"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 8 dicembre 2015

#Sensomieiviaggi – Le cortesie dei miei viaggi

È mancato per qualche tempo, ma torna in grande stile l’appuntamento con la rubrica Il senso dei miei viaggi, ideata da Monica (Viaggi e Baci) e curato per questo mese da Francesca del blog Non chiamatemi turista.
Torna con un tema dolce e gentile, esattamente quello che ci vuole in questo periodo di forte disillusione e brutture varie.
Le nostre cortesie in viaggio non riguardano momenti di difficoltà, ma gentilezze inaspettate, tributate da persone speciali che abbiamo conosciuto per pochi attimi e lo spazio di una comunicazione non sempre facile ma il cui ricordo ci è rimasto incollato addosso per sempre.

Shanghai
È la storia di una cortesia reciproca, quella di due sposini (provenienti da Pechino)  in viaggio di nozze col loro bimbo ancora nella pancia, che ci chiedono di scattare loro una foto e subito dopo ricambiano regalandoci uno dei rari ritratti insieme e sicuramente il più bello del nostro viaggio nel paese dagli occhi a mandorla.


Yosemite National Park,
colpiti al cuore da una fiammante Harley Davidson, ci fermiamo a chiacchierare con i due simpatici proprietari, in una stentata conversazione che ha però chiarissime ed inequivocabili parole chiave come pasta, good  food, Firenze, buono. E alla fine l’invito tanto atteso: la volete provare? Dai che vi scattiamo pure una foto! La foto è lì, loro due indimenticabili.


Los Angeles
Macchina in affitto per mezza giornata. Come si arriva a Santa Monica? Perché noi siamo quelli che il tomtom proprio…ma evidentemente non gli unici, perché un signore ci viene in soccorso con metodi vintage. Carta, penna, cartina alla mano e spiegazioni dettagliate su un foglietto volante che figura ancora fra i ricordi più cari.




Ma insieme a queste 3 cortesie mi piace ricordare anche tutte le persone (e sono state diverse), mai viste prima, che durante il lungo viaggio in treno attraverso la costa Est degli Stati Uniti, intrapreso nel mese di gennaio tra vento sferzante e nevicate costanti, ci hanno ripetutamente coccolati con la raccomandazione Keep Warm, scaldandoci il cuore prima di tutto e facendoci sempre sentire a casa


Le prime 3 foto partecipano a Il Senso dei Miei Viaggi

giovedì 28 maggio 2015

#Sensomieiviaggi - La pioggia dei miei viaggi


Isola di Moorea
Curioso e simpatico il tema fantozziano scelto da Federica questo mese per la rubrica di Monica.
Di acqua in viaggio ne abbiamo presa tanta, anche (forse soprattutto) nei posti più inaspettati.
Brevi scrosci o acquazzoni che sembrava non dovessero finire mai.
Pioggerellina fine o diluvi così intensi che pareva tirassero secchiate direttamente dal cielo.
Ma quella più eclatante e che ci ha fatto mettere definitivamente l’anima in pace sulle destinazioni paradisiache è stata la pioggia della Polinesia.
Agosto pieno, verso la fine del viaggio di nozze.
Una doverosa premessa va fatta: venivamo da 15 giorni di libertà assoluta e spazi infiniti fra i deserti e i parchi americani.
Solo noi due e una fida Pathfinder a scorrazzare in giro.
Trovarsi confinati in un’isoletta del perimetro totale di 150 km, seppur meravigliosa, deve averci in qualche modo destabilizzato.
Ma non era solo quello. L’esclusivo resort che giusto la lista di nozze in agenzia ci aveva fatto scegliere mesi prima in un attimo cruciale di follia pura, una triste trappola per turisti – e per coppie in viaggio di nozze in particolare- fatta di scenari da cartolina costruiti ad hoc (comprese le collane di tiarè all’arrivo e di conchiglie alla partenza, spacciate per omaggi, e che figuravano invece chiaramente nei conteggi finali alla modica cifra di 50 dollari a persona!!).
Perfino le danze polinesiane della sera a cena apparivano forzate e artefatte.
Lo stato d’animo quindi già non era dei migliori.
Potevamo continuare a girare per gli Stati Uniti anziché “rinchiuderci” qua? era la domanda che andava per la maggiore.
Ma poi ci riscuotevamo: una volta nella vita, forse, capita di poter stare in un posto del genere, sarebbe perlomeno da ingrati non goderne.
Così abbiamo fatto un po’ di tutto (oltre a declinare i ripetuti inviti a partecipare alle televendite di perle nere di Moorea): festeggiato il mio compleanno inventandoci una torta non commestibile ma tanto carina di fiori e foglie, giocato a beach volley (disperatamente in due) con una noce di cocco vuota, camminato fino a sfinirci, ispezionato ogni anfratto dell’isola, partecipato a un tour in barca, assistito a un triste spettacolo di delfini in un altro villaggio, fatto amicizia con tutte le famiglie di pesce ago che transitavano sotto le palafitte, catalogato ogni specie di bellissimi fiori che trovavamo in giro in una sorta di erbario improvvisato…perfino affittato una macchina il giorno di ferragosto (al limite della disperazione) per essere proprio sicuri di non aver dimenticato di vedere niente e poter raggiungere anche la cima della montagna al centro dell’isola godendone il panorama.
Bagni pochissimi.
Il che è quantomeno assurdo per un mare di quel genere.
Ecco, il mare.
E il clima di quel posto.
Abbiamo scoperto presto lo strano rapporto che li lega e ne regola l’andamento
Sole= vento (e acqua gelida)
Nuvole = pioggia incessante.
Le due circostanze in una perfetta e continua alternanza lungo tutte le ore del giorno e della notte.
Alle due piove, alle due e mezza esce di nuovo il sole per poi riandarsene alle 3 e così via.
E menomale che nella stagione invernale in cui ci troviamo il clima sarebbe più fresco (ok) e asciutto ( ma dove?!)!!!
E d’estate (che a queste latitudini va da novembre ad aprile) allora che fa?!
la Polinesia non è quella cartolina da sogno che si vede nei cataloghi. La Polinesia è così: sole e pioggia, sole e pioggia. E poi tanto vento. Se osservate attentamente le foto nei cataloghi non vedrete mai un cielo limpido e sgombro di nuvole…” ci spiega un francese trasferitosi lì da una ventina d’anni che armeggia con la chiusura di un braccialetto per la sua bancarella.
Scopriamo così l’altra faccia del paradiso e ci diciamo che sì, è stato bello venirci, averla vista almeno una vola nella vita, ma in fondo sarebbe stato molto meglio continuare a girare per deserti e parchi.
Almeno per come siamo fatti noi.
La pioggia tuttavia e  il cielo perennemente imbronciato (e l’insonnia dai vari fusi orari) ci hanno permesso di assistere al sorgere di albe davvero meravigliose.









Budapest
A dicembre, in una città nord europea non si può certo sperare di trovare il sole.
Non per due-tre ore di fila perlomeno.
Ma certo non si pensa neanche di imbattersi in una giornata intera di pioggia incessante.
 Né poca né troppa, solo una lentissima e inesorabile gnagnarella di quelle capaci di infradiciarti peggio di un acquazzone.
Che comunque non ci ha fermato e le nostre otto ore di marcia sotto l’acqua che scioglieva gli alti cumuli di neve ai lati delle strade (aumentando i metri cubi d’acqua dentro le nostre scarpe), ce le siamo fatte lo stesso.
Ancora più suggestiva forse, se non fosse stato per le scarpe ( e i calzini e i jeans e perfino il k-way) zuppi e le scarse possibilità di poter scattare foto.
Impossibile resistere tuttavia davanti all’immagine di quell’immenso fiume che sembra mare, a  costo di mettere a rischio la fotocamera…


San Francisco
Magnifica, indimenticabile, anche per quel suo clima piuttosto freddino in agosto, ma scaldato, almeno di giorno, da un bel sole.
Tranne naturalmente durante le uniche due ore, di tutti e 4 i giorni di permanenza, in cui abbiamo deciso di affittare le bici.
Anche qui una strana equazione: prese le bici= scrosci d’acqua ininterrotti /riconsegnate le bici= fine della perturbazione.
Sole come niente fosse stato.
Ma il progetto di arrivare fino a Sausalito, al di là del ponte, è ormai andato insieme alle nuvole…


Le tre foto partecipano alla rubrica Il Senso dei miei viaggi ospitata questo mese dal blog
Una ciliegia tira l’altra



martedì 7 aprile 2015

Le soddisfazioni dei miei viaggi

Sudafrica - E una doccia calda

Come ultima tappa del viaggio itinerante in Sudafrica avevamo scelto una località poco distante da Johannesburg, perlopiù sconosciuta, anche se sede di bellissime cascate che le danno il nome.
Una piccola Country House nello sperduto villaggio di Waterval Boven, ma l’unica rimasta, pur prenotando svariati mesi prima, era una stanza con bagno in comune.
Prospettiva per me davvero poco allettante considerando che quella era anche l’ultima notte dopo una settimana all’interno del Kruger e prima del lunghissimo viaggio di ritorno con scalo di 9 ore al Cairo.
Speravo almeno di riuscire a trovare il bagno libero per poter fare una doccia!!
Oltretutto c’era l’incognita enorme di questo posto che non aveva moltissime recensioni e che avevamo scelto più per mancanza di alternative che per reale convinzione.
Non sapevamo quindi cosa aspettarci.
Invece: un cottage meraviglioso ubicato in cima a una collina e con una grande veranda in legno.
Ma la sorpresa più grande è stato l’upgrade di cui siamo stati beneficiati all’arrivo e la destinazione in una stanza bellissima, enorme e…con bagno (e vasca!!!) privatissimo.
Abbiamo trascorso l’ultima serata in Sudafrica in uno stato di grazia gustandoci l’ottima cena in compagnia dei simpatici proprietari tedeschi, di una coppia di olandesi e una di francesi in una bellissima commistione di lingue e di culture.
Il mattino dopo è stata ancora più dura salutare l’Africa.

Hong Kong - E i miti da onorare

Quando siamo in viaggio non abbiamo orari ma tanti progetti. E tabelle di marcia intensive per cercare di vedere il più possibile. Stiliamo un programma di massima al mattino calcolando distanze e tempi di spostamento e cercando di essere più realistici possibile (particolare che vale più che me, poco pragmatica di natura, che per l’amato bene: organizzatissimo viaggiatore e insuperabile pianificatore. Lui pianifica, io sparo mete a casaccio, ma per fortuna ci si compensa).
Mio fratello mi aveva chiesto, quando fossimo stati a Hong Kong, di andare sulla Avenue of the Stars, e fare tante foto alla statua di Bruce Lee.
Quella parte della città veramente, sulla penisola di Kowloon, ci attirava ben poco e programma oggi, programma domani, avevamo finito per dimenticarcene completamente e relegare l’adempimento della promessa all’ultima sera utile. Ma non potevamo ripresentarci da lui a mani vuote o solo con immagini comprate (o scaricate dal web: ancora più semplice!), perché lui voleva proprio un reportage dettagliato e confezionato “a mano”. Allora l’ultima sera, di straforo, di corsa, e sgomitando tra la folla del sabato, siamo riusciti a immortalare la statua al buio (ma da varie angolazioni!) rischiando pure di litigare in cinese per non essermi accorta che c’era addirittura una fila da rispettare per poter fare foto…e a riportare indietro, tra una gamba mozzata e un’inquadratura sfocata, l’ambio souvenir!

Germania - E un conto in sospeso

Essermi decisa a tornare a Berlino dopo 35 anni e aver cercato tenacemente (e ritrovato) tutti i luoghi della mia infanzia riuscendo ad apprezzare, in qualche modo, anche le innegabili bellezze della città (e a salire sulla Torre della televisione).
Tutto quel viaggio per intero è stata una soddisfazione e una piccola vittoria personale.


Per l’appuntamento mensile con la rubrica Il senso dei miei viaggi, ospitata questo mese dal blog Pret a partir con Chiara.



martedì 3 marzo 2015

I profumi dei miei viaggi

1)      HENNè – DUBAI

Io faccio l’hennè da quando avevo dodici anni.
All’epoca vivevo in Arabia Saudita e lì era una consuetudine comune e normale.
Ma io ho proseguito questa abitudine negli anni e la conservo tuttora, trovando irrinunciabile quei riflessi rossi sui capelli.
Lo si trovava al suk, nella parte vecchia di Jeddah, venduto sfuso e riposto in sacchetti di iuta. Era vero hennè, senza sorprese e senza pericolo di coloranti artificiali che potessero scatenare allergie.
Ha un odore molto particolare, più gentile quando è secco; forte e prorompente quando viene miscelato a tè o caffé prima di essere passato sui capelli (o anche sulla pelle secondo la tradizione di alcuni popoli).
L’odore di hennè mi ricorda i paesi arabi, quel caldo umido che sa di spezie e di dolciastro.
L’ho ritrovato vagamente in Egitto, poi un po’ in Tunisia e in Turchia, ma soprattutto, forte e  inconfondibile, nella avveniristica Dubai, in quel mercato delle spezie dove ne ho comprato mezzo chilo, pur ritrovando poco o nulla del vecchio, autentico hennè.
L’odore però sì, era lui e ogni volta che riapro il sacchetto mi ritrovo davanti l’immagine del fiume solcato dagli abra di legno, gli immensi e folli centri commerciali con piste da sci e acquari smisurati, l’infinita Burj Khalifa che punta dritta verso il cielo e il quartiere vecchio, nonché nucleo originario, di quella strana, artificiosa ma per me bellissima e indimenticabile città.

2)      GELSOMINO-TUNISIA

Il vero gelsomino ha fiori radi e profumo molto intenso, inconfondibile. Tuttavia esiste una varietà di fiorellino bianco che gli somiglia molto e con cui fanno siepi folte e rigogliose, dal profumo così intenso che qualche volta è perfino fastidioso. Quello del gelsomino vero no: è così tenue e delicato da non risultare mai invadente. Mi ricorda molto la Sicilia, certo, ma soprattutto la Tunisia, e un bellissimo complesso in cui avevamo scelto di soggiornare. I suoi miniappartamenti, dopo le pulizie, venivano letteralmente cosparsi, ogni giorno, di piccoli mazzetti di gelsomino. Li ritrovavamo in bagno, nell’armadio a muro,  sui comodini accanto al letto e poi nella immensa hall e in tutti gli altri spazi comuni. Era un effluvio costante che ancora adesso, a distanza di anni, ricordo perfettamente e che mi riporta alla mente le immagini di quella prima, lontanissima vacanza.



3)       ODORE DI BRACE – SUDAFRICA

Una delle abitudini universalmente praticate in Sudafrica è quella del Braii, cioè il barbecue, vera istituzione del posto. Esistono aree attrezzate praticamente in ogni luogo: lungo le autostrade, intorno alle grandi città, nei paesini sperduti, nelle aree di sosta dei parchi e delle riserve faunistiche.
Luoghi in cui è possibile trovare fornelletti a gas su cui cuocere uova o mettere a bollire il tè e poi i classici barbecue su cui arrostire ciò che si vuole.

A volte sono così affollati da non riuscirne a trovare uno vuoto. E l’odore di carne alla brace è ciò che più mi ricorda quel continente così strano e  contraddittorio. Bellissimo e incredibilmente variegato.
(N.B.: il povero ippopotamino è solo rappresentativo del Sudafrica, ma non ha nulla a che vedere...con la brace!)


Per Norma , che ha pensato questo bel tema e per "Il senso dei miei viaggi" di questo mese.

venerdì 28 novembre 2014

I luoghi abbandonati dei miei viaggi

Questo mese per la rubrica Il senso dei miei viaggi si va A casa di Clara, che ha pensato a questo tema particolare, per niente semplice ma anche per questo molto intrigante.
I miei non sono proprio luoghi abbandonati.
Sono piuttosto luoghi “trasformati”, magari sfruttati dal turismo, ma che un tempo erano altro e quello che erano, non sono più (perché è stato abbandonato…).
Luoghi che però ancora parlano e testimoniano prepotentemente il loro passato.
Che recano in sé le tracce evidenti di quello che hanno rappresentato.
Guardarne gli oggetti, i mezzi di trasporto, le tracce a volte impietose, a volte clementi lasciate dal tempo mi fa immaginare storie e perfino voci legati ad essi.
Basta astrarsi da tutto il resto, guardare un pezzo arrugginito, un cartello macchiato di umidità, una valigia di cartone lacerata per lasciar fluire la mente e trovarsi di colpo in un altro luogo, di un altro tempo….


Oatman
Lungo il vecchio tracciato della Route66, nei pressi di Kingman: una città fantasma dove un tempo si trovava la più grande miniera d’oro dell’Arizona, scoperta nel 1902 e chiusa definitivamente nel 1998. Ora non è nemmeno possibile visitarla, ma i vecchi trenini, davanti a porte sprangate e arrugginite rievocano la febbre e il fermento di quei tempi in cui tutto sembrava possibile e afferrabile.
Il paese vero e proprio invece è diventato meta turistica dei fortunati che riescono a scovarlo girovagando tra i monti (perchè è molto nascosto). Abitato da appena 150 persone, disseminato di botteghe di souvenir, è un luogo reso celebre dal cinema. Qui infatti furono girati, per esempio, La conquista del west, ma soprattutto si trova il vecchio Oatman Hotel in cui Clarke Gable e Carole Lombard trascorsero la loro prima notte di nozze (fino a qualche tempo fa era possibile visitare la loro camera e quella di Oatie, il fantasma che, pare, dimori qui…). Gli edifici sono rimasti tali e quali, almeno in apparenza, ma in realtà molti di essi sono fatiscenti e inagibili , mentre lungo l’unica via del paese passeggiano liberi i discendenti degli asini che un tempo trasportavano la sabbia aurifera.
si passeggia fra muli e rovine in pratica, gettando un occhio ai tanti souvenir così come ai vecchi ritagli di giornale ancora attaccati sui vetri di alcune finestre.
Un luogo che inquieta e suggestiona nonostante ogni giorno, a scopi turistici, siano proposte rievocazioni di duelli con pistole e finti ammazzamenti.


Furnace Creek
Non è propriamente un luogo abbandonato, perché anzi nel frattempo è stato trasformato in mueso, ma tutte le attrezzature da lavoro, un tempo utilizzate senza sosta e poi fermate per sempre dentro (o appena al di fuori) di un museo sono per me luoghi abbandonati per eccellenza.
Che “parlano” e testimoniano sudore e fatica; conquiste e fallimenti; speranze e disillusioni.
Il Borax Museum si trova nella casa più vecchia della Death Valley, una baracca in legno risalente al 1883, ed è dedicato a tutti i protagonisti della storia della valle: pionieri, avventurieri, minatori. Tanti oggetti d’epoca ma soprattutto, nel cortile, carrozze e vagoni utilizzati nelle miniere, un’antica locomotiva e poi oggetti dedicati all’estrazione del borace, minerale che un tempo si usava solo per fare il sapone…ora addirittura per proteggere la navetta spaziale dal surriscaldamento al suo ritorno nell’atmosfera.


Skukuza (Selati Railway)
Dagli Usa al Sudafrica il passo è breve e avrei potuto concludere il tuor delle miniere citando quelle di Graskop, ma mi è venuto in mente altro.
Skukuza è il più grande Rest Camp del Parco Kruger, dove si trova il Selati Train Restaurant, un piccolo ristorante ricavato all’interno della vecchia stazione ferroviaria che un tempo collegava questo luogo a varie altre località del Sudafrica e serviva per il trasporto di persone ma soprattutto all’industria dello zucchero. In testa ai vagoni, la scintillane, immensa e bellissima locomotiva Grand Old Lady. Lungo la banchina, dove ora si trovano tavolini e sedie in cui si può cenare a lume di candela, sono accatastate vecchie valigie appartenute a chissà chi. E i cartelli indicano la destinazione dei treni con le distanze in miglia. Cifre da capogiro, come quella per arrivare a Cape Town, immaginando il viaggio a bordo di una locomotiva a vapore.…

venerdì 24 ottobre 2014

L'incompiuto dei miei viaggi

Il merito di questo tema originale e molto intrigante è tutto di Mamma Orsa Curiosona, che questo mese ospita la rubrica di Monica, Il senso dei miei viaggi.
Mi ha subito allettato l'idea, perchè pensandoci bene in realtà non esiste volta in cui io riparta da un posto senza pensare di essermi persa qualcosa.
La sensazione di incompiuto mi accompagna sempre, anche quando riesco a spuntare tutte le voci della mia lista di cose da vedere.
E il desiderio di tornarci (a parte rare eccezioni), per un motivo o per l'altro, si manifesta sempre.
Sarà per questo che, a parte la prima, sono stata piuttosto indecisa su quale esperienza raccontare. 
Ma alla fine, come sempre, scelgo d'istinto: le prime che mi vengono in mente.


1)Marrakesh: chi l’ha vista?



Marocco 2007, quarto e ultimo viaggio organizzato della nostra vita.
Tour operator –italiano- famoso e molto quotato.
Meta: il tour delle città imperiali. Gruppo nutrito e molto eterogeneo (fin troppo).
Una guida purtroppo demotivata e scontrosa, che rende il tutto ancora più snervante.
Una brutta intossicazione da acqua a metà settimana a completare il quadro.
Per fortuna abbiamo fatto in tempo a visitare Casablanca, Rabat, Fes, Volubilis e Meknes.
E l’ultima tappa, di 3 giorni fermi a Marrakesh risulta provvidenziale per ritirarci nella stanza d’albergo a smaltire la sbornia gastrointestinale e aspettare con ansia il momento di ripartire.
Della città riusciamo a (intra)vedere giusto la piazza più famosa, Djema el-Fna  quando, all’alba del terzo giorno, azzardiamo un’uscita fra una corsa in bagno e l’altra ma siamo costretti a tornare in albergo quasi subito per il caldo, la spossatezza, la nausea e la febbre che ancora non ci danno tregua.
E poi una farmacia dove cerchiamo di reperire antibiotici adatti (con bugiardino in arabo) e un supermercato dove facciamo scorta di acqua, tè e fette biscottate, sempre correndo.
L’esperienza è stata tremenda ma illuminante: della città non abbiamo visto nulla e purtroppo non ci ha lasciato nemmeno la voglia di tornarci. Ma in compenso, essendocela cavata da soli (anche nel reperimento del nominativo di un medico che poi per fortuna non abbiamo dovuto chiamare essendosi la febbre abbassata dai 40 gradi iniziali...), senza che il responsabile del gruppo si premurasse una sola volta di chiedere nostre notizie durante tutti e tre i giorni, abbiamo scoperto in quell’occasione che poteva non esserci questa grande differenza, in termini di sicurezza e aiuto, tra il viaggio di gruppo e quello in completa autonomia.
Da lì: la rivelazione e il via libera al fai da te, anche per i viaggi lunghi e articolati.
Della serie: non tutto il male viene per nuocere…

2) Barcellona: Casa Milà (la Pedrera)


Riusciamo a vedere quasi tutto quello che ci eravamo prefissati, di questa città: l’alloggio direttamente sulla Rambla ci aiuta non poco e incappiamo, per puro caso, perfino in una suggestiva processione pasquale del venerdì santo.
Riserviamo però incautamente all’ultima mattinata di permanenza la visita alla Pedrera, dopo che casa Battllò ce la siamo gustata appena arrivati.
E, ahimè, rimaniamo con un palmo di naso: la coda che si snoda davanti all’entrata è interminabile. I tempi di attesa stimati troppo lunghi per non rischiare di arrivare tardi in aeroporto.
Così, molto a malincuore, siamo costretti a rinunciare. Motivo per volerci assolutamente tornare, prima o poi.

3) Il mercato degli Amish a Philadelphia


Nel nostro secondo viaggio negli Stati Uniti (la East Coast a gennaio, con spostamenti in treno e aereo fra le varie città), includiamo una tappa di due giorni a Philadelphia quasi esclusivamente allo scopo di visitare il mercato degli Amish al Reading Terminal Market.
Dando per scontato che si svolga ogni giorno della settimana. Ma una volta sul posto scopriamo, con un certo disappunto, che mentre il mercato non ha giorni di chiusura, gli Amish sono presenti soltanto dal giovedì alla domenica.
E noi, naturalmente, abbiamo fissato la nostra permanenza martedì e mercoledì, con biglietto ferroviario e b&bdella tappa successiva già prenotati e senza possibilità di rimborso.

Mi consolo (almeno un po’) comprando spezie e attrezzi di cucina presso gli altri stand…


E voi? Cosa avete lasciato di incompiuto durante un viaggio?

Se avete voglia di partecipare, c'è tempo fino al 5 novembre: vi basterà scegliere tre foto che, anche simbolicamente, rappresentino la vostra esperienza; creare un post che abbia per titolo L'Incompiuto dei miei viaggi e lasciarne il link qua.

mercoledì 1 ottobre 2014

I Ponti dei miei viaggi

Non ho avuto molto tempo per pensarci questo mese, allora sono andata (quasi) d’istinto.
Mi sono venuti in mente subito New York e San Francisco, naturalmente.
Ma anche Spoleto e Dubai, per non tacere di quello strapiombo sul Grand Canyon con pavimento di vetro, passando per la Grande Muraglia.
In questa macedonia però, un unica certezza: la scelta, purtroppo o per fortuna, è come sempre ridotta a 3 (e meno male!!).
Anzi, in realtà si possono anche fare più post, ma il limite è sempre quello delle 3 foto e tutto entro il 5 ottobre.
Il punto di riferimento della rubrica Il senso dei miei Viaggi questo mese è Alessandra, del blog Fiori e Vecchie pezze, che ha ideato questo bel tema!

Ed ecco i miei ponti:

1)      Il Ponte di accesso al Kruger National Park in Sudafrica, quello lungo in quale ci si mette in fila per sbrigare la formalità di ingresso e che fa già presagire tutte le emozioni e le suggestioni che si vivranno di lì a poco. Basta affacciarsi e aguzzare la vista: gli elefanti si incontrano anche lì, già prima di entrare, ed è subito incanto.



2)      Uno dei tanti ponti di cui è disseminato l’immenso Palazzo d’estate a Pechino, dove la corte imperiale trovava rifugio dalla calura estiva della città. Sconfinato complesso di templi, pagode, padiglioni, ponti e corridoi che si snodano intorno al Lago Kunmìng. Di ponti ce ne sono moltissimi e di tutti i tipi, alti, altissimi, grandi, piccoli, sormontati di pagode e perfino uno a 17 archi!


3)      I ponti coloratissimi di Plaza de Espana a Siviglia. Azulejos, laterizi, pietra: tutto concorre all’eleganza di questi ponti che scavalcano specchi d’acqua restituendo un colpo d’occhio davvero pieno di fascino.


 Le tre foto partecipano a Il Senso dei miei Viaggi, 
ospitato questo mese dal blog





venerdì 8 agosto 2014

Il simbolismo dei miei viaggi

Il tema estivo de Il Senso dei miei viaggi è di quelli tosti ma anche molto stimolanti.
Lo ha pensato Audrey, accendendo immediatamente mille lampadine.
Mi sono venuti in mente ali di aerei, grovigli di nuvole, distese azzurre di mari e di cieli e rettilinei in mezzo al nulla.
Poi sono arrivata a una conclusione meno poetica ma più rispondente alla nostra dimensione di viaggio.
Quello in cui parti e ogni volta rinnovi dei rituali, quasi a volerti centrare, consapevole di stare dall’altra parte del mondo o anche dietro casa, ma comunque in giro, comunque da solo.
Perchè anche in due, viaggiando in autonomia, devi contare solo tu te stesso e fare la tua parte senza pesare sull'altro.
Allora i rituali servono a ritrovarsi, a fare il punto della situazione, a imparare che casa è ogni parte del mondo.

Questi i simboli di tutti, tutti i nostri viaggi:

1)      Moka&fornelletto


In albergo come in tenda, in Italia come in Sudafrica, in Cina come in Polinesia, noi ce li portiamo sempre dietro, come raccontavo anche qui.
E solo in viaggio facciamo il caffè con la moka...

2) Bagagli

Sempre gli stessi da innumerevoli anni. Macchiati, rovinati, consunti, ri-incollati e con la tela sfilacciata, ma sempre loro, fedeli compagni di tante avventure, ormai insostituibili, così come lo zaino verde che tanto ha girato, visto, portato al suo interno.


3) La foto rituale dei nostri piedi 

su tombini, targhe, scritte importanti(o in mancanza d'altro, accanto a orme di animali..) di ogni città  borgo, paesino, luogo sperduto.

Queste 3 foto partecipano alla rubrica Il senso dei miei viaggi , ideata da Monica (Viaggi e Baci) e ospitata questo mese dal blog


C'è tempo fino al 5 settembre per partecipare!!

mercoledì 25 giugno 2014

I cartelli dei miei viaggi

La staffetta de Il senso dei miei viaggi  è approdata, questa volta, nel blog di Monica, che ha scelto come tema i cartelli.
Avendo la mania di fotografare tutto devo dire che ho avuto l’imbarazzo della scelta fra avvisi, scritte sui muri (fantasiose, incredibili, imbarazzanti o perfino comiche) e cartelli ufficiali (anche questi con la loro dose di stranezza secondo gli usi e i costumi dei paesi in cui si trovano).
Alla fine mi sono concentrata su questi ultimi per selezionare le  3 foto:


I cartelli stradali a Pechino….misteri ancora oggi insoluti.



I fiabeschi cartelli di divieto incontrati nella metro di Dubai: fanno pensare a una metropoli ipertecnologica i cui abitanti vivono perennemente in costume e ciabatte, andando a pescare in metro....



Infine gli inquietanti cartelli di pericolo sparsi un po’ ovunque in Sudafrica: qualcosa di più allarmante che un semplice “attenti al cane”.


Con queste tre foto partecipo a Il senso dei miei Viaggi, ospitato questo mese dal blog

(c’è tempo fino al 5 luglio per partecipare!!!)

giovedì 29 maggio 2014

Spettacoli e manifestazioni dei miei viaggi

Il Senso dei miei viaggi, la rubrica ideata da Monica di Viaggi&Baci diventa itinerante!
E per una rubrica che riguarda i viaggi la cosa non è nemmeno tanto strana…
Ogni 20 del mese non più da lei ma, a turno, dai blog che si sono resi disponibili ad aiutarla in questa avventura cui lei non poteva più stare dietro per mancanza di tempo.
Siccome però quello con le 3 foto di viaggio a tema era diventato un appuntamento fisso con un seguito sempre più ampio, l’iniziativa non poteva finire lì.
Ecco perché è stata escogitata questa staffetta che vedrà protagonisti, di volta in volta, i blog ospitanti.
È il turno di Annalisa, che ha scelto appunto il tema degli spettacoli e delle manifestazioni cui si è assistito in viaggio.
Subito mi sono venuti in mente gli Studios a Los Angeles, e tutte le diavolerie condensate in quel parco giochi che è poi un cinema a cielo aperto.
Poi gli spettacoli all’interno e  al di fuori di tutti gli alberghi di Las Vegas, che per vederli tutti bisognerebbe dormirci (si fa per dire) almeno una settimana!
Infine ho pensato alle bellissime danze polinesiane, di donne dai capelli lunghissimi, abbigliate con gonne di rafia e corone di tiarè in testa.
Alla fine però la mia scelta è ricaduta su 3 eventi che mi sono rimasti particolarmente impressi perché inaspettati, vissuti del tutto casualmente, per esserci trovati sul posto al momento giusto, senza averlo nemmeno deciso.

La Processione dei Santi patroni Oronzo, Giusto e Fortunato, a Lecce, città magnifica ed estremamente suggestiva.


La Feria de Abril, a Siviglia, evento che richiama turisti da ogni angolo di mondo per vivere una settimana all’aperto, ballando flamenco e organizzando mangiate e bevute.


La corsa dei cavalli su una spiaggia di Djerba, in Tunisia. Perché già un cavallo che corre è uno spettacolo in sé, se poi lo fa sulla riva del mare è ancora più emozionante.





C’è tempo fino 5 di giugno per scegliere 3 foto e “consegnarle” ad Annalisa


giovedì 1 maggio 2014

Le strade dei miei viaggi

Di corsa, in extremis, a quattro giorni dalla scadenza del termine... questo mese non pensavo di farcela, ma eccomi qua e fra strade americane, sentieri di montagna, percorsi metaforici, ecco le mie  tre foto per la rubrica mensile di Monica:

Cina: Grande Muraglia, commozione infinita
 Sudafrica: Kruger Park, una nuova sorpresa a ogni curva
 Kenya: Tsavo Park, la sue strade di terra rosso fuoco

Con queste tre foto partecipo alla rubrica mensile del blog Viaggi e Baci


venerdì 24 gennaio 2014

Le disavventure dei miei viaggi

Pensavo di averne giusto un paio da raccontare e, rigorosamente, in ordine cronologico inverso dalla più recente, accaduta giusto giusto a capodanno.
Poi però come al solito ho chiesto aiuto alla memoria elefantiaca dell’amato bene che me ne ha snocciolate una decina almeno, da quelle veniali alle cose che di comune accordo avevamo deciso di non rivelare mai a nessuno, nemmeno sotto tortura, rimuovendole e archiviandole come segreti di famiglia…
Ma il limite (fortunatamente) posto da Monica è sempre di 3, dunque la scelta è caduta sulle seguenti con buona pace della reputazione…




Capodanno 2014, ultima tappa della nostra mini vacanza a zonzo per Umbria e Marche, sera inoltrata, albergo molto carino.
Mi infilo in bagno ma mi accorgo che la porta non funziona: non si chiude. La maniglia, almeno dall’interno, gira a vuoto. Chiamo in soccorso l’amato bene che, come al solito pensa sia una delle solite incapacità della sottoscritta e, da consumato risolutore di ogni sorta di problema quale si ritiene, arriva bofonchiando un infastidito “Come non si chiude?”.
 Mi scansa con un fierissimo “lascia fare a me” e, non prima di essere entrato furbescamente nel bagno pure lui, con un colpo secco (per la precisione una spallata) chiude, ermeticamente e definitivamente, la famigerata porta.
Lo guardo incredula: “Grazie!Così ero capace pure io!” iniziando a interrogarmi, subito dopo, sul modo di riaprirla.
si è incastrata?” azzarda lui.
Ma va?!” lo fulmino io.
E noi (tutti e due) prigionieri nel bagno dell’ albergo.
 I cellulari di là, una finestrella inutilizzabile perché semimurata e inaccessibile, la porta sigillata senza speranza.
Superato il lieve disappunto iniziale cominciano le trattative
-Smontiamo lo stipite (ma per le porte degli alberghi si rivela inutile)
-Spacchiamo la finestra e gridiamo aiuto (io ste figure non le faccio)
-Cominciamo a battere forsennatamente sulla porta sempre gridando: prima o poi qualcuno ci sentirà (nemmeno queste di figure sono disposto a fare..)
-Dormiamo sul pavimento e domani ci troveranno le donne delle pulizie (sì, magari a mezzogiorno, magari ci sorprende il terremoto e finiamo pure sui giornali)
Poi ci viene in mente il campanello di allarme nella doccia: la nostra ultima speranza. Lo tiriamo senza sosta convinti che non funzioni perché il fetente non emette il minimo sibilo, ma evidentemente l’allarme è collegato direttamente con la portineria perché poco dopo sentiamo squillare il telefono della camera.
Peccato che non possiamo rispondere….
Proseguiamo così per qualche minuto: noi a tirare il campanello, la portineria a telefonarci.
Finchè l’addetto non realizza che “forse” in quella camera all’ultimo piano c’è bisogno di un intervento diretto....
Mentre seduti su water e bidet preghiamo a mani giunte che il tizio si decida a venire a verificare di persona, il mio eroe si lancia in una considerazione di tutto rispetto: “e mo come glielo spieghiamo a questo che siamo rimasti ENTRAMBI chiusi nel bagno? No perché in effetti a raccontarlo è un po’ strano…
Ma eludo la domanda per non infierire.
Dopo una manciata di secondi sentiamo bussare alla porta.
E a quel punto la confessione è d'obbligo e dobbiamo pure urlarla, per superare le due barriere: “Ci sente? No…è che…siamo rimasti chiusi nel bagno…tutti e due…la porta non funziona
E per nostra fortuna scopriamo subito che abbiamo beccato il più sveglio dei portieri d’albergo il quale, in un batter d’occhio, ci fornisce la soluzione illuminante, suggerendo tutto fiero:
Deve girare la maniglia!!!!
L’amato bene comincia, lievemente, ad alterarsi: "NON FUNZIONA, NON FUN-ZIO-NA!"
Il tizio finalmente capisce (più o meno: gli rimarrà sempre il dubbio di come si sia finiti tutti e due lì dentro), corre giù a prendere il passpartout e risale a liberarci, trovandosi davanti lo spettacolo di due articoli che, viola dalla vergogna, occhi bassi, risolini trattenuti, lo ringraziano sentitamente...
Commento dell’amato bene: “beh, se non altro non può aver pensato che fossimo impegnati in chissà quale strano gioco, considerato l’abbigliamento ad alto tasso erotico"
Io: pigiama della carica dei 101, calzettone antistupro a pois, ciabatta di spugna
Lui: un decorosissimo jeans sdrucito e un pacioso, tricottato maglione da boscaiolo
No, decisamente una conclusione del genere, perlomeno non può averla tratta.

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Viaggio in Sudafrica, 4000 km totali percorsi a bordo di un’auto a noleggio, senza cambio automatico e con il non trascurabile dettaglio della guida a sinistra, senza mai farle nemmeno un graffio, senza incorrere in incidenti o tamponamenti di alcun genere, nemmeno sui tratti sterrati del Kruger, nemmeno sul trafficatissimo “raccordo anulare” intorno a Johannesburg, Pretoria e Durban.
Tutto liscio, tutto perfetto, anche perché non ce lo eravamo detto, ma una sottile paura inconfessabile albergava nei nostri cuori: sì che la ditta di autonoleggio ci aveva fornito una lista di numeri di telefono da chiamare in caso di necessità, con la raccomandazione di non fare niente, non spostare la macchina in caso di sinistro, non prendere iniziative, ma lasciar fare all’addetto che sarebbe arrivato in un attimo ovunque ci fossimo trovati (pena l’annullamento di tutte le coperture assicurative), ma come avremmo spiegato, per telefono, all’addetto di turno, nel nostro inglese stentatissimo, le eventuali necessità?!
Perché un conto è di persona, che un po’ a parole un po’ a gesti, alla fine ci si capisce, tutt’altra storia imbastire un discorso abbastanza fluente per telefono.
Fortunatamente non è mai stato necessario ed è con questa fierezza nell’animo e un piccolo sospiro di sollievo che varchiamo, tutti orgogliosi, la soglia dell’immenso parcheggio per la riconsegna della macchina nei sotterranei dell’aeroporto.
Attendiamo con fiducia il nostro turno, in coda ad altre 5-6 macchine, ridendo e scherzando.
Finalmente tocca a noi e tre tizi in giubbotto catarifrangente cominciano ad agitarsi e a gesticolare indicandoci altrettanti parcheggi
“di qua o di là?”
Nella confusione, l’amato bene prende l’iniziativa e decide di seguire quella che gli pare l’indicazione più gettonata da 2 su 3 degli addetti.
 Sterza, pigia lievemente sull’acceleratore e…va dritto verso una enorme colonna di cemento, impossibile da ignorare.
La prende in pieno.
 Abbozzando paraurti e parafango, tutto in un attimo.
Ci guardiamo allibiti. I tizi davanti alla macchina muti pure loro (e menomale che ha preso la colonna e non l’addetto più vicino!)
Un guizzare di sguardi increduli prende a scorrere tra noi e loro.
Ma la parte più frustrante e degna della commedia più surreale è la compilazione del modulo per l’assicurazione, con l’indicazione delle modalità dell’incidente:
dove è avvenuto
a che velocità andavamo
i danni riportati
ma soprattutto….i chilometri percorsi in precedenza!!!!!

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2 gennaio 2010, ore 2.30 del mattino, volo per Washington prenotato 8 mesi prima e svariate altri voli interni e biglietti ferroviari già acquistati per un viaggio itinerante che prevede spostamenti continui e coincidenze al millesimo di secondo, con ritorno finale da Chicago.
 In partenza da casa per l’aeroporto di Fiumicino: mio fratello il fortunato prescelto per accompagnarci.
Non ti preoccupare, passiamo a prenderti noi con la nostra macchina così poi tu, tornando indietro la porti davanti casa di mamma e papà e nei 20 giorni in cui manchiamo gli potete dare un’occhiata ogni tanto”.
Tutto organizzato, tutto pronto.
Carichiamo i trolley, gli zaini, controlliamo per l’ennesima volta visti e passaporti, allacciamo le cinture e…la macchina non parte. 
Morta, stecchita, non dà segni di vita.
Panico immediatamente ricacciato indietro da due (ancora) lucide considerazioni:
A.     siamo ancora in perfetto orario
B.     possiamo chiamare Dario dicendo di venirci a prendere lui con la macchina di mamma e papà
Passano i minuti, cominciamo a superare la linea rossa del ritardo, goccioline di sudore imperlano le nostre fronti nonostante il freddo, ma Dario non si vede.
L’amato bene lo richiama: “’mbè?
Eh niente, non parte nemmeno questa, è andata giù la batteria, vengo a prendervi con la mia e incrociamo forte le dita!
Ed è così che, in una freddissima notte d’inverno,  due massicce sagome maschili sui sedili anteriori, una mingherlina femminile su quello posteriore, schiacciata sul finestrino per lasciar posto ai due trolley, gli zaini sulle gambe, i giubbotti contro il lunotto posteriore, sfrecciano (si fa per dire) sull’autostrada a bordo di una rombante Uno Fire con portabagagli inutilizzabile causa impianto a gas.
Piccola, scassata e arrugginita sì, ma intanto l’unica che sia partita al primo colpo…altro che suv e monovolumi con centraline elettroniche!



..Con queste drammatiche confessioni partecipo alla rubrica mensile Il senso dei miei viaggi del blog Viaggi e Baci.
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