"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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mercoledì 3 novembre 2021

Flessibilità - Torta cremosa al cocco (senza farina)

 


In una vita in cui i viaggi occupano una larga e importante fetta di tempo, soldi ed energie, prima o poi doveva succedere.

Di dover tornare indietro, rientrare urgentemente, o non partire affatto.

E non solo per la pandemia.

Quest’anno, a settembre, siamo stati in bilico fino all’ultimo, ma poi, falsamente confortati da un certo, apparentemente positivo andazzo delle cose, ci siamo risolti a partire.

Per dover decidere – drammaticamente -  di voler tornare indietro il giorno stesso, a nemmeno un paio d’ore dall’arrivo.

Ci abbiamo pensato spesso, a questa eventualità. A tenerci sempre pronti, che con 4 genitori non più giovanissimi, e ognuno con i suoi acciacchi, non si può mai sapere.

A giocarci lo strano scherzo tuttavia è stato il più giovane dei 4, mio padre.

Che, come gli ha annunciato un simpatico cardiochirurgo il giorno stesso della nostra partenza, “ha vinto un intervento a cuore aperto”!

A distanza di 18 anni da quello di mia madre, che per non essere da meno, all’epoca si fece sostituire la valvola aortica.

(Ma quella volta lì non avevamo viaggi in programma. Non così imminenti, almeno. E per la Tunisia siamo partiti un paio di mesi dopo)

Che se uno pensa ai discorsi sull’ereditarietà di certe malattie, la predisposizione genetica e compagnia bella, con un bagaglio del genere ci sarebbe da correre subito a farsi dei controlli, mio fratello ed io.

E insomma, dal momento che Dio li fa e poi li accoppia e che mio padre non voleva assolutamente essere da meno in simili affari di cuore, ha pensato bene di farsi impiantare – urgentemente- ben 4 by-pass coronarici!

Ma la cosa eclatante non è questa. Il fatto è che tutto ciò si è scoperto durante dei normali esami di pre-ospedalizzazione per un banale intervento di rimozione della cistifellea. Un’operazione chirurgica insomma, era comunque prevista, non è che stessimo partendo proprio con l’orizzonte spianato. Ma certo non della stessa entità e comunque, considerando che la lista di attesa era di 30 giorni..mica è detto che lo chiamino proprio mentre sono in viaggio, pensavo ingenuamente.

Non solo l’hanno chiamato: l’hanno chiamato per tutt’altro e nel giro di una manciata di giorni.

Partivamo dunque non sapendo cosa ci aspettasse dietro l’angolo. E mentre sorvolavamo il Partenone, sbarcavamo ad Atene, ritiravamo il bagaglio e anche la macchina a noleggio, diretti come prima tappa al Canale di Corinto, gli eventi decidevano per noi.

Non più cistifellea ma cuore, non più in laparoscopia-tre buchetti e via, ma squarcio totale, non più “un banale intervento” ma roba seria.

5 giorni di tempo.

E così, il nostro viaggio itinerante di 14 giorni lungo il Peloponneso ci si è sgretolato fra le mani, ridotto a una affannosa e travagliata rincorsa ai centralini di mezzo mondo per: cambiare il volo di ritorno, disdire alberghi, ridefinire piani, e poter fare così ritorno il giorno prima dell’operazione!

Per inciso, da quel momento in poi la cistifellea ha cessato di avere importanza per tutti tranne che per la sottoscritta, che, faticando a comprendere (accettare) bene la serietà della faccenda, continuava a chiedere in giro notizie sulla gestione della medesima. Fino a  quando il cardiochirurgo in persona, all’ennesima mia domanda se questa potesse costituire un pericolo o dare qualche problema, si è visto costretto, gentilmente ma fermamente, a dirmi che lui non fa il mago e che comunque, probabilmente, intanto aveva appena salvato la vita a mio padre… questo l’ho compreso io tra le righe guardandolo negli occhi stanchi seguiti a 6 ore di sala operatoria che nulla probabilmente erano in confronto alle mie sfiancanti richieste di rassicurazioni.

Eppure è stato un signore. Non mi ha mandato a quel paese.

Tornando alla Grecia, dopo una giornata di sconcerto e terrore puro, col volo di ritorno già assicurato alla modica cifra di 200 euro in più, ci siamo detti che, non potendo al momento fare molto altro, ci saremmo almeno goduti quei 5 giorni del nostro tanto atteso viaggio. Ma non avevamo fatto i conti con lo sciopero-lampo dei controllori di volo a Fiumicino.

Quattro ore, giusto giusto nella fascia oraria di nostro interesse.

Ed è così che la compagnia aerea ci ha chiamati, il giorno dopo, per decidere subito un’altra soluzione e trovando come unica plausibile quella di anticipare di un altro giorno ancora il rientro.

Non più 5 ma 4 giorni di Grecia. Con quel peso sul cuore e i centralini di mezzo mondo che ormai partecipavano, empaticamente, alla nostra vicenda strappalacrime.

E insomma, tutto il resto è storia: l’operazione è andata bene, la riabilitazione anche, siamo a novembre, di acqua sotto e sopra i ponti ne è passata abbondantemente e via, si ricomincia l’anno.

Grati, eh? Che alla fine sta cistifellea malandata tocca pure ringraziarla, sennò chi mai si sarebbe accorto di come fosse malandato il cuore.

E per la Grecia pazienza. Per quel poco che abbiamo potuto vedere il Peloponneso ci piace. Come per la Namibia è solo rimandato. Incrociando le dita, sperimentando un modo nuovo di viaggiare, che è quello di farsi flessibili e mettere in conto l’assoluta precarietà, nella vita in generale, di ogni tipo di programma.

(per inciso, comunque, negli annali dei nostri viaggi si annovera la medesima ansia, per la medesima operazione alla cistifellea, quella volta riguardante mia madre –sempre per il discorso del dio li fa poi li accoppia-  esattamente quando eravamo in procinto di partire per il Sudafrica. Lì però era andata meglio: la chiamata era avvenuta il giorno stesso del nostro rientro e quindi tutti felici e contenti di poterci essere, con viaggio già alle spalle).

 

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In questa travagliata estate non sono mancati momenti di cucina. Pochi, eh? Fra i quali quelli dedicati a questa torta stupefacente.

Certo, per farla ho dovuto accendere il forno nonostante il caldo, ma visto che ormai siamo alle porte dell’inverno non si pone nemmeno più il problema. Tra l’altro deve riposare in frigo e si gusta fredda. In ogni caso: estate o inverno che sia, come si fa a non voler provare una torta che oltre a essere senza burro (e senza margarina e senza olio), senza uova, senza lievito è anche SENZA FARINA?? Che uno alla fine si chiede: ma dentro che c’è? Beh tutto quello che le serve per essere cremosissima, goduriosa e sorprendentemente buona. La ricetta l’ho presa da lui, apportando solo delle piccole modifiche, ma giusto perché non amo il mascarpone e  perché di bevanda vegetale ne avevo solo un brick da 250 ml ;-)



Ingredienti (per uno stampo tondo da 22 cm o, come nel mio caso, rettangolare da 23x15)

300 250 g bevanda vegetale al cocco

250 g mascarpone  ricotta di pecora

340 g yogurt greco al cocco

120 g fecola di patate

80 g cocco rapè

150 g zucchero

gocce di cioccolato fondente

 

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. In una ciotola mescolare lo yogurt con la ricotta e lo zucchero. Unire anche la fecola, il cocco e progressivamente il latte sciogliendo ogni eventuale grumo (il composto risulterà piuttosto liquido ma così deve essere!).

Versare tutto nello stampo foderato di carta forno e cuocere per 30-35 minuti facendo la prova stecchino. Se pure questo dovesse uscire ancora leggermente umido spegnere non appena i bordi del dolce cominceranno a dorarsi. Lasciare raffreddare bene prima di consumarlo e conservare in frigorifero.

 


lunedì 4 gennaio 2021

Ridere - Rustico di salmone e provola

Contrariamente a ogni previsione, quell'anno infausto che non voglio nemmeno più nominare si è invece concluso nel più sorprendente dei modi. Intendiamoci: di cose belle ne ha avute pure lui, che poi alla fine, a dispetto del mio umore color pece, delle mie lamentele senza fine e di tutti i gne gne gne per i viaggi sfumati (per i 12 giorni in Namibia, però, permettetemi di considerare legittimo qualche piccolo rodimento di chiccherone), alla fine, ripensandoci, siamo riusciti a fare:

-un weekend lungo a Napoli, a giugno, godendoci tutta la sua bellezza in totale tranquillità, priva com'era di turisti;

-un weekend corto al lago di Bolsena, a luglio, con cena stratosferica per festeggiare gli 11 anni di matrimonio (testimonianze sparse anche qui e qui);

-18 giorni in Grecia, a settembre, tornando nella meravigliosa Creta in cui ormai stiamo per prendere la cittadinanza onoraria.

E quindi ecco, non è che di momenti belli (e anche bellissimi) non ci siano stati in quell'anno lì, ormai alle spalle.

Ma questi sono bilanci e io avevo detto che non li avrei fatti, nemmeno per stargli a dare questa soddisfazione.

Per cui dicevo, col mio solito, ingrato spirito da “va tutto male, fa tutto schifo” anche se così, ringraziando il cielo, non era, mi apprestavo a festeggiare, recalcitrante e insofferente, un capodanno in patria, cosa che non accadeva da..almeno 20 anni!

E soprattutto un capodanno in compagnia di qualcuno che non fosse esclusivamente l’amato bene, per la tradizione che “Natale con i tuoi, ma Capodanno tutto per noi”, in giro per il mondo o per l’Italia ma comunque solo noi.

Ligi alle regole severe delle ultime disposizioni, abbiamo apparecchiato, distanziati, una tavola per soli altri due commensali non conviventi.

Amici residenti a 20 metri da casa nostra, con i quali dunque condividiamo l’indirizzo, seppure con un diverso numero civico.

Per l’occasione abbiamo apparecchiato nei toni dell'oro e del rosso


facendoci poi prendere la mano e finendo per spargere “oro” un po’ ovunque

e cucinato, con moltissimo amore, una cena a base di pesce, 


riuscita per metà, visto che ho miseramente fallito la cottura della pasta rovinando un meraviglioso condimento a base di cozze e vongole che l’amato bene aveva speso una mattinata intera a pulire, far spurgare (con acqua di mare!), cuocere, coccolare e incoraggiare per consegnarle nelle mie maldestre mani.

Ma perfino questo fastidioso contrattempo è passato in sordina, travolto dalle risate e dalla voglia, evidentemente condivisa, di lasciarci alle spalle quell’anno lì e tutte le sue brutture, compresa una qualità di pasta dalle mille promesse e i risultati pessimi (non è stata tutta colpa mia!).

Non ce ne é fregato niente.


Abbiamo salutato il nuovo anno con lenticchie e salsicce, un godurioso panettone artigianale al mirto,

risate a non finire e uno stare insieme semplice e bello come non ce ne ricordavamo. 

Durato fino alla fine del coprifuoco e quindi ben oltre l’alba del nuovo giorno.

Roba che io, le sette di mattina a capodanno, non le ho mai fatte nemmeno a 20 anni.

A quel punto sarebbe stato bello infilarsi il cappotto e andarsi a prendere cappuccino e cornetto al bar, ma non si poteva.

Che uno dice: “ma che avete fatto fino alle 7 del mattino”?

A pensarci prima mi veniva l’orticaria.

Tanto per cominciare, intorno alle 4 e mezzo, ho anche messo su il brodo per i tortellini che il giorno dopo avevo promesso all'amato bene.

E tutto il resto del tempo è scorso così velocemente da non rendercene nemmeno conto.

Giocando innanzitutto.

Con un vecchio Trivial Pursuit dalle domande un po’ obsolete ma sempre tanto affascinante.

Per poi passare alle carte, farsi insegnare 31 e sbancare tutti (la fortuna del principiante!).

E poi soprattutto ridendo, cosa che avevamo un po’ dimenticato di fare.

Senza abbracciarci e baciarci nemmeno allo scoccare della mezzanotte.

Festeggiando con bastoncini di scintille e guardando i fuochi dalla finestra.

Arieggiando la stanza ogni tot per evitare possibili contagi.

Prestando la massima attenzione a ogni norma di buon senso, ma prendendo la vita, i problemi, i pensieri, le amarezze, almeno per una notte, una intera notte, con estrema leggerezza.

Compreso un piatto riuscito male.


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Quelle delle torte di pasta sfoglia sono delle “non ricette”, vista la facilità con cui si possono portare in tavola, con ripieni e forme sempre diversi e risultati sempre garantiti.

Proprio per questo mi piacciono da impazzire e rappresentano quella comfort zone in cui rifugiare tutte le ansie connesse alla preparazione di un’intera cena. Questa, nello specifico, è a base di salmone e provola affumicata e ha la forma di un pesce. Ma va da sé che ci si possa veramente sbizzarrire, a mano libera e con apposite formine.

Ingredienti

2 rotoli di pasta sfoglia, rotonda o rettangolare

150 gr di salmone affumicato

8 fettine molto sottili di provola affumicata (io la compro già affettata)

1 uovo

Semi di sesamo e di papavero

Procedimento

Preriscaldare il forno a 200°.

Srotolare il primo rotolo di pasta sfoglia lasciandola sulla sua carta forno.

Adagiarvi sopra le fette di provola e poi ricoprirle con i ritagli di salmone affumicato. Coprire con il secondo rotolo e, con l’aiuto di un coltellino molto affilato, ritagliare una sagoma a piacere. Io in questo caso ho scelto di dare la forma di un pesce e, con una formina per biscotti, di ricavare tante stelline dalla parte avanzata. Trasferire tutto su una placca da forno, spennellare la superficie della pasta con l’uovo sbattuto e cospargere di semi di sesamo e di papavero.

Infornare per circa 20 minuti.

N.B.: a garantire la buona riuscita di un rustico, a base di pasta sfoglia, è lo shock termico che la pasta subisce dal frigo al forno molto caldo, perciò per esempio, il secondo rotolo di pasta sfoglia tiratelo fuori dal frigo solo al momento opportuno. Oppure, se pensate che la lavorazione sia durata troppo e  che il tutto sia stato troppo a  lungo a temperatura ambiente, mettete la teglia in frigo per qualche minuto e solo poi direttamente in forno.

 

 


mercoledì 30 dicembre 2020

Auguri e speranze


 L'ultimo Capodanno trascorso "a casa", cioè entro i confini della nostra regione, risale a venti anni fa, quando correva l'anno 2000. Questa constatazione è, insieme, il mio bilancio di quest'anno e tutti i propositi per quello nuovo.

Che dovrà sforzarsi proprio poco per essere migliore di questo.

Il mio augurio è che porti con sè la libertà di tornare a sognare, a spostarsi per il mondo, a respirare aria fresca a pieni polmoni, a ridere a crepapelle ma soprattutto a scambiarci tutti  tutti gli abbracci e i baci che il suo predecessore ci ha negato.

TANTI AUGURI DI BUON ANNO


mercoledì 14 ottobre 2020

At-tentiii - Strudel salato con funghi, cotto e feta

 


Non che sia proprio necessario festeggiare, ma anche dei perfetti asociali come noi, nel caso di un compleanno, amano ricevere, perlomeno, i “congiunti” più stretti.

Genitori.

Fratello.

Cognata.

Nipotella.

Per un totale quindi di 8 persone e mezza, che allo stato attuale delle cose saremmo anche fuorilegge.

Ma tutto ciò accadeva qualche giorno prima del nuovo DPCM Atto II.

Rigorosi come siamo, che da quando è iniziato tutto siamo penso gli unici al mondo ad avere SEMPRE portato la mascherina al cospetto dei nostri anziani (e non solo di loro), oltre a starci a debita distanza, si poneva il problema, cadendo il compleanno dell’amato bene col primo fresco di stagione, di non poter più assembrarci selvaggiamente all’aperto (come era accaduto per il mio, di compleanno), in giardino, disposti, sempre nel numero di 8, su due tavoli per un corretto distanziamento.

Abbiamo allora preso in considerazione l’idea del buffet. Togliendo di mezzo tavolinetti e mobili inutili che potessero consentire la libera circolazione delle 8 persone di cui sopra, noi compresi, e sedie disposte ai quattro cantoni del salotto.

Poi ci sono state le prime freddate, i primi smocciolamenti, le prime febbri, che di questi tempi anche un semplice raffreddore scatena attacchi di panico e crisi isteriche. Fratello, cognata e nipotella sono stati dunque confinati e prudentemente esclusi dal convivio.

Ed è così dunque che ci siamo trovati a festeggiare allegramente in 6…cioè solo noi e rispettivi genitori.

L’idea del buffet è rimasta e si è anzi ancora più radicata, ma i controlli si sono fatti, se possibile, ancora più stringenti.

Del resto, non a caso mi hanno sempre additata come l’inflessibile Hitler della famiglia…

Tanto per cominciare, igienizzazione preventiva delle mani di ognuno davanti a questi miei occhi con gel distribuito da me medesima e relativo sguardo torvo alla minima rimostranza. “Ma veramente io mi sono appena lavato le mani…” azzardava timidamente mio suocero rassegnato a porgere comunque la mano per raccogliere il gel che altrimenti sarebbe colato a terra.



Poi non è che, finito di allestire l’ultima portata, si potesse scatenare l’inferno attorno al tavolo. Tutti seduti (ai quattro cantoni) e UNO ALLA VOLTA si procedeva a:

1) armarsi di piatto e forchetta allocati in un tavolino a parte;

2) dirigersi al buffet e SENZA PARLARE per evitare spargimenti inutili di droplets sulle pietanze (oltre che il linciaggio in diretta da parte della accogliente padrona di casa) ci si poteva riempire il piatto anche fino a  scoppiare.

E – udite udite- ci si poteva accostare al tavolo tutte le volte che si voleva, a patto di fare attenzione di essere sempre, rigorosamente, da soli a farlo.

Il tutto avveniva con le porte-finestre di sala e cucina spalancate per favorire un corretto ricircolo di aria sotto forma di corroboranti correnti siberiane.

A compensazione di ciò eravamo però disposti a distribuire felpe qualora si fosse reso necessario…

Ma i nostri anziani, che ci conoscono bene, erano arrivati equipaggiati di tutto punto con pile e scarpe imbottite.

Sì, per la verità sarebbe stato corretto anche fargliele togliere all’ingresso, le scarpe, ma dati gli acciacchi di schiena, le artriti, i dolori e le compagnie belle abbiamo preferito soprassedere.

Da ultimo si poneva la questione torta e soprattutto candeline. Non è che dopo tutti questi accorgimenti uno arriva con la torta e la porge al festeggiato che prendendo la rincorsa ci soffia sopra tutta l’energia primordiale spargendo su ogni fetta milioni di goccioline potenzialmente infettanti.

Ecco, quindi la torta, ancora confezionata, è stata messa per un attimo da una parte.



Le candeline invece conficcate su una mezza zucca, a tavolo completamente sparecchiato, e lasciate così libere di essere inondate di tutte le goccioline del mondo, fra canzoncine di auguri e battute di mani.

I baci e gli abbracci naturalmente sono stati solo simulati e distribuiti a distanza.

Che poi alla fine mi chiedo, ma prima, come facevamo?

A stare tutti appiccicati, a stringere mani, scambiarsi abbracci, regalarsi baci. A mangiare una fetta di torta su cui si erano posate ondate di droplets e magari qualcuno ci aveva perfino passato un dito sopra per assaggiare la crema?

Senza nemmeno farci caso. A quanto potesse essere bello e prezioso tutto questo. Goccioline comprese.

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Tra le varie portate del buffet figurava anche questo strudel salato.

L’abbinamento della feta con i funghi una scoperta che ci è piaciuta moltissimo. fare la pasta per lo strudel non è complicato, ma io stavolta ho voluto proprio giocare facile e mi sono affidata a un comodo rotolo di pasta sfoglia pronta.

Ingredienti

1 rotolo di pasta sfoglia rotonda

100 gr di prosciutto cotto

100 gr di formaggio feta

300 gr di funghi champignon

1 spicchio d’aglio

Prezzemolo

1 tuorlo d'uovo

Semi di sesamo

Olio extravergine d’oliva

Peperoncino in grani (facoltativo)

Sale



Procedimento

Mondare i funghi e tagliarli a pezzetti. Scaldare due cucchiai di olio in una padella con lo spicchio d’aglio sbucciato e tagliato a metà. Saltare i funghi per qualche minuto a fuoco vivace, cospargendoli di prezzemolo e un pizzico di peperoncino. Salare con moderazione e lasciare raffreddare.

Preriscaldare il forno a  200°.

Srotolare la pasta sfoglia lasciandola sulla sua carta forno. Adagiare sopra la parte centrale le fettine di prosciutto cotto. Scolare bene i funghi e distribuirli sul prosciutto e infine sbriciolarvi sopra la feta. Con l’aiuto di una rotella o di un coltello molto affilata tagliare delle strisce parallele ai due lati del cerchio di pasta e sovrapporle sul ripieno.


Spennellare la superficie dello strudel con il tuorlo d’uovo leggermente sbattuto e cospargere di semi di sesamo.

Cuocere per 25 minuti.

 


martedì 29 settembre 2020

Che estate è stata? - Soda Bread di farro e semi misti

 



L’estate del 2020. Quella che fino all’ultimo non si sapeva se e come si sarebbe potuto andare al mare, riuscire allo scoperto, riprendere ad abbracciarsi.

Quest’ultima cosa in verità non l’abbiamo ancora fatta ed io, da marzo scorso, non abbraccio né bacio mia madre e mio padre o mio fratello e mia cognata in quanto appartenenti a nuclei famigliari diversi e soprattutto, i primi, in età e condizioni cliniche “a rischio”.

Mia nipote però sì, o perlomeno l’ho abbracciata e baciata all’incirca fino ai primi di settembre, prima di partire per la Grecia (sebbene tornata con tampone negativo), e poi di ricominciare a lavorare, a incontrare persone, avere contatti e quindi essere un potenziale untore, non certo per lei, ma sempre per i nonni che a lei badano. Le sue guance irresistibili mi hanno fatto capitolare e ora starne nuovamente lontana, o davanti ma col filtro della mascherina, è veramente durissima.

Con lei sono andata al mare, quel paio d’ore la mattina che tra monta e rismonta tutti i suoi bagagli fra ciambelle, canottini, piscinette, secchielli e formine passavano in un lampo. Sempre troppo brevi, sempre troppo di corsa. Sempre meravigliosamente insabbiate da capo a piedi.


Perché di corsa poi effettivamente andavo a recuperarla presso altri ombrelloni dove i giochi erano sempre più appetibili dei suoi.

Poi c’è stata la scoperta dell’acqua, inizialmente osservata da lontano con timore, subito dopo vissuta in lunghe sessioni di ammollo e di tiraemmolla per uscire, almeno quando la pelle di mani e piedini diventava bianca e avvizzita.

Ma il piacere dell’acqua poteva essere barattato solo con un cornetto e una tazzina piccola di latte schiumato, nelle meravigliose colazioni vista mare che ci siamo concesse presso il nostro stabilimento preferito. Piccolo, tutto di legno, quasi una baita di montagna con larghe vetrate sull’azzurro.

E file di ombrelloni desolatamente vuote in questa strana estate di prudenza.

Ma anche di fretta, di smania di viversela tutta, fino all’ultimo raggio di sole, nel timore che si sia nuovamente costretti a rinchiuderci.

Quindi ecco, siccome s’era cucinato tutto il cucinabile nel periodo lunghissimo della quarantena e siccome in questi rapidissimi due mesi trovavo sempre qualcosa di decisamente meglio da fare che mettermi ai fornelli, questa estate io ho cucinato solo per finta nella cucinetta giocattolo della suddetta nipotella.

Non che si sia morti di fame, eh? Ma abbiamo fatto sempre cose molto semplici, tante cene all’aperto con qualche coppia di amici e una sola, perfettamente distanziati, con i famigliari per il mio compleanno.

Barbecue a non finire e insalate come se piovesse.

Poi, di colpo, sul generale clima assai cupo di incertezza, sconcerto e pesantezza, sono arrivati la pioggia e un freddo polare.

E allora ecco, timidamente, forse, sta ricomparendo pure la voglia di chiudersi in casa a preparare qualcosa.

Sempre senza troppo impegno però, che le belle giornate per scorrazzare nei prati, con la mascherina, magari non sono ancora finite!


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Che non ami particolarmente lievitati, preparazioni lunghe e cervellotiche, con lunghi tempi di attesa e molta pazienza credo sia ormai cosa nota.

È con questi presupposti che mi sono avvicinata a una ricetta (vista qua, quindi anche vegano!) come quella del Soda Bread, simpatico pure nel nome. Perché fare questo pane è anche divertente. A parte che ci vogliono veramente 5 minuti (e 40 di cottura, sì, ma quelli io non li calcolo, che nel frattempo posso fare altro).

Ma poi è proprio bello vedere come da un’operazione rapida, senza il minimo sforzo, senza nemmeno sporcarsi le mani esca fuori un pane fragrante, saporito, gustoso che dà tanta di quella soddisfazione da chiedersi perché lo si sia scoperto solo ora.

Ha superato perfino la prova tempo, perché fatto ieri sera e assaggiato subito appena sfornato era fantastico. Ma lì era facile. Stamattina lo aspettavo al varco per la colazione. E non ha deluso minimamente: spalmato di tahin, coperto di fettine di banana e spolverato di cannella era veramente paradisiaco!


Ingredienti

200 gr di farina di farro

150 gr di farina di farro integrale

(oppure 350 gr di farina 0)

200 gr di latte di soia non dolcificato

2 cucchiai di aceto di mele

1 cucchiaino di bicarbonato

1 cucchiaino raso di sale

50 gr di semi misti

 


Procedimento

Accendere il forno a 200°.

Unire l’aceto al latte e lasciare riposare 5 minuti. In una ciotola mescolare le farine, il sale, il bicarbonato e i semi (lasciandone da parte 2 cucchiai per la decorazione finale).

A questo punto unire il latte cagliato e mescolare bene formando un panetto. Trasferirlo su una teglia foderata di carta forno, cospargere dei  restanti semi e infornare per 40°.



 

 

martedì 14 aprile 2020

Disciplina - Zeppole di San Giuseppe



La cosa più difficile in questo periodo così assurdo di privazione totale della libertà è sedersi al pc e scrivere. Infatti ci riesco solo ora, dopo un mese e poco più.
Da quando ho smesso di lavorare (ultimo giorno: mercoledì 4 marzo 2020) e quindi di prendere il treno per raggiungere i “miei bambini” e farmi trascinare nel loro mondo fatto di gioia e semplicità e da quando ho smesso di andare in palestra (ultimo giorno: lunedì 9 marzo 2020) io non riesco più a stare ferma.
Da quei momenti cruciali in poi, fino all’ufficializzazione della chiusura totale, con una gabbia che abbiamo visto stringersi sempre di più intorno a noi, è stato tutto un profluvio di azioni e movimento.
Pulizia della casa innanzitutto: tiratura a lucido di ogni superficie possibile, ripetuta, inventata, spartita per camera e oggetto. Le tende, le tazze, sopra gli armadi, all’interno degli stipetti della cucina e del bagno.
Movimento fisico in seconda battuta, ma come primo  pensiero della giornata: i video tutorial del maestro condivisi in rete e via whatsapp sono solo la traccia da cui si dipanano flussi personalizzati di yoga/posturale/funzionale. Dieci minuti di riscaldamento canonici, sanciti dal cronometro dello smartphone, sulla base di ricordi nitidi di ciò che si faceva in palestra (in tanti anni avrò pure imparato qualcosa? No, vuoto totale, tutto buio, fammi vedere un tutorial); 30 minuti di allenamento intenso fra squat, crunch, burpees, chiusure laterali, affondi, controaffondi, squat monopodalici, che innanzitutto impariamo sti nomi poi facciamoli; per arrivare ai 10, anche 15 minuti finali di rilassamento che è un po’ yoga un po’ posturale e magari ci scappano ancora un paio di saluti al sole.
Il mio risveglio è così: razionale, controllato, programmato.
Pura azione. Poche ciance.
Sveglia un po’ più tardi del solito, sì, ma mai oltre le 8 durante la settimana. Per autodisciplina, per creare una routine, per non affacciarmi nemmeno per un secondo sul baratro dell’inerzia e dormire con più gusto il sabato e la domenica, giorni che  DEVONO continuare a distinguersi da tutti gli altri, per la sopravvivenza in una quotidianità che livella tutto, omologa tutto, appiattisce tutto. Che amplifica tempo e sensazioni.
Euforia e sconforto, positività e paura, ansia e fiducia, come onde che vanno e vengono senza sosta.
E via, si organizza la spesa. Per noi, per i genitori anziani, manca sempre qualcosa, pazienza, ci si fa flessibili, si trovano soluzioni, si impara a lasciare andare. Laddove tutto va, tutto è risucchiato in una fumosità surreale. E diventa inafferrabile. I pensieri, soprattutto, che si fanno macigni, se sfuggono al controllo.
Guanti, mascherina, abiti (tuta da ginnastica!) da togliere subito una volta rientrati a casa e lasciare fuori. Mani screpolate a forza di lavarle, odore di spirito, di amuchina (quel che rimane del flaconcino di gel dei viaggi, ricordi di momenti felici e spensieratissimi: che assurdo contrappasso), di vuoto.
Facce a metà, occhi angosciati, terrorizzati, diffidenti come minimo, in fila davanti al supermercato. Preghi di non incontrare nessun conoscente che parlare da dietro la mascherina è assurdo e complicato e sembra sempre di spandere inutilmente goccioline di contagio.
Il mondo fermo, a motori spenti, unito nella battaglia contro un unico, invisibile nemico. Siamo tutti uguali, per la prima volta nella storia. Tutti protagonisti, con la stessa angoscia, la stessa paura, lo stesso tangibile, smisurato punto interrogativo ad aleggiare sopra la testa, che pare quasi di vederlo.
Disciplina nel gestire le informazioni. Tv spenta o al massimo sintonizzata su tutto ciò che non è “Corona Virus”, per distrarsi, ma tanto poi non ci si distrae e allora meglio spenta. Si accende alle 18, per il bollettino ufficiale, le notizie del giorno, la speranza di ascoltare notizie che facciano tornare a respirare. Interrompendo l’apnea nella quale viviamo. Ma non è così, quindi via, si spegne. Sempre con quel peso sul cuore che non s’attenua neanche un po’.
I social un’ora dopo, quando il sindaco parla dalla sua pagina facebook aggiornandoci su nuovi contagi, vittime, nuove disposizioni.
E per sgridarci. Siamo tornati tutti bambini, tutti colpevoli, tutti responsabili di una cosa che nemmeno capiamo cosa sia.
Eppure siamo murati vivi da oltre 10, 20, mille giorni, ci affacciamo dal balcone e le strade di questo minuscolo paesino di mare sono vuote  e desolate. Stai a vedere che la colpa di tutto questo disastro è di quei poveri cristi che escono a camminare 200 mt intorno a casa o a portare fuori il cane. Come se l’incapacità di gestire una situazione nuova, drammatica e più grande di ognuno di noi dipendesse veramente da uno che si concede, da solo, una corsa sotto casa.
E comincia una caccia alle streghe surreale quanto la pandemia. Fatta di appostamenti, di foto rubate e pubblicate a tradimento, di una pratica infantile ma trasversale come quella di fare la spia. “Sindaco intervenga, che davanti alla tabaccheria oggi c’era una fila di gente per comprare i gratta&vinci”.
E  tu che ci facevi lì?
Che ne sai?
Come ti permetti di giudicare?
Tutti nemici di tutti, una guerra tra poveri, la frustrazione della reclusione, quella sottile malvagità che in fondo alberga in ognuno di noi e che non ci fa ritenere sufficiente fare la nostra parte.
Dobbiamo vedere e toccare con mano che tutti la facciano, arrivando alla violenza, fisica e verbale, se questo non accade. Smettendo di farla, se necessario.
Vomitando rancore e frustrazione.
Ecco, ci scopriamo tutti nemici di tutti, pur nell’uguaglianza suprema della stessa angoscia che accomuna tutti, da nord a sud, da est a ovest del mondo.
E intanto passano i giorni, si allungano i capelli, si infittiscono le sopracciglia, si storpiano un po’, nel tentativo di rimediare, che certo mica si può stare così in attesa che riaprano estetiste e parrucchieri.
E passano la festa del papà, compleanni importanti e perfino Pasqua e Pasquetta. Tutto isolati, tutto ognuno a casa propria.
Si studiano modi ugualmente belli di coccolarsi, perfino di stare insieme, anche se attraverso uno schermo.
Mancano gli abbracci, i baci, le cene tutti insieme, i caffè al bar e perfino prendere il treno.
Si vive giorno dopo giorno, minuto per minuto, che anche fare progetti pare assurdo.
Eppure qualcuno tocca farlo, o almeno cambiarlo. Come quello di partire per un viaggio prenotato un anno fa.
Si naviga a vista. E si coltivano ironia e gentilezza.
Una per scacciare il pianto, l’altra per accorciare le distanze.

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E poi si cucina. Tanto, di tutto, con più attenzione e più cura. Stando sempre molto attenti all’alimentazione, certo, ma anche sgarrando un po’.
Per esempio preparando per la prima volta in tutta la mia vita le zeppole di san Giuseppe. Nella duplice versione al forno e fritte.
Per fare contenti papà, suocero, marito. Mentre fino a poco fa sarebbe bastato chiamare in pasticceria per ordinarle e passare poi a ritirarle, che chi ce l’ha il tempo di farle in casa? Ed eccole qua, le mie zeppole della quarantena. Con un giorno di ritardo, nella preparazione, fuori tempo massimo nella pubblicazione della ricetta, ma con una soddisfazione enorme. Che poi dove sta scritto che si possono fare solo per il giorno di San Giuseppe?
Ho seguito questa ricetta, anche per la crema pasticciera fatta con le uova intere. Ecco, quest’ultima non mi è piaciuta e per la prossima volta mi riservo di usare la ricetta tradizionale della crema fatta di soli tuorli, ma per il resto, la pasta è venuta perfetta sia fritta sia al forno, anche apportando trascurabili variazioni.

Ingredienti (per 12 zeppole)
Per le zeppole
150 g di acqua
150 g di farina
100 g di burro
5 uova medie
1 cucchiaio di grappa (facoltativo)
Un pizzico di sale

Per la crema pasticciera
1 litro di latte
4 uova
8 cucchiai di zucchero (160g)
8 cucchiai di farina (140g)
Scorza di 1 limone

Inoltre
Olio di semi di arachidi per friggere
Ciliegie sciroppate (che io non avevo e ho sostituito con una punta di marmellata ai frutti di bosco)
Zucchero a velo
Sac a poche con punta a stella

Procedimento
Preparare innanzitutto la crema. Mettere a scaldare il latte insieme alla scorza di limone tagliata a strisce grandi (per poterle poi eliminare).
Rompere le uova (intere) in una pentola capiente. Unire lo zucchero e la farina setacciata e mescolare con l’aiuto di una frusta.
Quando il latte è bollente unirlo un po' alla volta al composto di uova, continuando a mescolare con la frusta, porre la pentola sul fuoco e, sempre mescolando, portare a ebollizione fino a che la crema si sarà ben addensata. Dopodiché eliminare le scorze del limone e lasciarla raffreddare mescolando ogni tanto.
Passare ora alle zeppole: versare l'acqua e il burro a pezzetti in una pentola capiente, aggiungere un pizzico di sale e portare sul fuoco. Mescolare fino a completo scioglimento del burro e, non appena inizia a bollire, unire di colpo tutta la farina  e rimestare per qualche minuto fino a che l'impasto inizierà a  staccarsi dai bordi e formerà una palla compatta. Togliere dal fuoco e lasciare intiepidire.
Nel frattempo preriscaldare il forno a 200° in modalità ventilato.
A questo punto riprendere la pentola con il composto e unire, una alla volta, le 5 uova medie, avendo cura di amalgamare bene ogni uovo prima di aggiungere il successivo. L'impasto dovrà risultare piuttosto denso. Attenzione: a seconda della grandezza delle uova potrebbero volercene solo 4. Lo si capirà se il composto dovesse essere eccessivamente cremoso: in quel caso, evitare di aggiungere il quinto uovo.
Riempire una sac a poche con una punta a stella e, in una teglia rivestita di carta forno, dare forma alle zeppole, disponendo due giri sovrapposti di impasto, lasciando vuoto il centro e tenendo un po' di distanza tra una e l'altra perché gonfieranno molto in cottura.

Io ne ho cotte 6 al forno e 6 le ho fritte.

Per quelle al forno: infornare a 200°C per i primi 15 minuti, poi abbassare a 190°C per altri 10 minuti. Quindi spegnere il forno e tenere lo sportello socchiuso, a spiffero. Tenere le zeppole in forno fino a raffreddamento, pena il vederle smosciarsi irrimediabilmente.
A quel punto si potranno guarnire con la crema aiutandosi con la sac a poche, cercando di riempire prima il centro e poi facendo un bel ricciolo di crema sopra. Completare con un'amarena sciroppata al centro di ogni zeppola (o come nel mio caso con mezzo cucchiaino di marmellata scura) e spolverare di abbondante zucchero a velo.

Per quelle fritte:
Ritagliare con le forbici il foglio di carta forno in corrispondenza di ogni zeppola. In una padella capiente scaldare l'olio e quando è pronto immergervi le zeppole 2 o 3 per volta insieme alla carta forno. 

Dopo qualche secondo il foglio si staccherà e si potrà eliminare con l'aiuto delle pinze. 
Continuare a friggere le zeppole girandole di tanto in tanto finché saranno belle gonfie e dorate. 



Quindi scolarle su carta assorbente, lasciarle intiepidire e procedere alla medesima decorazione di quelle cotte al forno.



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