"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 13 febbraio 2018

Sanremo - Ciambellone veg all'arancia


Ho vissuto -molto bene- gran parte della mia vita ignorando completamente Sanremo.
Contestandolo, anche.
Che quella manifestazione canora così patriottica e totalizzante proprio non la reggevo.
A parte quella fugace occasione in cui vinse Eros Ramazzotti e restai incollata alla tv fino alle due passate per vedere il mio idolo trascinato all’esterno dell’Ariston, per la consegna del cavallo bianco come premio oltre alla statuina della palma e del leone.
Poi mi sono sposata.
 E ho sposato uno che Sanremo ce l’aveva nel sangue e nelle imprescindibili tradizioni di famiglia.
Come la carbonara e la colazione di Pasqua.
La cacio e pepe e le partite della Roma.
Adesso, dopo quasi nove anni di matrimonio e un sottile ma costante indottrinamento, la settimana di Sanremo per me ha assunto un alone sacro e intoccabile.
Addirittura di gran lunga superiore alla tiepida simpatia nutrita dall’amato bene nei suoi confronti.
Un tifo sfegatato. Un amore viscerale.
Per quella settimana non esistono inviti a cena, altri programmi, perdite di tempo davanti ai fornelli, docce prolungate oltre i 5 minuti sufficienti per scrostare via la stanchezza della giornata e infilarsi comodamente nel pigiama.
Si fa in modo e maniera di rincasare per tempo, uscendo prima dal lavoro e prendendo, se necessario, anche un treno prima di quello solito.
Si predispongono (in anticipo) cene veloci, per non perdersi nemmeno una virgola fra battute, canzoni, gaffes, outfit e inquadrature sparse fra la platea a caccia di volti noti o facce annoiate.
A casa nostra Sanremo non si guarda soltanto, si studia.
Punto per punto. Canzone per canzone.
In modo scientifico.

Si medita, ci si confronta, si danno voti e si fa a gara per vedere chi ci azzecca e, al termine delle 5 serate, si è avvicinato di più alla triade vincente.
Difficile ogni volta stabilire i criteri di giudizio:
“ma dobbiamo votare in base al cuore o cercando di indovinare le tendenze del pubblico che voterà?” - chiede un dubbioso amato bene, amante della trasparenza e dei regolamenti cui appellarsi in casi dubbi.
“Ma no, votiamo in base alle nostre personali preferenze, poi se coincidono con quelle della maggior parte della gente tanto meglio. Si vince!” – suggerisco convinta per poi segretamente contravvenire alla regola subito dopo.
Una gara fra noi, un gioco che ci tiene incollati a testi e musica manco fossimo Claudio Cecchetto e Mara Maionchi a caccia di talenti.
Ed è così che quest’anno ci siamo deliziati davanti all’inedito di Lucio Dalla presentato da Ron, convinti che avrebbe vinto a mani basse perché “come fai mo’, dopo sta presentazione, a non farlo vincere?”. Felici di sbagliarci.
Stupiti davanti a una leggenda popolare trasformata in musica da un poetico Max Gazzè, che ci ha proiettato fotogrammi della nostra prima vacanza insieme, sul Gargano, proprio al cospetto di quel gigante di bianco calcare che aspetta tuttora il suo amore rapito e mai più tornato.
Trascinati a sorpresa dai ritmi tribali di un complesso giovane come i The Kolors, e da quelli indiavolati della vecchia-che-balla con Lo Stato Sociale che chi lo avrebbe mai detto, potessero piacerci così tanto?
Un po’ annoiati davanti a quelle melodie sempre uguali di un eterno malinconico come Barbarossa (o era Califano?), così come davanti ai soliti, prevedibili travestimenti di Elio e la sua banda.
Increduli davanti al decolletè perfettamente levigato e senza nemmeno un’imperfezione della Vanoni, così come davanti alla scelta di certi nomi. Che arrivare primo col nome di Ultimo pare un ossimoro, eppure eccolo là, sul trono del vincitore.
 Ma pure ostinarsi a non adottare un nome d’arte quando ti chiami “Caccamo” non è proprio così scontato.
Divertiti al ritorno, destrutturato, dei Pooh, prima e seconda versione. Come un tiramisù fatto con i pavesini e assemblato al contrario: cacao sotto, strato di mascarpone, biscotti sbriciolati sopra e caffè servito a parte.
Perplessi davanti alle musiche impegnate dei Decibel (ah, ma è Ruggeri?), di Mario Biondi, di Diodato e Roy Paci, che io boh, non so, mi sforzo, eh? Ma proprio non la capisco.
Incantata (solo io) davanti alla canzone vincitrice e soprattutto a Moro che è dall’anno scorso che tifo per lui e je l’avemo fatta, finalmente.
Incuriosita (sempre io) dagli outfit femminili delle varie Nina Zilli, Annalisa e Noemi, fra pizzi, parure smaltate, fiocchi, crinoline e reggiseni dimenticati.
E insomma, nella pletora di visi, testi e melodie, sulle nostre personalissime schede tecniche, di sera in sera, fioccavano voti che nei giorni potevano riconfermarsi, aumentare o crollare inesorabilmente.
Il criterio era la scala da 1 a 10, con sfumature lievi fra i mezzi punti e i segni più e meno (anche reiterati), tipo il 6 meno meno del compito in classe di latino.
Ma ci sono stati casi, in particolare uno, in cui l’amato bene proprio non ha potuto trattenersi.
E senza appello e senza nemmeno troppi riguardi per il costrutto grammaticale ha ritenuto di formulare il suo giudizio pacato e costruttivo.

Con la grazia che gli è propria.

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Ingredienti
200 ml di acqua tiepida
200 ml di succo e polpa di arancia (circa 2)
130 gr di zucchero di canna
90 ml di olio di semi di girasole 
200 gr di farina di kamut integrale
100 gr di farina di farro
1 bustina di lievito
1 bustina di vaniglia in polvere


Procedimento
Preriscaldare il forno a  180°. Riunire in una ciotola l’acqua e le arance spremute e sciogliervi dentro lo zucchero. Unire l’olio e successivamente, poco per volta, le farine setacciate insieme al lievito e alla vaniglia.
Versare tutto in uno stampo oliato e infarinato e cuocere per circa 30-35 minuti.





giovedì 20 agosto 2015

Una torta per me - Crostata di frutta con frolla di Kamut all’olio e crema pasticciera al latte di riso


Già ho dovuto sempre lottare contro semifreddi e torte gelato.
Che un compleanno a metà agosto di certo non può prevedere impalcature pannose e stratificazioni plurime di creme fresche
(e la mia amatissima torta di mele sarebbe quanto meno fuori stagione).
Quest’anno, per giunta, me la sono dovuta vedere pure con la mia dieta proibizionista.
E niente questo e niente quello.
E niente cioccolato e niente gelati (a meno che non siano privi di zucchero raffinato, latte, frutta secca, cioccolato…- sì sì, l'elenco proseguirebbe pure-).
E niente latte e niente frumento.
Condizioni alle quali progettare una torta risultava peggio che risolvere un rebus.
Perciò non mi rimaneva che farmela da sola, la torta di compleanno.
Valutando tutti i (tanti) divieti e mettendo insieme le (poche) concessioni.
Ma a volte basta solo cercare l’alternativa.
Che non sempre c’è, è vero.
Il cioccolato per esempio non ha rivali né sostituti né surrogati: è lui e basta, c’è poco da fare.
Ma per fortuna è estate e anche di quello si può (abbastanza) serenamente fare a meno.
Così è nata questa crostata di frutta alternativa.
Con limitazioni imposte perfino nella scelta della frutta stessa, perché
Niente banana
Niente uva
Niente ananas
Ma per fortuna l’estate offre una gamma molto ampia di scelta.
Poi l’uva in realtà l’ho usata lo stesso e quella della mia porzione generosamente (e faticosamente) ceduta all’amato bene.
Trovate tutte le alternative rimanevano giusto un paio di dubbi residui:
1) com’è una crema pasticciera fatta con latte di riso?
Ho preso la ricetta da lei e l’ho seguita quasi alla lettera, sostituendo lo zucchero semolato con quello di canna (e diminuendone un po’ la quantità) e poi l’amido di riso con quello di mais.
2) Si può fare la gelatina di copertura con lo zucchero di canna?
Questo ho lasciato che lo testasse prima mia cognata, che giusto una settimana prima aveva fatto una versione di una sua buonissima torta, del tutto compatibile con la mia dieta, che appunto prevedeva l’utilizzo del tortagel.
Sudori freddi e fiumi di messaggi:
questo lo puoi mangiare?
Quest’altro?
E comunque la gelatina con lo zucchero di canna sì, si può fare eccome: è la stessa cosa.
Quindi, sciolte anche le ultime remore, sono passata all’azione.
Ed è stato il paradiso.
Una crema vellutata come non mi era mai venuta.
L’aspetto invitante, il sapore sorprendentemente vicino a quello cui sono abituata da una vita.
Pure senza il latte di una vita.
Ed eccola là, la mia amata crostata di frutta, mai come questa volta dedicata esclusivamente ed unicamente a me medesima.
Con buona pace degli scettici che nemmeno si sono accorti che la crema era…senza latte!

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Ingredienti (per uno stampo da 26 cm)

Per la base
350 gr di farina di grano khorasan
150 gr di zucchero grezzo di canna
2 uova grandi
1 bicchiere di olio di semi di girasole
Scorza di un limone bio
½ bustina di lievito per dolci

+ 3 manciate di legumi secchi per cuocerla


Per la crema (qui la ricetta originale, di seguito quella con le mie variazioni)

400 ml di latte di riso naturale
3 tuorli
100 gr di zucchero di canna chiaro
40 gr di amido di mais
Scorza di 1 limone bio


Per la copertura:
Frutta a piacere, io ho usato:
2 kiwi non troppo maturi
Mezzo melone dal quale ho ricavato palline con l’apposito attrezzo
1 piccolo grappolo di uva nera
2 prugne rosse

1 bustina di Tortagel + 2 cucchiai di zucchero di canna


Procedimento
Io ho trovato comodo preparare la base il giorno prima e conservarla nell’apposito portatorta dove si è mantenuta perfettamente.
Setacciare la farina con il lievito, unire lo zucchero e mescolare bene. Creare al centro un cratere e rompervi le due uova sbattendole leggermente e incorporando un po’ di farina circostante. Unire l’olio a filo, profumare con la buccia di limone e impastare il tutto fino a formare un panetto liscio e compatto da riporre in frigo, coperto con pellicola, per qualche minuto. N.B.: se l’impasto dovesse risultare secco e faticare ad amalgamarsi, aggiungere un uovo piccolo. Purtroppo è difficile regolarsi con la grandezza delle uova, ma usando quelle di misura L non dovrebbero esserci problemi e bastarne 2. Nel frattempo preriscaldare il forno a 180° e spennellare d’olio uno stampo per crostata. Riprendere l’impasto e allargarlo con le mani direttamente nella teglia, tirandolo bene sui bordi. Bucherellarlo con i rebbi di una forchetta, coprirlo con un disco di carta forno, sistemarvi sopra i legumi secchi e cuocerlo per circa 25-30 minuti o comunque fino a quando non risulterà di un bel colore dorato.
Nel frattempo preparare la crema: mettere i tuorli in un tegame che poi andrà sul fuoco, aggiungervi lo zucchero e lavorare un po’ con una frusta a mano. Incorporare anche l’amido e infine versare il latte di riso a filo (io non l’ho scaldato e l’ho usato di frigo, lasciato per un po’ a temperatura ambiente). Tagliare strisce di scorza dal limone, avendo cura di evitare la parte bianca e unirle alla crema, quindi  cuocere a fiamma bassa mescolando sempre, fino a che non inizierà ad addensarsi e un paio di minuti dopo che avrà preso il bollore.
Quando sarà pronta, versarla in una ciotola di ceramica e lasciarla raffreddare completamente mescolando di tanto in tanto.
Assemblaggio:

Riprendere la base e ricoprirla di crema dopo avere eliminato le scorze del limone.

Decorare a piacere con la frutta e completare il tutto con la gelatina seguendo le istruzioni sulla confezione per cuocerla.


Conservare rigorosamente in frigo fino al momento di servire.


lunedì 18 maggio 2015

Il pane furbissimo e veloce dell’Arabafelice – Panini di Kamut ai semi di lino


È stato amore a prima vista.
Totale e incondizionato.
Adorazione sfrenata, desiderio impellente di provare.
Una serie di magici divieti ad alimentare il sacro fuoco della passione:
non impastare
non usare quelle robe complicate e necessitanti di cure continue come il lievito madre, nel mio caso peraltro, già opportunamente accoppato a suo tempo.
Non guardarlo.
Non considerarlo.
In pratica: dimenticarsene proprio.
Buttare tutti gli ingredienti in una ciotolona, amalgamare appena con una forchetta, giusto per non fargli fare proprio tutto da solo, poi coprire e lasciare lì dedicandosi a tutt’altro.
Uscire, fare bricolage, potare la siepe, passarsi lo smalto sulle unghie, leggere un libro, scrivere poemi.
Tutto: fuorché pensare al pane.
E pure quando risalterà in mente di avere, per l’appunto, un pane da cuocere e si tratterà di trasbordarlo dalla ciotola al forno, ma non se ne avrà voglia alcuna, mettersi tranquilli, che tanto non ci sarà bisogno di sbattersi a impastare e creare forme.
Basterà rovesciare tutto su un piano, tagliare approssimativamente e senza troppi riguardi il composto in vari pezzi, quindi schiaffare i futuri panini direttamente in teglia.
Unico sforzo cospicuo (ma assolutamente facoltativo, seppur vivamente consigliato, a posteriori): far scendere sui miserelli una pioggia di semini a scelta.
Fine della storia.
Fatica pari a zero, livello di impegno bassissimo, risultato fantastico.
Ed esce questo pane buonissimo.
Morbido, fragrante, con una crosticina deliziosa e quei semini meravigliosi a completare il tutto.
Il massimo per una come me che già all’idea di rinfrescare, pensare a come impiegare l’esubero, predisporre, impastare, sperare, pregare a mani giunte, abbandona in partenza e ripiega sulle gallette di riso.
Frettolosa, impaziente, curiosa da morire.
Lui autonomo, indipendente, pieno di iniziativa e prodigo di sorprese.
Io e questo pane velocissimo siamo fatti proprio l’uno per l’altra.
E se per caso poi curiose lo foste anche voi, provate ad assaggiare i panini appena tirati fuori dal forno….
Grazie Stefania, grata a vita!

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Ho provato la versione con il grano khorasan per la mia dieta che vieta il frumento. Con qualche perplessità all’inizio, perché non sapevo che resa avrebbe avuto.
A posteriori posso dire che:
- il composto iniziale non raddoppia di volume, ma cresce solo un po’. Non so se questo dipende dal tipo di farina o dalla giornata particolarmente umida e fresca.
- Per vederlo aumentato non è stata sufficiente un’ora e mezza ma ce ne sono volute 3.
- nel mio forno per la cottura sono bastati 20 minuti scarsi, ma come spiega Stefania, questo dipende dalla grandezza dei pezzi.
- i panini si conservano molto bene anche per il giorno successivo se chiusi bene in un sacchetto di carta.


Qua la ricetta originale, che riporto di seguito per comodità con le mie piccole variazioni.

Ingredienti (per circa 8 panini)

500 gr di farina di Kamut
375 ml di acqua
2 cucchiaini rasi di lievito di birra disidratato
2 cucchiaini rasi di sale
1 cucchiaino di miele
1 manciata di semi di lino

Procedimento
Mettere farina, lievito, sale e miele in una ciotola e a mano a mano aggiungere l'acqua mescolando con una forchetta per amalgamare, ma senza impastare.
Coprire la ciotola con pellicola e lasciare riposare finché non raddoppia di volume (o comunque cresce almeno un po').
Ci vorranno almeno un paio d'ore.
Trascorso questo tempo, predisporre un foglio di carta forno cosparso di farina e rovesciarvi sopra il composto cercando di non sgonfiarlo troppo.
Tagliarlo sommariamente in 8 pezzi (io ho staccato direttamente con le mani senza nemmeno utilizzare il coltello e sempre SENZA IMPASTARE, adagiare ciascun pezzo su una teglia ricoperta di carta forno.

Completare ogni panino con una manciata di semi di lino e infornare a 230° in forno preriscaldato per circa 20-30 minuti, secondo il forno.






domenica 23 novembre 2014

Novembre: tocca a me! - Ciambellone variegato menta e cacao per "Tu come cucineresti?"














Partecipo da un annetto, forse anche di più.
Non proprio ogni mese, ma con una certa costanza.
Diciamo che le eccezioni sono state poche e solo per causa di forza maggiore:
assenza per viaggio, ingrediente particolarmente indigesto all’amato bene o allergia mia, per esempio, alle pesche come è capitato nel caso di un dolce la scorsa estate.
In tutti gli altri casi mi segnalavo e restavo lì, speranzosa di venire estratta.
Non perchè poi la ricetta non potessi provarla ugualmente per i fatti miei: e di Claudia me ne sono salvate (e ne ho rifatte) non una ma un migliaio forse….
Ma rifarla per uno scopo preciso come è quello della sua rubrica mensile aveva una marcia in più.
Siccome la costanza paga, la ruota prima o poi gira per tutti e a chi tocca nse ngrugna….stavolta è toccato proprio a me e mi sono tutt’altro che ingrugnata!
Anche perché mi toccato con un dolce che era da tempo immemore che volevo provare e la cui ricetta infatti era puntualmente finita lì, nella cartellina di quelle salvate, “in attesa di”.
Naturalmente parlo della rubrica “Tu come cucineresti”, del blog My Ricettarium, la cui Autrice ogni mese propone una ricetta, tra quelle da lei pubblicate, da provare a realizzare anche, volendo, apportando variazioni e piccole modifiche.
E poi rispondendo a tre semplici domande:
Se è piaciuta
Se si sono incontrate difficoltà nel realizzarla
Motivo di eventuali variazioni o sostituzioni degli ingredienti.
Ed eccolo qua il mio/suo ciambellone variegato con menta e cacao.
Da lei per la risposta alle domande e ogni altro dettaglio per partecipare.



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Ingredienti (per uno stampo a ciambella da 26cm)
1 vasetto di yogurt senza lattosio (115 gr) bianco
3 uova medie
1 vasetto di zucchero semolato
1 vasetto di olio d'oliva  di semi di girasole (perché non mi piace il sapore dell’olio di liva nei dolci: ne preferisco uno più tenue)
3 vasetti di farina di grano Khorasan Kamut® Molino Rossetto (2 di 00 e 1 di fecola di patate perché volevo realizzare la torta allo stesso modo in cui faccio di solito il ciambellone allo yogurt)
1 bustina di lievito vanigliato
2 cucchiaini di aroma naturale vaniglia 1 bustina di vanillina (per abitudine)
1 vasetto di sciroppo alla menta
3 cucchiai di cacao amaro 
zucchero a velo 

ALTRE AGGIUNTE:
-  GOCCE DI CIOCCOLATO FONDENTE (NELLA PARTE VERDE)
- 1 DITO DI LATTE NELLA PARTE MARRONE PER SCIOGLIERE IL CACAO
- 1 PIZZICO DI SALE (PER ABITUDINE)

Procedimento:

Svuotate il vasetto dello yogurt versandolo in una ciotola. Sciacquate il vasetto ed asciugatelo, vi servirà per dosare gli ingredienti. In una larga ciotola sbattete con una frusta le uova con lo zucchero E UN PIZZICO DI SALE finchè diventeranno chiare e spumose. Unite l'olio, le farine e il lievito setacciati, l'aroma di vaniglia e infine lo yogurt, avendo cura di amalgamare bene ogni ingrediente prima di aggiungerne un altro. Dividete l'impasto in 2 ciotole, in una unite lo sciroppo di menta ed amalgamate, nell'altra aggiungete il cacao e mescolate. Ungete ed infarinate uno stampo per ciambella (io ho saltato questo passaggio avendo utilizzato uno stampo e versate dapprima il composto alla menta e poi quello al cacao. Con la lama di un coltello (o uno stecchino) fate dei cerchi concentrici sulla superficie per creare l'effetto variegato. Infornate in forno già caldo a 180° per circa 40 minuti, fate sempre la prova stecchino. Attendete che sia freddo prima di toglierlo dallo stampo. Servite spolverizzando di zucchero a velo a piacere.


-HO UTILIZZATO UNO STAMPO DA 26 perché NON NE HO UNO Più PICCOLO!
- HO AGGIUNTO 3 CUCCHIAI DI FARINA ALL’IMPASTO VERDE perché MI SEMBRAVA TROPPO LIQUIDO.





martedì 19 febbraio 2013

Pole pole (piano piano) - Crostata di kamut ai mirtilli neri con frolla allo yogurt


Non si può certo dire che io sia quella delle decisioni rapide.
È vero per esempio che, tra una cosa e l’altra, ho impiegato circa 19 anni per decidere di convolare a nozze.
E sarebbero stati anche molti di più se l’amato bene a un certo punto non mi avesse presa in contropiede (e anche un po’ alla sprovvista, che certe cose mica per forza ce le si aspetta..) con proposta formale completa di: fiori, anello, genuflessione, prenotazione istantanea della chiesa (a scongiurare ripensamenti reciproci) e week end improvvisato a Parigi.
Nella mia famiglia d’origine, a parte il poco lusinghiero soprannome di Hitler (sembrerebbe per una certa inflessibilità su banali questioni di regole e modi di comportamento da me medesima professati e pretesi), il mio secondo nome era “pronto intervento” per la rapidità con cui ero solita, appunto, intervenire nei casi urgenti.
Lenta di riflessi, un filo apatica e leggermente sorda, ammetto che ho bisogno di qualche minuto per realizzare: A) che si stia chiedendo proprio il mio aiuto B) che i neurotrasmettitori facciano il loro lavoro e mandino i giusti impulsi al cervello C) che decida, fattivamente, di alzarmi dalla sedia e andare in soccorso.
Del tipo che se mia madre mi urlava dalla cucina “Corri che mi va fuori tutta l’acqua della pasta che bolle, io ho le mani occupate”, quella poteva tranquillamente tracimare con tutto il suo contenuto prima che io mi materializzassi sul posto.
Anche se erano solo due i metri che mi separavano dal luogo del misfatto.
Per non parlare poi del telefono che squillava: “Rispondi tu che sono sotto la doccia!!”
Ma dall’altro capo del filo una decina di squilli dovevano sembrare decisamente troppi per pensare che qualcuno di lì a poco potesse alzare la cornetta.
Di certo non io, che puntualmente arrivavo giusto in tempo per sentire il segnale di (nuovamente) libero.
(sarà per questo che nella casa che divido con l’amato bene s’è deciso di non metterlo proprio il telefono fisso?).
Per tutti i motivi di cui sopra, personalmente non mi è sembrato affatto strano decidere a un certo punto dello scorso anno, di andare finalmente alla coop a comprare la farina di Kamut che mi aveva consigliato Carla.
E pazienza se fosse fine luglio e il consiglio risalisse più o meno a febbraio.
In fondo lì ero stata fin troppo rapida per i miei standard, arrivando a maturare la decisione in soli 5 mesi.
Con quella farina dovevo fare una crostata.
Ma per quella c’è voluto un po’ di più.
Precisamente il mese di febbraio dell’anno in corso, cioè la scorsa settimana quando, aprendo la dispensa per prendere una scatola di fagioli mi è tornato davanti il sacco della farina in questione.
Un anno preciso dunque, ma che sarà mai, di fronte all’eternità?
Ed ecco qua come è nata la seguente crostata.
Che mi piacerebbe donare a Ombretta per il Giveaway del suo compleanno.
………Possibilmente di quest’anno!
Ragione per cui, bando alle chiacchiere, mi affretto a postarla onde rischiare che rimanga in archivio ancora un po’ o finisca direttamente nel dimenticatoio.

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Per la ricetta ho preso spunto dalla “Crostata morbida di marmellata” di Benedetta Parodi, apportando però sostanziali modifiche relative innanzitutto all’utilizzo dell’olio anziché del burro, alla riduzione drastica dello zucchero, e all’impiego per l’appunto della farina di kamut in luogo della 00.
Devo dire che s’è verificato il solito problema di tutte le ricette di torte prive dell’indicazione (per me fondamentale) della misura dello stampo da utilizzare, percui sono sicura che la crostata si sarebbe cotta meglio se avessi usato uno stampo più piccolo del mio da 26!
Mi è piaciuta moltissimo la consistenza un po’ sabbiosa e il sapore più rustico della farina di kamut, che però devo provare in una frolla classica o in altre ricette per poter capire fino in fondo.
A parte questo però la frolla allo yogurt mi ha convinta soprattutto per la leggerezza e per il profumo meraviglioso che emana già da cruda, tanto da far venire voglia di addentarla prima ancora di cuocerla!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)
300 gr di farina di kamut bio
80 gr di zucchero semolato extrafino
75 gr di yogurt ai frutti di bosco
75 gr di olio di semi
1 uovo intero
1 cucchiaino di lievito
1 pizzico di sale
Un vasetto di marmellata di mirtilli neri

Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°.
Sbattere l’uovo con lo zucchero  e il pizzico di sale finchè non diventa bianco e spumoso. Unire l’olio e lo yogurt, quindi aggiungere la farina setacciata con il lievito.
Abbandonare la frusta e lavorare con le mani fino a ottenere un impasto morbido ma compatto,
 quindi infarinare il piano di lavoro e stendere ¾ dell’impasto fra due fogli di carta forno (per evitare che si appiccichi e di aggiungere troppa farina).
Oliare bene uno stampo per crostata e infarinarlo. Sistemarci dentro la sfoglia stesa avendo cura di alzarla bene sui bordi e, 
dopo averla bucherellata qua e là, riempirla di marmellata.
Aggiungere altra farina alla pasta rimanente per poterla lavorare meglio e ricavare delle strisce o delle forme a piacere con i tagliabiscotti.

Cuocere per circa 25 minuti secondo il proprio forno.




con la speranza che le piaccia e che le trasmetta il senso di libertà e leggerezza delle farfalle come augurio per la sua vita!

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