"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 12 novembre 2019

Devozioni – Biscotti al limone…in padella



Arrivo, trafelata, alle 9:10 o giù di lì. Mai prima. Se possibile anche dopo.
La lezione di Total Body invece inizia alle 9.  I giorni pari della settimana va anche peggio, perché Posturale inizia alle 9:30, dunque avrei tutto l’agio di arrivare largamente in anticipo e invece di pari passo si allunga anche il mio ritardo. 10 minuti fisiologici. Almeno. Quando tutti sono già sdraiati a terra e io mi sono persa tutta la parte iniziale in piedi. Poco male: un modo per stramazzare elegantemente senza essere notata.
Da una ex Fantozzi che agli appuntamenti arrivava con abbondanti mezz’ore di anticipo questo è il massimo della sciatteria.
Ma tant’è.
Nemmeno gli sguardi torvi dei vecchietti tutti concentrati valgono a farmi fare meglio la volta successiva.
E non perché mi alzi tardi. Cerco sempre di essere in piedi per le 7:15 riuscendoci pure, il più delle volte.
È che cincischio.
Passo lunghi minuti davanti alla mia tazza della colazione.
Altri interminabili secondi con la testa infilata nell’armadio per decidere cosa mettere.
Infine accendo il computer. E lì mi perdo per sempre.
Entro in bagno alle 8:40. Per poi correre forsennatamente. Ma solo verso la fine, perché nella mia mente quel tempo lì dovrebbe bastare e avanzare per: lavarmi, vestirmi, truccarmi, raccattare le mie cose, recuperare il cellulare, cercare le chiavi di casa, ritirare il mastello della raccolta differenziata, mandare un messaggio, leggerne altri dieci, aprire tutte le finestre di casa, arrivare a piedi fino in palestra.
Il fatto poi che salti puntualmente il riscaldamento è di poco conto considerando le corse appunto che mi faccio per essere lì almeno per metà lezione.
E poi le sento parlare.
“Ehh stamattina ero indecisa se venire: pioveva a dirotto, ma intanto mi sono preparata. Poi ho visto che migliorava, allora alle 9 meno venti sono uscita di corsa ed eccomi qua”
Nove meno venti. Ed è uscita di corsa, lei.
Quando io mi decidevo a malapena a spegnere il computer e mi sembrava di essere ancora in largo no ma anticipo sì.
“Ah no io invece mi sono alzata come al solito alle 5 e un quarto…”
Ho un sussulto. Un tuffo al cuore.
Intervengo: “Ma come, tu ti alzi “di solito” alle 5.15?”
“Sì”, risponde lei con naturalezza e occhi a cuoricino “mi alzo per fare colazione insieme a mio marito, poi gli preparo il pranzo da portarsi via…mi fa piacere, sono abituata così”
Penso alla mia colazione in solitaria.
Mentre l’amato bene (che ho salutato la sera prima) esce alle intemperie più o meno alla stessa ora in cui si alza l’eroina che ho davanti mentre io ho ancora svariati sogni all’appello prima che mi suoni la sveglia.
Penso al riso che cuocio in soluzione unica la domenica per tutta la settimana e che poi gli condisco variamente (scartando confezioni) ogni sera lasciandogli il pranzo in frigo da ricordarsi di prendere a proprio rischio e pericolo. Senza post-it. Senza segnali luminosi a favorirgli il ricordo.
Penso ai sabati e alle domeniche, unici giorni in cui ci sarebbe possibile fare colazione insieme ma io anche lì mi alzo generalmente un paio d’ore dopo di lui quando il sole è già molto alto e la giornata iniziata da un pezzo.
Penso alla devozione di queste mogli, alla loro puntualità in palestra e in ogni situazione della loro vita, alla tenerezza con cui mi parlano di sveglie improponibili “solo” per fare colazione insieme ai propri mariti o preparargli il pranzo e ….niente, sono sciatta, mi ama così.

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Controcorrente come al solito, io d’estate accendo il forno e con il freddo cuocio i biscotti in padella… no è che sono in ritardo anche con la realizzazione di questa ricetta. Che avevo visto tanto tempo fa un po’ ovunque, ma poi ci sono voluti i miei tempi per decidermi a realizzarla. Ma  cuocere dei biscotti in padella è così divertente e veloce che mi chiedo come abbia fatto ad aspettare tanto! Sono senza uova, senza burro e senza latte.

Ingredienti (per circa 20 biscotti)
150 gr di farina di riso
150 gr di farina di farro
80 gr di zucchero di canna
50 gr di olio di riso
Succo (circa 50 ml) e scorza di 1 limone grande bio
Latte vegetale (riso, farro, avena o soia) se occorre
½ bustina di lievito
1 pizzico di sale


Procedimento
Setacciare insieme le farine con il lievito. Unire anche lo zucchero, il sale e la scorza del limone. Versare gradualmente l’olio e il succo del limone e iniziare a impastare. Se il composto risultasse troppo secco facendo fatica a stare in piedi, aggiungere poca bevanda vegetale fino a ottenere un impasto compatto ed elastico. Disporlo fra due fogli di carta forno e stenderlo con il matterello. Ricavare i biscotti con le apposite formine (o un bicchiere rovesciato) e disporli a mano a mano in una padella antiaderente senza aggiungere nulla. La padella NON va oliata né imburrata. Coprire e cuocere a fuoco moderato per circa 10 minuti rigirandoli una sola volta.





mercoledì 23 ottobre 2019

Beauty casalinga – Biscottini di grano saraceno e riso



Arriva così, svolazzando sulle infradito minuscole tenute su da un altrettanto lillipuziano alluce su cui una microunghia quadrata e glitterata svetta, fiera di sé.
“Wow, che smalto!” esclamo rapita più dalle curiose proporzioni microscopiche del tutto che dall’effettiva bellezza del colore che è a metà tra sangue pisto e macchia di vino sulla tovaglia bianca di lino. 
Tutto condito di vaghi e tremuli brillantini.
In palestra se ne vedono di tutti i colori e in particolare, essendoci il tatami e dovendo farvi accesso rigorosamente a piedi nudi, si raggiungono vette altissime di nail art e prodezze davvero ardite in fatto di forme, stickers e pietre più o meno preziose applicate su unghie di tutte (ma proprio tutte) le fogge.
Intendiamoci: non è che si debba per forza entrare a piedi nudi. Nessuno vieta di tenersi addosso un sobrio e banale (anche più igienico) calzino.
Ma tant'è. E, con la supremazia dei calzini, si dovrebbe dire miseramente addio alle gare tra chi vanta l’onicotecnico più geniale e all’avanguardia.
“Beh sai col mio lavoro devo stare sempre con i piedi in vista allora devono essere curati. Sono quelle nuove polverine che si applicano a freddo senza nemmeno il bisogno della macchinetta!”
Mi stupisco. Forse in maniera fin troppo evidente e un attimo prima di rendermene conto.
“Ah ma perché non è smalto che metti da sola?”
Insisto scrutando incredula dieci microunghie che tutto paiono fuorché maneggiate da una professionista del settore.
Ma va detto che io al naturale non le ho mai viste. Magari quello è il meglio che si sia riusciti a fare.
Il suo sguardo si posa compassionevole su di me e sulla fila di unghie pallide e spezzettate delle mie mani.
“noooo figurati, io non sono proprio capace! Vado in un centro a farmele. Poi ogni 20 giorni devo ritoccarle perché sai c’è la ricrescita e si vede!”.
E daje con questa specifica che stride fortemente, almeno ai miei occhi, col risultato finale.
“Ahh” fingo di comprendere mentre mi chiedo se quel capolavoro abbia anche un costo effettivo o sia un gentile omaggio della casa.
Poi penso ai miei, di piedi, dignitosamente celati dentro un sobrio calzino nero, con su ancora la perfetta pedicure autonomamente effettuata questa estate…prima di partire per la Grecia!
Dunque è andata così: mi sarei dovuta togliere lo smalto, ripassare la base, riapplicare il colore, poi il top coat e insomma risistemare il tutto. 
Ma mi ero guardata e, assecondando la mia innata pigrizia, avevo decretato che lo smalto in questione, un bellissimo rosso acceso tendente vagamente al fucsia, teneva ancora a meraviglia (ehh quando si investono quattrini nella questione beauty: 2,99€ da OVS spesi veramente bene!).
Allora, ho messo acetone e ovatta in valigia e mi sono detta: lo cambierò in vacanza!
Ma quello, stoico (ed io felice), aveva continuato a  tenere pure in terra straniera, salvo un paio di ripennellate di sovracopertura che avevo dovuto dargli per farlo brillare nuovamente come appena passato.
Insomma, strato dopo strato, io e il mio fido smalto di Ovs siamo tornati a Roma, abbiamo ricominciato l’anno lavorativo, ripreso la palestra, ri-indossato le scarpe chiuse. Ma ancora il passaggio definitivo al cambio di stagione non è avvenuto, per questo lui è ancora lì. Che nel fine settimana un’infradito o un open toe ancora ci scappa.
Ed è già tanto che in quest’ultimo caso non mi vernicio solo le due dita scoperte!
(perché nei segreti inconfessabili delle amiche succede anche questo, fidatevi!).
La devozione con cui la mia interlocutrice manifesta di avere a cuore la bellezza (ehm) delle sue unghie, affidandone la cura a personale esperto (o sedicente tale), tuttavia, non può che farmi sentire lievemente sciatta.
Approssimativa perlomeno.
È mia madre, muta e indifferente spettatrice di tutta la conversazione, che una volta congedata la microportatrice di unghie pittate e ricamate, provvede a ridimensionare in un istante la caduta libera della mia autostima.
 “Embè, pe’ quer capolavoro ce dovrei spende pure i soldi?”

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Biscottini semplici, dal sapore rustico e corposo. Facili da preparare, vegan e perfino glutenfree! Serve sapere altro per scapicollarsi in cucina a prepararli?

Ingredienti (per circa 20 biscotti)
150 gr di farina di riso
150 gr di grano saraceno
120 gr di latte vegetale (avena, riso, mandorla, farro)
100 gr di zucchero di canna
80 gr di olio di riso (o di semi)
1 cucchiaio di aceto di mele
½ cucchiaino di bicarbonato
Una manciata abbondante di semi di anice (o altri aromi a piacere: vaniglia, cannella, zenzero…)


Procedimento
In una ciotola riunire le farine, lo zucchero, il bicarbonato e la spezia scelta. In un’altra miscelare latte vegetale, olio e aceto.
Riunire i composti, amalgamarli bene e, con le mani, dare forma a palline da schiacciare leggermente e disporre in una teglia ricoperta di carta forno.
Cuocere a 180° per 12-15 minuti.




lunedì 7 ottobre 2019

Voci della coscienza - Torta integrale di banana e avena




Si incontrano un po’ sempre le stesse persone in un piccolo paesino come questo.
Al supermercato, in spiaggia, dal dottore: le facce sono più o meno quelle.
Tranne che nei mesi estivi in cui, riempiendosi anche di villeggianti, si finisce per perdersi di vista tra la mole di visi nuovi.
Poi arriva settembre.
E i buoni propositi e la sempre traballante, vacua e inafferrabile intenzione di tornare in palestra.
Ma è proprio quando sei proprio lì lì sul punto di giocarti l’ennesima giustificazione per non farlo che ti capita di incontrare le “signore della palestra”.
Quelle delcorso mattutino, un po’ attempatelle, ma così giovanili e piene di energia che hanno sempre il potere di sorprendermi oltre che farmi sentire pure gli acciacchi che non ho.
Ci incrociamo al bar: arrivano lievi con le loro tenute sportive, i capelli freschi di messi in piega, grandi occhiali da sole a mo’ di cerchietto e ordinano un caffè macchiato. Fine. Nient’altro di tutto quello che, languido e tentatore, occhieggia dalla vetrina della pasticceria.
Le guardo da seduta, mentre scrollo via dalla bocca gli ultimi granelli di zucchero della bomba con la crema. Quasi vorrei nascondermi, ma non faccio nemmeno in tempo a pensarlo che mi vedono ed è un attimo cadere sotto la raffica di baci, abbracci, parole e consigli materni.
Ho l’ardire poi, siccome sono le 11 e ci sono ancora 30°, di afferrare al volo una cartolina dalla borsa e usarla per farmi aria.
Segnando la mia fine.
“Che fai te sventoli? Non me dì che stai già in menopausa? Allora guarda: stai attenta a mangià, perché mo mette su chili è n’attimo. Poi: controlla la pressione, il cuore, le ossa, che l’osteoporosi è na brutta bestia. E pe finì esci, svàgate, perché certe volte succede pure che se va in depressione”
Lo sventolio si arresta a mezz’aria, la cartolina quasi mi scivola dalle mani.
In un secondo mi sono vista attaccata al telefono con il Centro Unico di Prenotazioni a depennare, a mano a mano, la lista di tutti gli esami del caso. Ma non ho il tempo di avermene a male.
La giovane delle due (79 anni) incalza: “te sei segnata in palestra?” e sento la crema della bomba bussarmi nello stomaco, il fritto depositarsi sul girovita, lo zucchero semolato impennarmi la glicemia, i sensi di colpa affacciarsi sul baratro della depressione. E quella vocina interna, bastarda e pignola, che urla per sottolineare che lei me lo aveva ricordato pure che lo sgarro di questa settimana lo avevo già fatto l’altra sera col gelato, quindi di prendermi ALMENO soltanto un vegano al miele. Tanto per non farla proprio sporca.
“Stavo giusto andando a informarsi sui corsi” balbetto accartocciando nella mano il tovagliolo con dentro le prove schiaccianti della mia irresolutezza “tu hai già ripreso?”
Domanda assurda.
“Eeeeee da mo! Se po’ dì che n’ho mai smesso perché pure agosto che era chiusa ho fatto ginnastica ao stabilimento”
Come non pensarci?
Mica come me, che oltre ad aver smesso da giugno, faccio (facevo: da oggi in poi me ne guarderò bene!) mensilmente queste pazzie di concedermi un piccolo sgarro ma con tutti i crismi. E le attenzioni: di mattina così lo smaltisco; associandoci proteine così la glicemia non s’impenna troppo; rinunciando a qualcosa a pranzo per compensare…tanto che alla fine una colazione al bar, tra calcoli e  infinito mercanteggiare, stanca più di una seduta di Total Body (più o meno).
Tento di sviare il discoro sull’amica, dall’aria meno aggressiva, più dolce e delicata, che fino a questo momento è rimasta muta limitandosi ad assentire, di tanto in tanto, con il capo. Beh lei è anche più grande: di anni ne ha 82, deve essere l’età a renderla più pacata, meno impetuosa. Sicuramente più indulgente e meno incline a queste manie odierne di cura del fisico.
 “Anche tu hai già ricominciato la palestra?”
“No quest’anno non vengo, mi annoia tanto”
Ohh, finalmente un volto amico! Una con cui si può parlare, un’umana, che al bar ordina solo un caffè nero, vabbè, ma al contempo è pigra. Esattamente come me. Refrattaria al fitness.
“Ho deciso di fare acquagym!”
Basta mi arrendo.
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Con questa torta invece i sensi di colpa sono ridotti al minimo (e a parte la qualità -davvero pessima- delle foto, vi assicuro che è buonissima). Niente burro, niente uova, nemmeno un grammo di zucchero, ma in compenso le proteine dell’avena e la consolazione del cacao. Per incontrare serenamente tutte le amiche della palestra ;-)

Ingredienti
500 ml di latte di riso o altra bevanda vegetale
2 banane mature
10 datteri
½ bacca di vaniglia
150 gr di farina di farro integrale
100 gr di farina di riso bio
50 gr di fiocchi di avena polverizzati
50 ml di olio di riso
1 cucchiaio di cacao amaro
1 cucchiaino di all spicy
1 cucchiaino di cannella
1 bustina di lievito


Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°. Per prima cosa frullare insieme il latte di riso con le banane, i datteri e i semi di mezza bacca di vaniglia. In un’altra ciotola setacciare insieme le farine, le spezie e il lievito. Unire i due composti e aggiungere i fiocchi di avena. Mescolare con cura e versare metà impasto in uno stampo oliato e infarinato. Unire all’altra metà il cacao e, se necessario, un dito di latte di riso. Versare nello stampo anche il composto al cacao, distribuendolo casualmente su quello chiaro e infornare la torta per 40-45 minuti circa.


martedì 5 marzo 2019

Inezie - Granola senza zucchero ai kumquat



Non sono nuova a figure barbine. Parole fuori posto, tempi sbagliati, commenti inopportuni.
Capita così, ovviamente senza volerlo. E quando me ne accorgo è : o generalmente troppo tardi; oppure fuori proprio dalla portata di una qualsivoglia manovra di aggiustamento. Che poi tutto sommato può perfino peggiorare le cose.
Va meglio quando me ne accorgo solo molto tempo dopo. Almeno è passato un ragionevole lasso di tempo e amen.
Venerdì mattina in palestra, fine della lezione di funzionale.
Mi intrattengo con una malcapitata come me a parlottare del più e del meno.
Ci raggiunge l’istruttrice, che è la stessa del corso di ginnastica ludico motoria, per dirmi che il bambino di un’amica cui avevo fortemente consigliato di far fare almeno una prova, è “troppo forte”. Carino, educato, simpatico e via di sviolinata.
Chiedo quanti bambini abbia oltre a lui. Inizia a sciorinarmi un elenco di nomi fra i quali colgo una sovrabbondanza di “C” e di complicatissimi arrotolamenti di lingua ai fini della pronuncia e la interrompo sgomenta, quasi provata dal solo sentirli enunciare. “Ehhh mamma mia, ma non ti impicci co sti nomi quando devi chiamarli? Cloe, Nausicaa…”.
Lei tentenna, pare come non volersi esprimere. Provata sì, ma non del tutto disposta ad ammetterlo.
“beh sì, poi a volte si aggiunge anche una Bianca…”, che fra tutti mi pare il nome più comune, non capisco infatti perché lo annoveri fra i complicati di cui sopra.
Che lo stia facendo per buttare tutto in caciara? Mi rispondo da sola affermativamente, quando realizzo che accanto a noi c’è ancora la tizia con cui mi intrattenevo a fine lezione. Mamma di due bambini se non ricordo male. Maschio e femmina, se la memoria mi assiste. Una è Cloe per l’appunto. E lì la memoria, accidenti a lei, mi sovviene solo ora.
Mi ricordo di un appuntamento improvviso, mi congedo augurando uno splendido fine settimana e scappo via. Più veloce che posso.
Salvo darmi metaforiche martellate in testa al pensiero che ancora una volta avrei potuto pensare almeno qualche secondo in più prima di parlare.
Poi mi consolo, pensando che in fondo questo è veramente una bazzecola. Un nonnulla in confronto a quella volta in cui all’uscita dalla lezione di posturale, ho salutato la ragazza non vedente e il suo meraviglioso cane guida, con un convinto e gioioso “Ciao, ci vediamo!”.

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Fette biscottate e marmellata, yogurt e noci, pancake e frutta fresca, dolce o salata…quanti modi conoscete per fare colazione?
Io sono sempre alla ricerca di quella “giusta” che appaghi il gusto, non appesantisca, sia povera di zuccheri, non troppo carica di carboidrati e soprattutto che mi permetta di arrivare fino all’ora di pranzo senza la voglia irrefrenabile, dopo un’oretta scarsa, di correre al bar a prendermi un cornetto. La granola risolve un po’ tutto. Ricca di cose buone, nutrienti e sane ma soprattutto molto versatile, potendo essere realizzata in centomila modi diversi. È comoda perché si conserva molto a lungo in un barattolo di vetro ben chiuso (a patto di riuscire a non andare lì ogni tanto a sgranocchiarne una manciata..). Ho preso idea e dosi da lei, che ne ha create davvero tante versioni, una più golosa dell’altra. Di mio ho aggiunto i kumquat e un po’ più di cannella. E via, un altro modo per smaltirli lo abbiamo trovato!

Ingredienti
180 gr di fiocchi di avena integrale
150 gr di kumquat (circa 15-16)
100 gr di quinoa soffiata
50 gr di semi di zucca decorticati salati
50 gr di semi misti (girasole, sesamo bianco, lino, papavero)
6 datteri denocciolati
3 cucchiai di olio di riso
2 cucchiaini abbondanti di cannella


Procedimento
Armatevi di una ciotola capiente e buttateci dentro i fiocchi d’avena, la quinoa soffiata, la cannella e tutti i semi. Nel bicchiere del frullatore invece infilate i datteri, l’olio e i kumquat lavati e privati dei semi. Frullate bene il tutto e unitelo agli ingredienti secchi mescolando con cura fino a quando non si sarà formato un composto appiccicoso. Stenderlo su una placca foderata di carta forno livellandolo bene e infornare a 150° per circa 40 minuti. La cottura e la temperatura del forno sono molto importanti. La prima volta avevo messo il forno a 170° e mi è toccato buttare via tutto perché se all’inizio sembra non cuocersi mai, alla fine bruciarla è stato un attimo. Meglio allora temperatura bassa, estrarre e mescolare a metà cottura e prestare la massima attenzione alla doratura della granola che comunque inizierà a  sprigionare il suo inconfondibile, buonissimo profumo quando mancherà poco. Al termine spegnere il forno e lasciarla con lo sportello semi aperto per una notte in modo che si asciughi bene prima di riporla nel contenitore.



lunedì 21 gennaio 2019

Autostima - Torta di mele, clementine e datteri senza zucchero (né latte né uova)



Ho ricominciato a fare yoga. Dopo un po’ di tempo che lo avevo abbandonato per dedicarmi alla soporifera ma tanto benefica ginnastica posturale e alla tragicomica, ma altrettanto salutare, funzionale.
In mezzo dunque, da vera sportiva che non guarda in faccia nessuno e la mattina cascasse il mondo lo dedica all’allenamento matto e disperatissimo (più il primo che il secondo) ci ho infilato anche lo yoga.
Nel frattempo che io mi decidevo a riprenderlo, dopo 10 anni di dedizione incondizionata in cui non esisteva che lui, è cambiata l’insegnante e giunta alla guida del corso una elegante signora russa.
L’apparenza dello scricciolo di gomma, dal sorriso dolce e dagli occhi pieni di stelline luminose, frutto di tanta pratica, stride fortemente con una voce e un piglio da sergente militare.
La provenienza non l’aiuta e, sebbene parli un italiano molto fluente, si va ad inceppare proprio su accenti e tonalità che prevedrebbero, dato anche il contesto, una nota perlomeno di pacatezza in più.
Entra in sala faticando quasi a tenere a freno quella colonna vertebrale che non vede l’ora di contorcersi, arrotolarsi su se stessa e buttarsi all’indietro nella posizione (perfetta) del ponte; srotola il tappetino, collega il portatile alla musica adatta e poggia il suo sguardo inquisitore e anche un po’ sadico su di noi.
Noi, le sgarrupate adepte di vario e vasto genere che, tramontati ormai i (bellissimi) tempi in cui per yoga si veniva vestiti di bianco, con tappetino bianco e coperta per il rilassamento finale pure quella bianca, in una suprema armonia di colore che era già essa stessa meditazione, razzoliamo indecise e perse fra outfit della precedente lezione di posturale, tute da casa, maglioncini logori e scaldamuscoli che Alex Owens, manco la mattina in fabbrica sotto la tuta da saldatrice avrebbe mai osato indossare.
Eppure, fiere e indomite, siamo lì, incastrate sedute a gambe incrociate, in attesa che lei ci degni di attenzione.
Ma quando ce ne degna, non è che un attimo fugace il lieve e tenero sorriso di saluto, perché ad esso segue subito la temuta interrogazione sui nostri oscuri trascorsi.
“ie adesso io vi guardo ie vedo, mi acorgo, se aviete fato Kapalabhati a casa!”
Il cuore si stringe in una morsa, che io manco me lo ricordavo che avesse assegnato i compiti per casa.
Per fortuna non sono l’unica e vaghi sorrisetti colpevoli ammettono che no,  quella cosa lì non l’abbiamo proprio mai nemmeno considerata, una volta uscite di qui e riappropriate della nostra dignità.
Il sergente di ferro che è in lei esce prepotentemente sprizzando severità dagli occhi e da ogni fibra del suo corpo di libellula snodata.
“Quela serve per non invecchiare, per mantenersi ciovani. Dunque voi volete proprio invecchiare? Non vi interessa niente mantenervi ciovani?”
L’accenno all’età che avanza sensibilizza un po’ tutta la platea.
Colpisce nel segno. Ci sentiamo come quando a scuola l’insegnante ci chiedeva se intendessimo rimanere somari a vita o volessimo metterci a studiare seriamente.
Rumoreggiano timidi tentativi di scuse
“no no, è che la mattina proprio….”
Mentre libellula di ferro infierisce alzando una mano con le cinque dita spalancate a schiaffeggiarci spiegarci che bastano quella manciata di minuti per cominciare bene la giornata e “mantenerci ciovani”.
“anziché vecchie rattrappite e arrugginite che non siete altro” -  la immagino aggiungerebbe se solo parlasse meglio l’italiano e non fosse pienamente cosciente del suo ruolo.
E poi la lezione ha inizio.
Con questo peso sul cuore, con la colpa incisa a caratteri cubitali nella coscienza di ognuna di noi.
E sono pensieri inquietanti quelli che serpeggiano nella mente quando, dopo una profonda inspirazione, giunge improvviso il suo invito a “esalare”. Che sì, grammaticalmente sarà anche ineccepibile. Ma le nostre piccole menti di pivelle arrugginite e con tendenza all’invecchiamento precoce non possono fare a meno di correre con la mente “all’ultimo respiro”. Se poi disgraziatamente questi comandi arrivano quando si è sdraiati a terra, supini, nella posizione “del cadavere”, capirete bene che la lezione tocca vertici angoscianti.
“noie adesso impariamo le 6 posizioni fondamentali dello yoga. Le doviete conoscere benissimo, dopo potremo andare avanti”.
Il fatto che siano solo sei ci conforta. Dunque via, che ci vorrà mai a padroneggiare perfettamente solo sei posizioni?
Ma le rosee speranze vengono prontamente disilluse una manciata di attimi dopo.
Quando, col solito tatto, ci informa che quello tanto faticosamente raggiunto è solo il “miezzo ponte”, mica quello intero.
E che quella che, annaspando e contorcendoci con ogni fibra, abbiamo finalmente preso dio solo sa come, non è affatto la posizione della candela. Crediamo, ah beata ingenuità, che lo sia, ma è qualcosa di molto, molto lontano dalla perfezione di Sarvangasana. Incapaci che non siamo altro.
Dalla pia illusione di sentirsi eroine appena uscite vincitrici da una feroce battaglia, dopo aver sbaragliato nemici e guadato fiumi limacciosi, all’amara realtà di schiappe che non hanno mosso un solo passo giusto, è un attimo.
E così cocente è la delusione che non desta stupore alcuno il successivo invito a “piegare bene il pianto del piede”
Perfettamente uniformato all'andazzo generale, almeno  lui.

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L’ennesima ricetta di torta di mele, mi si obietterà. Eh ma questa oltre a non avere le uova, oltre a non avere burro né lattosio non reca in sé nemmeno la minima traccia di zucchero. Non di quello semolato o di canna, almeno. Solo zuccheri della frutta: i datteri, l’uvetta, le mele…ah sì, quei due cucchiai di sciroppo d’acero, che volendo, aumentando la quantità di datteri si potrebbero pure omettere.
E pur essendo un concentrato di “senza” è una torta dolcissima e molto coccolosa. Di quelle da credenza, buona per colazione e per merenda, o per tutte e due o per dopo pranzo e dopo cena. Del resto, chi lo dice che uno abbia voglia di dolce solo a colazione o a merenda? Morbidissima, umida al punto giusto, delicatamente profumata di cannella e con quella punta di salatino che esalta tutti i sapori. Poi è veg. Si può volere di più da una torta di mele?


Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro, meglio da 22 se la si preferisce un po’ più alta)
120 gr di farina di farro
120 gr di farina integrale di farro
140 ml di latte di soia al naturale (o altra bevanda vegetale)
100 ml di succo di clementine (o di arancia)
60 ml di olio di riso (o di semi di girasole)
30 gr di uvetta
2 mele
6 datteri bio
2 cucchiai di sciroppo d’acero (facoltativo: nel caso aggiungere un paio di datteri in più)
1 cucchiaino di cannella
1 bustina di lievito
1 pizzico di sale


Procedimento
Come prima cosa spremere le clementine e usare il succo per far rinvenire l’uvetta qualche minuto. Frullare i datteri insieme al latte di soia e allo sciroppo di agave, quindi aggiungervi anche l’olio di riso amalgamando bene.
In un’altra ciotola miscelare le farine, il lievito, il sale e la cannella.
Unire quindi gli ingredienti liquidi (compresa l’uvetta con tutto il succo di clementine) a quelli secchi e amalgamare con cura. Sbucciare le mele  tagliarle a fettine sottili e incorporarne ¾ al composto. Versare tutto in uno stampo oliato e infarinato e decorare la superficie con le restanti fettine di mela.
Cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 35-40 minuti secondo il forno.




lunedì 5 febbraio 2018

Esempi – Biscotti Grancereale…alcolici


Siamo passati dall’esitazione alla certezza assoluta.
Dall’essere una semplice presenza all’incarnare il simbolo della rinascita, del riscatto, della forza di volontà.
Dalla sciatteria alla consapevolezza di sé.
Dalla tuta ai leggins.
Dalle magliette accollate a maniche lunghe alle mezze maniche con audaci scolli a (mezza) V.
Dalle retrovie alle postazioni proprio davanti allo specchio.
A tiro di istruttore.
Che tanto di prima mattina, in confronto all’immagine del viso per buona parte solcato dal segno del cuscino, dei capelli arruffati che Mocio Vileda scansate proprio, dei calzini puntualmente con l’elastico lento (e va già molto bene che non siano spaiati), in confronto a tutto ciò, dicevo, i suoi rimbrotti sono acqua fresca.
Ma ormai padroneggio attrezzi, posizioni, termini astrusi, sequenze di esercizi e capisco perfino da sola quando inspirare e quando invece buttare fuori l’aria.
Non rimango più in apnea per tutta l’ora rischiando ogni volta la morte.
Non mi impiccio più fra braccia, gambe, prove di equilibrio su un piede solo e affondi vari, rovinando ogni volta sul tatami non prima di essermi elegantemente attorcigliata.
Non amoreggio più sfacciatamente con l’orologio tenendo gli occhi fissi su di lui per vedere quanto manca alla fine dell’ora. Anche perché adesso, specie durante il circuito, c’è un comodo timer sonoro che di due minuti in due minuti ci traghetta allegramente verso la fine della tortura, scandendo il tempo da dedicare a ogni singolo esercizio. E così anche il passare mesto dell’ora.
Che tutto finisce, prima o poi. 
Anche la sequenza di addominali.
Certo non che la palestra ora sia diventata il mio passatempo preferito.
Rimane pur sempre un sacrificio improbo cui, incomprensibilmente, continuo ad immolarmi contando fiduciosamente su tutto ciò che di buono apporterebbe, ma rimpiangendo tutto ciò che di assai più interessante e bello potrei fare in quelle 4-5 ore settimanali che le dedico.
E perciò continuo a scegliere i pesetti da 2 kg anziché azzardare chessò, con quelli da 3! Ma solo perché si abbinano perfettamente alle mie magliette prevalentemente di colore viola.
E molto spesso anche allo smalto, della medesima, adorata nuance.
Continuo ad odiare i sacchetti pieni di sabbia che sono un po’ come i pesetti ma servono per evoluzioni più ardite, per il semplice fatto che sono scomodi da afferrare e richiedono l’obolo di un paio d’unghie spezzate ogni volta.
È solo questione di saperlo prima, dopotutto. Basterebbe un avviso in bacheca e una evita di farsi la manicure sapendo che il giorno dopo, a funzionale, si useranno i sacchetti.
Certo continuo imperterrita ad arrivare in ritardo alle lezioni.
Per lo più a fine riscaldamento, con la colazione ancora sullo stomaco e il bisogno, supportato da un reverenziale timore, di guardarmi fugacemente allo specchio per sincerarmi di non aver dimenticato niente.
Per esempio di essermi tolta le ciabatte cuoriciose e aver indossato le scarpe da ginnastica.
Ma poi mi dico che è già un miracolo se sono lì.
Pronta a iniziare, anche se gli altri da mo’ che hanno iniziato.
Eppure io la sveglia continuo a puntarla alle 7.
Manca da correggere giusto il fatto che poi non mi alzo prima delle 8.
E quando poi mi decido a farlo è solo per altissimo senso del dovere.
Eppure ho affinato tecniche nuovissime e raffinate di schizzamento fulmineo fuori dal letto. Lavaggio di denti con una mano, vestizione con l’altra. Colazione con un occhio, mascara passato sull’altro.
E insomma le cose in palestra non vanno così male.
Cinque giorni su cinque magari non riesco a farli proprio tutte le settimane, ma meno di quattro mai.
Con molta costanza.
Tanta buona volontà.
Infinito impegno.
Devono essersene accorte anche le mie compagne di corso che ormai mi vedono fare flessioni, piegamenti, squat senza (quasi) mollare mai.
Prendendomi addirittura a modello, senza nemmeno bisogno di prestare troppa attenzione alle spiegazioni dell’istruttore.
Si girando verso di me, osservano, poi, con calma, decidono:
 “famme ‘n po’ vedè: ah vabbè, se ‘o fa’ lei vordì che ‘o posso fa’ pure io
E considerando che a dirlo sono le solite ultrasettantenni, la soddisfazione, signore mie, è ancora più grande.


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Questi biscotti vanno a ruba. Somigliano moltissimo agli originali reperibili in commercio: quelli con frutta secca o uvetta oppure gocce di cioccolato. Ma se deciderete di farli potrete dar sfogo alla fantasia: l’uvetta si può sostituire con gocce di cioccolato; le nocciole con qualsiasi altro tipo di frutta secca; il liquore con latte (anche vegetale) o semplicemente acqua (come nella ricetta originale che ho preso qui).
Rustici, corposi, assolutamente irresistibili. E senza uova, senza burro, senza lattosio…..serve sapere altro per correre a provarli?

Ingredienti (per 20 biscotti)
200 g farina integrale di farro macinata a pietra
50 g zucchero di canna
2 cucchiai miele
80 g olio di riso
40 g nocciole tostate
40 g uvetta
100 g fiocchi d'avena piccoli
2 cucchiaini di lievito per dolci
Liquore Moretta (o altro) q.b.

Procedimento
Innanzitutto mettere l’uvetta a reidratarsi immersa in un bicchierino di liquore per una ventina di minuti. Riunire in una ciotola la farina, lo zucchero di canna, i fiocchi di avena, le nocciole tritate.
Unire l’uvetta scolata sommariamente (ma non buttare via il liquore!), il miele e l’olio, mescolando bene per far amalgamare tutti gli ingredienti.
A questo punto unire progressivamente il liquore in cui è stata fatta ammollare l’uvetta, fino a ottenere un composto sodo e compatto. Qualora si fosse ecceduto e l’impasto risultasse troppo molle, aggiungere ancora fiocchi di avena o farina fino a ottenere la consistenza giusta.
Sistemare il panetto fra due fogli di carta forno e stenderlo con il matterello in una sfoglia non troppo sottile. Ricavare i biscotti con un tagliapasta o un bicchiere rovesciato e disporli su una placca ricoperta di carta forno.
Cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 15-18 minuti, secondo il forno.
Farli raffreddare completamente prima di assaggiarli!



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