Una cosa buona i lavori l’hanno portata.
Più d’una, voglio sperare, ma le più evidenti sono tutte in
corso d’opera ed eventualmente da verificare.
Non si può dire che pure nella cucina da campo, pur nel
disagio generale che dura ormai dal lontan(issim)o 28 novembre, roba che pare
di aver cominciato una vita fa e nemmeno mi ricordo più com’è lavare i piatti o
scolare una scatola di legumi in un lavandino che non sia quello del bagno, non
si può dire, dicevo, che ci siamo fatti mancare alcunché.
La pizza al sabato sera l’abbiamo sempre preparata.
Ciambelloni e biscotti non sono mancati.
Carne, pesce, legumi e cereali, verdure cotte e crude si
sono come al solito correttamente alternati come i più rigidi protocolli
dell’alimentazione comandano.
Pranzi da asporto, panini e schiscette sono sempre stati
approntati con cura e l’amato bene non è stato mai costretto a ricorrere a un
pezzo di pizza da Roscioli per ovviare alla mancanza della mensa nei giorni in
cui non gli spetta (per quanto, magari, se lo sarebbe di gran lunga augurato..).
Perfino Natale abbiamo festeggiato in questo tugurio.
Ma la cosa straordinaria, fra momenti di pura ilarità
alternati ad altri di sbrocco assoluto che lèvate, è che l’ingegno, per ogni
cosa, dalla più seria alla più sciocca, non ha mai cessato di aguzzarsi.
Perché provare nuove ricette va bene. Tanto dobbiamo
mangiare.
Ma poi dove mi piazzo a fotografare i piatti pronti?
(E prima ancora dove lo trovo un piatto?)
Dunque, superata seduta stante ogni perplessità sul servizio
di plastica, che tanto giusto quello abbiamo, mancava però un luogo decoroso, carino, possibilmente
ben illuminato dove poter allestire una sottospecie, almeno, di set fotografico.
Ed è così che mentre nel mondo della fotografia food
impazzano piatti in penombra, tavolame scorticato, scenari rustici e molto
scuri, se non addirittura neri, pieni di conturbante fascino e insolito
mistero, ecco che, come al solito paurosamente in ritardo rispetto alle mode e
alle tendenze del momento, signore e signori arrivo io!
Che mi decido a confezionare, con uno scettico e brontolante
(ma collaborativo) amato bene al seguito, finalmente un accrocco di light box.
Roba che andava di moda anni e anni fa. Superata e
tramontata.
Anyway, dicesi light box la seguente cosa qua:
Uno scatolone ritagliato su tre lati e foderato di carta
forno da cui far filtrare, senza che risulti invadente, la luce di due faretti
montati su altrettanti piedistalli appositamente accroccati.
Che per me sarebbero bastate pure le due abatjour del
comodino, ma pareva brutto spegnere sul nascere il fervore e l’estro creativo
dell’amato bene che oltre ad aver assemblato le due luminarie le ha dotate di
fili abbastanza lunghi da poterli ruotare e spostare come voglio e perfino di
un interruttore unico con cui comandarli.
Ebbra di cotanta grazia e supporto tecnologico, da parte mia
ho preso quindi a sfornare, in controtendenza massima, foto diafane,
evanescenti, contornate di un alone etereo e quasi mistico.
Bianche e pure, che a me (e immagino solo a me) paiono
bellissime.
Perché sembrano vivere in un mondo tutto loro.
Distante da tutto il casino che ruota loro intorno.
Lontanissime da tutto il bazar circostanze.
Un microcosmo di candore e pacatezza.
Una scatola dei sogni dove qualche volta vorrei poter
entrare pure io, insieme alla fetta di ciambellone o al piatto di pasta.
Mo’ ndo se la mettemo
tutta st’attrezzatura quando non la usi?
Ecco, a questo non ho ancora trovato soluzione.
Quando non è in funzione sulla lavatrice.
Sennò sul letto.
Finché non ci andiamo a dormire.
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Per
vecchie reminiscenze d’infanzia, quando all’asilo a Berlino ce la propinavano
un giorno sì e l’altro pure, a me la verza cotta proprio non piace. Al massimo la
uso cruda, in insalata. A distanza di tanti anni però ho voluto darle un’altra
chance, anche perché ora le verdure in ogni caso le cuocio poco, lasciandole
perlopiù croccanti. L’ho insaporita con il prosciutto crudo. E devo dire che mi
ha stupita positivamente. Un nuovo amore è sbocciato.
Ingredienti (per
due)
300 gr di cavolo verza al netto degli scarti (circa metà di
una piccola pallotta)
160 gr di cous cous di kamut
70 gr di prosciutto crudo
1 spicchio d’aglio
1/4 di bicchiere di vino bianco
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe
Procedimento
Tagliare la verza a metà e poi a striscioline. Raccoglierle
tutte in una ciotola capiente, lavarle e scolarle (eliminando il torsolo
centrale). Tagliare anche il prosciutto a striscioline. In una padella far
imbiondire uno spicchio d’aglio tagliato a metà con poco olio, unire il
prosciutto e subito dopo anche la verza. Dopo che avrà sfrigolato un po’
sfumare con il vino, lasciare evaporare, quindi abbassare la fiamma, aggiustare
di sale e lasciare stufare per qualche minuto, aggiungendo poca acqua calda se
necessario. A me le verdure piacciono piuttosto croccanti, ragione per cui io
l’ho lasciata cuocere nemmeno dieci minuti, ma se la preferite più morbida,
allungate pure i tempi di cottura secondo i gusti.
Preparare il cous cous secondo le modalità riportate sulla
confezione (di solito una dose di cous cous e il doppio in volume di acqua
tiepida leggermente salata; es.: un bicchiere di cous cous e due di acqua),
lasciarlo gonfiare per qualche minuto, quindi sgranarlo aggiungendo poco olio.
Condire con la verza stufata, impiattare e completare con una spolverata di
pepe.

















