"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 12 marzo 2013

'Vedo la maestà del Colosseo...' – Ciambellone allo yogurt con le mele


Roma venerdì era un tripudio di fiori gialli.
Almeno il tratto di strada che mi capita di percorrere qualche volta, quando cioè decido di farmela a piedi cambiando completamente percorso.
Il primo colpo d’occhio è su piazza san Pietro.
Più o meno all’alba, quando è ancora vuota di turisti e puoi giocare a fare finta di trovarti in qualsiasi altra epoca.
Quando ti appare più grande del solito ma mai desolata.
 E la percepisci sospesa, ora più che mai, nella sua attuale condizione di orfana, ma ti si offre invariabilmente così: bella e quanto mai enigmatica, chiusa stretta fra quelle infinite colonne che la abbracciano e la proteggono.
Adesso magari un po’ diversa, con quella postazione fissa di telecamere e ripetitori; luci potenti e garbugli di fili.
Da ieri perfino presidiata da blindati di polizia, carabinieri, guardia di finanza e corpo forestale dello stato, come pedine su un tabellone di Risiko.
Qualche giornalista perennemente appostato; omini armati di telecamere che arrivano alla spicciolata per catturare chissà cosa; obiettivi costantemente puntati su una finestra chiusa, un cancello presidiato, una cupola su cui attualmente aleggia un punto di domanda grosso almeno quanto il suo diametro.
Prosegui verso piazza Risorgimento e butti un occhio alla bottega di Christian Miloni, perché la curiosità è più forte di tutto ma ad andarci a provare un panino ancora non ti sei decisa.
Dal sacro al profano, così come niente fosse e come probabilmente niente è.
Tagli per via Ottaviano, passando davanti a Castroni che ancora non ha aperto, quindi te la prendi in saccoccia perché nemmeno la sniffata del caffé appena tostato puoi goderti.
Saresti tentata di allungare fino a via Barletta, scendere quei tre scalini che separano dal più godurioso laboratorio di pasticceria che conosci e che sforna li mejo cornetti mai assaggiati finora, ma decidi di resistere, che a un solo cornetto non ti limiteresti.
Allora svolti decisa su viale Giulio Cesare, prima di ripensarci, consapevole che comunque basterà quella fila di bancarelle a consolarti, perché le bancarelle sono la tua passione e anche se la roba la stanno ancora sistemando, puoi sbirciare e toccare e allungare la mano e soppesare uno dopo l’altro tutti gli orecchini da un euro di cui probabilmente ormai non ti manca nemmeno un esemplare.
Finite quelle sbirci la lunga fila di negozi su via Candia prima di imboccare via Leone IV ma ferma al semaforo ammiri quel chiosco di fiori immenso che fa angolo e che in primavera sparge i suoi effluvi a momenti fino all’Osservatorio di Monte Mario.
E venerdì i fiori, appunto, erano tutti gialli.
Tra narcisi, tulipani, primule, ranuncoli, anemoni, bocche di leone e coriandolini soffici di mimosa, sparsi un po’ ovunque, a ogni angolo di strada.
Svolti su viale delle Milizie, per passare davanti a quel mastodontico mercato Trionfale in cui non hai mai tempo di entrare, perché quando passi è già tardi e tu devi correre, ma fai in tempo a respirare a pieni polmoni l’odore dei fiori dell’altro chiosco immenso, quello posto proprio davanti al suo ingresso.
E a riempirti gli occhi e il cuore di un giallo così intenso da fare concorrenza al sole.
Che per iniziare la giornata è l’ideale: il conforto, la coccola, la positività che cerchi.
Fra le grinfie spinose della vita che è proprio come un bellissimo carciofo fiorito


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Torta di yogurt e torta di mele: i miei dolci preferiti. Quelli rassicuranti e coccolosi cui torno sempre dopo esperimenti arditi e voli pindarici.
Fusi insieme danno questo risultato, che è semplice fino alla banalità per procedimento e tempo di realizzazione. Naturalmente ci si può sbizzarrire aggiungendo spezie o variando aromi.
La scorza di limone al posto della vanillina; lo zucchero di canna invece di quello semolato; la cannella come matrimonio perfetto; un pizzico di noce moscata, uno di chiodi di garofano e un altro di zenzero per una gran bella botta di vita.
Io stavolta ho scelto la versione delicata e super coccolosa della vaniglia perché questa torta era un regalo per quella piccola, grandissima donna che è la mia amichetta 3enne Elsa.
E questo è anche il motivo per il quale manca la foto della fetta.
Ingredienti (per uno stampo a ciambella da 26 cm di diametro)

2 vasetti di yogurt gusto a piacere (ma il massimo è quello alla vaniglia)
4 vasetti di farina 00 setacciata
2 vasetti di zucchero
1 vasetto di olio di semi
3 uova intere
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
1 goccio di latte
2 mele golden

Procedimento
Preriscaldare il forno a 180° e predisporre uno stampo a ciambella oliato e infarinato. In una ciotola sbattere le uova con lo zucchero finchè non diventano bianche e spumose, quindi unir lo yogurt e l’olio e progressivamente, continuando a mescolare con la frusta elettrica, aggiungere la farina e la bustina di vanillina.
A queto punto sbucciare e tagliare le mele a spicchi e poi a fettine (lo faccio all’ultimo per non doverle spruzzare di succo di limone affinché non diventino scure). Sciogliere il lievito in un dito di latte e unire subito all’impasto amalgamando bene.
Disporre metà nell’impasto nella teglia e ricoprirlo con buona parte delle fettine di mela.
Ricoprire con il restante impasto e disporre le rimanenti fettine sulla superficie.
Cuocere in forno già caldo per circa mezz’ora non aprendo il forno prima che sia trascorso questo tempo ma affidandosi alla prova stecchino vista la diversità di un forno dall’altro e considerando che per la presenza delle mele la torta tenderà a rimanere sempre un po’ umida.

Con questa torta semplice e rustica, che vale assolutamente la pena provare almeno una volta nella vita, declinandola secondo gusti e ispirazioni del momento, partecipo al Giveaway per il compleanno del blog di Vale

lunedì 25 febbraio 2013

Automatismi e attività sportive - Seppie con i piselli in bianco


È bastato un solo giorno.
Una giornata intera di black out totale per rimettere in discussione abitudini e modi di fare.
Usi e costumi.
Che di solito, senza nemmeno pensarci e in uno stato di automatismo puro e del tutto inconsapevole, le cose funzionano più o meno così: risveglio lento e faticoso, deambulazione incerta verso la macchinetta del caffè, accensione della medesima, trangugiamento del contenuto della tazzina con annessi 3 biscotti 3 (integrali-ricchi di fibre-fatti solo con zucchero di canna-e senza grassi idrogenati-sognando mousse fondenti e pasticciotti ripieni), quindi trascinamento apatico verso la postazione del pc per un’oretta di camera di compensazione o poco più.
Di impatto con il mondo graduale e soft.
Virtuale, prima ancora che reale: per leggere le ultime notizie (dal mondo e dai blog), vedere che aria tira, sbirciare il gossip, aprire la posta elettronica, scribacchiare qualcosa e iniziare la giornata così.
Prendendola alla larga.
Questo normalmente e meccanicamente.
Poi capita di sedersi alla suddetta postazione e di vedere l’aggeggio rimanere muto e indifferente al clic del tasto di accensione.
Di sbroccare giusto un pochetto e prenderlo a piccoli colpi pensando “nooo, proprio oggi?” (ma qualsiasi giorno sarebbe stata la stessa cosa).
Di sperimentare, con angoscia e lievissimo disappunto che il tizio, né per via tradizionale, né prendendolo a calci, vuole proprio saperne di avviarsi.
Allora ripensi a tutto quello che hai fatto l’ultima volta in cui si è accesso, passando in rassegna tutto ciò che hai scaricato, visitato, copia-incollato e ti stramaledici per vari ed eventuali virus che, gira che ti rigira, devi esserti beccata.
Ma soprattutto: non ti rassegni a questa nuova, imprevista condizione di vuoto cosmico.
Di ribaltamento delle abitudini.
Di minuti da riempire senza quell’aggeggio così dannatamente importante.
Quasi fondamentale.
Poi ti riprendi (un po’) e sperimenti (non del tutto rassegnata né convinta) nuove cose: tipo rimanere a crogiolarti nel letto un po’ di più senza l’ansia di correre ad accenderlo.
Sorseggiare e degustare con più attenzione il caffè.
Scoprire finalmente che sapore hanno quei biscotti di cui automaticamente ti nutri ogni mattina.
Indugiare al tavolo della colazione sfogliando un giornale o, con pari interesse e stupore, il volantino delle offerte del supermercato, trovandoli (entrambi) perfino interessanti.
…poi di colpo cedere e accendere spasmodicamente almeno lo smartphone per ciecarti sì, ma trovare un antidoto alla crisi d’astinenza che sta per rapirti e portarti via, che certe abitudini, signori miei, sono proprio dure a morire!

Tra le altre cose, la mancanza del pc, sperimentata per un giorno intero prima che il coso stabilisse autonomamente di rianimarsi, nello stesso modo misterioso in cui fino a quel momento aveva deciso di stramazzare, impedisce la pratica dello sport preferito dell’Amato bene e mio: scovare voli aerei a prezzi stracciati per destinazioni sconosciute e, da lì, costruirci sopra un viaggio incastrando giorni a disposizione e cose da vedere, sistemazioni economiche e spostamenti intelligenti.
Che uno di questi viaggi per settembre lo stiamo già costruendo, e non è cosetta da poco, ma i sogni non finiscono mai e allora una delle mie, poersonalissime zonzolate da sogno sarebbe in Malesia, con almeno 3 giorni a Kuala Lumpur comprensivi di ascesa alle Petronas Tower, puntata naturalmente pure a Singapore (già che siamo lì), possibilmente cercando di capitarci nel periodo del capodanno cinese, e visita pure di Malacca, magari a bordo di un trishaw; visita accurata del parco nazionale del Teman Negara e di tutta la foresta del Borneo, nessun angolino escluso, poi svariati voli interni per Kuching, Kota Kinabalu, Sandakan, con la ciliegina sulla torta del soggiorno finale (di una settimanella minimo per riposarsi delle fatiche) sbracati alle Isole Perhentian….

(dal web)
Con questo sogno ad occhi aperti, vi (ci) auguro una splendida settimana e partecipo al primo giveaway del blog Zonzolando



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 Della ricetta c’è poco da dire. Che le seppie debbano essere fresche è un’indicazione superflua, che le quantità siano puramente indicative invece è fondamentale, perché in due, una sera di qualche settimana fa, ce ne siamo fatte fuori un chilo abbondante…. dopodiché, fate vobis!

Ingredienti (per 2-3 persone)

600 gr di seppie
400 gr di piselli novelli
1 spicchio d’aglio
mezza cipolla
1 bicchiere di vino bianco
olio extravergine d’oliva
prezzemolo
sale
pepe
peperoncino

Procedimento
Pulire le seppie e tagliarle a striscioline. In un tegame far imbiondire dolcemente l’aglio e la cipolla tritata in un po’ di olio. Aggiungere le seppie e cospargerle con una abbondante manciata di prezzemolo e un po’ di peperoncino (meglio se a pezzetti). Salare con moderazione, pepare a piacere e, trascorsi una decina di minuti, bagnare con il vino. Dopo circa una ventina di minuti, a metà cottura, aggiungere i piselli ed eventualmente allungare con un po’ di acqua tiepida (ma di solito non è necessario). Terminare la cottura e servire calde con (svariate) fette di pane abbrustolito.


martedì 19 febbraio 2013

Pole pole (piano piano) - Crostata di kamut ai mirtilli neri con frolla allo yogurt


Non si può certo dire che io sia quella delle decisioni rapide.
È vero per esempio che, tra una cosa e l’altra, ho impiegato circa 19 anni per decidere di convolare a nozze.
E sarebbero stati anche molti di più se l’amato bene a un certo punto non mi avesse presa in contropiede (e anche un po’ alla sprovvista, che certe cose mica per forza ce le si aspetta..) con proposta formale completa di: fiori, anello, genuflessione, prenotazione istantanea della chiesa (a scongiurare ripensamenti reciproci) e week end improvvisato a Parigi.
Nella mia famiglia d’origine, a parte il poco lusinghiero soprannome di Hitler (sembrerebbe per una certa inflessibilità su banali questioni di regole e modi di comportamento da me medesima professati e pretesi), il mio secondo nome era “pronto intervento” per la rapidità con cui ero solita, appunto, intervenire nei casi urgenti.
Lenta di riflessi, un filo apatica e leggermente sorda, ammetto che ho bisogno di qualche minuto per realizzare: A) che si stia chiedendo proprio il mio aiuto B) che i neurotrasmettitori facciano il loro lavoro e mandino i giusti impulsi al cervello C) che decida, fattivamente, di alzarmi dalla sedia e andare in soccorso.
Del tipo che se mia madre mi urlava dalla cucina “Corri che mi va fuori tutta l’acqua della pasta che bolle, io ho le mani occupate”, quella poteva tranquillamente tracimare con tutto il suo contenuto prima che io mi materializzassi sul posto.
Anche se erano solo due i metri che mi separavano dal luogo del misfatto.
Per non parlare poi del telefono che squillava: “Rispondi tu che sono sotto la doccia!!
Ma dall’altro capo del filo una decina di squilli dovevano sembrare decisamente troppi per pensare che qualcuno di lì a poco potesse alzare la cornetta.
Di certo non io, che puntualmente arrivavo giusto in tempo per sentire il segnale di (nuovamente) libero.
(sarà per questo che nella casa che divido con l’amato bene s’è deciso di non metterlo proprio il telefono fisso?).
Per tutti i motivi di cui sopra, personalmente non mi è sembrato affatto strano decidere a un certo punto dello scorso anno, di andare finalmente alla coop a comprare la farina di Kamut che mi aveva consigliato Carla.
E pazienza se fosse fine luglio e il consiglio risalisse più o meno a febbraio.
In fondo lì ero stata fin troppo rapida per i miei standard, arrivando a maturare la decisione in soli 5 mesi.
Con quella farina dovevo fare una crostata.
Ma per quella c’è voluto un po’ di più.
Precisamente il mese di febbraio dell’anno in corso, cioè la scorsa settimana quando, aprendo la dispensa per prendere una scatola di fagioli mi è tornato davanti il sacco della farina in questione.
Un anno preciso dunque, ma che sarà mai, di fronte all’eternità?
Ed ecco qua come è nata la seguente crostata.
Che mi piacerebbe donare a Ombretta per il Giveaway del suo compleanno.
………Possibilmente di quest’anno!
Ragione per cui, bando alle chiacchiere, mi affretto a postarla onde rischiare che rimanga in archivio ancora un po’ o finisca direttamente nel dimenticatoio.

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Per la ricetta ho preso spunto dalla “Crostata morbida di marmellata” di Benedetta Parodi, apportando però sostanziali modifiche relative innanzitutto all’utilizzo dell’olio anziché del burro, alla riduzione drastica dello zucchero, e all’impiego per l’appunto della farina di kamut in luogo della 00.
Devo dire che s’è verificato il solito problema di tutte le ricette di torte prive dell’indicazione (per me fondamentale) della misura dello stampo da utilizzare, percui sono sicura che la crostata si sarebbe cotta meglio se avessi usato uno stampo più piccolo del mio da 26!
Mi è piaciuta moltissimo la consistenza un po’ sabbiosa e il sapore più rustico della farina di kamut, che però devo provare in una frolla classica o in altre ricette per poter capire fino in fondo.
A parte questo però la frolla allo yogurt mi ha convinta soprattutto per la leggerezza e per il profumo meraviglioso che emana già da cruda, tanto da far venire voglia di addentarla prima ancora di cuocerla!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)
300 gr di farina di kamut bio
80 gr di zucchero semolato extrafino
75 gr di yogurt ai frutti di bosco
75 gr di olio di semi
1 uovo intero
1 cucchiaino di lievito
1 pizzico di sale
Un vasetto di marmellata di mirtilli neri

Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°.
Sbattere l’uovo con lo zucchero  e il pizzico di sale finchè non diventa bianco e spumoso. Unire l’olio e lo yogurt, quindi aggiungere la farina setacciata con il lievito.
Abbandonare la frusta e lavorare con le mani fino a ottenere un impasto morbido ma compatto,
 quindi infarinare il piano di lavoro e stendere ¾ dell’impasto fra due fogli di carta forno (per evitare che si appiccichi e di aggiungere troppa farina).
Oliare bene uno stampo per crostata e infarinarlo. Sistemarci dentro la sfoglia stesa avendo cura di alzarla bene sui bordi e, 
dopo averla bucherellata qua e là, riempirla di marmellata.
Aggiungere altra farina alla pasta rimanente per poterla lavorare meglio e ricavare delle strisce o delle forme a piacere con i tagliabiscotti.

Cuocere per circa 25 minuti secondo il proprio forno.




con la speranza che le piaccia e che le trasmetta il senso di libertà e leggerezza delle farfalle come augurio per la sua vita!

lunedì 12 dicembre 2011

I sogni son desideri…… - Finta Sacher e la buonissima pasta di Chiara


Fra tutti i dolci e dolcetti di Natale, nella frenetica produzione di biscotti e cioccolatini da regalare ad amici, parenti e perché no, pure a qualcuno che non riscuote proprio pienamente tutte le nostre simpatie e a cui potremmo riservare quel tentativo di sperimentare il carbone (nero) della Befana, non è certamente il periodo migliore per postare la ricetta di una Sacher, vera o finta che sia.
Me ne rendo conto.
Ma c’è chi, anche in questo periodo concitato e denso di impegni e maratone in cucina…festeggia il proprio compleanno!
Mercoledì 30 novembre è stata la volta del mio papà, per il quale ho confezionato questa Sacher reinterpretata in modo del tutto personale (lo specifico per i talebani  e gli strenui difensori dell’ unica, vera, autentica e inimitabile ricetta di questo dolce) e che in verità avevo già sperimentato tempo fa, in un’altra occasione, per un’altra persona (ma poi la vita, per fortuna, va avanti)…..e stavolta era molto più buona!!
La mente poi corre al galoppo anche di notte e non sarà un caso che il giorno prima io abbia sognato (e il sogno me lo sia poi perfettamente ricordato al risveglio) di utilizzare un bel pianale di marmo della cucina di alcuni conoscenti (in cima alla mia lista di desideri proibiti e molto segreti: ampia, smisurata, con enorme isola centrale intorno a cui poter girare e armeggiare come meglio si crede) per…temperare montagne di cioccolato secondo le regole e i criteri imposti dall’arte della meraviglia in questione che manco il più stellato mastro cioccolataio avrebbe avuto alcunché da eccepire (perché si sa: nei sogni TUTTO è possibile!).
Che in verità non so nemmeno come funziona precisamente: mi sovvengono solo storie di oscuri termometri e misteriosi passaggi caldo-freddo armati di spatole, pazienza e, appunto, grandi pianali di marmo.
Insomma: proprio un bel sogno! Di quelli da proseguire anche da svegli, a occhi aperti, ripercorrendone momenti e peculiarità.
È invece fresca fresca di sperimentazione, la pasta, speziata e molto particolare di Chiara che ho preparato ieri. 
Purtroppo non avevo i maccheroncini di Campofilone, e li ho sostituiti con dei più banali vermicelli. Così come, al posto del "pepe garofanato" (di cui ignoravo l'esistenza!) ho utilizzato un pizzico di chiodi di garofano in polvere, sperando di aver bene interpretato..
Ho gioito però all’idea di poter aprire e dare fondo, per l'occasione, a molti dei miei barattolini di spezie. Anche un simile condimento dunque, apre le porte ai desideri e ai sogni più reconditi realizzandoli tutti in una volta!!
Cannella, noce moscata, anice stellato, timo, maggiorana, pepe rosa, pepe nero, alloro…facevo l’appello tutta contenta mentre allineavo i nominati uno accanto all’altro sul risicatissimo piano di lavoro.
Salvo poi accorgermi con orrore che mi mancava proprio la cosa più semplice…l’alloro!
Tutto il resto però era lì, pronto e sfavillante di profumi e promesse! Proprio buona.
Per la ricetta della pasta vi rimando direttamente alla sua Autrice;
Quella della Sacher la trovate di seguito;
quanto alla ricetta dei sogni c’è un’unica e sola regola: che siano i più esagerati possibile!!

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Come base ho preparato la più classica delle torte allo yogurt utilizzando quello all’albicocca (con tanto di pezzetti di frutta) e sostituendo un bicchierino di farina con uno colmo di cacao amaro in polvere. Per comodità (e pigrizia) ho comprato una glassa già pronta per ricoprire, ma a dispetto di ciò che era indicato sulla confezione (sufficiente per una torta di 26 cm di diametro) mi sono trovata con il bordo tutto scoperto e quindi ho sciolto altri 150 gr con un po’ di rum a bagnomaria e completato la copertura. Inoltre ho fuso del cioccolato (sempre fondente) per decorare.

Ingredienti (per uno stampo da 26 cm di diametro)
Utilizzare il vasetto dello yogurt come misurino
2 vasetti di yogurt all’albicocca
3 vasetti di farina 00
2 vasetti scarsi di zucchero
1 vasetto di cacao amaro in polvere
1 vasetto di olio di semi
3 uova intere
1 bustina di lievito in polvere
latte

Per la farcia:
marmellata di albicocche

Per la copertura:
glassa pronta al cacao (2 confezioni)
cioccolato fondente (da aromatizzare eventualmente con del rum)
decorazioni a piacere
Procedimento
Preriscaldate il forno a 180°. In una ciotola molto capiente sbattete le uova con lo zucchero fino a ottenere una crema chiara e spumosa. Aggiungete lo yogurt e l’olio. Setacciate la farina con il cacao e incorporarli a mano a mano al composto continuando a mescolare. Ungete una teglia a cerniera da 26 cm di diametro e cospargetela di farina. Come ultima operazione sciogliete il lievito in pochissimo latte e amalgamatelo all’impasto. Versate il tutto nello stampo partendo dai bordi, livellate bene la superficie e infornate per 40-50 minuti a seconda del forno.
Quando sarà cotta lasciatela raffreddare bene e tagliate la torta in due dischi (eventualmente togliete la calotta superiore rigonfia e invertite i due dischi utilizzando come superficie da decorare la base della torta, per evitare che le briciole rovinino la glassatura.
In un pentolino fate bollire 4 cucchiai di marmellata di albicocche e 2 di acqua e cospargete con questo sciroppo la superficie di uno dei due dischi e coprite con l’altro.
Sciogliete la glassa al cacao seguendo le istruzioni sulla confezione
 e ricoprite, con l'aiuto di una spatola (io ho utilizzato il lungo coltello per il pane) l’intera superficie della torta (bordi compresi) posta su una gratella, a sua volta poggiata sulla placca ricoperta di carta forno per raccogliere i residui di cioccolato (…da mangiare poi!!).
Lasciate raffreddare e decorate con il cioccolato fuso a bagnomaria (ed eventualmente aromatizzato con cognac o rum) 
servendovi di un cartoccio di carta forno dal beccuccio molto stretto. Non c’è niente da fare: la versatilità del vecchio cartoccio fatto a mano batte alla grande ogni più sofisticata e ingegneristica sac à poche!!


Affido questa ricetta direttamente nelle mani della Dea bendata per il giveaway dell'Araba più famosa del web sognando il volume Pies&Tarts

lunedì 20 giugno 2011

Tra sfizi, vellutate e un dolce più buono dell’altro io scelgo…il pollo! - Pollo (che sembra) fritto di Arabafelice per il suo Giveaway. (Dedicato a Gabriele)

L’ho fatto, mi è piaciuto moltissimo e non lo mollo più!
Medito perfino di propinarlo al ragazzotto apprendista nell’officina di mio fratello quando finalmente riusciremo a organizzare quella famosa cena in sospeso. Una delle tante, perché già ne abbiamo fatte, visto che insieme si sta bene e lui, con tutta la sua genuina saggezza, è un autentico spasso.
Tipo dall’appetito massiccio, grande appassionato di rustici dei quali, in occasioni passate, mi aveva chiesto addirittura, nel suo verace romanesco, “una secchiata” tutta per sé,
 è ahimè costretto, per ragioni di salute e nonostante l’età, a una dieta rigida a base di minestroni e ben poco altro…
Costretto oltretutto a dividere l’ora del pranzo col suo sadico principale, appunto, che gli snocciola davanti, con studiata lentezza e profonda soddisfazione tutte le pantagrueliche porzioni da asporto complete di frutta (sempre almeno di due tipi), pane e spesso anche dolcetto finale che la sua mamma (che poi sarebbe pure la mia) gli prepara ogni sera con amore e dedizioni assolute, costantemente macerata dal dubbio insidioso che il cucciolo di casa non si nutra a sufficienza!
Va da sé quindi che il famigerato apprendista, dinanzi a tali affronti, nelle sporadiche occasioni in cui si lascia andare, concedendosi fieramente di sgarrare, lo faccia con l’unico intento di buttarsi a capofitto su quanto di più proibito si riesca immaginare.
È per questo motivo che tra i suoi recentissimi desiderata figuravano “le fettine panate co le patatine fritte”. Accoppiata vincente, super classica e ben poco dietetica e salutare anche per chi a dieta non sarebbe…..
Ora, già di per sé cucinare in un microscopico angolo cottura non è operazione così scontata e agevole, ma basta prendere le misure e farci il callo. Friggerci tuttavia, pur con tutta la sconfinata simpatia che nutro per il personaggio in questione,  lo escludo decisamente a priori. Lì non è questione che “ se non chiudi la porta della cucina la puzza invade tutta casa” perché angolo cottura significa che quella è già tutta casa….non ci sono porte da chiudere…
È sulla scorta di queste considerazioni dunque, unite poi a quelle relative alle mie personalissime “fisse” che mi portano a provare entusiasmo puro davanti a una ricetta che garantisca pari successo con la sostituzione dell’olio al burro o della cottura in forno alla frittura (per non parlare di tutti i dolci “light”che mi diverto a sperimentare in amichevoli gare collettive a chi toglie di più…della serie: segnalatemi una torta senza burro, senza uova, senza lievito – senza farina!, chioserebbe ironicamente mio marito – che però sia anche gustosa e vi amerò per sempre!!)
…è sulla scorta di tutte queste (e molte altre) considerazioni, dicevo, che davanti al titolo del post di Araba, quella volta lì, ebbi un vero sussulto. 
Dovevo assolutamente accertarmi che quel pollo sembrasse veramente fritto. Ed ho scoperto così che è buonissimo, gustoso, croccante (grazie al barbatrucco incluso nella ricetta) e soprattutto che potrebbe venire tranquillamente spacciato per  fritto!
Non solo: lo yogurt che serve per la marinata non costituirà un problema nemmeno per chi non lo ama (e su questo può testimoniare mio marito, cavia inconsapevole e poi felicemente messo a parte di tanta genialata!).
Insomma: successo enorme su tutti i fronti, anche quello dei ricordi, perché sì, un po’ mi fa tornare alla mente, con enorme nostalgia, quel famoso pollo fritto che prendevamo proprio lì, dalle parti, più o meno, di Arabafelice, dove per quattro anni da adolescente ho avuto la fortuna di vivere anche io e che, disagi e stranezze a parte, mi sono davvero rimaste dentro.
Ora averne notizia attraverso il suo blog, oltre a poterci trovare ricette simili, è una cosa bellissima!
Messaggio per Gabriele: te le faccio le fettine panate!...a modo mio però!!!

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Ho preso i petti di pollo, li ho messi tra due fogli di carta forno e li ho battuti leggermente. Quindi ho versato in una ciotola lo yogurt e la stessa quantità di latte (in questo caso a ridotto contenuto di lattosio…pure! Ma il fatto che venga buonissimo anche così è ulteriore garanzia della validità della ricetta!), un grosso spicchio d’aglio tagliato in due e del peperoncino, perché come suggerisce lei in una postilla “un tocco di piccante ci sta proprio bene!” e li ho lasciati così tutta la notte.
Ho sbriciolato tre fettine di pane in cassetta e le ho mescolate con un trito di rosmarino secco e del sale. Ho cosparso con un filo d’olio e le ho messe per qualche minuto in forno a 180°.
Ho sgocciolato poi i petti di pollo e li ho passati nelle briciole tostate facendole aderire bene. Ho messo in atto il trucchetto magico adagiando i petti di pollo direttamente sulla griglia del forno
 per far sì che rimanessero croccanti e infine, prima di cuocerli sempre a 180° per circa 15 minuti, rigirandoli a metà cottura,  li ho cosparsi di un goccio di olio d’oliva e una spolverata di pepe nero.

Con questa ricetta di Arabafelice in Cucina partecipo al suo Giveaway per la sezione “Termometro”!

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