"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 19 agosto 2019

Scherzi a parte - Insalata di mare e anelletti siciliani



Intorno al giorno del mio compleanno girano emozioni, frenesia e moltissima attesa.
Esclusivamente mie, s’intenda.
E non importa che quest’anno ne abbia compiuti 47 (aiuto!): io quel giorno lì, nonostante il volgere dei decenni, non vedo l’ora che arrivi.
Comincio a pensare al menu a partire da fine luglio.
Prioritariamente di pesce, preferibilmente con qualche fantasia da azzardare, inevitabilmente con modifiche da apportare causa gusti difficili di alcuni commensali...
Di solito mi preparo da sola anche il dolce, ma da un paio d’anni lo ordino direttamente in pasticceria, che faccio prima e ho più tempo da dedicare al resto.
Il menu poi viene messo a punto nel corso dei giorni, fra lampi di genio e ripensamenti, slanci di coraggio e dubbi amletici.
Seguono una mezza giornata da dedicare alla spesa, più un’altra mezza tra mercato e pescheria, qualche ora dedicata alle grandi pulizie di casa e giardino, e infine la grande maratona in cucina che è come una sorta di meditazione in completa solitudine.
Bella ma ansiogena, che le cose solo belle non sono di mia pertinenza.
Due giorni fra arrostisci, spella, condisci, fai marinare, lava, taglia, sminuzza, affetta, scotta, lessa, ripassa, imbiondisci, sfuma, rosola, porta a cottura, prendi e porta a casa...in cui talmente grandi sono il piacere e il rilassamento (misto all’ansia) che se anche suonasse il campanello non risponderei.
Poi ci sono i regali. Che come i bambini aspetto spasmodicamente di aprire, cercando indizi nei giorni precedenti come manco un segugio.
E poi c’è il regalo dell’amato bene, che quest’anno ha deciso di giocarmi un piccolo scherzo facendomi credere di aver deciso di cambiare tipologia: non più viaggi ma oggetti preziosi.
Confessandomi questa novità per fortuna solo un giorno prima.
Evitando così di essere insultato più a lungo delle 36 ore che mancavano al momento della consegna, per aver pensato che potessero mai potermi interessare “oggetti preziosi”.
O anche solo che potessero esistere cose più preziose di un viaggio.
Come gli era potuto venire in mente? Conoscendoci da 30 anni, viaggiando insieme in lungo e in largo e investendo ogni singolo spicciolo in biglietti aerei, macchine in affitto e alloggi da un emisfero all’altro?
“è ora di evolversi, magari scopri che hai puntato tutto sul viaggio ma ci sono cose che ami altrettanto fare. Io stavolta questo regalo l’ho scelto osservando cose che mi parlavano di te”.
Mi sono scervellata per 36 ore. E a parte rimanere estremamente colpita da una sua del tutto insospettata capacità di osservare cose che gli parlassero di me, oltre a corsi di scrittura creativa e di cucina (come estremo ripiego), non mi è venuto in mente altro per il quale valesse davvero la pena compiere questo salto evolutivo verso la novità.
Esigenza, peraltro, solo sua.
Il giorno designato mi consegna un pacchetto rettangolare, basso e leggero: una borsetta da viaggio, bella, comoda, pratica come desideravo da tempo. Piccola e schiacciata che serva solo da portadocumenti, oltre allo zaino, durante i viaggi. Non è un corso di cucina dunque. Ma so che questo è solo l’inizio, che il regalo, conoscendolo, non si esaurisce lì.
Quando va a ritirare il mastello dell’umido fuori al cancello rientra lamentandosi di un disgraziato che ha osato abbandonare della spazzatura dentro al nostro ormai svuotato.
Naturalmente casco dal pero e guardandoci senza sapere che genere di spazzatura aspettarmi trovo un altro pacchetto, sempre rettangolare, ma ancora più piccolo e più leggero del primo. È un foulard di Alviero Martini, con l’inconfondibile carta geografica. Torna il tema del viaggio e comincio a  credere che comunque, queste novità, sempre verso un fine ultimo condiviso conducano.
Ma mi lascia ancora un po’ sulla graticola, perché è solo al ritorno dal mare che mi consegna l’ultimo pacchettino, il più prezioso.
Preceduto da un libricino contenente un fumetto (in romanesco), da lui scritto e costruito, che ritrae un dialogo immaginario fra lui e un giornalaio cui si sarebbe rivolto per l’ acquisto una guida dell’Oman (e tanto bastava a farmi balzare sulla sedia) che però lo avrebbe spronato ad acquistarne una per un paese ben più articolato, sognato, immaginato.
Valeva decisamente la pena vivere ore di angoscia immaginando di scartare un Trilogy ;-)


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Questa pasta è nata da una mattinata di chiacchiere sulla spiaggia con la mia mamma, cercando di immaginarla e decidendo cosa metterci dentro, visto che come qualunque insalata di pasta che si rispetti, può essere fatta in mille versioni diverse. 
Fresca, estiva, corposa profumata e con il grande vantaggio di poter essere preparata in anticipo per una cena tra (tanti) amici che non vi costringerà a fare le Cenerentole davanti ai fornelli fino all’ultimo. È vero, la preparazione di questo piatto richiede svariati passaggi e tante pentole da sporcare. Ma la buona notizia è che ne varrà assolutamente la pena! Non riesco a immaginare un formato di pasta migliore da abbinarci. Ma io sono una fan accanita degli anelletti siciliani e non faccio molto testo: probabilmente ne esistono anche altri…fatemi sapere, nel caso decideste di provare!

Ingredienti (per 10-12 persone)
700 gr di pasta tipo anelletti
2 seppie
700 gr di totani
500 gr di mazzancolle
500 gr di cozze
450 gr di pisellini primavera surgelati
4 spicchi d’aglio
2 bicchieri di vino bianco secco
2 carote
1 scalogno
Olive verdi farcite
Un bel mazzetto di prezzemolo
Peperoncino in grani
Sale grosso e fino
Olio extravergine di oliva

Procedimento
Cuocere innanzitutto la pasta in abbondante acqua salata, scolarla molto al dente e lasciarla raffreddare in una larga terrina dopo averla mescolata con un filo di olio extravergine.
Pulire le seppie privandole della pelle, delle interiora e dell’osso interno, quindi tagliarle a striscioline. Fare lo stesso con i totani, risciacquando bene sotto acqua corrente. Mettere a scaldare due spicchi d’aglio e una manciata di peperoncino in una larga padella con il fondo ricoperto di olio. Unire le seppie e i totani e farli saltare per qualche secondo; sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco, alzare per pochi secondi la fiamma per farlo evaporare, quindi aggiungere il prezzemolo, coprire e lasciare cuocere a fiamma bassa finché, bucandoli con una forchetta, non risulteranno molto morbidi (tenere presente che le seppie, come i totani e i calamari seguono la regola per la quale o si cuociono per pochissimo tempo a fiamma vivace, scottandoli appena, oppure si prolunga la cottura a fiamma molto bassa, facendo sobbollire: sono assolutamente da bandire le vie di mezzo che li renderanno duri e stoppacciosi). Io di solito non metto sale nel pesce: il consiglio è di assaggiare e regolarsi di conseguenza, specie con quello fresco.
Una volta cotti lasciare raffreddare per bene.
Passare quindi alle cozze, finendo di pulirle per quello che sicuramente non sarà riuscito a  fare il vostro pescivendolo di fiducia. Farle aprire in una larga padella con aglio olio e peperoncino, cuocendole, coperte, ancora per qualche minuto dopo l’apertura di tutte le valve. Sgusciarle e mettere via anche queste a raffreddare.
Da ultimo occuparsi delle mazzancolle: staccare testa e zampe, privarle del carapace, eliminare con attenzione il filo nero intestinale, sciacquarle e metterle in uno scolapasta. Cuocerle nello stesso modo dei totani, con aglio, olio, peperoncino e prezzemolo, sfumando con il vino, per una quindicina di minuti al massimo.
Una volta pronto tutto il pesce, dedicarsi alla preparazione dei piselli: pulire e tagliare a cubetti le carote e unirle allo scalogno in una padella con dell’olio. Lasciare imbiondire leggermente il tutto, quindi unire i piselli e portarli a  cottura aggiungendo progressivamente acqua calda salata, ma facendola restringere alla fine.
Quando tutte le preparazioni saranno ben fredde unirle alla pasta, avendo cura però di scolarle dal loro “sughetto” che finirebbe per ammorbidire eccessivamente la pasta.
Unire anche le olive tagliate a metà e completare con prezzemolo fresco, scorza di limone grattugiata (facoltativa), un giro d’olio a crudo.
Riporre in frigo fino a mezz’ora prima di servire.

lunedì 27 agosto 2018

La scelta – Farfalle di kamut al salmone e profumi estivi




Quest’anno è andata così.
Al momento di scartare il regalo dell’amato bene, il giorno del mio compleanno, mi sono trovata davanti una scatola piuttosto ingombrante.
So che quello è solo “il pre-regalo”.
L’anteprima.
Il prologo di qualcosa di ben più sostanzioso.
Oppure, alle brutte, un tentativo di depistaggio.
Lo so, ma ogni volta è più che altro una segreta speranza, un intimo desiderio, un timido augurio.
So che per Natale, Pasqua o Compleanno lui non mi ricopre di ori, diamanti e pietre preziose. Men che meno di scarpe, borse o abbigliamento di pregio.
Piuttosto si presenta con prenotazioni di voli aerei, macchine a noleggio, assicurazioni sanitarie e itinerari molto ben dettagliati in qualche parte del mondo.
Qualsiasi. Che tanto sa che andrei ovunque e la meta è davvero l’ultimo dei miei pensieri.
Ma li accompagna spesso a qualcosa di tangibile, che sennò gli pare brutto farmi scartare solo una cartellina con le prenotazioni.
Il pre-regalo, appunto.
Consistente in cose che spaziano dalla cucina, alla scrittura, alla lettura, fino all’originalità assoluta di due confezioni di prezioso thè matcha fatto arrivare apposta dal Giappone.
O di una busta da mezzo chilo di fiori di lavanda essiccati perché “con questo caldo mi pareva inutile regalarti fiori freschi”.
Apro quindi con nemmeno troppa circospezione la mia scatola ingombrante.
E trovo una stupenda…vaporiera!
Eh sì, il mio sogno.
Un po’ meno quello di lui che, pur apprezzando le mie cene salutistiche continua ad aspettare con la bava alla bocca molta bramosia il venerdì sera in cui si cena dai miei e mio padre si produce in menu arzigogolati in cui la portata più light è la parmigiana di melanzane (e che non ha smesso di sfornare timballi di ziti, anelletti alla siciliana e mezze maniche imbottite, nemmeno con i 34 gradi e l’afa di agosto).
Apprezzo moltissimo e gli prometto di usarla al più presto.
Mentre lui risponde che no, va bene anche mai con calma, magari più in là col fresco.
E poi sfodera lei, la tanto attesa cartellina.
La soppeso fibrillante. 
La apro con circospezione, questa sì, che me la voglio spizzare per bene, altro che carte da poker. Altro che vaporiera.
Trovo una serie di sottocartelle dalle voci paradisiache: “VOLI”, “ALLOGGI” “AUTO A NOLEGGIO”.
Non vedo l’ora di scoprire la destinazione, il giro, le date!
E poi trovo una lettera. Molto bella. Che mi commuove, mi lusinga e…mi getta nel panico.
E che recita più o meno così:
Amore mio, quest’anno la destinazione la scegli tu. I voli, il giro, il periodo, il budget…Stupiscimi!
Io.
Quella che viaggia come una valigia.
Prende, parte e (a momenti) nemmeno sa dove sta andando.
Che è felice così, talmente abituata ormai a farsi prendere per mano e portare, che quasi nemmeno concepisce di dover pianificare in prima persona un itinerario interessante ma soprattutto sensato e ancor di più fattibile.
Che si fa presto a dire “vorrei tanto andare là”. Ma come? Quando? Spuntando quali tariffe aeree? Spostandosi dove?
Dovrei essere contenta.
Ma sento aprire un baratro sotto i piedi.
E mo?
Perché sì, bella, per carità, la libertà di scelta.
Ma mette le vertigini.
Puoi scegliere tutto: posti nuovi, posti in cui siamo già stati, posti vicini, l’Australia, un sogno nel cassetto o una meta mai presa in considerazione fino a ora”.
Lo sento dire mentre mi vedo già rotolare giù per le dune della Namibia, infischiarmene del mal di mare su una barca diretta alle Galapagos o aggrapparmi saldamente ai fili di una mongolfiera mentre sorvolo la Cappadocia.
Puoi anche decidere di tornare in Giappone, se vuoi
Continua lui aggiungendo immagini ai già copiosi fotogrammi della mia immaginazione.
E dopo 4 giorni di arrovellamenti, sudori freddi, lettura spasmodica di racconti di viaggio, consultazione ossessiva di Google immagini, monete lanciate in aria, anghingò vari, decido di optare per un metodo scientifico: giro il mappamondo e punto il dito a caso.
Esce un’area in mezzo all’oceano Pacifico.
Rigiro ed esce la Cina: già fatta.
Allora basta, decido io.
E dopo una mezza giornata di “Ah sì sì, scelgo il Perù”; un’altra mezza di “no ma ‘ndo vado che soffro il mal d’auto e lì gli spostamenti sono perlopiù in pullman notturni?”; un giorno intero in cui mi vedevo sfrecciare a bordo di una feluca sulle acque placide del Mekong e un altro in cui sobbalzavo felice sulle strade dell’Oman, mentre poco prima ero intenta a praticare respirazione yogica in un ashram sul cocuzzolo dell’Himalaya, ho scelto veramente.
Definitivamente.
Stavolta sul serio.
Canada orientale. Città e parchi. Metropoli e natura. Viaggio on the road: 18 giorni/9 tappe/3000 km. 
Al quinto giorno glielo comunico.
Lo vedo impallidire: questa mia mania di prendere sempre proprio tutto alla lettera. 
Al settimo (e due nottate ad arrovellarsi) è tutto pianificato, perfezionato, prenotato con i soliti 9 mesi di anticipo.
E non era proprio semplicissimo.
Ma l'euforia fa miracoli.
Del resto me lo aveva detto lui che avevo piena libertà di scelta.
Naturalmente me la sono presa tutta, non ne ho lasciata nemmeno un briciolo ;-)

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E comunque, pur nel tripudio di viaggi almeno mentali non è che ci siamo dimenticati di mangiare.
La vaporiera non l’ho ancora usata. In compenso ho scodellato questa pasta al salmone che ci è piaciuta tanto. Senza panna, senza grassi oltre a quelli buoni del salmone e di un goccio di olio di oliva.
Più tanti profumi freschi ed estivi.
Da fare velocissimamente, nel tempo che bolle la pasta. E gustare con estrema calma, magari pianificando un viaggio.

Ingredienti (per 2)
200 gr di pasta (io ho usato farfalle di kamut)
100 gr di salmone affumicato
1 scalogno
La scorza grattugiata di un piccolo limone non trattato
Una manciata di bacche di pepe rosa
Qualche fogliolina di menta
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe nero

Procedimento
Mettere a bollire l’acqua per la pasta. Nel frattempo tritare finemente lo scalogno e farlo appassire dolcemente a fuoco molto basso.
Salarlo con moderazione e aggiungere subito dopo le bacche di pepe rosa leggermente pestate, la scorza del limone, la menta e infine il salmone ridotto in piccoli pezzetti.
Mescolare qualche secondo giusto per fare insaporire il tutto, spegnere il fuoco e lasciare coperto.
Lessare la pasta scolandola al dente e ripassarla velocemente nel condimento.
Servire con una spolverata di pepe nero macinato al momento.





lunedì 12 dicembre 2016

Stato di famiglia - Risotto finocchi e salmone


Dunque funziona così: si presentano sul fare dell’alba quando il cielo è ancora ammantato di stelle e nemmeno un fievole bagliore accenna a rischiarare l’orizzonte.
Arrivano avvolti in tripli strati di capi pesanti, berretti di lana calati sugli occhi e la testa insaccata nei baveri.
Suonano per cortesia e riguardo, ma poi aprono il cancello da soli e si guardano intorno per stilare il programma della giornata e riprendere dal punto in cui avevano lasciato la sera prima.
Se devono usare le chiavi di casa per prendere gli attrezzi mi danno prima una voce, per chiedere ancora una volta permesso, a me che sono al piano di sopra, generalmente chiusa in bagno, sistematicamente ancora semiaddormentata, a finire di prepararmi e manco li sento.
Se sono riuscita ad aprire gli occhi e scendere dal letto a un orario congruo può essere pure che vada loro incontro e gli apra io. Rabbrividendo mentre mi sbrigo a richiudere tutte le finestre prima che scatenino l’inferno.
Funziona che l’aria alle stanze ora si fa prendere alle 6 e mezza del mattino, manco uscita dal letto, quando fuori ancora si aggirano gufi e civette e la brina prende a mozzichi la lamiera delle macchine. E addenta pure la mia faccia quando mi sporgo a spalancare le persiane.
Ma è proprio necessario sottoporsi a questa tortura? – mi chiede l’amato bene (a quell’ora già sul treno) quando glielo racconto.
Fondamentale direi. Visto che per il resto del giorno le finestre le tengo prudentemente (ma abbastanza vanamente) sigillate.
Quindi, infreddolita e assonnata, a un certo punto arrivo io.
E ci salutiamo come vecchi amici, scandendo e reiterando un allegro e sonoro buongiorno che pare portarsi dietro, nascosto sotto fitte coltri, un bonario lanimadelimejomortaccivostra.
Sorridendo a 32 denti, mentre ondeggio fra un sentimento di tenerezza pensando pure al freddo che devono sentire loro, specie alle mani, e l'impulso di ricoprirli di insulti e mandarli a quel paese perché ancora una volta devo rivedere le loro facce. E sentire i rumori, e affogare nella polvere e guadare fiumi, risalire colline, scalare montagne di calcinacci per uscire di casa e per rientrare.
Amore e odio.
Salvatori e distruttori.
Presente e futuro.
Mi stanno smantellando casa pezzo per pezzo, sti fetenti.
Ma me la ricostruiranno. Soffrire oggi per gioire domani.
E comincio a sciorinarmi mentalmente slogan di autoincoraggiamento mentre preparo caffè per tutti.
E offro biscotti, un pezzo di ciambellone, lo zucchero bianco che ho preso per uno di loro che non ama quello di canna
(anzi domani devo ricordarmi di prendere pure mezzo litro di latte, che a F. non piace quello di soia).
Domande al volo, personalizzate secondo lo status di ognuno: com'è andata ieri la festa per il compleanno di tua moglie? Come sta la tua bambina? Come vanno gli allenamenti?, al più giovane e sbarbatello.
Poi arrivano le nove meno dieci, l’ora di uscire per andare in palestra e mi sembra sia già trascorsa mezza giornata (ma non fa niente: arrivo tardi lo stesso, come quando mi alzavo con comodo solo un’oretta prima).
Esci? – mi domandano
Per poi correre premurosi a spostare una carriola, aprire il telone che sbarra l’entrata di casa per proteggere il vetro da eventuali colpi, rimuovere una palanca o predisporne subito un’altra per farmi passare indenne sopra a uno scavo profondo un metro.
Quando proprio non è possibile tutto ciò mi allungano una mano per aiutarmi a non farmi scapicollare sui calcinacci, o inciampare nei corrugati portati alla luce, che ce manca solo quello.
Sono molto gentili oppure hanno inquadrato subito la situazione e capito quanto posso essere sbadata e pericolosa per me stessa e per gli altri.
Quando torno un paio d’ore più tardi mi chiedono com’è andata, si offrono di aiutarmi a portare la spesa (per gli oscuri motivi di cui sopra).
Che camminare in bilico sulle palanche già è complicato di suo, figuriamoci sbilanciati da 3 chili di frutta e 4 pacchi di farina; che non è che posso fare più viaggi, visto il percorso di guerra dalla macchina alla porta di casa.
Poi riesco di nuovo per andare al lavoro e ci salutiamo con raccomandazioni sparse, come nemmeno con mia madre.
Mi raccomando, ricordatevi di chiudere casa quando uscite (che detto da me suona quasi come una presa in giro..)
Sì sì, stai tranquilla – e aggiungono perfino Buon lavoro, a domani!
È capitato che mi sia scordata le chiavi a casa e che mi abbiano dovuto aprire loro.
Casa mia.
Ecco, la convivenza è anche questo: sopportazione e aiuto reciproco. Io ci sono per te, tu ci sei per me.
Perché non siamo più in due in questa casa. Siamo mediamente in 5, tutti di famiglia ormai. Perché in questa casa (o in quel che ne rimane) loro passano 8-9 ore della loro giornata.
Più di noi due.
Con o senza noi due.
Anche se si alternano, secondo i lavori che devono fare e si avvicendano come  le varie fasi dei lavori impongono.
E quindi per il momento abbiamo conosciuto,  e abbiamo adottato, l’idraulico, il carpentiere, lo smantellatore di professione, quello fissato con la linea che non accetta biscotti e ciambelloni ma tira fuori dal portapranzo salmone o bresaola alle dieci di mattina; quello che carbura solo a caffè e ne prende uno dietro l'altro e quello che pure con dieci gradi sotto zero arriva bardato e poi, appena passate le nove, si ritrova a lavorare in maniche corte.
Ognuno con la sua peculiarità, le sue battute, la sua vita.
Che ti raccontano, con semplicità e naturalezza, mettendotene a parte.
Ognuno con le sue storie, le sue difficoltà, il suo malumore mattutino ma un sorriso e una parola gentile sempre pronti sulle labbra.
(al piano di sopra poi mi arriva solo l’eco di bestemmioni, battute salaci, sfottò che si rivolgono reciprocamente, quando sono da soli, per ridere, allentare la tensione, alleggerire il peso della fatica, distrarsi un po’)
Vite che si incontrano, si intrecciano, convivono diventando improvvisamente familiari, vicine, inevitabilmente care.
E a proposito: devo ricomprare i torroncini al cioccolato che gli sono piaciuti tanto, che ieri li hanno finiti.

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Siete alla ricerca di un primo facile, veloce e buonissimo per la sera della Vigilia? Questo risotto fa per voi! Con il valore aggiunto di farvi fare un figurone perché con quei suoi colori delicati è anche molto bello e raffinato da vedere…ecco, magari presentato su piatti che non siano di plastica, come nel mio caso ;-)
L’ho sperimentato per noi due e preciso che né l’amato bene né io amiamo i finocchi cotti. Ma qui a prevalere è l’affumicato del salmone e nemmeno troppo. In realtà è un’armonia di sapori unica e difficilmente descrivibile a parole.  E quindi niente, vi tocca provarlo!


Ingredienti (per due persone)
180 gr di riso originario (o arborio)
1 litro di brodo vegetale (ottenuto con sedano carota cipolla e le foglie esterne del finocchio; altrimenti con queste ultime e 1 dado vegetale -  io uso Alce Nero bio, senza olio di palma né glutammato)
75 gr di salmone affumicato
1 finocchio piccolo
1 scalogno
½ bicchiere di vino bianco
Olio extravergine d’oliva
Pepe nero


Procedimento
Lavare il finocchio, tagliarlo in quattro e poi a fettine sottili, conservando alcune barbe per la decorazione finale e le foglie esterne per il brodo. Mettere a bollire il brodo. In una casseruola con poco olio tostare il riso con lo scalogno affettato sottilmente. Sfumare con il vino, lasciare evaporare, quindi unire il finocchio e metà dose di salmone a striscioline sottili. Lasciare cuocere per una ventina di minuti aggiungendo il brodo a mano a mano e mescolando ogni tanto. Quasi a fine cottura aggiungere il salmone rimasto. Lasciare riposare un paio di minuti, quindi impiattare decorando con le barbe del finocchio tenute da parte e una spolverata di pepe nero macinato al momento.

(Volendo si può mantecare con una noce di burro o di formaggio cremoso a fine cottura, ma io generalmente salto questo passaggio)

venerdì 16 gennaio 2015

Tu mi tenti - Basmati al curry con cimette e acciughe



Richiede pazienza.
E alto grado di tolleranza.
Impone calma.
E grande resistenza alla tentazione di sbottare.
Un marito perennemente a dieta è peggio di un marito col raffreddore e due linee di febbre che ciondola per casa biascicando le ultime volontà.
Un marito che con la dieta (e grande forza di volontà e immensi sacrifici e ammirevole tenacia) è riuscito a perdere 22 kg è una specie di raffreddato cronico con spiccate (e manifeste…ah se manifeste!) tendenze all’ipocondria.
Un marito a dieta da 4 anni e che per di più di mestiere e di testa è un militare e ha ordine e disciplina come mantra interiori è peggio di tutte le categorie succitate messe insieme.
La questione si aggrava notevolmente se il tizio poi è sempre stato (e continua tendenzialmente a essere), di natura un gran mangione e un fine buongustaio.
Per lui la pasta è come la Roma: non si discute, si ama.
Il pane è l’unico, degno completamento di un pasto: un fetta, due, anche tre di “Genzano”, con la crosticina abbrustolita e la mollica dall’ampia alveolatura, sostituiscono egregiamente qualsiasi tipo di dessert, con buona pace di Montersino, De Riso e tutto il cucuzzaro dei maestri pasticcieri al completo.
La carbonara è un inno alla gioia.
L’amatriciana un sogno a occhi aperti.
I supplì al telefono una visione celestiale.
Ma da bravo soldatino se li concede solo una tantum.
O proprio una tantissimum.
Dunque la rinuncia è ancora più grande e sopportabile solo con inenarrabile fatica.
E poi ci si mettono le feste, in cui comunque (grazie al cielo) si sgarra eccome (ma poi fra una e l’altra si digiuna o si pasteggia a yogurt…).
E siccome, almeno da queste parti, la Befana è donna e la calza la consegna solo lei, che alla tradizione è molto ligia e per niente al mondo rinuncerebbe all’aspetto ludico (e anche un po’ sadico, ma sì diciamolo) della questione, un enorme dilemma si profilava all’orizzonte subito dopo capodanno e in previsione dell’Epifania.
Perché la domanda di fondo è: cosa metti nella calza della Befana a un tipo così?
Che sia (vagamente) appetibile ma al contempo non turbi le sue manie di alimentazione salutista all’apertura della medesima e lo mandi in sbattimento al rovesciamento del contenuto?
Due anni fa avevo aggirato l’ostacolo ingegnandomi a confezionargliene una anziché edibile, solo utile e funzionale infilandoci dentro, anziché dolciumi e caramelle (sob), fascette da elettricista, nastro carta, nastro isolante di vari colori, prese triple (che in casa – dice -  non bastano mai…boh), taglierino, un  paio di arbre magic per la macchina e poi viti, bulloni, chiodi, avvitatori elettrici e pinze pappagallo.
Gioia pura all’apertura (…mah) ed estremo gaudio nell’utilizzo successivo di tutti gli attrezzi, che manco un bambino davanti a tutta la sfilza di supereroi.
L’anno scorso invece ho risolto soprassedendo direttamente: niente calza e chi s’è visto s’è visto.
Ma quest’anno no, mi sono impuntata e detta che non si può rinunciare a essere befane del proprio uomo facendogli trovare almeno una calzetta penzolante dal camino.
Girare a bordo di scope di saggina tutta la notte e non fare nemmeno una consegna.
Quindi lo scervellamento è stato d’obbligo e alla fine ho approntato e diligentemente consegnato la (tristissima) calza con quanto segue:
- 2 pacchetti di caramelle balsamiche SENZA ZUCCHERO;
- 3 pacchetti di frutta disidratata (mirtillo nero/lamponi/frutti di bosco misti) da aggiungere senza rischiare un coccolone all’eventuale conteggio di calorie, alla sua colazione a base di yogurt (magro, ça va sans dire);
- 1 vasetto di marmellata a basso indice glicemico perché fatta con SCIROPPO D’AGAVE in luogo dello zucchero (che provvederà a centellinare col contagocce nella quantità di un cucchiaino da caffè, non un grammo di più, sull’unica fetta biscottata -naturalmente integrale- che si concede appena alzato…sigh);
- 1 stecca di cioccolato fondente all’85% che più amaro non si potrebbe, da assumere a cuore non troppo leggero dopo il pasto serale con la posologia di 1 quadratino (e solo se avrà rinunciato alle due gallette di riso durante la cena!).
Più:
1 mandarino e 5 noci come da tradizione
Ma anche:
-         1 pacchettino di minicrostini da guardare soltanto.
-         1 confezione di treccine di pane ai semi di finocchio da tenere lì come diavoletto tentatore ed eventualmente cedere a me medesima.

E pure quest’anno la calza è andata.
Ah ma i baci di cioccolato e i cuori fondenti per san Valentino non glieli leva nessuno, eh?
A costo di vederlo diventare verde e stramazzare per l’affronto!

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Il procedimento sembra complesso e laborioso, in realtà si fa anche con avanzi del giorno prima: un piatto di riso pilaf, l’avanzo di un broccolo già lessato e oplà, il piatto è servito.

Ingredienti (per due)
1 tazza di riso basmati
2 tazze d’acqua
Mezza cipolla
6-7 chiodi di garofano
2 foglie di alloro
1 broccolo verde
4 filetti di acciuga sottolio
1 cucchiaino colmo di curry
1 limone
Sale
Olio extravergine d’oliva

Procedimento
Cuocere innanzitutto il riso mettendo a scaldare, in un pentolino, le due tazze d’acqua insieme all’alloro. Steccare la cipolla con i chiodi di garofano e metterla in un altro pentolino insieme a un goccio d’olio. Non appena si sarà scaldato il tutto e prima che inizi a soffriggere aggiungere il riso e farlo tostare mescolando di continuo. Quando i chicchi saranno lucidi unire l’acqua all’alloro, coprire e lasciare su fuoco bassissimo per 10 minuti senza mai mescolare. Trascorso questo tempo, rovesciare il riso su un piatto, eliminare la cipolla e le foglie di alloro e sgranare i chicchi lasciando raffreddare.
Occuparsi ora del broccolo: tagliarlo in cimette piccole per ridurne i tempi di cottura e, dopo averlo lavato, tuffarlo nell’acqua bollente per non più di 8-10 minuti al massimo in modo che rimanga croccante. Scolarlo e passarlo sotto il getto dell’acqua fredda. Predisposti tutti questi elementi, scaldare poco olio in una padella e unire il riso e le cimette lasciando insaporire bene; aggiustare di sale, aggiungere il curry e una generosa spruzzata di limone e disporre nei piatti.

Utilizzare la stessa padella per scaldare le acciughe, ma prima che si sfaldino del tutto, irrorare il riso con la loro salsina e servire.

giovedì 20 novembre 2014

Color color....giallo!!! – Cupolette di cous cous


Non è mia abitudine partecipare ai contest con ricette prese da altri blog.
Ma questa di Maria fa eccezione, perché me ne sono innamorata circa 3-4 anni fa, il giorno stesso in cui lei l’ha pubblicata, conquistata definitivamente la prima volta in cui l'ho provata.
Da allora l’ho variata, declinata, personalizzata fino a  farla diventare una…ricetta di famiglia.
Ruolo che le è stato riconosciuto a pieno titolo dopo il terzo anno consecutivo che la proponevo per il mio compleanno.
Così buona, pratica e anche bella da vedere che continuo a riproporla senza stancarmi mai.
Il cous cous, almeno quello precotto, già si prepara velocemente di suo. Questo, con la “cottura a freddo”, è uno di quei piatti che ci cucinano da soli, stando lì. Nel frigo, per giunta.
 E che hanno il vantaggio, per me imprescindibile, di poter essere preparati in anticipo.
 Così da potersi godere la cena insieme agli invitati e di non doversi confinare in cucina a spignattare fino al momento di sedersi a tavola (e anche oltre).
Ecco, questo piatto qua si prepara addirittura il giorno prima!
Considerato che siamo a novembre ma ancora fa caldo;
che già da un po’ sono spuntate decorazioni natalizie e piramidi di panettoni&pandori ma nelle ore centrali della giornata ancora si gira in maniche corte;
che è quasi Natale ma io non ho ancora mai preparato una zuppa che sia una
…direi che un piatto freddo, di questi tempi, è proprio quello che ci vuole.
Estivo solo per dire, che per un buffet qualsiasi, in qualunque stagione dell’anno è sempre azzeccato.
Allora, per tutte le ragioni di cui sopra, per il contest di Fausta e Cinzia ho scelto questa ricetta, che dubbi sul colore stavolta non dovrei averne.
È proprio giallo-arancio (anche perchè l'Autrice le aveva chiamate "Le gialle cassatine di cous cous)
Ed è proprio un primo (anche piatto unico, ma insomma…facciamo primo)!!
Perfino l’amato bene non avrebbe dubbi sul colore (ma mi guardo bene dal chiederglielo, stavolta).
La ricetta originale, così come era nata, la trovate qua;
Di seguito la versione con tutte le mie varianti/aggiunte e omissioni da 3 anni a questa parte.

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Ingredienti (per 8 persone)
500 gr di cous cous precotto (anche integrale)
1 kg di pomodorini
110 ml di succo di limone (corrispondono a circa 4 limoni medi)
120 ml di acqua a temperatura ambiente
5 scatolette di tonno sottolio da 80 gr
2 bustine di zafferano
1 peperone verde
1 carota
½ cipolla rossa
Una quindicina di foglie di menta fresca
Una manciata di foglie di basilico
Olio extravergine d’oliva
Peperoncino
Sale

Peperoncini farciti di tonno per decorare


Procedimento

Le operazioni preliminari da compiere sono:
-arrostire il peperone, spellarlo e privarlo dei semi
-tritare la cipolla e lasciarla appassire in padella con poca acqua per renderla più digeribile (operazione facoltativa: se la si gradisce lasciarla cruda, al naturale, saltando questo passaggio)
-tagliare a metà i pomodorini e privarli dei semi
-mettere via una tazzina da caffè della dose prevista di acqua per sciogliervi dentro lo zafferrano
-tagliare a dadini piccolissimi il peperone, la carota e i pomodorini.


Dopodichè:
Armarsi di una ciotola molto capiente, mettere la semola e versarvi a filo acqua e succo di limone mescolando con un  cucchiaio di legno per farla gonfiare. Infine aggiungere l’acqua allo zafferano.
Insaporire con sale e peperoncino quindi unire i quattro ingredienti tagliati, il tonno, la menta e il basilico spezzettati con le mani e irrorare di abbondante olio.
Appena il tutto sarà amalgamato molto bene, coprire la ciotola con un piatto e lasciare riposare in frigorifero tutta la notte, mescolando di tanto in tanto (prima di andare a dormire...).


Tirare fuori dal frigo un paio d’ore prima di servire (anche d’estate), mescolando e, nel caso, aggiungendo un altro po’ di olio.

Per servire:
scegliere una ciotola a cupoletta, riempirla di cous cous, schiacciare leggermente e rovesciarla sul piatto decorando con un peperoncino ripieno o foglie di menta e basilico.


 Anche questa ricetta partecipa al contest "Sfumature di gusto", 
dei blog:
nella categoria primi, ancora più rigorosamente di colore giallo/arancio!
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