"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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giovedì 3 giugno 2021

Stop – Torta all’acqua al cioccolato e fragole


È accaduto esattamente così, nel modo più assurdo, incredibile e inverosimile possibile. Non che esista un modo bello in cui certe cose possano accadere, ma nel caso specifico, a sorprendere e lasciare del tutto attoniti è stata soprattutto la tempistica.

Quando il calendario (almeno cartaceo, non certo quello meteorologico) cominciava ad annunciare l’ingresso nel vivo della primavera, con i primi, timidissimi pensieri rivolti all’estate; i prati così come la campagna vaccinale erano nel pieno della loro più florida fioritura; l’ormai famoso indice Rt nazionale si scapicollava giù, in discesa libera; le maglie delle aperture si andavano sempre più allargando e noi bimbi felici sguazzavamo in un’oasi di sorrisi ebeti e flebili speranze, tra aperitivi e caffè in bicchierini di plastica consumati sui marciapiedi… è proprio allora, dicevo, che noi, famiglia, ci siamo ritrovati con lo spettro, divenuto subito drammaticamente tangibile e reale, di ben 3 contagiati!

Uno dopo l’altro, a strettissimo giro, giusto quello effettuato sulla giostra dei tamponi e delle attese.

Fratello, cognata, nipotina di nemmeno 3 anni.

Che fino a quando lo senti in televisione pensi sempre che sì vabbè, passerà.

Ma quando lo vivi e lo tocchi con mano e corri a farti un tampone perché potresti, ma magari no, chissà, esserti contagiato pure tu, la faccenda si fa dannatamente seria.

Diventa tutto, all’improvviso, molto spaventoso.

Per sé, per chi ti sta accanto, per tutti quelli con cui potresti essere venuto in contatto e inconsapevolmente aver contagiato.

A questo rassicurante scenario, tanto per rimescolare le carte e far rabbrividire un po’ di più, si è aggiunto un febbrone da cavallo occorso al nonno, mio papà.

La scoperta poi che si trattasse di colecistite, e che solo per qualche insondabile mistero (cui non smettere mo mai di essere grati) lui e mia madre, non fossero annoverati fra i contagiati ci ha fatto tirare il fiato giusto il tempo di cominciare ad affrontare il problema sull’altro fronte, quello appunto fatto di visite gastroenterologiche e chirurgiche di una certa urgenza con annessa programmazione di intervento.

Ma sempre meglio del Covid. Immagino.

In tutto ciò si inserivano, serpeggiando nel sottobosco delle ansie miste a terrore, le date dei vaccini di tutti. Fra dubbi, paure reali, indecisioni, tentennamenti, appelli a forze superiori che aiutassero a prendere decisioni o semplicemente accettare quelle degli altri.

Fra lotti ritirati, monitoraggi di reazioni avverse, notti in bianco e febbroni vari possiamo tranquillamente affermare di vivere in apnea più o meno dal 12 marzo, data della prima dose di vaccino somministrata all’amato bene. 

Ora siamo qui, in attesa di negativizzazioni, seconde dosi, interventi chirurgici e tempi migliori.

Senza pensare troppo, coltivando piccoli attimi di felicità, ritagliando minuscole oasi di silenzio o di mare in cui tirare un attimo il fiato e mettere a tacere quei tic nervosi che, soli, tradiscono un trascurabile disappunto.

Ma celano bene l'inferno di cristallo che arde nelle anse dell'intestino.

La notizia che nel circondario il numero totale dei contagiati, dai 300 e passa di questo inverno fosse sceso a 32, 3 dei quali solo “i nostri”, di certo costituiva un primato davvero poco invidiabile.

Ma, come dicevamo, le cose fanno il loro corso; il tempo, anche se non sembra, scorre imperterrito e, pur magagnati e con la sensazione di essere stati presi a calci e pestati, a un certo punto, non si sa come, ci si trova traghettati fuori dalla tempesta.

Non ancora del tutto, eh?

Ma quanto meno si impara a navigarci dentro.

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Quella che nell’ansia generale non si è mai persa è la voglia di cucinare dolci. Che anzi semmai è pure cresciuta, presi come si è, dall'impellenza di colmare vuoti cosmici. Naturalmente sempre senza esagerare, che mica perché si è lievemente angosciati ci si scorda della forma fisica... ma quando si stratta di cioccolato, per quanto mi riguarda, basta anche solo nominarlo per sentirsi meglio. Ho rubato questa ricetta alla bravissima Elena, affascinata dalla sua definizione di questa torta come di una “torta cuscinetto”. Per la morbidezza, per il fatto di costituire un appoggio validissimo a ogni tipo di accompagnamento. Certo mi sarebbe piaciuto farla con i lamponi come lei, ma non li ho trovati e per il momento mi sono accontentata delle fragole. Siccome non ero abbastanza disperata ho ritenuto di voler diminuire la quantità totale di zucchero, ma se non amate i dolci poco dolci, la quantità originale è quella giusta!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)

300 g farina (io di farro)

30 g cacao amaro

180 g zucchero (io 150, di canna)

10 g lievito per dolci

1 pizzico di sale

vaniglia (in polvere, in pasta o i semini di un baccello),

120 ml olio di semi

360 ml acqua,

2 cestini di lamponi (io ho usato fragole)

100 g cioccolato fondente

100 ml panna fresca (io vegetale)

 


Procedimento

Accendere  il forno a 180 °C e preparare l’impasto della torta.

Versate la farina, il cacao, lo zucchero, il lievito, il sale e la vaniglia in una ciotola. Mescolare e unirvi l’olio e l’acqua, lavorando con una frusta per non formare grumi.

Versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata e infornare per 40 minuti.

Sfornate la torta lasciare raffreddare completamente.

Nel frattempo tritare il cioccolato a coltello e versarlo in una terrina.

Fare scaldare la panna e versarla calda sul cioccolato mescolando con una frusta a mano in modo tale da far sciogliere il cioccolato e ottenere una ganache liscia e senza grumi. Lavare le fragole e privarle del picciolo. Dopodiché tamponarle con due fogli di scottex.

Quando la torta all’acqua sarà fredda, toglierla dallo stampo ribaltandola sul piatto da portata (in questo modo si avrà una superficie liscia da decorare con la frutta).

Spalmare tutta la superficie della torta all’acqua con la ganache al cioccolato fondente fredda e decorare con le fragole.

Completare spolverizzando dello zucchero a velo ed eventualmente decorando con foglioline di menta.



 

 

lunedì 8 marzo 2021

Sanremo – Koulourakia (ciambelline greche alla grappa)

 

Avevo deciso che non l’avrei guardato nemmeno di striscio, in lontananza, per sbaglio.

Poi l’amato bene mi ci ha trascinata dentro con tutte le scarpe.

Con la prospettiva di giocare, come ogni anno, a fare i critici musicali, di costume e di ascolti televisivi con tanto di liste di canzoni alla mano e votazioni da dare serata dopo serata.

Con l’idea, anche, di uscire momentaneamente fuori dal loop delle serie televisive su Prime e, insomma, perfino di ritrovare un’abitudine vecchia risalente a prima della pandemia, quando tutto era diverso e bello.

Ecco: per la verità questo era l’aspetto che temevo maggiormente. Immergermi in un mare di tristezza sulla scorta di un amarcord sull’ultimo anno di vita, paragonabile a dieci, che avrebbe fatto solo male.

E poi, meno filosoficamente, mal digerivo i soliti due volti ormai noti, quegli strambi figuri che si continuano a descrivere in modo distorto facendo credere che la spalla sia il presentatore e il presentatore la spalla quando poi è vero esattamente il contrario e comunque di due non ne fanno mezzo.

Comunque, orticarie a parte,  pensavo (come sempre) di piazzarmi sul divano dalla prima all’ultima sera concentrandomi almeno sulle canzoni, ascoltando, guardando, facendo gossip.

Ma, come ogni anno e tradizione che si rispetti, non sono mai riuscita ad oltrepassare, lucida e presente a me stessa, le 23 e così sono arrivata alla serata finale che di canzoni ne avevo ascoltate su per giù la metà, saltando a piè pari cover e duetti.

Mi sono rifatta però il sabato sera, restando in piedi fino alle 2 passate quando, a classifica ormai declamata, mi sono resa conto che i miei beniamini (individuati pur nella parzialissima visuale che avevo dell'intero cast) non figuravano fra i primi 3 e quindi non aveva più senso guardare e tanto vincono sempre i soliti e chi me l'ha fatto fare di vedere Sanremo pure quest'anno e di su e di giù.

Fra un occhio chiuso e l'altro semiaperto delle serate precedenti infatti avevo avuto agio perfino di crearmi un mio podio ideale composto da:

Max Gazzè al primo posto

Bugo al secondo

Colapesce (ribattezzato "Scolalapasta" dall'amato bene che ha poca memoria per nomi e titoli) e Dimartino al terzo.

Del primo non mi hanno colpito i travestimenti assurdi, ancora meno  il messaggio veicolato. Ma quegli affascinanti incastri linguistici, quella scrittura lievemente più curata e soprattutto  quella vena di follia che porta un cantautore a partorire una canzone snocciolando principi attivi e rimedi fitoterapici. Non è geniale una cosa del genere?

Il secondo, Bugo, mi  sta troppo simpatico. Lui e quella sua aria stralunata, stonata, affaticata e con quel motivetto così accattivante che non faccio che cantare e ricantare.

E poi ci sono i terzi, quelli leggerissimi e impalpabili che pure nei luoghi comuni dei "silenzi assordanti" ti riportano dritto agli anni '80 con tanto di pattinatrice che ancora non si è capito bene in che misura fosse funzionale all'esibizione ma intanto eccoci qui a parlarne.

Ecco, mi sono piaciuti tanto questi tre (quattro): semplici (vabbè il primo non tanto ma poi vederlo scapicollarsi fra le poltrone dell'Ariston impersonando, senza artifici né effetti speciali Superman non lo rende, in fondo, "semplice"?), lineari, carini, senza strilli e senza afflati rivoluzionari...(ogni riferimento ai vincitori del primo posto non è affatto casuale)

E poi finisce. lo si critica, ci si arrabbia, si discute animatamente e poi lascia il vuoto e da oggi si pensa: e mo', che ci vediamo stasera?

Per fortuna che c'è Alexa alla quale posso chiedere di riprodurre in loop le mie tre preferite. 

E pure qualche altra, dai.


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Queste meravigliose ciambelline greche, come apprendo dal blog di Irene a questo link sono tipiche della pasqua ortodossa e, come spiega nella premessa alla ricetta, “la rakì, tassativamente al femminile, è un distillato cretese da uve non destinate alla vinificazione. Lo tsipouro invece è sempre un distillato di uve, proveniente dalla Grecia continentale”. Ecco: mi sono approcciata a questi biscotti senza avere in casa né zucchero semolato né grappa bianca che figurava come ultima alternativa al raki (bevuto in abbondanza durante le nostre vacanze cretesi) o allo tsipouro greci. Ma era talmente forte la voglia di farli che ho sostituito perfino la farina bianca con quella di farro sbattendoci dentro dello zucchero di canna e della grappa invecchiata in barrique.

Il motivo per il quale quindi, nonostante la perfetta cottura di appena 20 minuti contro i 35 richiesti, non siano risultati pallidi come avrebbero dovuto essere è che, visti gli ingredienti “bruni”, questa sarebbe stata un’aspettativa impossibile da soddisfare. Ma il sapore, posso garantire, ci ha trasportati direttamente sulla spiaggia di Kato Zakros, nel punto più sperduto e meraviglioso di Creta.

 

Ingredienti (per 15 koulourakia)

350 g di farina 00 o 0  di farro

un pizzico di sale

110 g di zucchero semolato di canna

65 ml di olio di oliva (optare per un olio leggero, in alternativa un olio di semi)

25 ml di spremuta di arancia

25 ml di succo di limone

50 ml di tsipouro (non aromatizzato)  o rakì (in alternativa una grappa bianca)

1 cucchiaino da tè di bicarbonato di sodio

 


Procedimento

Sciogliere il più possibile lo zucchero nell’olio mescolando con una frusta a mano.

Mettere in un bicchierone  i due succhi e scogliervi dentro il bicarbonato. Dopodiché unirli al composto di olio e zucchero. Aggiungere anche la grappa e mescolare.

Versare  la farina setacciata poca alla volta e impastare fino a ottenere un impasto morbido e liscio.  Formare una palla, coprire  e lasciare riposare per 30 minuti.

Accendere il forno a 180 gradi, modalità statica.

Dividere l’impasto in pezzi di circa 40 g l’uno e plasmare  i koulourakia nella forma desiderata (io ho optato per delle ciambelline.

Sistemarli sulla placca rivestita di carta forno e infornare per circa 35 minuti (nel mio ne sono bastati 15 in meno!).

Tenere presente che i koulourakia non devono imbrunirsi, ma restare quasi pallidi.

Togliere dal forno, fare raffreddare e conservare in una scatola di latta.



lunedì 15 febbraio 2021

Depistaggi - Torta vegana al cocco

 

Si può regalare, per san Valentino come per ogni altra occasione, un tubetto di crema cortisonica?

Dunque le cose stanno così: da qualche anno a questa parte mi curo prevalentemente con medicina omeopatica e attualmente sono alle prese con una dermatite, di cui soffrivo durante l’adolescenza, che è rispuntata fuori ora, a distanza di qualche anno e che sto pazientemente curando con i suddetti rimedi.

L’amato bene, da uomo tollerante e intelligente quale è, mi appoggia in questa mia scelta sebbene non approvi fino in fondo proprio tutte le sue sfaccettature.

E in particolare si e mi domanda se su quella mano martoriata di bolle e croste non faccia prima a mettere un bello strato di crema al cortisone che metterebbe fine, in un batter d’occhio, a pruriti e aspetto da zampa di rettile anziché riporre la mia speranza in tubetti di granuli e unguenti prodigiosi per giorni e giorni di fiduciosa agonia.

Ma io, testarda e (assolutamente) fiduciosa, appunto, vado per la mia strada glissando su ogni offerta medicamentosa che non sia contenuta in tubetti “senza indicazioni terapeutiche approvate”.

Mattina di san valentino. Non me lo aspetto nemmeno un vero e proprio regalo per la verità. Tutt’al più fiori. E invece te lo vedo arrivare con un pacchetto piccolo, grazioso, infiocchettato.

Apro e scopro una scatola di pomata. E mi fermerei lì, che lo conosco il suo spirito burlone. Infatti rido a crepapelle e gli dico che è stato proprio forte a propormela così, sotto forma di regalo d’amore, questa crema al cortisone che mi ostino a non voler usare.

Mi fa anche tenerezza, che se me la regala per san Valentino vuol dire che gli faccio proprio pena con questa mano disastrata e soffre a vedermi così e vuole aiutarmi a tutti i costi.

Non collego nemmeno quel tubetto già aperto e spremuto a quello sepolto nel nostro cassetto delle medicine e che avevo comprato (non mi ricordo nemmeno più quando) per lui.

Infatti mi viene in soccorso e dalla scatola spunta un rotolo.


Pieno di scritte.


La cosa si fa interessante. Conosco questo tipo di sorprese, cui non è nuovo, sebbene ogni volta mi stupisca in modi diversi.

Perché sì, quello pieno di fantasia e capace di sorprendere con idee e trovate incredibili e romantiche è lui, mica io.

Stento a crederci però. Che siamo in piena pandemia, con tutti i divieti e le restrizioni del caso.

Ma lui è un uomo pieno di fiducia e ottimismo.

Quasi come me con l’omeopatia.

Di fatti non mi sbaglio: è proprio un programma di viaggio quello che sto srotolando fra le mani. Mi basta leggere la prima scritta, “partenza da Roma Fiumicino….” per non capire più niente e farmi trasportare da un progetto reale e concreto.

Niente mete lontanissime, isole in mezzo al mare e voli intercontinentali.

Un volo di due ore e mezza.

La prospettiva, ancora lontana e purtroppo piena di insidie e incertezze, di un viaggio.

Mai regalo mi è sembrato più bello e prezioso.

La crema al cortisone può tornare nel cassetto.

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Sono pochi i dolci di questo sito  che non mi viene voglia di provare appena li vedo. Questo è uno di quelli che ho letto e subito realizzato, pur non avendo in casa tutto l’occorrente. Per esempio l’ingrediente principale: quel cocco rapè (polpa di cocco grattugiata, ridotta in scaglie e senza ulteriori processi di raffinazione) che pare sia molto diverso dalla farina di cocco (con una grana estremamente fine e uniforme), e che per me, fino a oggi, pari erano. Invece no! Disponendo allora solo di banale “farina di cocco”, e non potendo aspettare oltre, io la torta l’ho realizzata con quella. Ma se da una parte ho tolto, dall’altra ho aggiunto: così, anziché utilizzare il latte di soia ne ho messo uno di riso al gusto di cocco. Poi ho diminuito leggermente  la quantità di zucchero, impiegato olio di riso anziché di semi  e giocato come al solito con le farine. La consistenza di questa torta è molto “sbriciolosa”, ma allo stesso tempo soffice. E comunque, se poco poco amate il sapore del cocco non potete proprio esimervi dal provarla!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro)

300 ml di bevanda di riso al cocco

250 gr di farina di farro integrale

150 gr di farina di cocco

80 ml di olio di riso (o di semi di girasole)

80 gr di zucchero di canna

1 bustina di polvere lievitante (cremor tartaro + bicarbonato)

Mezza bacca di vaniglia (o 1 bustina di vanillina)

30 gr di gocce di cioccolato extrafondente

 

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. Raccogliere in una ciotola le farine, il lievito e lo zucchero di canna. Unire anche il latte di riso al cocco e l’olio e amalgamare bene tutti gli ingredienti fino a ottenere un composto omogeneo. Da ultimo incorporare anche le gocce di cioccolato e versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata. Cuocere per circa 45 minuti, fino a che la superficie sarà dorata e l’interno completamente cotto.



 

martedì 15 dicembre 2020

Che tempi! - Plumcake al caffé e nocciole

Le nuove frontiere del blogging: un post scritto, composto ed editato (su quest'ultimo punto non garantisco) direttamente dal cellulare!

Mai avrei creduto possibile raggiungere simili vette di sciatteria.

Che, pazienza scrivere saltuariamente e ormai senza nemmeno più uno straccio di piano "editoriale". Pazienza pure soprassedere sull'addobbo natalizio della casa che quest'anno dall'8 dicembre che è stato portato a compimento è passato pure in cavalleria (a parte lo sbandieramento  su facebook) e non è da me.

Ma che addirittura non trovi tempo né agio di mettermi comoda al computer a comporre e digitare uno scrittuccio dignitoso non l'avrei mai creduto possibile.

Le prime avvisaglie mi sono arrivate da quelle volte in cui ho iniziato a trovare normale corredare i miei post di foto scattate direttamente con lo smartphone. Magari di sera. O di mattina all'alba con la casa ancora immersa nel buio. Avrei dovuto immaginarmelo che il passo successivo sarebbe stato questo.

Ma dice che bisogna stare al passo con i tempi, con il cambiamento e con le novità. Farsi flessibili.

Sarà, io comunque continuo a preferire i vecchi metodi. Quelli appunto del computer e di sedia e scrivania.

Ma tant'è. 

Annaspando nella sciatteria comunque riesco ancora a scovare chicche come la ricetta di questo plumcake che ho visto qui. Io adoro il caffè, ma ormai da anni ne bevo soltanto uno al giorno e solo occasionalmente due.

Ho quindi imparato ad amare anche l'orzo, miserello sostituto cui ci si abitua giusto per rassegnazione. Ho voluto però combinarli e fare un po' e un po'. 

Casualmente avevo anche un piccolo brick di bevanda vegetale di riso alla nocciola...facile decidere di miscelarli con quello i due caffè solubili.

Infine, giusto qualche giorno fa avevo comprato un sacchetto di zucchero di canna integrale che ha questo aspetto qui e sa tanto di liquirizia.

Combinazione perfetta, tanto che quando mi sono trovata davanti questa ricetta non mi sono potuta esimere. Per concludere con gli aggiustamenti e le varianti, ho usato farina di farro e di farro integrale. E insomma, pur con tutte le piccole modifiche apportate è uno di quei dolci che penso rifaró spesso: troppo buono con quella consistenza umida sotto la crosticina croccante. L'aroma deciso e avvolgente di un caffè quasi speziato.

Sì perché qua di biscotti natalizi non ne facciamo. Tempo zero, voglia non ne parliamo. In compenso quest'anno, oltre ai consueti cuoricini di zenzero, ne abbiamo provato un altro tipo di IKEA, a base di avena e cannella. Belli e fatti che basta aprire la scatola. Altro che impasta, inforna e guarnisci.

 Il tutto mentre addobbavamo a più non posso.








Con surplus di luci, rispetto agli anni scorsi e nessun altro gingillo aggiunto al novero escludendo una pupazza alata che ci guarda dalle scale.

E quindi ecco, alla fine se in calce a questo post attacco qualche foto del tutto riesco a sbrigare pure la pratica "post su addobbi natalizi".

Mentre abissi sempre più profondi di sciatteria paiono inghiottirmi.

Ma il plumcake provatelo, che ne vale veramente la pena!

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Trovate la ricetta originale sul blog di Alice , Pane libri e nuvole, a questo link.

 Di seguito la mia versione.

Ingredienti

180 g di farina di farro bio
100 g di farina integrale di farro
3 uova
100 g di zucchero di canna integrale
110 ml di olio di semi
150 ml di latte di riso alla nocciola
2 cucchiaini di orzo solubile
1 cucchiaino di caffè solubile
1 bustina di lievito in polvere
70 g di nocciole tostate
1 pizzico di sale


Procedimento

Preriscaldare il forno a 180° e ungere e infarinare uno stampo da plumcake.
In una ciotola setacciare le farine e il lievito.
Tritate molto grossolanamente le nocciole, lasciabdobe da parte una decina per la superficie.
In un pwntolino scaldare il latte alla nocciola e poco prina dell'ebollizione spegnere e sciogliervi dentro il caffè d'orzo e quello solubile. Mentre si raffredderà un pochino, montare le uova con lo zucchero con le fruste elettriche per almeno 7-8 minuti, fino ad avere un composto gonfio e spumoso. Unire l’olio a filo, il latte e infine incorporare le farine con una spatola.
Da ultimo unire anche le nocciole, e mescolare bene.
Versate l’impasto nello stampo e distribuire in superficie le nocciole rimaste, tagliate a metà.
Cuocere per 35-40 minuti circa facendo la prova stecchino per verificare la cottura

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martedì 24 novembre 2020

Indovina – Torta di avena e cocco

 


Dunque sì, a prima vista, senza occhiali, potrebbe sembrare una cheesecake al cioccolato.

Solo che quelli non sono biscotti digestive intrisi di burro e quello sopra non è cioccolato.

Se è per quello poi, di formaggio non c’è nemmeno l’ombra.

Aguzzando un po’ la vista poi, a un secondo sguardo, più attento, potrebbe dare l’idea di una crostata mal riuscita.

Dimenticata nel forno (in funzione grill) e carbonizzata nella parte superiore mentre quella sotto era venuta tanto bene, mannaggia!

Continuando a scervellarsi potrebbe essere scambiata pure per una sbriciolata invertita, col ripieno emerso, per qualche oscura ragione, e le briciole esplose e rimaste appiccicate sul fondo dello stampo.

Ma nemmeno tirando a indovinare si potrebbe dire che invece è una torta fatta di…fiocchi di avena!

Già, perché io finora con i fiocchi di avena facevo giusto il porridge per la colazione, che poi il nome è solo per capirsi perché in realtà io mi limito a riempire la mia bella tazza di fiocchi, mela, uvetta, mandorle, cannella e tutto quello che trovo nella dispensa, poi a ricoprire tutto di latte di soia bollente quel poco che basta per ammorbidire un po’ e far sì che il risultato non si incastri sulle pareti dell’esofago mentre lo mando giù a piccole e prudenti cucchiaiate.

È che le pappette non mi piacciono, ma dice che il porridge d’avena al mattino fa tanto bene, quindi ecco, mangiare i fiocchi d’avena crudi, nemmeno tostati, mi pareva un buon compromesso.

Poi è arrivato Marco Bianchi e questa sua torta che dire che mi incuriosiva è essere proprio riduttivi.

Siccome non mi pareva abbastanza azzardata, ho pensato di togliere dalla lista degli ingredienti pure quei miseri 80 gr di zucchero che prevedeva e di sostituirli con una decina di piccoli datteri frullati...

E ovviamente di usare una marmellata fatta di soli zuccheri della frutta e dolcificata quindi con succo di mela concentrato.

Ecco, la marmellata: avrebbe dovuto costituire il ripieno.

Ma nel momento in cui ho messo il secondo strato di impasto sopra a quello di marmellata per l’appunto, quella ha iniziato a strabordare conquistandosi spazio e finendo per riemergere completamente.

Assumendo poi tutti gli aspetti di cui sopra: da crostata riuscita male, a cheesecake (magari!), a torta mistero.

Che però è stata una rivelazione.

Di gusto, consistenza, sostanza.

Almeno per una volta i fiocchi d’avena riesco a mangiarmeli cotti.

E il mio stomaco ringrazia.

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A parte aver eliminato lo zucchero, ho sostituito la farina 2 con farina di farro integrale, il latte vaccino con quello di mandorla e le nocciole con le mandorle.

Ingredienti (per uno stampo da 22cm)

150 g di farina di tipo 2 di farro integrale

350 ml di latte (io di mandorla)

250 g di fiocchi di avena

100 g di cocco grattugiato

70 g di nocciole mandorle tritate

80 ml di olio di mais

80 g di zucchero integrale di canna (una decina di datteri piccoli, circa 50g)

Mezzo cucchiaino di vaniglia in polvere

200 g di confettura di lamponi  bacche di sambuco selvatico

Un cucchiaino di lievito per dolci



Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°.

Raccogliere in una ciotola tutti gli ingredienti secchi. Frullare i datteri con un po’ del latte previsto e aggiungerli agli ingredienti secchi insieme anche al latte restante e all’olio. Amalgamare e versare metà impasto in uno stampo oliato e infarinato (o rivestito di carta forno). Aggiungere la confettura e ricoprire con il rimanente impasto.

Cuocere per circa 50 minuti e lasciare raffreddare completamente prima di togliere dallo stampo.



mercoledì 21 ottobre 2020

Never give up - Pumpkin Pie vegana

 


Da marzo ho smesso di andare in palestra.

Il che avrebbe potuto tranquillamente significare uno stato di abbrutimento generale, con mattinate senza sveglia, ciondolamenti da perdigiorno e olimpiadi di pigrizia.

E invece no!

Da quel dì, della chiusura di tutto il chiudibile, io mi sono data regole ferree di sana cura del corpo. All’inizio incerta e controvoglia, ma pur sempre ligia a una rigidissima tabella di marcia autoimposta comprendente:

10 minuti di riscaldamento

30 minuti di attività intensa

10 minuti di rilassamento/stretching/passaggio in rassegna di contratture varie e ossa rotte eventuali.

Tutti cronometrati (i minuti, non gli accidenti) ed equamente suddivisi per gruppi muscolari. Tanto per non lasciare nulla al caso.

Prima affidandomi ai ricordi freschi di tutti gli anni di assidua frequentazione poi, a mano a mano che questi si dissolvevano insieme alla voglia di fare, scartabellando video tutorial messi gentilmente a disposizione dall’istruttore ai tempi in cui vedersi non era possibile.

Forzandomi, torturandomi proprio.

Fino a creare una routine palestricola di tutto rispetto della quale oggi non potrei più fare a meno.

Con questo non posso certamente dire che faccia salti di gioia al suono della sveglia o mi rotoli dalla felicità quando arriva la domenica sera sapendo che mi aspettano 5 giorni di “sana routine”. Eppure ancora tengo duro.

Mi alzo un’ora prima (perché del tempo di ricognizione generale su me stessa e l’ambiente circostante non riesco a fare a meno neanche rimanendo dentro casa), NON faccio colazione, mi preparo, srotolo il tappetino, avvio il cronometro e metto su una colonna sonora che ben mi disponga (nella fattispecie è sempre la stessa e parte precisamente con Flashdance per approdare a Top Gun…si accettano insulti e consigli) e alle 8 in punto comincio.

Roba che il mio istruttore sarebbe fierissimo di me, se solo sapesse e non ricordasse invece che a lezione arrivavo sempre un quarto d’ora dopo.

A 3 giorni di solitario e malinconico allenamento ne seguono poi 2 (gli ultimi della settimana lavorativa) fatti di 7 km di camminata veloce alternata a corsa, che mi portano fino al mare e segnano la conclusione del programma di allenamento.

Sabato e domenica liberi e felici.

Del come riesca a farlo senza cedere non mi è ancora dato di capire fino in fondo. Sarà l’età che avanza e lo spettro del metabolismo che rallenta. Fatto sta che non salto un giorno.

Ma in realtà ho un progetto ben preciso.

Il record mondiale di plank lo detiene un 62enne rimasto in posizione 8 ore, 15 minuti e 15 secondi.

Ecco, io ambisco a scavalcare il mio minuto e soprattutto i 3 secondi seguenti.

 

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La prima volta che ho assaggiato una pumpkin pie eravamo a Boston e faceva freddissimo. Mi era piaciuta da morire e da quel viaggio mi ero riportata le spezie per rifarla. Sono dovuti però passare 10 anni prima che mi decidessi e a questo punto mi è venuta voglia di farla in versione vegana e senza zucchero. Il risultato ci è piaciuto così tanto che appena finita l’ho fatta nuovamente aggiungendo alla base due cucchiai di cacao! L’ispirazione arriva da qua, con qualche piccola modifica.


Versione al cacao

Ingredienti (per uno stampo da 22 cm)

Per la base

250 gr di farina di farro

120 ml di acqua

3 cucchiai di olio di riso (o extra vergine d’oliva)

3 cucchiai di fecola

3 cucchiai di sciroppo d’acero

½ cucchiaino di lievito per dolci

½ cucchiaino di cannella

Per la farcitura

450 gr di polpa di zucca cotta al forno (io la taglio a fette e la metto, con tutta la buccia, su una placca ricoperta di carta forno cuocendola a 180° finché, infilzandola con una forchetta, non risulti morbida)

200 gr di yogurt di soia

4 cucchiai di sciroppo d’acero

½ cucchiaino di spezie miste in polvere (cannella, zenzero, chiodi di garofano, noce moscata)

1 cucchiaino di farina di riso

 


Procedimento

Preriscaldare il forno a 200°.

Setacciare in una ciotola le farine con il lievito e la cannella. Aggiungere l’olio, l’acqua e lo sciroppo d’acero e impastare fino a ottenere un composto omogeneo. Coprirlo con la pellicola e lasciare riposare in frigo almeno mezz’ora.

Nel frattempo preparare il ripieno. Togliere la buccia alla zucca e frullarla insieme allo yogurt, alle spezie e allo sciroppo d’acero. Aggiungere il cucchiaio di farina se dovesse risultare troppo acquosa. Deve avere la consistenza di una crema spalmabile.

Oliare uno stampo da crostata e stendervi direttamente all'interno, con le mani, l’impasto della base. Riempirlo con la crema di zucca e infornare a 200° per i primi 10 minuti, poi a 180 ° per altri 30. Lasciare raffreddare completamente prima di gustarla.

Note:

-      si conserva in frigorifero per 3-4 giorni.

-      raggiunge la consistenza ottimale e un gusto più armonico dopo una notte di riposo.

 


martedì 29 settembre 2020

Che estate è stata? - Soda Bread di farro e semi misti

 



L’estate del 2020. Quella che fino all’ultimo non si sapeva se e come si sarebbe potuto andare al mare, riuscire allo scoperto, riprendere ad abbracciarsi.

Quest’ultima cosa in verità non l’abbiamo ancora fatta ed io, da marzo scorso, non abbraccio né bacio mia madre e mio padre o mio fratello e mia cognata in quanto appartenenti a nuclei famigliari diversi e soprattutto, i primi, in età e condizioni cliniche “a rischio”.

Mia nipote però sì, o perlomeno l’ho abbracciata e baciata all’incirca fino ai primi di settembre, prima di partire per la Grecia (sebbene tornata con tampone negativo), e poi di ricominciare a lavorare, a incontrare persone, avere contatti e quindi essere un potenziale untore, non certo per lei, ma sempre per i nonni che a lei badano. Le sue guance irresistibili mi hanno fatto capitolare e ora starne nuovamente lontana, o davanti ma col filtro della mascherina, è veramente durissima.

Con lei sono andata al mare, quel paio d’ore la mattina che tra monta e rismonta tutti i suoi bagagli fra ciambelle, canottini, piscinette, secchielli e formine passavano in un lampo. Sempre troppo brevi, sempre troppo di corsa. Sempre meravigliosamente insabbiate da capo a piedi.


Perché di corsa poi effettivamente andavo a recuperarla presso altri ombrelloni dove i giochi erano sempre più appetibili dei suoi.

Poi c’è stata la scoperta dell’acqua, inizialmente osservata da lontano con timore, subito dopo vissuta in lunghe sessioni di ammollo e di tiraemmolla per uscire, almeno quando la pelle di mani e piedini diventava bianca e avvizzita.

Ma il piacere dell’acqua poteva essere barattato solo con un cornetto e una tazzina piccola di latte schiumato, nelle meravigliose colazioni vista mare che ci siamo concesse presso il nostro stabilimento preferito. Piccolo, tutto di legno, quasi una baita di montagna con larghe vetrate sull’azzurro.

E file di ombrelloni desolatamente vuote in questa strana estate di prudenza.

Ma anche di fretta, di smania di viversela tutta, fino all’ultimo raggio di sole, nel timore che si sia nuovamente costretti a rinchiuderci.

Quindi ecco, siccome s’era cucinato tutto il cucinabile nel periodo lunghissimo della quarantena e siccome in questi rapidissimi due mesi trovavo sempre qualcosa di decisamente meglio da fare che mettermi ai fornelli, questa estate io ho cucinato solo per finta nella cucinetta giocattolo della suddetta nipotella.

Non che si sia morti di fame, eh? Ma abbiamo fatto sempre cose molto semplici, tante cene all’aperto con qualche coppia di amici e una sola, perfettamente distanziati, con i famigliari per il mio compleanno.

Barbecue a non finire e insalate come se piovesse.

Poi, di colpo, sul generale clima assai cupo di incertezza, sconcerto e pesantezza, sono arrivati la pioggia e un freddo polare.

E allora ecco, timidamente, forse, sta ricomparendo pure la voglia di chiudersi in casa a preparare qualcosa.

Sempre senza troppo impegno però, che le belle giornate per scorrazzare nei prati, con la mascherina, magari non sono ancora finite!


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Che non ami particolarmente lievitati, preparazioni lunghe e cervellotiche, con lunghi tempi di attesa e molta pazienza credo sia ormai cosa nota.

È con questi presupposti che mi sono avvicinata a una ricetta (vista qua, quindi anche vegano!) come quella del Soda Bread, simpatico pure nel nome. Perché fare questo pane è anche divertente. A parte che ci vogliono veramente 5 minuti (e 40 di cottura, sì, ma quelli io non li calcolo, che nel frattempo posso fare altro).

Ma poi è proprio bello vedere come da un’operazione rapida, senza il minimo sforzo, senza nemmeno sporcarsi le mani esca fuori un pane fragrante, saporito, gustoso che dà tanta di quella soddisfazione da chiedersi perché lo si sia scoperto solo ora.

Ha superato perfino la prova tempo, perché fatto ieri sera e assaggiato subito appena sfornato era fantastico. Ma lì era facile. Stamattina lo aspettavo al varco per la colazione. E non ha deluso minimamente: spalmato di tahin, coperto di fettine di banana e spolverato di cannella era veramente paradisiaco!


Ingredienti

200 gr di farina di farro

150 gr di farina di farro integrale

(oppure 350 gr di farina 0)

200 gr di latte di soia non dolcificato

2 cucchiai di aceto di mele

1 cucchiaino di bicarbonato

1 cucchiaino raso di sale

50 gr di semi misti

 


Procedimento

Accendere il forno a 200°.

Unire l’aceto al latte e lasciare riposare 5 minuti. In una ciotola mescolare le farine, il sale, il bicarbonato e i semi (lasciandone da parte 2 cucchiai per la decorazione finale).

A questo punto unire il latte cagliato e mescolare bene formando un panetto. Trasferirlo su una teglia foderata di carta forno, cospargere dei  restanti semi e infornare per 40°.



 

 

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