prima farmacia incontrata.
E così ora ho pure:
 un termometro digitale e
un flaconcino di colluttorio 
entrambi con spiegazioni rigorosamente in ideogrammi da poter aggiungere al mio bottino da viaggio!

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L'ennesima versione della pasta fave e pecorino, la pasta del primo maggio, come la chiamiamo noi. Che infatti la faccio tutti gli anni, quasi come un rito, e rigorosamente solo in questa data (perchè non si sa).
Cercando ci apportare almeno qualche variazione ogni volta. 
Ma c'è da fare una premessa.
A me la pasta all’uovo, lasagne a parte, non piace, c’è poco da fare. Sarà perché non amo le uova che fettuccine, tagliatelle e, specialmente i maltagliati, secondo me finiscono per sovrastare anche il più complesso e godurioso dei condimenti.
E sono consapevole, con questo outing, di attirarmi le ingiurie di provette sfogline e amanti del genere.
L’amato bene  è uno di questi e ama la pasta all'uovo in maniera viscerale, con una passione insana proprio per i maltagliati, seguiti a ruota dagli spaghetti alla chitarra, gli stessi che io non posso vedere nemmeno da lontano perchè mi paiono un insulto agli spaghetti “veri e propri”.
Per amore però si fa questo ed altro, anche una pasta cremosa che con uno spaghetto di acqua e farina sarebbe andato a nozze, senza incastrarsi e venire assorbita dai fetentoni all’uovo. Buona era buona per carità, ma fossi in voi, per apprezzarla pienamente calerei una mezza chilata di fusilli o pennette rigate…
Io ve l’ho detto!


Ingredienti (per 2)

220 gr di maltagliati
1.2 kg di fave (pesate ancora da pulire)
100 gr di speck
Abbondante pecorino romano grattugiato e in scaglie
1 scalogno
Mezo bicchiere di latte
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe nero

Procedimento
Sbucciare le fave, eliminando anche “l’unghietta” che le tiene attaccate al baccello. La pellicina che le ricopre, se sono ancora tenere non è necessario eliminarla: a me piace, poi è questione di gusti.
In una padella antiaderente far scaldare dell’olio con lo scalogno tritato e lo speck tagliato a striscioline, ma prima che cominci a sfrigolare unire le fave, bagnare con qualche mestolo di acqua calda, salare, pepare e lasciar cuocere per circa un quarto d’ora o finchè non saranno tenere.
Mettere via un paio di mestoli di fave, e unire al resto 2 cucchiai di pecorino, il latte e un goccio di olio, quindi passare tutto al minipimer.

Cuocere i maltagliati in abbondante acqua salata, scolarli al dente, conservando un mestolino di acqua di cottura e metterli nella padella con le fave rimaste. Unire la crema e mantecare il tutto su fuoco molto basso, allungando eventualmente con l’acqua di cottura.
Completare con altro pecorino a scaglie, impiattare e servire con un'altra spolverata di pepe nero.


venerdì 2 maggio 2014

Hong Kong: la macedonia è servita


Atterrare a Hong Kong vuol dire vedere, dall’oblò, il mare avvicinarsi sempre di più e trovarsi quasi involontariamente a mani giunte, pregando che il pilota riesca a individuare, in mezzo all’acqua, quella striscia di terra corrispondente alla pista.
Del resto uno stato formato da 234 isole non può che avere degli aeroporti così: con le piste d’atterraggio praticamente sulla battigia.
Ma contestualmente un aeroporto internazionale che sembra una città (contraddizioni cinesi), per estensione e per struttura: pieno di negozi, ristoranti, bar e perfino locali in cui suonano musica dal vivo.
Per la cronaca (e vista la quantità di isole): si atterra in quella di Lantau, poi in treno si arriva fino a Hong Kong Island.
Hong Kong non è più Cina: cambia la moneta, cambia tutto il sistema politico ed economico.
In uscita da Shanghai ci dirottano verso un gate apposito, ci ritirano il visto per la Repubblica Popolare cinese e ce ne consegnano un altro, meno restrittivo, di 90 giorni anziché solo 30 (gratuito e senza tutte le trafile necessarie ad ottenerlo).
Ricominciamo a sentire parlare inglese, a leggere cartelli stradali e insegne bilingui, a vedere (tanti) visi dai tratti occidentali; la moda sembra molto meno improbabile (scomparse le tremende scarpe di peluche e gli accostamenti di colori e fantasie alla come te viè); in qualche ristorante riappaiono perfino delle forchette e qualche cucchiaio (del coltello, questo sconosciuto, ancora nessuna traccia).
Siamo tentati di pensare di essere quasi tornati in occidente.
Di trovarci in una metropoli in fondo non molto diversa da quelle europee o americane.
Magari solo leggermente più popolata..

Il panorama, quasi quasi sembra quello di New York

Poi però..
Ti trovi a passeggiare nel quartiere di Sheun Wang, a spingerti fino al porto e ti imbatti in una sfilza di negozi “strani”:

boutique di pesce essiccato


grossisti di erbe medicinali e pomate, unguenti e integratori

rivenditori di nidi di uccelli per le zuppe, radici di ginseng e funghi

e poi

bacinelle e bagnarole in cui sguazzano pesci e crostacei vivi (perché qui lo vendono così: altro che cassette con letti di ghiaccio), dove oltre a comprarlo lo si può anche direttamente mangiare, a patto naturalmente di non andare troppo per il sottile e di accontentarsi di un locale abbastanza spartano
ma anche rane (vive, fino al momento di portarsele a casa…), tartarughe, serpentelli di vario genere 

(pare che la zuppa di serpente sia il piatto nazionale, ma ci siamo voluti fidare sulla parola)
E mercati alimentari disposti su vari piani, ma solo per stomaci molto forti (vedere spellare una rana mentre si acquista un chilo di frutta non è esattamente nelle nostre abitudini)
Tutto a Hong Kong si sviluppa in altezza

I palazzi

Le strade

Perfino i tram, alti e smilzi, a due piani

Una città in verticale, dove i condomini sono così:

e dove i grattacieli si appoggiano sui fianchi delle montagne e sembrano incombere e oscillare sulla testa di chi li guarda da sotto.

E la luce del sole, fino a terra, arriva molto poco, lasciando le strade costantemente in penombra e soffocate dall’umidità.

A collegare un edificio all’altro, le solite passerelle

Oppure mezzi di trasporto impensabili, come il Central-Midlevels Escalator, una serie di scale mobili all’aperto, in mezzo alla città, lunghe quasi un km (attive in discesa o in salita secondo gli orari di maggiore affluenza…è bene saperlo, se non si vuole faticare!), che collegano Queen’s Road Central a Conduit Road, 135 metri più su.
Ma tutto intorno a questa stipatissima, inquinatissima, caoticissima città, oltre il cemento, dietro i grattacieli, sopra i tetti, c’è lei: la giungla!
Fatta di piante tropicali e alberi dalle foglie gigantesche.

Radici che bucano il cemento e ammantano palazzi
Tanto che non si direbbe, a guardarla da sotto, ma il 70% del territorio di questa città è occupato dal verde.
E forse si può farsene un’idea giusto salendo sul Peak Tram, una vecchia funicolare che trotterella, quasi in verticale per via della pendenza, sul ciglio di un baratro facendosi largo fra i grattacieli per raggiungere i 552 metri di altitudine del Victoria Peak. 

Suggestivo e indimenticabile.
Ma l’idea la rendono anche posti come l’Hong Kong Park: grattacieli da una parte, giungla dall’altra e una immensa, gigantesca voliera visitabile gratuitamente, in cui passeggiare osservando specie diverse di uccelli tropicali.

Proprio l’isola di King Kong!
In cui anche i templi, in maggioranza taoisti, sono incastrati fra un edificio e l’altro, anonimi edifici in lamiera riconoscibili giusto dal fumo dell’incenso che ne esce, 

o da qualche drappo rosso penzolante dai tetti.

Il Man Mo Temple su tutti, questo dall'aspetto un po’ più curato.

E poi, quando finalmente si riesce a uscire dal labirinto metropolitano e ad ampliare lo sguardo, c’è il mare, sebbene anche quello sia affollato: di mercantili, traghetti, vecchie carrette arrugginite, motoscafi della polizia e dei vigili del fuoco.
Ma pur sempre il mare.
E per vedere le cose allontanandosene un po’, basta attraversarlo, con la metro o lo Star Ferry fino a Kowloon, zona della città dove oltre a passeggiare piacevolmente sul lungomare, in quella via dal nome impronunciabile (Tsim Sha Tsui East Promenade) molto simile a un singhiozzo, si ha la possibilità di solcare la gloriosa Avenue of the Stars



(certo solo un pallido riflesso della sua originale cugina americana) e, alle 20 in punto di ogni giorno, dopo aver sgomitato tra la folla oceanica, si può assistere alla Symphony of Lights, spettacolo di luci laser che vengono proiettate a ritmo di musica, dalla cima dei grattacieli…sì, forse i cinesi sono un po’ fissati con questo genere di cose, il laser in particolare.
Se poi  non se ne ha ancora abbastanza, si può fare una puntatina al mercato notturno di Temple Street, dove oltre alle bancarelle, ai richiami dei venditori, ai mille localini improvvisati in cui poter mangiare di tutto, pesce (freschissimo, prelevato direttamente dalle bagnarole di cui sopra) in particolare, ci si imbatte in spettacoli improvvisati dell’opera cantonese, indovini (parlanti inglese) e fattucchiere di vario genere.
Ma Hong Kong è questo e molto altro e pone costantemente di fronte a scelte assolutamente contrapposte, offrendo la possibilità di gettarsi nella mischia o ritirarsi nel silenzio.
Guardare il mare o chiudersi in un centro commerciale
In poco meno di un’ora di metropolitana per esempio si può sbarcare sulla vicina isola di Lantau (la stessa in cui sorge il fantasmagorico aeroporto internazionale) e sfuggire al caos, a patto però di recarsi dalla parte giusta e precisamente a Ngong Ping.
Da qui infatti un’ulteriore, complicatissima decisione: immergersi nello shopping selvaggio di un luogo, appena usciti dalla metro, che già nel nome contiene mille promesse (City Outlets), mangiando in uno degli innumerevoli locali delle maggiori catene internazionali, oppure fare pochi passi in più e salire su una funivia che, dopo circa 20 interminabili minuti di percorso a strapiombo sul mare e su abissali gole montuose

 (e meno male che non abbiamo preso la cabina col fondo di vetro!) porta in un luogo che più ameno non si potrebbe.
Sulla cima del monte siede una gigantesca statua del Tian Tan Buddha, 

che dall’alto dei suoi 26 metri presidia il Monastero di Po Lin, 

complesso di templi (molti dei quali ancora in costruzione) immersi nel verde, con aree in cui è possibile perfino fare autonomamente scorta di erbe e bacche per tè e infusi.
Da qui, scaduto il tempo a disposizione, s’impone un’altra scelta: riprendere la metro e tornare all’opzione 1 dandosi finalmente allo shopping e immergendosi anima e corpo nella folla metropolitana, o prendere l’autobus numero 21 e spingersi fino all’antico villaggio di pescatori di Tai’O, 

fatto di case su palafitte e facilmente individuabile dall’odore del pesce messo ad essiccare.

Nonostante sia preso d’assalto dai turisti, Tai O è davvero un antico villaggio in cui il tempo sembra essersi fermato. Gli usci delle case sono aperti, ognuno si improvvisa venditore, e sui davanzali sono esposti i prodotti che ognuno ritiene di voler vendere: barattoli di conserve (perlopiù salse di pesce), oppure semplicemente 4-5 lattine diverse di bibite, un paio di bottigliette d’acqua, qualche oggettino fatto a mano.
Gli unici due locali in cui mangiare, spartani e in pieno stile cinese, hanno il menu rigorosamente in ideogrammi.
Ma oltre a passeggiare per il villaggio, fra i venditori di pesce essiccato



 e piccoli altarini votivi messi su con quel che c’è,


 la  vera esperienza mozzafiato è salire su uno dei tanti motoscafi a pagamento, che prima fanno lentamente il giro della costa, fra le palafitte di lamiera, poi improvvisamente accelerano, per arrivare in mare aperto e assistere allo spettacolo dei delfini che saltano sull’acqua.
Un’emozione indescrivibile, che noi i delfini non siamo riusciti a vederli nemmeno in Polinesia, nemmeno al largo di Zanzibar, nemmeno davanti alle coste del Kenya e dove ce li troviamo davanti? A Hong Kong! In questa pazza, incredibile, multisfaccettata realtà di isole che sembrano una macedonia.
Così variegata che a pochi chilometri dal villaggio di pescatori, nella stessa isola di Lantau sorge il quarto parco Disney del mondo,





 dove si arriva comodamente con la linea metro dedicata, quella con i finestrini a forma di faccia di topolino.

Così contraddittoria che ha un tasso di inquinamento altissimo eppure nei parchi pubblici è vietato fumare!
Così sfaccettata e bizzarra che oltre a offrire la possibilità di assaggiare stranezze come meduse, zuppe di serpenti e una varietà infinita di pesce essiccato, Hong Kong è rinomata nel mondo per la sua cucina. E da mangiare si può trovare veramente di tutto, sia nei locali più costosi, sia dai rivenditori per la strada.
Due esperienze indimenticabili:

-         Crystal Jade La Mian Xiao Long Bao, presso il Two IFC Mall (perchè qui i malls sono talmente labirintici e smisurati che non bastava farli a più piani: hanno ritenuto necessario dividerli anche in due edifici diversi che per trovare un locale bisogna studiare attentamente la piantina e poi…affidarsi all'intuito e sperare nella fortuna!)
Lo riconoscerete dalla fila che vi staziona davanti a ogni ora del giorno. Noi abbiamo provato a mezzogiorno come alle 4 del pomeriggio e abbiamo sempre dovuto aspettare e fare tutta la trafila: un tizio all’entrata consegna un numeretto che verrà visualizzato su uno schermo posto sopra di lui (e per fortuna perché lui i numeri li dirà solo in cinese!!). Ma non è un caso che la gente faccia la fila per mangiarci: i suoi pastries, dal ripieno delicato e l’involucro che si scioglie in bocca,

ma anche gli gnocchi di riso

costituiscono un’esperienza assolutamente da provare. I prezzi non sono proprio economici, e anzi abbastanza alti per gli standard cinesi, ma ne vale veramente la pena

-         Honeymoon Dessert, locale in cui servono soltanto dolci, in tutte le versioni, comprese le zuppe. Ma sempre secondo la filosofia cinese dei dolci poco (o per niente) dolci….difatti solo con l'inganno sono riuscita a trascinarci l'amato bene per ben due sere di seguito!



Dicono che Hong Kong acceleri il battito cardiaco: abbiamo constatato che è realmente così.
Ti accende la voglia costante e insaziabile di girare, vedere, scoprire sempre nuove cose. E per farlo non devi nemmeno faticare tanto: basta svoltare un angolo, fare capolino in un mercato, spostarsi di una fermata di metro o arrivare in cima a una salita molto ripida per vedere tutto e il contrario di tutto, in una incredibile, affascinante, indimenticabile macedonia di esperienze.







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