"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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mercoledì 3 novembre 2021

Flessibilità - Torta cremosa al cocco (senza farina)

 


In una vita in cui i viaggi occupano una larga e importante fetta di tempo, soldi ed energie, prima o poi doveva succedere.

Di dover tornare indietro, rientrare urgentemente, o non partire affatto.

E non solo per la pandemia.

Quest’anno, a settembre, siamo stati in bilico fino all’ultimo, ma poi, falsamente confortati da un certo, apparentemente positivo andazzo delle cose, ci siamo risolti a partire.

Per dover decidere – drammaticamente -  di voler tornare indietro il giorno stesso, a nemmeno un paio d’ore dall’arrivo.

Ci abbiamo pensato spesso, a questa eventualità. A tenerci sempre pronti, che con 4 genitori non più giovanissimi, e ognuno con i suoi acciacchi, non si può mai sapere.

A giocarci lo strano scherzo tuttavia è stato il più giovane dei 4, mio padre.

Che, come gli ha annunciato un simpatico cardiochirurgo il giorno stesso della nostra partenza, “ha vinto un intervento a cuore aperto”!

A distanza di 18 anni da quello di mia madre, che per non essere da meno, all’epoca si fece sostituire la valvola aortica.

(Ma quella volta lì non avevamo viaggi in programma. Non così imminenti, almeno. E per la Tunisia siamo partiti un paio di mesi dopo)

Che se uno pensa ai discorsi sull’ereditarietà di certe malattie, la predisposizione genetica e compagnia bella, con un bagaglio del genere ci sarebbe da correre subito a farsi dei controlli, mio fratello ed io.

E insomma, dal momento che Dio li fa e poi li accoppia e che mio padre non voleva assolutamente essere da meno in simili affari di cuore, ha pensato bene di farsi impiantare – urgentemente- ben 4 by-pass coronarici!

Ma la cosa eclatante non è questa. Il fatto è che tutto ciò si è scoperto durante dei normali esami di pre-ospedalizzazione per un banale intervento di rimozione della cistifellea. Un’operazione chirurgica insomma, era comunque prevista, non è che stessimo partendo proprio con l’orizzonte spianato. Ma certo non della stessa entità e comunque, considerando che la lista di attesa era di 30 giorni..mica è detto che lo chiamino proprio mentre sono in viaggio, pensavo ingenuamente.

Non solo l’hanno chiamato: l’hanno chiamato per tutt’altro e nel giro di una manciata di giorni.

Partivamo dunque non sapendo cosa ci aspettasse dietro l’angolo. E mentre sorvolavamo il Partenone, sbarcavamo ad Atene, ritiravamo il bagaglio e anche la macchina a noleggio, diretti come prima tappa al Canale di Corinto, gli eventi decidevano per noi.

Non più cistifellea ma cuore, non più in laparoscopia-tre buchetti e via, ma squarcio totale, non più “un banale intervento” ma roba seria.

5 giorni di tempo.

E così, il nostro viaggio itinerante di 14 giorni lungo il Peloponneso ci si è sgretolato fra le mani, ridotto a una affannosa e travagliata rincorsa ai centralini di mezzo mondo per: cambiare il volo di ritorno, disdire alberghi, ridefinire piani, e poter fare così ritorno il giorno prima dell’operazione!

Per inciso, da quel momento in poi la cistifellea ha cessato di avere importanza per tutti tranne che per la sottoscritta, che, faticando a comprendere (accettare) bene la serietà della faccenda, continuava a chiedere in giro notizie sulla gestione della medesima. Fino a  quando il cardiochirurgo in persona, all’ennesima mia domanda se questa potesse costituire un pericolo o dare qualche problema, si è visto costretto, gentilmente ma fermamente, a dirmi che lui non fa il mago e che comunque, probabilmente, intanto aveva appena salvato la vita a mio padre… questo l’ho compreso io tra le righe guardandolo negli occhi stanchi seguiti a 6 ore di sala operatoria che nulla probabilmente erano in confronto alle mie sfiancanti richieste di rassicurazioni.

Eppure è stato un signore. Non mi ha mandato a quel paese.

Tornando alla Grecia, dopo una giornata di sconcerto e terrore puro, col volo di ritorno già assicurato alla modica cifra di 200 euro in più, ci siamo detti che, non potendo al momento fare molto altro, ci saremmo almeno goduti quei 5 giorni del nostro tanto atteso viaggio. Ma non avevamo fatto i conti con lo sciopero-lampo dei controllori di volo a Fiumicino.

Quattro ore, giusto giusto nella fascia oraria di nostro interesse.

Ed è così che la compagnia aerea ci ha chiamati, il giorno dopo, per decidere subito un’altra soluzione e trovando come unica plausibile quella di anticipare di un altro giorno ancora il rientro.

Non più 5 ma 4 giorni di Grecia. Con quel peso sul cuore e i centralini di mezzo mondo che ormai partecipavano, empaticamente, alla nostra vicenda strappalacrime.

E insomma, tutto il resto è storia: l’operazione è andata bene, la riabilitazione anche, siamo a novembre, di acqua sotto e sopra i ponti ne è passata abbondantemente e via, si ricomincia l’anno.

Grati, eh? Che alla fine sta cistifellea malandata tocca pure ringraziarla, sennò chi mai si sarebbe accorto di come fosse malandato il cuore.

E per la Grecia pazienza. Per quel poco che abbiamo potuto vedere il Peloponneso ci piace. Come per la Namibia è solo rimandato. Incrociando le dita, sperimentando un modo nuovo di viaggiare, che è quello di farsi flessibili e mettere in conto l’assoluta precarietà, nella vita in generale, di ogni tipo di programma.

(per inciso, comunque, negli annali dei nostri viaggi si annovera la medesima ansia, per la medesima operazione alla cistifellea, quella volta riguardante mia madre –sempre per il discorso del dio li fa poi li accoppia-  esattamente quando eravamo in procinto di partire per il Sudafrica. Lì però era andata meglio: la chiamata era avvenuta il giorno stesso del nostro rientro e quindi tutti felici e contenti di poterci essere, con viaggio già alle spalle).

 

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In questa travagliata estate non sono mancati momenti di cucina. Pochi, eh? Fra i quali quelli dedicati a questa torta stupefacente.

Certo, per farla ho dovuto accendere il forno nonostante il caldo, ma visto che ormai siamo alle porte dell’inverno non si pone nemmeno più il problema. Tra l’altro deve riposare in frigo e si gusta fredda. In ogni caso: estate o inverno che sia, come si fa a non voler provare una torta che oltre a essere senza burro (e senza margarina e senza olio), senza uova, senza lievito è anche SENZA FARINA?? Che uno alla fine si chiede: ma dentro che c’è? Beh tutto quello che le serve per essere cremosissima, goduriosa e sorprendentemente buona. La ricetta l’ho presa da lui, apportando solo delle piccole modifiche, ma giusto perché non amo il mascarpone e  perché di bevanda vegetale ne avevo solo un brick da 250 ml ;-)



Ingredienti (per uno stampo tondo da 22 cm o, come nel mio caso, rettangolare da 23x15)

300 250 g bevanda vegetale al cocco

250 g mascarpone  ricotta di pecora

340 g yogurt greco al cocco

120 g fecola di patate

80 g cocco rapè

150 g zucchero

gocce di cioccolato fondente

 

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. In una ciotola mescolare lo yogurt con la ricotta e lo zucchero. Unire anche la fecola, il cocco e progressivamente il latte sciogliendo ogni eventuale grumo (il composto risulterà piuttosto liquido ma così deve essere!).

Versare tutto nello stampo foderato di carta forno e cuocere per 30-35 minuti facendo la prova stecchino. Se pure questo dovesse uscire ancora leggermente umido spegnere non appena i bordi del dolce cominceranno a dorarsi. Lasciare raffreddare bene prima di consumarlo e conservare in frigorifero.

 


giovedì 3 giugno 2021

Stop – Torta all’acqua al cioccolato e fragole


È accaduto esattamente così, nel modo più assurdo, incredibile e inverosimile possibile. Non che esista un modo bello in cui certe cose possano accadere, ma nel caso specifico, a sorprendere e lasciare del tutto attoniti è stata soprattutto la tempistica.

Quando il calendario (almeno cartaceo, non certo quello meteorologico) cominciava ad annunciare l’ingresso nel vivo della primavera, con i primi, timidissimi pensieri rivolti all’estate; i prati così come la campagna vaccinale erano nel pieno della loro più florida fioritura; l’ormai famoso indice Rt nazionale si scapicollava giù, in discesa libera; le maglie delle aperture si andavano sempre più allargando e noi bimbi felici sguazzavamo in un’oasi di sorrisi ebeti e flebili speranze, tra aperitivi e caffè in bicchierini di plastica consumati sui marciapiedi… è proprio allora, dicevo, che noi, famiglia, ci siamo ritrovati con lo spettro, divenuto subito drammaticamente tangibile e reale, di ben 3 contagiati!

Uno dopo l’altro, a strettissimo giro, giusto quello effettuato sulla giostra dei tamponi e delle attese.

Fratello, cognata, nipotina di nemmeno 3 anni.

Che fino a quando lo senti in televisione pensi sempre che sì vabbè, passerà.

Ma quando lo vivi e lo tocchi con mano e corri a farti un tampone perché potresti, ma magari no, chissà, esserti contagiato pure tu, la faccenda si fa dannatamente seria.

Diventa tutto, all’improvviso, molto spaventoso.

Per sé, per chi ti sta accanto, per tutti quelli con cui potresti essere venuto in contatto e inconsapevolmente aver contagiato.

A questo rassicurante scenario, tanto per rimescolare le carte e far rabbrividire un po’ di più, si è aggiunto un febbrone da cavallo occorso al nonno, mio papà.

La scoperta poi che si trattasse di colecistite, e che solo per qualche insondabile mistero (cui non smettere mo mai di essere grati) lui e mia madre, non fossero annoverati fra i contagiati ci ha fatto tirare il fiato giusto il tempo di cominciare ad affrontare il problema sull’altro fronte, quello appunto fatto di visite gastroenterologiche e chirurgiche di una certa urgenza con annessa programmazione di intervento.

Ma sempre meglio del Covid. Immagino.

In tutto ciò si inserivano, serpeggiando nel sottobosco delle ansie miste a terrore, le date dei vaccini di tutti. Fra dubbi, paure reali, indecisioni, tentennamenti, appelli a forze superiori che aiutassero a prendere decisioni o semplicemente accettare quelle degli altri.

Fra lotti ritirati, monitoraggi di reazioni avverse, notti in bianco e febbroni vari possiamo tranquillamente affermare di vivere in apnea più o meno dal 12 marzo, data della prima dose di vaccino somministrata all’amato bene. 

Ora siamo qui, in attesa di negativizzazioni, seconde dosi, interventi chirurgici e tempi migliori.

Senza pensare troppo, coltivando piccoli attimi di felicità, ritagliando minuscole oasi di silenzio o di mare in cui tirare un attimo il fiato e mettere a tacere quei tic nervosi che, soli, tradiscono un trascurabile disappunto.

Ma celano bene l'inferno di cristallo che arde nelle anse dell'intestino.

La notizia che nel circondario il numero totale dei contagiati, dai 300 e passa di questo inverno fosse sceso a 32, 3 dei quali solo “i nostri”, di certo costituiva un primato davvero poco invidiabile.

Ma, come dicevamo, le cose fanno il loro corso; il tempo, anche se non sembra, scorre imperterrito e, pur magagnati e con la sensazione di essere stati presi a calci e pestati, a un certo punto, non si sa come, ci si trova traghettati fuori dalla tempesta.

Non ancora del tutto, eh?

Ma quanto meno si impara a navigarci dentro.

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Quella che nell’ansia generale non si è mai persa è la voglia di cucinare dolci. Che anzi semmai è pure cresciuta, presi come si è, dall'impellenza di colmare vuoti cosmici. Naturalmente sempre senza esagerare, che mica perché si è lievemente angosciati ci si scorda della forma fisica... ma quando si stratta di cioccolato, per quanto mi riguarda, basta anche solo nominarlo per sentirsi meglio. Ho rubato questa ricetta alla bravissima Elena, affascinata dalla sua definizione di questa torta come di una “torta cuscinetto”. Per la morbidezza, per il fatto di costituire un appoggio validissimo a ogni tipo di accompagnamento. Certo mi sarebbe piaciuto farla con i lamponi come lei, ma non li ho trovati e per il momento mi sono accontentata delle fragole. Siccome non ero abbastanza disperata ho ritenuto di voler diminuire la quantità totale di zucchero, ma se non amate i dolci poco dolci, la quantità originale è quella giusta!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)

300 g farina (io di farro)

30 g cacao amaro

180 g zucchero (io 150, di canna)

10 g lievito per dolci

1 pizzico di sale

vaniglia (in polvere, in pasta o i semini di un baccello),

120 ml olio di semi

360 ml acqua,

2 cestini di lamponi (io ho usato fragole)

100 g cioccolato fondente

100 ml panna fresca (io vegetale)

 


Procedimento

Accendere  il forno a 180 °C e preparare l’impasto della torta.

Versate la farina, il cacao, lo zucchero, il lievito, il sale e la vaniglia in una ciotola. Mescolare e unirvi l’olio e l’acqua, lavorando con una frusta per non formare grumi.

Versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata e infornare per 40 minuti.

Sfornate la torta lasciare raffreddare completamente.

Nel frattempo tritare il cioccolato a coltello e versarlo in una terrina.

Fare scaldare la panna e versarla calda sul cioccolato mescolando con una frusta a mano in modo tale da far sciogliere il cioccolato e ottenere una ganache liscia e senza grumi. Lavare le fragole e privarle del picciolo. Dopodiché tamponarle con due fogli di scottex.

Quando la torta all’acqua sarà fredda, toglierla dallo stampo ribaltandola sul piatto da portata (in questo modo si avrà una superficie liscia da decorare con la frutta).

Spalmare tutta la superficie della torta all’acqua con la ganache al cioccolato fondente fredda e decorare con le fragole.

Completare spolverizzando dello zucchero a velo ed eventualmente decorando con foglioline di menta.



 

 

lunedì 1 marzo 2021

Un anno - Torta variegata al caffè

 


   Zitti zitti, non si sa come, siamo arrivati anche a marzo.

Che gennaio è durato un’eternità, ma pure febbraio non ha scherzato, con i suoi 28 giorni dilatati fino a sembrare quasi il doppio.

Intanto io continuo a segnare diligentemente compleanni sul calendario, a guardarlo ogni mattina per ricordarmi di fare gli auguri al festeggiato di turno e…a scordarmene nel corso della giornata con grandi sensi di colpa.

Perché mi piace l’idea di ricordarmi dei compleanni delle persone. Anche di quelle che magari non sento da tanto e che sarebbe un’occasione da sfruttare per richiamarle almeno quel giorno. Invece no.

Leggo, incamero, rimando a qualche ora dopo, al momento opportuno, a quando starò aspettando il treno di andata, poi quello di ritorno, poi finisce la giornata e io ho completamente rimosso l’appuntamento telefonico che mi ero prefissata.

Freud direbbe che non è un caso, che tutta sta voglia di risentire determinate persone evidentemente non c’è.

Io dico che piuttosto a me scoccia tanto stare al telefono e quando non ti senti da tanto, quella mezz’oretta minimo di conversazione la devi calcolare. Poi vai a capire se, come presumibile, la verità si trovi esattamente a metà fra queste due spiegazioni.

A parte ciò, continuiamo a brancolare nello straniamento di questa pandemia.

Fra mascherine interamente di cotone, che nel frattempo sono diventata allergica forte anche agli elastici.

Lo smart working dell’amato bene ha rivoluzionato parecchio la nostra quotidianità, ma la bella notizia è che ha quasi completamente abbandonato il pallino dei lavoretti in casa e ci si dedica giusto per cause di forza maggiore (bagno intasato, rubinetto gocciolante, ante dell’armadio difettose) o quando, nei giorni particolarmente difficili e a rischio apatia, gli fornisco pretestuosamente scarpe da lucidare, cinte cui fare buchi, orologi da aggiustare, pezzi di cose che rompo da incollare, che tanto, la maldestrezza per sfasciare quotidianamente qualcosa non mi manca. Per quanto mi riguarda, fortunatamente continuo a prendere sane boccate d’ossigeno, facendo la pendolare ogni giorno e riducendo così di gran lunga i pretesti per litigarci spazi o il tappetino per fare ginnastica.

Del perché poi, dopo un anno di chiusura delle palestre e di allenamenti costanti in casa, da persone assolutamente fissate diligenti quali siamo, ci si debba litigare l’unico tappetino disponibile (che poi è il mio) non è dato sapere.

Eppure siamo avvezzi, come tutti, ad acquisti on line e nel frattempo avrebbero pure riaperto i centri commerciali (almeno in settimana) per poter correre a comprarne un secondo.

Ma ho idea che quell’unico tappetino, oltre che una sfida implicita a chi fa di più/quando e come, rappresenti anche una scaramanzia, una speranza sempre accesa, un modo per dirci che in fondo, poi che ci facciamo con due tappetini in casa quando finalmente torneremo lui in piscina e io in palestra?

E intanto, è passato un anno.

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Quando leggo “caffè” non capisco più niente. Poi ovviamente l’aspettativa è sempre di gran lunga maggiore rispetto all’aroma reale che il caffè può sprigionare dall’interno di una torta. Ma di questa, che ho visto qua mi piaceva tanto l’aspetto, oltre che l’idea del sapore. E questo, le aspettative le ha addirittura superate, visti i miei costanti insuccessi con la torta zebrata. Ecco, questa volta che ho buttato gli impasti a caso, alternandoli, ne sono uscite fette che sembravano disegnate… misteri della cucina! In ogni caso è una torta sofficissima, veloce da fare e che si conserva benissimo anche per 5 giorni sotto una campana per dolci.



Ingredienti (per uno stampo da 22-24 cm)

3 uova

250 g di farina (io di farro)

150 g di latte (io di soia)

125 100 g di zucchero (di canna)

75 ml di olio di semi

50 g di fecola di patate

25 ml di caffè (circa 1 tazzina)

1 cucchiaino di cacao

1 bustina di lievito per dolci (16g)

Vaniglia

Procedimento

Preparare il caffè, zuccherarlo con 1 cucchiaino raso di zucchero e lasciarlo raffreddare.

Accendere il forno a 180°. In una ciotola capiente sbattere le uova con lo zucchero fino a renderle spumose. Unire l’olio e il latte continuando a mescolare, quindi, progressivamente anche la farina setacciata con il lievito e la fecola. A questo punto dividere l’impasto in due parti e solo in una aggiungere il caffè e il cacao.

Oliare e infarinare uno stampo, quindi versarvi i due impasti, alternandoli per ottenere un effetto marmorizzato.

Cuocere per circa 35-40 minuti secondo il forno.



 

lunedì 15 febbraio 2021

Depistaggi - Torta vegana al cocco

 

Si può regalare, per san Valentino come per ogni altra occasione, un tubetto di crema cortisonica?

Dunque le cose stanno così: da qualche anno a questa parte mi curo prevalentemente con medicina omeopatica e attualmente sono alle prese con una dermatite, di cui soffrivo durante l’adolescenza, che è rispuntata fuori ora, a distanza di qualche anno e che sto pazientemente curando con i suddetti rimedi.

L’amato bene, da uomo tollerante e intelligente quale è, mi appoggia in questa mia scelta sebbene non approvi fino in fondo proprio tutte le sue sfaccettature.

E in particolare si e mi domanda se su quella mano martoriata di bolle e croste non faccia prima a mettere un bello strato di crema al cortisone che metterebbe fine, in un batter d’occhio, a pruriti e aspetto da zampa di rettile anziché riporre la mia speranza in tubetti di granuli e unguenti prodigiosi per giorni e giorni di fiduciosa agonia.

Ma io, testarda e (assolutamente) fiduciosa, appunto, vado per la mia strada glissando su ogni offerta medicamentosa che non sia contenuta in tubetti “senza indicazioni terapeutiche approvate”.

Mattina di san valentino. Non me lo aspetto nemmeno un vero e proprio regalo per la verità. Tutt’al più fiori. E invece te lo vedo arrivare con un pacchetto piccolo, grazioso, infiocchettato.

Apro e scopro una scatola di pomata. E mi fermerei lì, che lo conosco il suo spirito burlone. Infatti rido a crepapelle e gli dico che è stato proprio forte a propormela così, sotto forma di regalo d’amore, questa crema al cortisone che mi ostino a non voler usare.

Mi fa anche tenerezza, che se me la regala per san Valentino vuol dire che gli faccio proprio pena con questa mano disastrata e soffre a vedermi così e vuole aiutarmi a tutti i costi.

Non collego nemmeno quel tubetto già aperto e spremuto a quello sepolto nel nostro cassetto delle medicine e che avevo comprato (non mi ricordo nemmeno più quando) per lui.

Infatti mi viene in soccorso e dalla scatola spunta un rotolo.


Pieno di scritte.


La cosa si fa interessante. Conosco questo tipo di sorprese, cui non è nuovo, sebbene ogni volta mi stupisca in modi diversi.

Perché sì, quello pieno di fantasia e capace di sorprendere con idee e trovate incredibili e romantiche è lui, mica io.

Stento a crederci però. Che siamo in piena pandemia, con tutti i divieti e le restrizioni del caso.

Ma lui è un uomo pieno di fiducia e ottimismo.

Quasi come me con l’omeopatia.

Di fatti non mi sbaglio: è proprio un programma di viaggio quello che sto srotolando fra le mani. Mi basta leggere la prima scritta, “partenza da Roma Fiumicino….” per non capire più niente e farmi trasportare da un progetto reale e concreto.

Niente mete lontanissime, isole in mezzo al mare e voli intercontinentali.

Un volo di due ore e mezza.

La prospettiva, ancora lontana e purtroppo piena di insidie e incertezze, di un viaggio.

Mai regalo mi è sembrato più bello e prezioso.

La crema al cortisone può tornare nel cassetto.

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Sono pochi i dolci di questo sito  che non mi viene voglia di provare appena li vedo. Questo è uno di quelli che ho letto e subito realizzato, pur non avendo in casa tutto l’occorrente. Per esempio l’ingrediente principale: quel cocco rapè (polpa di cocco grattugiata, ridotta in scaglie e senza ulteriori processi di raffinazione) che pare sia molto diverso dalla farina di cocco (con una grana estremamente fine e uniforme), e che per me, fino a oggi, pari erano. Invece no! Disponendo allora solo di banale “farina di cocco”, e non potendo aspettare oltre, io la torta l’ho realizzata con quella. Ma se da una parte ho tolto, dall’altra ho aggiunto: così, anziché utilizzare il latte di soia ne ho messo uno di riso al gusto di cocco. Poi ho diminuito leggermente  la quantità di zucchero, impiegato olio di riso anziché di semi  e giocato come al solito con le farine. La consistenza di questa torta è molto “sbriciolosa”, ma allo stesso tempo soffice. E comunque, se poco poco amate il sapore del cocco non potete proprio esimervi dal provarla!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro)

300 ml di bevanda di riso al cocco

250 gr di farina di farro integrale

150 gr di farina di cocco

80 ml di olio di riso (o di semi di girasole)

80 gr di zucchero di canna

1 bustina di polvere lievitante (cremor tartaro + bicarbonato)

Mezza bacca di vaniglia (o 1 bustina di vanillina)

30 gr di gocce di cioccolato extrafondente

 

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. Raccogliere in una ciotola le farine, il lievito e lo zucchero di canna. Unire anche il latte di riso al cocco e l’olio e amalgamare bene tutti gli ingredienti fino a ottenere un composto omogeneo. Da ultimo incorporare anche le gocce di cioccolato e versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata. Cuocere per circa 45 minuti, fino a che la superficie sarà dorata e l’interno completamente cotto.



 

martedì 24 novembre 2020

Indovina – Torta di avena e cocco

 


Dunque sì, a prima vista, senza occhiali, potrebbe sembrare una cheesecake al cioccolato.

Solo che quelli non sono biscotti digestive intrisi di burro e quello sopra non è cioccolato.

Se è per quello poi, di formaggio non c’è nemmeno l’ombra.

Aguzzando un po’ la vista poi, a un secondo sguardo, più attento, potrebbe dare l’idea di una crostata mal riuscita.

Dimenticata nel forno (in funzione grill) e carbonizzata nella parte superiore mentre quella sotto era venuta tanto bene, mannaggia!

Continuando a scervellarsi potrebbe essere scambiata pure per una sbriciolata invertita, col ripieno emerso, per qualche oscura ragione, e le briciole esplose e rimaste appiccicate sul fondo dello stampo.

Ma nemmeno tirando a indovinare si potrebbe dire che invece è una torta fatta di…fiocchi di avena!

Già, perché io finora con i fiocchi di avena facevo giusto il porridge per la colazione, che poi il nome è solo per capirsi perché in realtà io mi limito a riempire la mia bella tazza di fiocchi, mela, uvetta, mandorle, cannella e tutto quello che trovo nella dispensa, poi a ricoprire tutto di latte di soia bollente quel poco che basta per ammorbidire un po’ e far sì che il risultato non si incastri sulle pareti dell’esofago mentre lo mando giù a piccole e prudenti cucchiaiate.

È che le pappette non mi piacciono, ma dice che il porridge d’avena al mattino fa tanto bene, quindi ecco, mangiare i fiocchi d’avena crudi, nemmeno tostati, mi pareva un buon compromesso.

Poi è arrivato Marco Bianchi e questa sua torta che dire che mi incuriosiva è essere proprio riduttivi.

Siccome non mi pareva abbastanza azzardata, ho pensato di togliere dalla lista degli ingredienti pure quei miseri 80 gr di zucchero che prevedeva e di sostituirli con una decina di piccoli datteri frullati...

E ovviamente di usare una marmellata fatta di soli zuccheri della frutta e dolcificata quindi con succo di mela concentrato.

Ecco, la marmellata: avrebbe dovuto costituire il ripieno.

Ma nel momento in cui ho messo il secondo strato di impasto sopra a quello di marmellata per l’appunto, quella ha iniziato a strabordare conquistandosi spazio e finendo per riemergere completamente.

Assumendo poi tutti gli aspetti di cui sopra: da crostata riuscita male, a cheesecake (magari!), a torta mistero.

Che però è stata una rivelazione.

Di gusto, consistenza, sostanza.

Almeno per una volta i fiocchi d’avena riesco a mangiarmeli cotti.

E il mio stomaco ringrazia.

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A parte aver eliminato lo zucchero, ho sostituito la farina 2 con farina di farro integrale, il latte vaccino con quello di mandorla e le nocciole con le mandorle.

Ingredienti (per uno stampo da 22cm)

150 g di farina di tipo 2 di farro integrale

350 ml di latte (io di mandorla)

250 g di fiocchi di avena

100 g di cocco grattugiato

70 g di nocciole mandorle tritate

80 ml di olio di mais

80 g di zucchero integrale di canna (una decina di datteri piccoli, circa 50g)

Mezzo cucchiaino di vaniglia in polvere

200 g di confettura di lamponi  bacche di sambuco selvatico

Un cucchiaino di lievito per dolci



Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°.

Raccogliere in una ciotola tutti gli ingredienti secchi. Frullare i datteri con un po’ del latte previsto e aggiungerli agli ingredienti secchi insieme anche al latte restante e all’olio. Amalgamare e versare metà impasto in uno stampo oliato e infarinato (o rivestito di carta forno). Aggiungere la confettura e ricoprire con il rimanente impasto.

Cuocere per circa 50 minuti e lasciare raffreddare completamente prima di togliere dallo stampo.



lunedì 16 novembre 2020

Comfort cake – Torta versata cioccolato e cocco

 

L'estate scorsa, e poi tante altre volte ancora, ho preparato questa torta.

Anzi, ora che ci penso la prima volta che l’ho fatta non era nemmeno estate, ma primavera, forse maggio.

Solo che in questo anno sospeso in cui non v’è certezza non solo del domani ma a momenti manco del presente, il tempo si dilata e si confonde fino a stordire. Si affrontano i giorni con una sensazione di precarietà che sembra di stare sulle montagne russe.

Ecco allora che si cerca di ancorarsi a piccole abitudini e routine quotidiane. Sempre le stesse, per non perdersi.

Tanto c’è poco da spaziare.

Si programma pure, si cerca di fare progetti a più lunga scadenza, magari una manciata di mesi.

Salvo poi doverli disdire, mestamente, uno a uno.

Si impara a vivere alla giornata, o almeno si cerca di farlo.

Ecco allora che perfino una torta diventa un’ancora.

Che scandisce il tempo, sigilla gli eventi, regala un punto fermo.

 


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La torta in questione, che ho visto qui e alla quale ho apportato giusto qualche trascurabile modifica, mi ha dato svariate soddisfazioni. Un po’ perché, dai tempi del Bounty, per me l’accoppiata cioccolato-cocco è una delle migliori, ma soprattutto perché mi è piaciuta fin da subito l’idea di una torta che esca dal forno già farcita. Senza doverla prima cuocere, poi tagliare sperando di andare dritti con la lama (quindi rovinarla sempre un po’) e solo dopo farcire.

Niente di tutto ciò e anzi, qua si apre addirittura il forno a metà cottura, si spalma il ripieno sopra la mezza torta cotta, si versa sopra l’altra metà di impasto crudo e si ributta tutto in forno.

Molto più semplice a farsi che a dirsi. L’unica accortezza è quella di dividere equamente l’impasto a metà per non rischiare di trovarsi mezza torta scoperta!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)

Per la torta

4 uova

180 130 gr di zucchero

100 ml di olio di semi di girasole

100 ml di latte (io vegetale di riso, soia, avena o altro)

170 gr di farina

30 gr di cacao amaro

1 fialetta di aroma rum

1 bustina (16 gr) di lievito per dolci

Per la crema al cocco

Per la crema al cocco

250 ml di latte caldo (io vegetale)

50 gr di zucchero

30 gr di farina di cocco

20 gr di amido di mais

1 bustina di vanillina

Procedimento

Preparare innanzitutto la crema. In un pentolino versare lo zucchero, l'amido di mais, la bustina di vanillina e mescolare con una frusta per evitare che si formino i grumi.

Aggiungere il latte caldo sempre mescolando e porre su fiamma medio bassa fino a che la crema non si sarà addensata.

A questo punto togliere dal fuoco, incorporare la farina di cocco e lasciare raffreddare la crema.

Preparare quindi la torta. Preriscaldare il forno a 170° e oliare e infarinare lo stampo. In una ciotola sbattere le uova con lo zucchero. Quando saranno gonfie, aggiungere l’olio, il latte, eventualmente la fialetta rum e, un po’ alla volta, la farina setacciata con il cacao e il lievito. Versare metà composto nello stampo e cuocere per 20 minuti.

Quindi sfornare la base e coprirla con la crema al cocco, stendendola con un cucchiaio e lasciando un centimetro di spazio al bordo. Versare sopra il resto dell'impasto, cercando di coprire tutta la crema. Informiamo nuovamente e lasciare cuocere la torta per altri 25 minuti.


lunedì 2 novembre 2020

Cambiare si può! (Forse) - Torta di mele con nocciole e rosmarino

 


La torta di mele, ma anche le mele in generale, nei dolci o semplicemente nel porridge la mattina per me sono assolutamente inscindibili dalla cannella.

Come Giulietta e Romeo, Parigi e la Tour Eiffel, prosciutto e melone, Dante e Virgilio, l’ombrello al seguito e il cielo sereno.

Fare una torta di mele senza metterci la cannella mi sembrava fino ad ora assolutamente inconcepibile, come un giro perso, come sprecare un’occasione o mangiare la cacio e pepe senza pepe.

Ma poi, inaspettatamente, arrivano gli stimoli giusti, quelli capaci di sovvertire un’abitudine radicata e far intravedere vie alternative. Possibilità diverse, quantomeno.

Ecco, la proposta della torta di mele dei ragazzi di Gnam Box costituiva un’attrattiva troppo ammaliante.

Impossibile restare indifferenti.

Rosmarino, nocciole…come esimersi dal tentare una combinazione simile?

Per la verità la tentazione di metterci una spolveratina di cannella si è affacciata a varie riprese fino al momento di sfornare e anche dopo, mentre era lì, bella fatta, sul ripiano a raffreddarsi.

Quello a cui non ho proprio saputo resistere è stato di stravolgerne quasi completamente gli altri ingredienti.

Non per smania di protagonismo ma per esigenze alimentari che seguo da un po’.

Non usando il burro mi premeva sostituire innanzitutto quello. E poi le solite cose: un quantitativo inferiore di zucchero, la farina di farro al posto di quella di grano tenero, lo yogurt ad alleggerire, e via di questo passo.

Non ci ho messo nemmeno le mandorle previste per la verità…

E nemmeno la farina di grano saraceno, a voler essere onesti del tutto.

Ho usato la classica sette vasetti come base.

Insomma: ho fatto tutta un’altra cosa. Ma ci tenevo a dire che quell’ispirazione di nocciole e rosmarino insieme sono state determinanti a farmi provare questa torta. E soprattutto a sacrificare la cannella!

Per una volta.

Che poi si può sempre spargerne un pizzico sulla singola fetta prima di servire…

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A risultarmi del tutto nuova era, per la verità, anche la disposizione delle mele in quel modo geometrico e molto scenografico. Dopodiché, da quando l’ho vista a quando mi sono decisa a farla, è stato tutto un profluvio di torte di mele con gli spicchi disposti in quel modo.

Ma si sa, anche in cucina si rincorrono mode e tendenze. Vorrà dire che per una volta non sono arrivata (troppo) in ritardo.

Provatela assolutamente se amate le torte di mele e se non volete perdervi un abbinamento spaziale.


Ingredienti (per una tortiera da 24 cm)

3 uova

2 mele piccole

1 vasetto di yogurt bianco

2 vasetti di farina di farro

1 vasetto di farina di nocciole (circa 100 gr frullate il più possibile, lasciandone da parte qualcuna per la superficie)

1 vasetto di olio di semi

1 vasetto di zucchero di canna

1 cucchiaio di uvetta

1 rametto di rosmarino

1 bustina di lievito vanigliato (16 g)

Succo di mezzo limone

1 pizzico di sale

 


Procedimento

Preriscaldare il forno a 170° e mettere l’uvetta in ammollo nell’acqua.

Sbucciare le mele, tagliarle a fettine non troppo sottili e irrorarle con il succo del limone.

Setacciare la farina con il lievito e unire le nocciole tritate e il rosmarino, anch’esso tritato, lasciandone da parte qualche ago per la superficie.

Sbattere le uova con lo zucchero e  il pizzico di sale finché non saranno gonfie e spumose. Aggiungere lo yogurt e l’olio continuando a sbattere. Abbandonare la frusta elettrica e, mescolando con un cucchiaio di legno, incorporare la farina e l’uvetta scolata e strizzata. Versare il composto nello stampo oliato e infarinato e disporre a piacere le fettine di mele sulla superficie. Rifinire con le rimanenti nocciole tagliate a metà e gli aghi di rosmarino.

Cuocere per circa 45-50 minuti facendo la prova stecchino.

 


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