"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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giovedì 3 giugno 2021

Stop – Torta all’acqua al cioccolato e fragole


È accaduto esattamente così, nel modo più assurdo, incredibile e inverosimile possibile. Non che esista un modo bello in cui certe cose possano accadere, ma nel caso specifico, a sorprendere e lasciare del tutto attoniti è stata soprattutto la tempistica.

Quando il calendario (almeno cartaceo, non certo quello meteorologico) cominciava ad annunciare l’ingresso nel vivo della primavera, con i primi, timidissimi pensieri rivolti all’estate; i prati così come la campagna vaccinale erano nel pieno della loro più florida fioritura; l’ormai famoso indice Rt nazionale si scapicollava giù, in discesa libera; le maglie delle aperture si andavano sempre più allargando e noi bimbi felici sguazzavamo in un’oasi di sorrisi ebeti e flebili speranze, tra aperitivi e caffè in bicchierini di plastica consumati sui marciapiedi… è proprio allora, dicevo, che noi, famiglia, ci siamo ritrovati con lo spettro, divenuto subito drammaticamente tangibile e reale, di ben 3 contagiati!

Uno dopo l’altro, a strettissimo giro, giusto quello effettuato sulla giostra dei tamponi e delle attese.

Fratello, cognata, nipotina di nemmeno 3 anni.

Che fino a quando lo senti in televisione pensi sempre che sì vabbè, passerà.

Ma quando lo vivi e lo tocchi con mano e corri a farti un tampone perché potresti, ma magari no, chissà, esserti contagiato pure tu, la faccenda si fa dannatamente seria.

Diventa tutto, all’improvviso, molto spaventoso.

Per sé, per chi ti sta accanto, per tutti quelli con cui potresti essere venuto in contatto e inconsapevolmente aver contagiato.

A questo rassicurante scenario, tanto per rimescolare le carte e far rabbrividire un po’ di più, si è aggiunto un febbrone da cavallo occorso al nonno, mio papà.

La scoperta poi che si trattasse di colecistite, e che solo per qualche insondabile mistero (cui non smettere mo mai di essere grati) lui e mia madre, non fossero annoverati fra i contagiati ci ha fatto tirare il fiato giusto il tempo di cominciare ad affrontare il problema sull’altro fronte, quello appunto fatto di visite gastroenterologiche e chirurgiche di una certa urgenza con annessa programmazione di intervento.

Ma sempre meglio del Covid. Immagino.

In tutto ciò si inserivano, serpeggiando nel sottobosco delle ansie miste a terrore, le date dei vaccini di tutti. Fra dubbi, paure reali, indecisioni, tentennamenti, appelli a forze superiori che aiutassero a prendere decisioni o semplicemente accettare quelle degli altri.

Fra lotti ritirati, monitoraggi di reazioni avverse, notti in bianco e febbroni vari possiamo tranquillamente affermare di vivere in apnea più o meno dal 12 marzo, data della prima dose di vaccino somministrata all’amato bene. 

Ora siamo qui, in attesa di negativizzazioni, seconde dosi, interventi chirurgici e tempi migliori.

Senza pensare troppo, coltivando piccoli attimi di felicità, ritagliando minuscole oasi di silenzio o di mare in cui tirare un attimo il fiato e mettere a tacere quei tic nervosi che, soli, tradiscono un trascurabile disappunto.

Ma celano bene l'inferno di cristallo che arde nelle anse dell'intestino.

La notizia che nel circondario il numero totale dei contagiati, dai 300 e passa di questo inverno fosse sceso a 32, 3 dei quali solo “i nostri”, di certo costituiva un primato davvero poco invidiabile.

Ma, come dicevamo, le cose fanno il loro corso; il tempo, anche se non sembra, scorre imperterrito e, pur magagnati e con la sensazione di essere stati presi a calci e pestati, a un certo punto, non si sa come, ci si trova traghettati fuori dalla tempesta.

Non ancora del tutto, eh?

Ma quanto meno si impara a navigarci dentro.

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Quella che nell’ansia generale non si è mai persa è la voglia di cucinare dolci. Che anzi semmai è pure cresciuta, presi come si è, dall'impellenza di colmare vuoti cosmici. Naturalmente sempre senza esagerare, che mica perché si è lievemente angosciati ci si scorda della forma fisica... ma quando si stratta di cioccolato, per quanto mi riguarda, basta anche solo nominarlo per sentirsi meglio. Ho rubato questa ricetta alla bravissima Elena, affascinata dalla sua definizione di questa torta come di una “torta cuscinetto”. Per la morbidezza, per il fatto di costituire un appoggio validissimo a ogni tipo di accompagnamento. Certo mi sarebbe piaciuto farla con i lamponi come lei, ma non li ho trovati e per il momento mi sono accontentata delle fragole. Siccome non ero abbastanza disperata ho ritenuto di voler diminuire la quantità totale di zucchero, ma se non amate i dolci poco dolci, la quantità originale è quella giusta!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)

300 g farina (io di farro)

30 g cacao amaro

180 g zucchero (io 150, di canna)

10 g lievito per dolci

1 pizzico di sale

vaniglia (in polvere, in pasta o i semini di un baccello),

120 ml olio di semi

360 ml acqua,

2 cestini di lamponi (io ho usato fragole)

100 g cioccolato fondente

100 ml panna fresca (io vegetale)

 


Procedimento

Accendere  il forno a 180 °C e preparare l’impasto della torta.

Versate la farina, il cacao, lo zucchero, il lievito, il sale e la vaniglia in una ciotola. Mescolare e unirvi l’olio e l’acqua, lavorando con una frusta per non formare grumi.

Versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata e infornare per 40 minuti.

Sfornate la torta lasciare raffreddare completamente.

Nel frattempo tritare il cioccolato a coltello e versarlo in una terrina.

Fare scaldare la panna e versarla calda sul cioccolato mescolando con una frusta a mano in modo tale da far sciogliere il cioccolato e ottenere una ganache liscia e senza grumi. Lavare le fragole e privarle del picciolo. Dopodiché tamponarle con due fogli di scottex.

Quando la torta all’acqua sarà fredda, toglierla dallo stampo ribaltandola sul piatto da portata (in questo modo si avrà una superficie liscia da decorare con la frutta).

Spalmare tutta la superficie della torta all’acqua con la ganache al cioccolato fondente fredda e decorare con le fragole.

Completare spolverizzando dello zucchero a velo ed eventualmente decorando con foglioline di menta.



 

 

lunedì 3 maggio 2021

C’è da fidarsi - Crumble di yogurt e fragole

 

Una ricetta strepitosa, di quelle che riescono al primo colpo e danno una marea di soddisfazione in termini di gusto, velocità di esecuzione, bilanciamento degli ingredienti e soprattutto quantità degli stessi. Qua dentro ce ne vogliono proprio pochi, tutti facilmente reperibili a meno che, come la sottoscritta, non dobbiate adeguarli a fisse alimentari e barattoletti da smaltire in frigo.

Ecco, nella fattispecie ne avevo uno di olio di cocco, acquistato per fare i baci vegani e da allora, nonostante il profumo inebriante che emana non appena si apre il barattolo, mai più usato.

Sicché, prima che cammini da solo, ho deciso di impiegarlo in questa ricetta al posto del burro, nella stessa quantità che, fortuna incommensurabile, era esattamente quella rimasta.

Poi, analizziamo altri pregi di questa ricetta: il fatto che abbia uno stratone enorme di ripieno, come piace a me, senza includere però panna, mascarpone e altri grassi se non quelli, al 5% (volendo proprio esagerare) dello yogurt greco. Per esempio.

Va detto che io odio la frutta cotta, ad eccezione delle mele.

E le fragole “arrostite” mi perplimevano non poco.

Invece al primo assaggio ho pensato che se ne avessi messe di più non avrei fatto un soldo di danno e ci sarebbero state veramente tanto bene. Altro punto a suo favore.

Va cotta in forno, quello sì. Per ben 40 minuti, ma la si può preparare anche con cospicuo anticipo perché poi deve riposare in frigo per almeno 2 ore.

L’odore che emana in cottura non sto nemmeno a descriverlo.

Io non so come può essere con il burro, ma posso garantire che l’olio di cocco le regala un profumo e un sapore veramente paradisiaci.

Talmente conturbanti da aver stroncato sul nascere la voglia di salire al piano di sopra a prendere la reflex, montare il cavalletto, le luci, e tutta la compagnia danzante e spingermi a immortalare (miseramente) il tutto con il solo ausilio del cellulare.

Al chiuso.

Di sera.

Ma fosse solo quello…

La fetta è servita (e fotografata!) perfino sul piatto di plastica!

E naturalmente da troppo vicino senza aver impostato la funzione macro. Alè.

Si dovrà perciò superare lo sgomento, guadare il raccapriccio, riaversi con i sali e credermi unicamente sulla parola se vi dico che vale ASSOLUTAMENTE la pena di provare questo dolce.

Dopodiché, superate tutte queste prove, correre a comprare le ultime fragole, prima che spariscano dai banchi del mercato.

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Il consiglio è di usare uno stampo a cerniera (se tondo non più di 22 cm di diametro; io ne ho usato uno rettangolare di 23x15 cm), oppure uno in pyrex (che lasci anche vedere gli strati) e in cui servire direttamente la torta.

Ingredienti

Per il crumble

125 g di farina di farro (o OO)

100 g di fiocchi di avena integrali

120 g di zucchero di canna

110 g di olio di cocco (o burro nella stessa quantità)

2 g di lievito

1 cucchiaino di estratto di vaniglia

1 pizzico di sale

Scorza di limone grattugiata

Per il ripieno

500 g di yogurt greco

300 g di fragole

30 g di zucchero di canna

15 g di amido di mais

 


Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. Preparare il crumble riunendo in una ciotola la farina, i fiocchi di avena, lo zucchero di canna, il lievito, il sale e l’estratto di vaniglia. Incorporare anche l’olio di cocco e lavorare con le mani fino a formare un composto umido e dalla consistenza “sbriciolosa”. In un’altra ciotola mescolare lo yogurt con lo zucchero e l’amido di mais. Ungere lo stampo e distribuire sul fondo ¾ del composto di briciole compattando con le mani. Coprire con lo yogurt, livellandone la superficie, e disporre su questa le fragole pulite, asciugate, e tagliate a fettine. Terminare con le briciole rimaste, distribuite uniformemente (la superficie non dovrà essere completamente coperta ma si dovranno intravedere le fragole sottostanti).

Infornare per circa 40 minuti, poi lasciare raffreddare e riporre in frigo per un paio d’ore.


mercoledì 16 gennaio 2019

Senza “senza” - Torta arrotolata al pistacchio



La prima ricetta del 2019 è stata, nemmeno a dirlo, quella di un dolce.
La seconda (naturalmente) è ancora un dolce, ma di quelli senza esclusione di colpi. Che poi a pensarci bene nemmeno è vero, considerato che per esempio il burro non c’è e quindi qualche colpo lo abbiamo pure escluso!
È però un dolce spettacolare, sia per il gusto sia nell’aspetto. Apparentemente complesso da realizzare in realtà…un semplice rotolo alla nutella declinato in altro modo e alla portata perfino di un’impedita con la sac a poche, come la sottoscritta.
Che poi della sac a poche si potrebbe pure fare a meno, volendo.
Insomma: non ci sono scuse, per provarlo.
Sembra difficile ma non lo è.
Sembra lungo e arzigogolato ma per farlo ci vuole si e no un’oretta.
Sicuramente è un dolce scenografico, di quelli belli da presentare a un compleanno, quale , nella fattispecie, quello della mia mamma.
Sul web gira con il nome di Torta Nocciottella, perché fatta appunto con Nutella e nocciole. Siccome nella mia famiglia di origine mio fratello, presumibilmente rapito dagli alieni quando era ancora in fasce, la nutella non la mangia (…ebbene sì), mi è toccato sostituirla con qualcosa di altrettanto, se non maggiormente, degno. Allora ho pensato alla crema di pistacchio. E qua si apre un capitolo a  parte.
La crema di pistacchio ha un certo costo ma anche nel suo ambito se ne distinguono di più o meno buone a seconda della percentuale di pistacchio in esse contenuta. Essendo questa torta costituita da pochi ingredienti, cercatene una con una percentuale di almeno il 35-40%.
La bontà della torta vi ripagherà dell’investimento.
Reperito il prezioso bottino non vi resta che andare all’alimentari di fiducia a prendere un’ottima e freschissima ricotta di pecora, evitando come la peste quelle in vaschetta del supermercato che, oltre a sapere di plastica, sono addizionate di panna. Sempre per il discorso che gli ingredienti, questi sono: fondamentale è che, almeno, siano buonissimi.
Ah sì, poi il mascarpone. Prendete il più buono che ci sia, ovviamente.
E le uova possibilmente bio, da allevamento a terra e galline felici considerato che ce ne vorranno ben 5!
Eseguiti tutti questi  onerosi compiti, non vi resta che mettervi al lavoro!

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Qualche piccolo, ulteriore, suggerimento:
-     -  Non fate il mio stesso errore di pensare di poter preparare la base il giorno prima: dovendo arrotolarla, c’è il rischio concreto di ritrovarsi con una suola di gomma che non risponderà ai vostri comandi e addio sogni di gloria. In fondo perché si raffreddi ci vuole davvero poco tempo. Giusto quello per preparare la farcia.
-     -  Armatevi di un vassoio non troppo grande. Con le dosi indicate di seguito verrà fuori una torta piuttosto piccina, del diametro di 18-20 cm al massimo e del peso di circa 1kg (1,078 kg, la mia). Basterà per 6 persone (anche perché sviluppa in altezza), ma senza poter fare il bis.
-     -  Preparatela con sufficiente anticipo da poterla riporre in frigorifero per almeno un paio d’ore a rassodare.
-     -  La nota scenografica è assicurata anche al momento del taglio: essendo arrotolata, ogni fetta presenterà delle belle righe verticali. Più marcate se avrete usato una crema al cioccolato, un po’ sbiadite ma molto raffinate nel caso della crema al pistacchio.


Ingredienti (per 6 persone)

Per la pasta biscotto
5 uova a temperatura ambiente
70 g di zucchero semolato
50 g di farina 00
70 g di olio di girasole
Mezza bustina di vanillina
Per la farcia
250 g di ricotta di pecora
250 g di mascarpone
3-4 cucchiai di crema di pistacchi
Per decorare
100 gr di granella di pistacchi
Una decina di nocciole intere

Procedimento
Innanzitutto separare gli albumi dai tuorli, poi con l’aiuto di uno sbattitore elettrico montare a neve fermissima gli albumi, aggiungendo poco alla volta lo zucchero.
Mettere via lo sbattitore e armarsi di frusta manuale con al quale unire tuorli uno alla volta, mescolando il composto dal basso verso l’alto.
Successivamente incorporare la farina setacciata stando sempre molto attenti a non smontare il composto. Infine aggiungere l’olio di semi e la vanillina.
Versare l’ impasto su una placca ricoperta di carta da forno e cuocere a 190° per 10-15 minuti o fino a doratura. Attenzione a non cuocerla troppo altrimenti la pasta biscotto al momento di arrotolarla si spaccherà.
Una volta sfornata, lasciare raffreddare la base su una griglia (quella del forno andrà bene).
Nel frattempo preparare la farcia: in una ciotola unire la ricotta, il mascarpone e la crema di pistacchi, che comunque andrà dosata secondo i gusti, compiendo il sacrificio di assaggiarla…. Amalgamare bene tutti gli ingredienti con l’aiuto di un cucchiaio. Nel caso in cui il composto dovesse risultare troppo denso aggiungere un goccio di latte o di liquore (io ho aggiunto due cucchiai di Vov).
Riprendere la base ormai fredda e  con l’aiuto di un centimetro, tagliarla in strisce larghe 5 cm. È fondamentale che siano tutte uguali perché una volta arrotolate andranno a costituire la torta stessa che dovrà avere una superficie piatta.

Spalmare la crema sulla prima striscia e arrotolarla su se stessa stringendo un po’ . 


Disporla al centro del vassoio, quindi spalmare progressivamente le altre strisce e arrotolarle intorno alla prima, fino a esaurimento.
Ricoprire la torta così’ formata con quasi tutta la crema rimanente, lasciandone da parte giusto un po’ per la decorazione finale.


A questo punto disporre un piattino di plastica al centro della superficie della torta e decorare con la granella di pistacchi fino a coprire  bene i lati della torta e un piccolo bordo sulla superficie. 

In questo modo la parte centrale resterà pulita.


Sollevare delicatamente il piattino riempire una sac a poche con la restante crema. Formare sulla parte più esterna della superficie dei riccioli e per finire aggiungere una nocciola intera su ogni ricciolo.

Conservare in frigo fino al momento di servire.





lunedì 1 ottobre 2018

Solo sulla carta - Tortini di cous cous al cioccolato (senza uova, senza lievito)



Pronti, via?
Nemmeno per sogno. Già ottobre per me è un mese di passaggio, figuriamoci settembre: estate piena.
E figuriamoci settembre con il bel tempo, continuando ad aspettare il fine settimana per andare ancora al mare. In costume. Facendoci pure un mezzo bagno.
Sapere che è entrato l’autunno non mi aiuta.
Vivendo al mare, ogni occasione è buona per andarci e finché quello continuerà a dare il meglio di sé, mostrandosi accogliente, piatto come una tavola, scintillante e per giunta senza vento non mi rassegnerò a fare la lavatrice dei costumi e mettere via tutto.
Autunno lo è sulla carta, certificato da quel calendario che continua a ripetermelo (disperatamente invocato dagli stivali che, nonostante le temperature, iniziano a spuntare ai piedi delle persone).
Ma non nei vestiti (almeno i miei), nei piatti che porto in tavola, nel cuore, che sguazza ancora nell’euforia della bella stagione e nella mente, che aspetta ancora di festeggiare ferragosto.
Io che amo moltissimo la zucca e ancor di più le castagne sento spuntarmi l’ orticaria all’idea di infilarle nel carrello.
O meglio, un quarto di zucca l’ho anche comprato in realtà, e ci ho fatto un plumcake per la colazione.
Ma senza entusiasmi. Sentendolo quasi una forzatura. Un voler anticipare le stagioni, almeno quelle personali.
Prova ne è il fatto che non sia sparito nell’arco di un pomeriggio, ma vaghi ancora per la cucina dopo ben 3 giorni. Che per la sopravvivenza di un dolce in questa casa sono quasi un miracolo.
Perciò niente: continuo ad aspettare fiduciosa che arrivi il freddo (senza fretta, eh?). Perché nemmeno la pioggia mi fa desistere, se continua ad essere accompagnata da un tasso di umidità come nemmeno a Singapore e un caldo asfissiante come quello di oggi.
Giusto a un dato di fatto mi tocca rassegnarmi: oggi, dopo 3 lunghi e beati mesi di inattività, ricomincia la palestra.
Per tutti gli altri propositi, buoni e cattivi, c’è tempo.

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Ho visto questi tortini qui e ho voluto provarli subito. Con qualche  variante, a cominciare dal tipo di cous cous, che io ho usato di farro, proseguendo con la sostituzione delle noci alle nocciole, per finire con l’omissione del cacao visto che mi pareva ci fosse già abbastanza cioccolato. Ah, in mezzo ci ho infilato un bicchierino di liquore...
E li ho serviti con un ciuffo di panna vegetale.

Ingredienti
120 gr di cous cous di farro
200 ml di acqua
100 gr di cioccolato fondente all’85%
100 gr di zucchero di canna
40 gr di fecola di patate
60 gr di noci
50 ml di Moretta di Fano (o altro liquore a scelta)
1 pizzico di sale



Procedimento
Mettere in un pentolino acqua e liquore e portarli, dolcemente, a ebollizione. Nel frattempo tritare le noci e  spezzettare il cioccolato. Versarle nel pentolino insieme anche allo zucchero, il cous cous e il sale e mescolare con cura. Sciogliere la fecola in un bicchiere di acqua tiepida (non calda o si addenserà!) e unire anche questa al resto. lasciare qualche altro minuto sul fuoco, sempre mescolando, quindi distribuire negli stampini e lasciare raffreddare. Riporre in frigorifero fino a una mezz’oretta prima di servire.

Note:
  • -      Il liquore è facoltativo: si può usare lo stesso quantitativo di acqua o anche di caffè.
  • -      La quantità di zucchero dipende dalla percentuale di cacao nel cioccolato: io ne ho usato uno molto amaro e 100 gr, secondo i miei gusti, erano il giusto bilanciamento.
  • -      La quantità di fecola della ricetta originale (60 gr) a me è sembrata eccessiva, perciò l’ho un po’ ridotta e il risultato è stato positivo.


martedì 17 luglio 2018

Candore - Tiramisù light al cocco (senza uova)




L’esclamazione di vero stupore arriva così, di botto, con un tono fin troppo acuto.
Mi volto di scatto, rivolgendo all’amato bene uno sguardo interrogativo, allarmato.
Lui, seduto alla mia destra, sta fissando il mio collo.
Lo imploro di rivelarmi subito cosa ci sia planato sopra e abbia catturato così il suo interesse.
Un moscerino? Una zanzara? Una falena?
Ma a giudicare dal raccapriccio dipinto sul volto deve trattarsi di qualcosa di molto, molto più grave.
Una mantide religiosa.
Una vedova nera col tutto il codazzo funebre.
Lui tentenna, sempre più rapito, sempre più incredulo.
Finché non confessa. Farfugliando quasi.
Per l’ansia e lo stupore.
 No è che hai la pelle fra il collo e la spalla…non so come dire…tutta a righe. Come fosse cartacrespa”.
Così, candidamente, come fosse la cosa più normale del mondo.
Al pari di un qualsiasi “Anvedi, mentre scrivevi la lista della spesa ti sei macchiata di biro”.
Transitoria.
Confessabile soprattutto.
Spiattellabile così senza remore né riguardi.
Nè paura per la propria incolumità.
E non stesse invece puntando il dito contro una serie di (piccole, eh?) rughe.
R U G H E, signori.
Notandole per la prima volta. Facendole presenti a me che, mentre faccio impacchi di Rilastil, minimizzo e mi incoraggio raccontandomela giusto un po’ “ma sì, nemmeno si vedono, ancora”.
Firmando la sua condanna a morte.
E non certo per mano di un ragno velenoso.

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-Questo è un dolce da preparare rigorosamente in anticipo: la mattina per la sera, almeno.
-La quantità di zucchero è discrezionale: a noi piacciono i dolci poco dolci e così era perfetto, ma assaggiando la crema di ricotta si può sempre correggere il tiro prima di assemblare.
-Nessuno vieta di aggiungere eventualmente piccole scaglie di cocco tra uno strato e l’altro.
-Il liquore è facoltativo, ma una punta di alcol male male non sta.
La cosa carina è servirlo con una fogliolina di menta conficcata nelle briciole di un biscotto al cioccolato, come fosse una piantina che spunta dalla terra ;-)
Ingredienti (per 6 persone)
500 gr di ricotta di pecora
250 gr di yogurt al cocco
6 tazzine di caffè
4-5 cucchiai di zucchero a velo
1 pacco di biscotti savoiardi (circa una ventina)
½ bicchierino di rum, crema di whisky o altro liquore (facoltativo)
Scaglie di cioccolato fondente
Biscotti al cioccolato
Foglioline di menta


Procedimento
Preparare il caffè, zuccherarlo a piacere (ma non troppo, tenendo conto dello zucchero presente nella crema di ricotta e nei biscotti) e lasciarlo intiepidire.
Nel frattempo dedicarsi alla crema amalgamando, con uno sbattitore elettrico, la ricotta, lo yogurt e lo zucchero a velo.
Unire al caffè l’eventuale liquore e iniziare a comporre le coppe.
Inzuppare i savoiardi, tagliarli secondo la forma e la dimensione delle coppe e formare uno strato sul fondo. Distribuire sopra uno strato di crema di ricotta stando attenti a non sporcare il resto del bicchiere. Ricoprire con un altro strato di savoiardi e terminare con altra crema.
Aggiungere le gocce di cioccolato e ricoprire tutto con un biscotto al cioccolato sbriciolato.
Riporre in frigo e poco prima di servire decorare con foglioline di menta.


lunedì 25 giugno 2018

Acume – Gelato veg banana e fragola (senza gelatiera)



Abbiamo una cucina piccola: lunga e stretta.
Facciamo colazione sul piccolo pianale angolare.
L’amato bene in piedi (…boh), io su un piccolo sgabello a 3 scalini che uso, alternativamente, come ausilio per sopperire alla mia scarsa altezza e, appunto, come seduta.
Quell’angolo lì è costantemente occupato: finita la colazione riapparecchio subito con tovaglioli nuovi, posate pulite e, la sera dopo cena, anche tazze e piattini lavati.
Così, tanto per A) non far perdere tempo a lui la mattina alle 5.30 ancora impastato di sonno a cercare tutti gli attrezzi; B) dare a me un’illusione di coccole e attenzioni quando, con comodo, mi sveglio un paio d’ore dopo.
Come se qualcuno si fosse alzato prima di me e avesse deciso, in completa autonomia, di farmi una sorpresa apparecchiando di tutto punto.
Una specie di amico immaginario con funzioni però di modica utilità.
Solitamente ci lascio anche il barattolo dell’orzo solubile e la scatola di latta con le fette biscottate.
L’amato bene però è un tipo preciso. E il suo inquadramento militare, come una inevitabile deformazione professionale, lo porta, ogni giorno finita la colazione, a rimettere via quel barattolo di orzo e a riporre la scatola di latta: a far sparire, cioè, ogni singola traccia del suo essere stato lì.
Così la mia illusione di coccole/amico immaginario/colazione pronta svanisce prima ancora che io la possa vivere.
Ma taccio. Che già mi bastano gli sguardi vacui di quando gli chiedo di prendermi qualcosa in un determinato punto della casa e improvvisamente ho la sensazione di condividerne lo spazio con un ospite di passaggio. Quelle volte in cui a una domanda tipo: “amore per favore mi prenderesti la farina nell’armadio a muro?” ti guarda come se gli avessi chiesto la formula della quadratura del cerchio e annaspando ti risponde con un’altra, perspicace domanda: “l’armadio a muro quale?”, incapace di distinguere fra gli unici due di cui disponiamo: uno adibito a dispensa, l’altro contenitore del suo guardaroba. Manco del mio. 
Mi voto quindi all’ “educazione” attraverso l’esempio. Rimettendo puntualmente lì ogni cosa: orzo, piattini, tazze e scatola di latta. Riapparecchiando per bene fin dal mattino, sperando che un’illuminazione improvvisa lo porti, un giorno non troppo lontano, a fare altrettanto.
Lasciando l’angolo perennemente pronto.
E insisto sul tema specialmente nel fine settimana, quando è meno stanco, più attento(?), più ricettivo (??).
Ma passano i giorni, le settimane, si alternano le stagioni.
E quando scendo io a fare colazione la scatola delle fette biscottate continua a ritrovarsi sulla mensola e il barattolo di orzo nel suo stipetto. Rimessi diligentemente a posto.
Finché, una mattina, la rivoluzione.
Un brivido di commozione prende a scorrermi sotto pelle.
Non posso credere ai miei occhi:
La scatola di latta abbandonata sul pianale.
(l’orzo al suo posto, ma una cosa alla volta…)
Ma non in un punto qualsiasi: esattamente sul piattino (pulito) che non ha seguito la tazza sporca nel lavandino.
La scena va interpretata.
Forse un rebus.
Probabilmente un messaggio in codice.
Perché proprio sul piattino?
Decido di tacere aspettando nuove mosse.
Il mattino successivo la scena si ripete: scatola di latta su piattino pulito.
Quasi un’installazione artistica.
Mi vorrà dire che stanno per finire le fette biscottate?
Che devo proprio assaggiarle perché sono fantasmagoriche e vuole condividerle con me?
Che non si possono mangiare ma lui continua a immolarsi per non dover buttare via del cibo?
Basta mi arrendo: non sono capace di decrittare il messaggio, capire la metafora, leggere fra le righe, interpretare il simbolismo.
Risolvere il rebus.
Io, misera pensatrice senza ali mi arrendo davanti all’acume di lui, fuoriclasse degli indovinelli.
Gli mando, ingoiando l’amara sconfitta, un messaggio whatsapp, chiedendogli lumi.
E la risposta non si fa attendere.
“Ma no amò, lo faccio per te: la lascio lì, che tanto l’indomani devo rifà colazione e così non la stai sempre a mette a posto e io a ritirà giù”.
In quale preciso momento di tutti questi anni ci sia arrivato, non è dato capire.

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Due ingredienti (tre a voler proprio strafare dolcificandolo un po’) e un frullatore: è tutto ciò che serve per fare questo gelato.
Voglia improvvisa: oplà, si può soddisfare in men che non si dica senza bisogno di uscire a comprare una gelatiera né sentirsi minimamente in colpa visto che è senza uova, senza lattosio, senza zucchero.
Il risultato è quello di un gelato supercremoso, facilissimo da fare e davvero buono. Ho visto la ricetta qui, poi ho ridotto le dosi e l'ho adattata a quello che avevo nell'armadio a muro, quello della dispensa ;-)

Ingredienti (per due coppette)
2 banane mature
100 g di fragole
succo di mezzo limone
2 cucchiai di sciroppo d’acero (la ricetta originale prevedeva succo d’agave o malto di riso)



Procedimento
Sbucciare le banane e tagliarle a rondelle. Mondare le fragole, lavarle e tagliare anche queste a cubetti. Irrorare la frutta con il succo del limone e riporla in freezer per 4-5 ore o, meglio ancora, una notte intera.
Trascorso questo tempo versarla nel frullatore, dolcificarla eventualmente con lo sciroppo d’acero e frullarla per 3-5 minuti fino a ottenere una crema morbida e omogenea.
Distribuirla nelle coppette e decorarla a piacere con gocce di cioccolato, foglioline di menta, granella di mandorle o nocciole.

Nota:
- naturalmente, ferme restando le banane (che sono quelle che donano la consistenza cremosa), questo gelato può essere realizzato con qualsiasi altro tipo di frutta.






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