"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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giovedì 1 maggio 2014

Le strade dei miei viaggi

Di corsa, in extremis, a quattro giorni dalla scadenza del termine... questo mese non pensavo di farcela, ma eccomi qua e fra strade americane, sentieri di montagna, percorsi metaforici, ecco le mie  tre foto per la rubrica mensile di Monica:

Cina: Grande Muraglia, commozione infinita
 Sudafrica: Kruger Park, una nuova sorpresa a ogni curva
 Kenya: Tsavo Park, la sue strade di terra rosso fuoco

Con queste tre foto partecipo alla rubrica mensile del blog Viaggi e Baci


venerdì 28 dicembre 2012

I sogni dei miei viaggi



…Quando scrivo memorabile, non intendo di lusso. Ma un luogo capace di suscitare emozioni, in cui gli ospiti vi hanno sorpreso in qualche modo o in una location unica…” (da Viaggi e Baci)

La questione si presenta tutt’altro che semplice. Già di solito sono piuttosto prolissa, ma parlare di un luogo in cui, durante un viaggio, si siano fatti bei sogni, implica necessariamente descriverne anche tutto il contesto.
E perciò un’unica foto non basta.
Perché un letto sì, una branda, un sacco a pelo, (lo stipite della porta di una metropolitana..), una sdraio o una poltrona, possono diventare magicamente l’essenza e il succo di tutto un mare di sensazioni, ma estrapolati da un preciso contesto sono solo, appunto, rispettivamente: un letto, una branda, un sacco a pelo, ecc, ecc.
Io quando viaggio fotografo proprio tutto: dalle stanze degli alberghi, ai bagni, agli ascensori quando magari il pannello dei pulsanti arriva oltre l’umanamente concepibile…
E quindi anche stavolta (come sempre) scegliere, per la rubrica di Monica è stata un'impresa.
Mi sono avvalsa pure della collaborazione dell’amato bene, estendendo il gioco oltre i confini del web e chiedendogli a bruciapelo i 3 posti indimenticabili in cui ha dormito durante un viaggio...ma non ho fatto che complicarmi la vita.
Perchè sì, è stato divertente scoprire come due su tre fossero gli stessi venuti in mente anche alla sottoscritta!
Ma quel terzo posto citato dal consorte mi ha fatto vacillare, perché in effetti era proprio magico...
Allora per non fare torto a nessuno ho deciso di menzionare anche un quarto luogo, ovviamente “fuori concorso”.
Le 3 foto prescelte sono le prime che compaiono accanto al numero: tutte le altre sono solo per contestualizzare…
Sogni d’oro!

 1)
La prima scelta in assoluto cade su un bed&breakfast di Philadelphia (The Thomas Bond House),
 casa fiabesca della fine del 1700, appartenuta al medico-chirurgo che le dà il nome (e successivamente ampliata), in tipica architettura georgiana, su 4 piani, tutta in legno (azzurro!) 
e chicche di questo genere sparse qui e là:

Di sogni bellissimi lì ne ho fatti più che in qualunque altro posto, essendo andata a dormire, sfatta dal fuso orario, dal freddo, e dalle nostre lunghe marce, alle 6 del pomeriggio per risvegliarmi solo la mattina dopo!!!
Sicuramente l’atmosfera natalizia e tutte le sue decorazioni 
contribuivano a rendere l’ambiente ancora più magico, per questo motivo, magari per verificare meglio, coltivo il sogno di tornare a vederla anche fuori stagione…

2)       
 
La seconda è il Galdessa Lodge nello Tasvo National Park  in Kenya, dove alle 10 di sera, dopo aver mangiato tutti insieme, essere stati scortati ognuno alla propria “casetta” tendata, 
chiusi dentro con la zip e la raccomandazione di non uscire per alcun motivo, semmai di chiamare a gran voce, e avuta una torcia in dotazione, si spengono i gruppi elettrogeni e si va a dormire.
Se ci si riesce.
Altrimenti si sta tutta la notte in compagnia di se stessi, sotto il velo della zanzariera, 
ad ascoltare i rumori della savana, a puntare lo sguardo nel buio più nero e fitto mai visto prima, a cercare di indovinare versi di animali e fruscii sul tetto di foglie di banani.
Fino alla mattina dopo, quando sarà possibile dare un volto più o meno a tutti i rumori della natura, 



aguzzando la vista anche verso lo specchio d’acqua antistante, che solo apparentemente è disabitato… 
e soprattutto restare muti davanti alla visione di un’alba come questa


3)     
Il terzo posto è un albergo super lusso preso a prezzi stracciati (purtroppo per una sola, fugacissima notte) perché leggermente…fuori stagione: Marriot Niagara Falls – Ontario, Canada. 
Situato praticamente a ridosso del salto delle cascate, su quel Fallsview Boulevard che, quando siamo andati noi si presentava completamente coperto di neve e soprattutto con un solo bar aperto fra miriadi di saracinesche abbassate e privo di anima viva. 
In albergo: solo noi, la ragazza della reception, e un paio di inservienti, perchè a gennaio giusto due italiani scocciati e quattro sparuti giapponesi potevano decidere di andare a visitare un posto del genere…
Ma il silenzio ovattato di un luogo che solitamente è preso d’assalto e la possibilità di vederlo e girarlo in completa solitudine è stato bellissimo ed emozionante. 
Per non parlare della camera con finestra superpanoramica 
(e vista anche dalla vasca a idromassaggio, of course
e giochi di luci sulle cascate piene di ghiaccio, che nei sotterranei si presentavano per l’appunto, così:
e per poterle vedere anche "da sotto" era necessario spicconare un po' 
Un passaggio veloce, lì a Ontario, con atterraggio a Buffalo in grave ritardo rispetto al previsto e una corsa nell’unico taxi disponibile guidato da un venezuelano che per farci cosa gradita ci ha messo su il cd dei Vianella, chiedendoci di tradurgli le parole che pure conosceva a memoria senza saperne il significato. 
E sfrecciare di notte, a ridosso di enormi cumuli di neve su una strada deserta passando la frontiera tra Stati Uniti e Canada al ritmo di Core mio, core mioooooooooo, la speranza nun costa gnente….” aveva un che di surreale.
Il ritornello di quel lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti in pieno inverno, era una frase che spesso ci sentivamo ripetere dalle persone incontrate per caso e che tradotta doveva suonare più o meno così: “ma ‘nd’ annate voi due co sto freddo?!” e che però era sintetizzata in una raccomandazione dolce e piena di premure: “Keep warm!”.

@@@@@@@@@@@@@@@@

Il quarto posto scelto dall’amato bene in cui abbiamo fatto sogni bellissimi, è la nave con cui abbiamo attraversato il Nilo da Luxor fino alla diga di Aswan passando per Esna, Kom Ombo, Edfu e  Philae. Guardando lo scorrere lento del fiume direttamente dal letto e scorrendo come in un film immagini di villaggi e moschee, persone e feluche.

venerdì 22 giugno 2012

Via grembiuli e presine: oggi si viaggia!


Ieri, 21 giugno, cadeva il solstizio d’estate. La voglia di vacanze (che comunque, per quanto mi riguarda, si manifesta variamente nel corso di tutto l’anno e non solo allo scoccare preciso della stagione estiva) mi pare fin troppo scontata.
Ma siccome la realtà di questi giorni è stare fuori casa dalle 8 alle 12 ore al giorno saltellando sull’asfalto rovente di una città caotica e sovraffollata di turisti pure loro accaldati (ma contenti), la mente è giocoforza costretta a prendersi delle sacrosante libertà, almeno lei.
E allora viaggiamo!
Un amico molto caro che di mestiere fa lo scrittore (e gli riesce anche piuttosto bene…), una volta mi disse una cosa che suonava più o meno così:
Lo spazio dell’invenzione si apre quando tu hai pagato tutti i dazi allo spazio della realtà. Quando si arriva al confine lo capisci. Non esiste il fuoco sacro, l’ispirazione o balle del genere:esiste quel confine. Quando lo varchi (e lo capisci) comprendi di essere nel privilegio della scrittura. La realtà non esiste più perché esiste una realtà altra, più vera e assoluta
Del Kenya non sono mai riuscita a raccontare. Evidentemente quel confine non l’ho mai varcato e questo fatto mi sembra tanto più vero quanto più sento crescere un’emozione incontenibile ogni volta che riguardo le foto. Poche, rispetto a quante ne abbiamo fatte in seguito durante altri viaggi. Ma anche per fare foto, a pensarci bene, devi aver pagato quel dazio, forse perché immortalare con l’obiettivo è un po’ come scrivere una storia, solo usando altri mezzi.
Se ciò che vedi ti cattura completamente, togliendoti il respiro e frenando ogni altro pensiero, anche tirare fuori la macchina fotografica diventa impossibile. E’ una messa a fuoco solo interiore, che poi faticherà a compiersi, perché avrà sempre un alone di incredibile e illusorio, di vago e di indecifrabile.
Un documentario a cielo aperto, in presa diretta, soltanto con quella telecamera virtuale  che c’è nel cervello. Che vede, osserva, memorizza, fissa per sempre e poi rielabora, metabolizza e restituisce con contorni più nitidi. O almeno dovrebbe. Perché tutto questo, per il Kenya, in realtà non è mai accaduto. Rimane un groviglio di emozioni vivide e pulsanti chiuso lì, ancora da smaltire, pure a distanza di cinque anni, ancora da assaporare, perché è di una bellezza così sconvolgente che non finisce e non si smaltisce mai.
Continua a commuovere, a far pizzicare gli occhi di nostalgia, a stringere il cuore di quella malinconia che solo uno spettacolo vero e perfetto della natura può suscitare.
Bagliori di immagini che si susseguono a volte sovrapponendosi.
La terra rossa della savana
Le strisce nette e perfette di una zebra
La magia di un’alba fuori da una tenda

L’eleganza maestosa di una giraffa
L’imponenza di un elefante (che ha perso una delle zanne in un combattimento)
I colori di un’iguana
La curiosità di un babbuino
La vicinanza di un coccodrillo
Le abitanti un po' indisciplinate di un albero
La stranezza di un insetto
La bellezza nuda e cruda di un piccolo "bar" locale
Il fascino di una piantagione di agave
E perfino la dolcezza di una piccola istrice
...e l'aspetto un po' meno rassicurante di un altro strano animaletto
Fino ai giochi imprevedibili e affascinanti delle maree, 
di quando il mare si allontana così tanto che finisci per non vederlo più e al suo posto resta solo un lago immobile
Dal quale affiorano bellezze che non ti aspetti
Che per un attimo pensi siano finte, 
messe lì appositamente da qualcuno.
E ricordi di volti, nomi, luci, profumi, suoni, contatti durati lo spazio di un pomeriggio o dell’intero viaggio. Sfoglio il quaderno di Joseph e ripenso alla sua storia, alle sue lezioni improvvisate di Swahili, e ai suoi racconti della fuga dalla Somalia.
Ricordo vagamente i nomi dei suoi fratelli e ho invece nitido il suono di quel fiato corto che gli mozzava a metà i discorsi, troncando anche i pensieri, suoi e miei.
Lo sfoglio e ripenso a quel mio strano marsupio monospalla che gli piaceva tanto e che ho barattato col suo quaderno ben più prezioso. Perché fosse chiaro che quella in debito ero e sono io, che la merce di scambio più nobile e preziosa l’aveva lui, che le parole vergate su quel foglio sono rimaste impresse anche qui, sul lato sinistro, esattamente dove pulsa il sangue.
Karibuni Kenya
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