"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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mercoledì 1 aprile 2015

Numeri – Ciambellone d’orzo e yogurt di soia


I libri antichi li ho messi sopra l’armadio.
Proprio sopra sopra, ancora dentro uno scatolone però aperto su un lato e trasformato in scaffale.
Quelli di cucina in cucina: proprio sopra il frigorifero, pure loro protetti in uno scaffale di cartone.
Tutti gli altri sparsi come coriandoli su ogni superficie disponibile.
Perché in questa casa manca una libreria.
Il vecchio proprietario era uno che amava l’essenziale: pochi mobili, nessuna suppellettile.
(il sogno inconfessabile dell'amato bene, solo che lui sopporta per amore e io ho evitato che si incontrassero troppo spesso e che il tizio potesse mettergli strane idee in testa)
Che se vedesse casa adesso gli verrebbe un coccolone.
Perché ora sono arrivata io.
E tutto il carrozzone delle mie cose e libri e padelle e stampi e vassoi e cianfrusaglie.
Due delle diciotto cornici d’argento che ci hanno regalato per il matrimonio le ho piazzate sulla scarpiera in cima alle scale.
4 sul comò, che finalmente abbiamo un comò e non più un settimino.
I pupazzetti-portachiave dell’acquario di Lisbona e quelli con le maschere masai sono finiti ognuno sulla chiave di una porta.
E siccome le porte sono in tutto 4, di cui 2 scorrevoli, senza maniglia e senza chiave, non sono state sufficienti, perciò un incerto destino pende, attualmente, sulle loro teste.
Alcune cose devono ancora trovare una degna collocazione.
Altre hanno preso la via dei secchioni, opportunamente differenziate per materiale.
(e molte altre le seguiranno a ruota)
Bomboniere.
Souvenir.
Coccetti vari.
a quelli sì, posso rinunciare, andando incontro alle esigenze di essenzialità dell'amato bene.
Le pile di vecchie riviste di cucina le ho (segretamente) distribuite in due cassetti di un armadio seminascosto, aspettando il momento giusto per cacciarle fuori.
Tra gli acquisti assolutamente urgenti invece figurano:
un tavolinetto per il salotto (per poggiarci i libroni fotografici per i quali nessuno scaffale è adatto; …e poi i piedi la sera davanti alla tv)
ma soprattutto, per l’appunto, una grande libreria.
Muri di libri al momento si ergono nella seconda stanza adibita a studio.
Per certi versi belli da vedere ma difficili da gestire, anche perché a me, fatalità, serve sempre proprio quel libro in fondo alla piramide che fa da sostegno a tutto il restante, improvvisato baldacchino.
La domanda che circola sempre più spesso attorno al mistero fitto di questo periodo è: dove tenevamo tutta questa roba in 45 metri quadri se nei 70 attuali non riusciamo più a ricollocarla?
Avendo già riempito i 3 soppalchi, la casetta in legno del giardino e il ripostiglio in terrazzo.
Ma le questioni veramente urgenti al momento sono altre:
ti ricordi che ora devi proseguire dritto quando esci dalla stazione?” mi interroga ogni mattina l’amato bene temendo di dovermi venire a recuperare a casa vecchia.
ricordati di andare a casa nuova!” mi suggerisce mia madre ogni sera via sms quando la informo che sono scesa dal treno.
Di certo i miei poco lodevoli trascorsi non aiutano a fidarsi, ma sottovalutarmi così…
E non sarà mica perché la prima sera sono stata una manciata di minuti buoni a tentare di aprire il cancello di due numeri civici prima del mio.
(presentandomi subito così, al naturale, ai legittimi proprietari, rassicurandoli che no, non tentavo maldestramente di scassinare, ma ero solo la nuova vicina).
E che la seconda sera ho imboccato, decisa, il vialetto dopo (questa volta, grazie al cielo, senza incontrare nessuno, che una prima impressione già me la sono giocata così)
Ma mica è colpa mia se questa casa si trova in una schiera di villette tutte uguali con ingannevoli sottocartelle di numeri civici che figurano con le lettere dell’alfabeto per cui dopo il 6 vengono il 6A, il 6B, il 6C e via dicendo.
Certo essendo la capofila il riconoscimento dovrebbe essere più agevole.
Dovrebbe.
Se solo quando cammino non fossi assorta in pensieri, progetti e distrazioni varie.
Un passo alla volta.
E prima o poi, magari dopo aver trovato posto alla roba dei 6 scatoloni che mi rimangono ancora da aprire, riuscirò pure a ritrovare la strada di casa.


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Proprio basico, nemmeno la scorza grattugiata del limone. Questo per scelta, per familiarizzare il più possibile, trovandomici a tu per tu, con queste nuove farine.
Nessuno vieta, naturalmente, di aggiungere gli aromi preferiti: un po’ di vaniglia, un pizzico di cannella, una mela sbucciata e infarinata. Per quanto, così naturale, a me per la colazione (e come spuntino dopo l’ennesimo scatolone caricato su per le scale) è piaciuto moltissimo.


Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)
3 uova
2 vasetti di yogurt bianchi alla soia
2 vasetti di zucchero di canna scuro
2 vasetti di farina di orzo
2 vasetti di fecola di patate
1 vasetto di olio di semi di girasole
1 bustina di lievito

Procedimento
Sbattere le uova intere con lo zucchero, aggiungere lo yogurt, l’olio e da ultimo le farine setacciate con il lievito, continuando a mescolare. Versare il composto in uno stampo oliato e infarinato e cuocere per 30-40 minuti a 180°, affidandosi alla prova stecchino.


martedì 10 marzo 2015

Collocazioni - Ciambellone di riso all’acqua e agrumi


Arrivano dal bagno le note dello stornello romanesco di cui l’amato bene è un grande estimatore.
E arrivano appropriate, pertinenti, mai più azzeccate.
Mi ci rivedo in pieno in quell’accorata preghiera in musica col cuore in mano:
tiemme na mano ‘n testa pe’ di’ de noooooo” (= all’istinto di insultarlo, dicendogli, per esempio, che non si può comporre uno scatolone che contenga, come recita il biglietto incollato fuori: “fotografie/documenti/soprammobili camino e 1 anfibio”. Non si può. Nemmeno se l’anfibio serviva a “riempire un buco”. E la stessa sorte, si badi bene, è toccata a infradito/ciabatte invernali e da piscina: spaiate forse per sempre, all’unico, strampalato scopo di riempire vuoti…).
Roma nun fa la stupida stasera quindi mi entra forzatamente in testa trasformandosi nella vibrante supplica di frenare eventuali istinti brutali.
Al di là del fatto tuttavia che l’evento trasloco esponga al rischio di divorzio un giorno sì e l’altro pure, vivere in una casa quasi vuota offre i suoi innumerevoli vantaggi.
Tanto per cominciare non bisogna spolverare.
E al massimo la questione si riduce al passaggio veloce di uno straccio su un ripiano, senza incontrare ostacoli.
Quindi un mobile tipo la libreria, che anche solo decidere di spolverarlo richiedeva un atto di coraggio fuori dal comune, adesso è una passeggiata di salute.
Anche perché ora la libreria non è più tale ma ha assunto lo status di “quartier generale”, il luogo cioè in cui confluiscono materiali di vario tipo utile alle operazioni di inscatolamento.
Altro vantaggio è quello di poter usare il forno con una libertà quasi sconosciuta.
Prendi, accendi e inforni.
Non lo devi preliminarmente svuotare di tutti gli stampi che di solito lo invadono perché non si sa dove altro metterli.
Questa condizione, per esempio, mi era quasi del tutto sconosciuta.
Si scoprono altri sistemi di vita, vengono rase al suolo abitudini secolari e sradicati solchi mentali atavici.
Tipo che l’insalata la devi mettere per forza nella solita ciotola un po’ sbeccata che usi da anni e girare per forza con “le posate da insalata”.
Messe via sia l’insalatiera sia le posate specifiche, ti adatti con quel che c’è.
E scopri che la puoi mangiare lo stesso!!
Che sopravvivi.
Oppure che mentre prima avevi uno stock di canovacci sparsi per la cucina, più grembiule, più pezzette e spugne varie, tutti assolutamente vitali, scopri che anche solo un paio di questi più: 1 pezza e 1 panno giallo riescono agevolmente a coprire tutte le esigenze e placare tutte le ansie.
Che non serve un servizio da 12 tazzine di caffè, ma le due rimaste sono più che sufficienti.
Che per cucinare bastano 1 padella e 1 pentola.
E l’intera batteria riposta quasi te la dimentichi.
Quasi.
Poi ti coglie il raptus.
È come un gioco al rialzo, una sfida contro il tempo.
Lo stampo per ciambellone lo imballiamo per ultimo.
Lo sbattitore elettrico potrebbe servirmi fino alla sera prima del trasloco.
Sì ma se ho messo via tutte le caccavelle, dove le sbatto le uova con lo zucchero?
Dettagli, perché è così che si producono dolci pure nell’inferno di plastica e cartone.
Con quel che c’è.
e andranno bene pure 5 fette di limone spiaccicate sopra come "decorazione".
Ce la facciamo andare bene, mi ripeto che è bellissima, arrivo a convincermene perfino.
Certo non ho sfondi, tovaglie, carte colorate, pannelli, nastri e fiori per allestire set fotografici.
Non so bene nemmeno dove appoggiarlo il dolce.

Ma la sommità di uno scatolone sarà pur sempre un piano d’appoggio.
(dopo averlo fotografato sul mobiletto del bagno)

Non sono mancati nemmeno i fiori per la festa della donna (sì, non è sempre e solo da insultare l'amato bene...e toh: siamo già a marzo? e la Violaciocca a ricordarci che è pure quasi Pasqua...).
Perché anche se non si sa dove collocarli ci si può sempre attrezzare.
E donano sempre picchi di felicità.
Mica servono per forza vasi.
E sempre cercando strade, soluzioni e collocazioni, abbiamo preso pure un aereo andata e ritorno in giornata per il Piemonte.
Imbarco/decollo/volo/atterraggio/sbarco: tutto alla velocità della luce.
E poi pullman/treno/metropolitana/tratti a piedi/visita medica, che era poi lo scopo della gita (come se non ci fossero medici a Roma, ma io volevo proprio quello).
Ri-pullman/ri-treno/ri-metropolitana/imbarco-sbarco: olpà di nuovo a casa!
Tutto dall’alba a poco prima del tramonto.
(peccato, mancava giusto un giro in battello)
Ma è stacco, svago, sole, novità. Ci voleva perfino.
E pazienza se da oggi toccherà cambiare stile di vita: niente questo/niente quello/niente di niente di tutto ciò, ovviamente, che più piaceva.
Caffè, cioccolato, aceto, menta e mentine.
Dolci e dolcetti.
Pasta pane e pizza.
Ma sono dettagli.
Casa nuova, vita nuova.
E per una volta, strano ma vero, sono esattamente dove volevo essere.

 Almeno io.

(Poi per anfibi e infradito, è tutta un’altra storia)


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Io non avevo mai usato la farina di riso prima d’ora. Non conoscevo nemmeno “ il ciambellone più soffice del mondo di Adelaide Melles” di cui lei parlava nel post. Figuriamoci la versione con dentro la marmellata. Con la marmellata avevo fatto una torta morbida e un plumcake, questo sì, ma mettere dell’acqua nell’impasto di un ciambellone, mi mancava proprio.
Quando ho letto di questa torta quindi, con ingredienti e passaggi a me totalmente sconosciuti e perlopiù stranucci, non mi sono proprio potuta esimere.
 Ho avuto dubbi sul quantitativo di zucchero, che mi sembrava eccessivo (la stessa quantità della farina!) ma mi sono fidata come sempre faccio con le sue ricette e ho fatto molto bene!
Ho superato le perplessità sulla glassa, io che le glasse non le amo per niente (a meno che non siano di cioccolato!) e ci ho schiaffato, diligentemente, pure quella.
Unica eccezione la marmellata di arance amare anziché di limoni, ma giusto perché ne avevo un barattolo aperto in frigo.
Per il resto: altra straordinaria rivelazione! Un ciambellone che più soffice non potrebbe essere, umido ma senza l’effetto di “poco cotto”, praticamente una nuvola di gusto e di bontà.
Fino a che non l’ho provato, non ci credevo: la consistenza mi ha davvero stupita e conquistata definitivamente (ancora una volta: grazie Claudia!! E questa ricetta, d'ora in poi, dovendo usare solo farine alternative a quella di grano, mi sarà più utile che mai!)



Ingr.: (per uno stampo a ciambella diam. cm. 23)
3 uova
gr. 250 di zucchero semolato di canna
gr. 130 di olio di semi di mais girasole
gr. 130 di acqua
gr. 250 di farina di riso 
 1 bustina di lievito vanigliato
1 bustina di vanillina
gr. 250 di Fiordifrutta limoni Arance amare Rigoni di Asiago
1 pizzico di sale

per la glassa:
gr. 40 di zucchero a velo 
gr. 60 di zucchero semolato leggermente frullato (questa è stata una mia scelta, per avere l'effetto "scrocchiarello", ma potrete decidere di utilizzare direttamente gr. 100 di zucchero a velo, per una glassa normale)
succo di 1/2 limone
limoncello


Preparazione:
In una ciotola con le fruste elettriche, sbattere le uova con lo zucchero e il pizzico di sale per circa 10 minuti, così da ottenere un impasto chiaro e gonfio. Aggiungere poco per volta la marmellata e a filo anche l'olio e l'acqua. Unire infine la farina setacciata con il lievito e versare in uno stampo precedentemente unto ed infarinato.
Cuocere in forno già caldo a 180° per circa 40 minuti facendo sempre la prova stecchino.
Appena sarà freddo, toglierlo dallo stampo e guarnirlo con una glassa preparata con lo zucchero, un goccio di succo di limone e uno di limoncello.






mercoledì 25 febbraio 2015

L’inconfessabile – Millefoglie veloce al pistacchio


Eccoci.
Tra scatoloni, pile di quotidiani, rotoli di plastica “a pallini” e scotch da imballaggio.
Che non è uguale al nastro adesivo, largo e marrone.
L’ho scoperto andando a comprare l’ennesimo rotolo e restando mezz’ora davanti allo scaffale del negozio cinese, in contemplazione di tutta la varietà.
Marrone scuro/bianco/beige/trasparente, non sono colori da scegliere solo su ispirazione (estetica) del momento (come inizialmente ho fatto io), ma vanno proprio in base all’uso che se ne deve fare.
E l’ho scoperto all’ennesimo cartone che, tirandolo su, mi si riapriva nella parte inferiore rilasciando tutto il suo contenuto, delicato o meno.
O quando tiravo una striscia di scoth da una parte all’altra e scoprivo che mi aveva seguita fedelmente scollandosi all’istante.
Ecco: serve quello trasparente, proprio lo scotch da imballaggio, il più resistente.
E poi sono scaffali vuoti, ripiani deserti, pareti sconfinate.
Scatoloni, pieni e vuoti, accatastati in ogni dove

Che uno dice: quante cose mai potranno esserci in 45 metri quadri di casa?
Considerando che al momento (e sono trascorsi una decina di giorni dall’inizio dello smantellamento), devono ancora essere affrontati: piatti/bicchieri/pentole/padelle posate e poi vestiti/scarpe/biancheria per la casa/borse...e che la cinquantina di scatoloni finora transitata da queste parti è servita per libri (e poi libri…e ancora libri), soprammobili, quadri, quadretti e fotografie, gingilli vari, più tutta la collezione di tazze da ogni viaggio (la quale da sola ha richiesto una mezza giornata di lavoro fra: tira giù, lava, riasciuga, imballa per bene, disponi gommapiuma intorno e trasporta in angolo sicuro della casa dei suoceri affinché non abbia a subire botte e scossoni), va da sé che il lavoro sporco resta ancora tutto da fare.
Il bello deve venire insomma.
Per quanto mi riguarda mi sono lasciata il meglio.
Questioni spinose per le quali mi tocca chiamare a raccolta tutto il coraggio e soprattutto aspettare che l’amato bene non sia in casa, perché certe questioni vanno affrontate in solitudine, lontani da sguardi indiscreti.
E sono:
-smontare tutta la scarpiera-portabigiotteria già sapendo che non farò quella cernita che avevo promesso tutta fiera in uno slancio di ottimismo, ma mi porterò dietro pure orecchini/collane/braccialetti rotti o spaiati.
-esaminare tutto il settore stampi/teglie/sparabiscotti/formine/sbattitori elettrici/mandoline/setacci/vassoi e alzatine, cosciente che continuerà a servirmi tutto, anche quello che non ho mai nemmeno aperto e perfino ciò del cui modo di utilizzo non ho nemmeno idea.
-sottoporre a cernita tutte le 30-40 borse fra tracolle/pochette/zaini/secchielli/shopper/accumulate negli anni (certa che nemmeno gli esemplari dei tempi del liceo riuscirò a far fuori)
-mettere le mani nel cassetto della cancelleria (e in tutti i cesti/cestini/raccoglitori/portapenne/astucci e scatoline di latta del Mulino Bianco di quando avevo 12 anni, sparsi per la scrivania) traboccante di post-it/block-notes/moleskine/biglietti d’auguri/appunti /numeri del dottore/massime e aforismi/adesivi dei miei piccoli amici/strisce di fumetti e opuscoli vari, disseminati in ogni dove che così come si trovano, verranno solo rimossi dalle pareti della libreria, del cassetto, della scrivania e portati via per poter essere poi riappiccicati, da qualche parte, nella casa nuova.
Ecco perché certe cose vanno fatte da sole: che come glielo spieghi a lui che fra tutti i cartoni che a mano a mano si carica giù per le scale e va a smistare tra casa dei miei e casa dei suoi in attesa di incollarseli nuovamente uno a uno per portarli a casa nuova quando finalmente ne avremo le chiavi, ce ne sono 3 pieni solo di vecchie riviste di cucina?
E una scatola traboccante solo di ritagli di giornale su argomenti vari (libri/recensioni di film/suggerimenti di viaggio/luoghi da vedere) e un’altra piena di gomme da cancellare dalle mille forme e mozziconi di matita di quando andavo a scuola, ma pure di quando lavoravo con fogli, libri e, appunto, tante matite?
Certe cose non si confessano. Si fanno e basta.
Il mio contributo poi è come al solito fondamentale e imprescindibile.
Amore, tra sabato e domenica acceleriamo un po’ e cerchiamo di imballare più roba possibile, eh?” mi incoraggia lui tutto gaio, cercando di dissimulare un filo d’ansia che, nonostante l’aria sempre calma e rassicurante, è pure la sua.
Che durante la settimana non abbiamo mai tempo, ci incontriamo di rado e solo a tarda sera sfatti, e un po’ d’affanno, con una scadenza precisa davanti, ci prende eccome.
Sì sì certo!” – lo rassicuro io credendoci pure.
Ma ecco che  incarto e inscatolo solo il sabato mattina e precisamente dalle 9:45, ora in cui esco dal bagno (con comodo, così come mi sono alzata) fino a  circa le 14: in cui ci sediamo a mangiare, e tolto pure il tempo di mettere su la pila dell’acqua, apparecchiare e condire l’insalata.
Dopodichè: febbre/letto/aerosol, in ordine sparso e alternato.
Io.
Lui impacchetta.
Smista
Porta scatoloni giù per le scale.
Li carica in macchina
Li riporta su dai suoi (che almeno hanno l’ascensore)
Sollevando e riposando ogni scatolone un numero imprecisato di volte.
Quindi ora, in mezzo al delirio di scatoloni, carta, scotch, cose da imballare e cose che devono rimanere fino all’ultimo (perennemente a rischio di essere confuse e scambiate), ora c’è pure la macchinetta dell’aerosol con tutti i suoi aggeggi.
Le scatole di medicine e quelle della soluzione fisiologica.
Il termometro e le scorte di fazzoletti.
E guardiamo i lati positivi però:
mezza casa è già smontata
all’altra mezza si penserà.
E per finire, qualche numero al volo:

Totale scatoloni fino ad ora

Miei: 28.
Suoi: 3.
(+ canne da pesca e cassetta degli attrezzi, però).

Totale cose buttate (con eroico coraggio)

Mie:  3
(-1 stampo da plumcake in disuso da 4 almeno anni perché arrugginito
-1 mollettone di quando avevo i capelli lunghi (circa 3 anni fa)
-1 copriasse da stiro mezzo bruciato e senza più l’elastico, tenuto però prudentemente da parte)

Sue: un centinaio, considerando solo l’intera collezione di musicassette dei maggiori cantautori italiani (di cui andava molto fiero, ma che adesso “che ce faccio?”)

…posso mai dirgli che ho imballato perfino 3 esemplari di rose (secche ovviamente) che mi aveva regalato nel lontano 2010 non ricordo nemmeno più in che occasione?
O il biglietto della metro di Pechino e la bustina di zucchero dell’agriturismo in Umbria?
Riservatezza, gente: o il divorzio è dietro l’angolo!

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Confessargli certe cose no, ma preparargli un dolcetto a scappar via è il minimo. Di quelli che proprio puoi fare in una manciata di minuti, a parte cuocere la crema. Adottando tutte le scorciatoie possibili, a cominciare dalla pasta sfoglia pronta, ma proprio pronta: nel senso, anche già cotta, nemmeno lo sforzo di srotolarla, cospargerla di zucchero, ritagliarla e metterla al forno!
Perché chi l’ha detto che non si possa fare un millefoglie pure nel bel mezzo di un trasloco?
Io no di certo.



 Ingredienti 
3 basi di pasta sfoglia pronta (300gr)
0,6 lt di latte
65 gr di zucchero + 1 altro cucchiaio
3 tuorli
45 gr di farina
1 bustina di vanillina
120 ml di panna da montare

Inoltre:
1 confezione di biscotti di pasta sfoglia ripieni alla crema
Abbondante zucchero a velo
100 gr di gocce di cioccolato extrafondente
50 gr di pistacchi


Procedimento
Preparate la crema calcolando che dovrà riposare in frigo per almeno due ore.
Mettete il latte a scaldare con l’aroma di vaniglia. Sbattete i tuorli con lo zucchero e quando saranno un po’ spumosi aggiungetevi progressivamente la farina setacciata, quindi il latte caldo a filo continuando a mescolare.
Fate cuocere la crema su fuoco lento mescolando continuamente finché non si addensa e per altri 5 minuti a partire dal momento in cui comincia a fare le bolle.
Lasciatela quindi raffreddare ricordandovi giusto di mescolare ogni tanto per far sì che non si formi la patina.
Una volta fredda riponetela in frigorifero per il tempo necessario.
Al momento di assemblare il dolce montate la panna (ben fredda) con 1 cucchiaio di zucchero (e meno che non sia già zuccherata) e poi aggiungetela alla crema amalgamando bene.
Scegliete un vassoio e sporcatelo con una cucchiaiata di crema prima di sistemarci sopra il primo rettangolo di pasta sfoglia: servirà a tenere ferma la torta che altrimenti scivolerà da tutte le parti rischiando di rompersi o peggio di cadere! (a me ovviamente si è rotto giusto l’ultimo quadrato, ma poi lo zucchero a velo copre tutte le magagne!)
Ricoprite con uno strato generoso di crema (avendo cura di lasciarvene da parte un paio di cucchiai per “incollare” i biscotti alla fine), cospargete con abbondanti gocce di cioccolato, quindi mettete il secondo quadrato, altra crema e i pistacchi tritati grossolanamente.

Terminate con l’ultimo rettangolo e spolverizzate abbondantemente di zucchero a velo.

 Mettete un puntino di crema su ogni biscotto e incollatelo facendo una cornice al millefoglie, allontanatevi un attimo per ammirare il capolavoro (ed eventualmente utilizzare anche quel residuo di crema facendo una cupoletta sulla sommità del dolce e ricoprendola di gocce di cioccolato) e riponete in frigo.

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