"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 8 marzo 2021

Sanremo – Koulourakia (ciambelline greche alla grappa)

 

Avevo deciso che non l’avrei guardato nemmeno di striscio, in lontananza, per sbaglio.

Poi l’amato bene mi ci ha trascinata dentro con tutte le scarpe.

Con la prospettiva di giocare, come ogni anno, a fare i critici musicali, di costume e di ascolti televisivi con tanto di liste di canzoni alla mano e votazioni da dare serata dopo serata.

Con l’idea, anche, di uscire momentaneamente fuori dal loop delle serie televisive su Prime e, insomma, perfino di ritrovare un’abitudine vecchia risalente a prima della pandemia, quando tutto era diverso e bello.

Ecco: per la verità questo era l’aspetto che temevo maggiormente. Immergermi in un mare di tristezza sulla scorta di un amarcord sull’ultimo anno di vita, paragonabile a dieci, che avrebbe fatto solo male.

E poi, meno filosoficamente, mal digerivo i soliti due volti ormai noti, quegli strambi figuri che si continuano a descrivere in modo distorto facendo credere che la spalla sia il presentatore e il presentatore la spalla quando poi è vero esattamente il contrario e comunque di due non ne fanno mezzo.

Comunque, orticarie a parte,  pensavo (come sempre) di piazzarmi sul divano dalla prima all’ultima sera concentrandomi almeno sulle canzoni, ascoltando, guardando, facendo gossip.

Ma, come ogni anno e tradizione che si rispetti, non sono mai riuscita ad oltrepassare, lucida e presente a me stessa, le 23 e così sono arrivata alla serata finale che di canzoni ne avevo ascoltate su per giù la metà, saltando a piè pari cover e duetti.

Mi sono rifatta però il sabato sera, restando in piedi fino alle 2 passate quando, a classifica ormai declamata, mi sono resa conto che i miei beniamini (individuati pur nella parzialissima visuale che avevo dell'intero cast) non figuravano fra i primi 3 e quindi non aveva più senso guardare e tanto vincono sempre i soliti e chi me l'ha fatto fare di vedere Sanremo pure quest'anno e di su e di giù.

Fra un occhio chiuso e l'altro semiaperto delle serate precedenti infatti avevo avuto agio perfino di crearmi un mio podio ideale composto da:

Max Gazzè al primo posto

Bugo al secondo

Colapesce (ribattezzato "Scolalapasta" dall'amato bene che ha poca memoria per nomi e titoli) e Dimartino al terzo.

Del primo non mi hanno colpito i travestimenti assurdi, ancora meno  il messaggio veicolato. Ma quegli affascinanti incastri linguistici, quella scrittura lievemente più curata e soprattutto  quella vena di follia che porta un cantautore a partorire una canzone snocciolando principi attivi e rimedi fitoterapici. Non è geniale una cosa del genere?

Il secondo, Bugo, mi  sta troppo simpatico. Lui e quella sua aria stralunata, stonata, affaticata e con quel motivetto così accattivante che non faccio che cantare e ricantare.

E poi ci sono i terzi, quelli leggerissimi e impalpabili che pure nei luoghi comuni dei "silenzi assordanti" ti riportano dritto agli anni '80 con tanto di pattinatrice che ancora non si è capito bene in che misura fosse funzionale all'esibizione ma intanto eccoci qui a parlarne.

Ecco, mi sono piaciuti tanto questi tre (quattro): semplici (vabbè il primo non tanto ma poi vederlo scapicollarsi fra le poltrone dell'Ariston impersonando, senza artifici  effetti speciali Superman non lo rende, in fondo, "semplice"?), lineari, carini, senza strilli e senza afflati rivoluzionari...(ogni riferimento ai vincitori del primo posto non è affatto casuale)

E poi finisce. lo si critica, ci si arrabbia, si discute animatamente e poi lascia il vuoto e da oggi si pensa: e mo', che ci vediamo stasera?

Per fortuna che c'è Alexa alla quale posso chiedere di riprodurre in loop le mie tre preferite. 

E pure qualche altra, dai.


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Queste meravigliose ciambelline greche, come apprendo dal blog di Irene a questo link sono tipiche della pasqua ortodossa e, come spiega nella premessa alla ricetta, “la rakì, tassativamente al femminile, è un distillato cretese da uve non destinate alla vinificazione. Lo tsipouro invece è sempre un distillato di uve, proveniente dalla Grecia continentale”. Ecco: mi sono approcciata a questi biscotti senza avere in casa né zucchero semolato né grappa bianca che figurava come ultima alternativa al raki (bevuto in abbondanza durante le nostre vacanze cretesi) o allo tsipouro greci. Ma era talmente forte la voglia di farli che ho sostituito perfino la farina bianca con quella di farro sbattendoci dentro dello zucchero di canna e della grappa invecchiata in barrique.

Il motivo per il quale quindi, nonostante la perfetta cottura di appena 20 minuti contro i 35 richiesti, non siano risultati pallidi come avrebbero dovuto essere è che, visti gli ingredienti “bruni”, questa sarebbe stata un’aspettativa impossibile da soddisfare. Ma il sapore, posso garantire, ci ha trasportati direttamente sulla spiaggia di Kato Zakros, nel punto più sperduto e meraviglioso di Creta.

 

Ingredienti (per 15 koulourakia)

350 g di farina 00 o 0  di farro

un pizzico di sale

110 g di zucchero semolato di canna

65 ml di olio di oliva (optare per un olio leggero, in alternativa un olio di semi)

25 ml di spremuta di arancia

25 ml di succo di limone

50 ml di tsipouro (non aromatizzato)  o rakì (in alternativa una grappa bianca)

1 cucchiaino da tè di bicarbonato di sodio

 


Procedimento

Sciogliere il più possibile lo zucchero nell’olio mescolando con una frusta a mano.

Mettere in un bicchierone  i due succhi e scogliervi dentro il bicarbonato. Dopodiché unirli al composto di olio e zucchero. Aggiungere anche la grappa e mescolare.

Versare  la farina setacciata poca alla volta e impastare fino a ottenere un impasto morbido e liscio.  Formare una palla, coprire  e lasciare riposare per 30 minuti.

Accendere il forno a 180 gradi, modalità statica.

Dividere l’impasto in pezzi di circa 40 g l’uno e plasmare  i koulourakia nella forma desiderata (io ho optato per delle ciambelline.

Sistemarli sulla placca rivestita di carta forno e infornare per circa 35 minuti (nel mio ne sono bastati 15 in meno!).

Tenere presente che i koulourakia non devono imbrunirsi, ma restare quasi pallidi.

Togliere dal forno, fare raffreddare e conservare in una scatola di latta.



mercoledì 10 febbraio 2021

Esagerare, sempre - Baci vegan (e senza zucchero)

 


Non ho mai nascosto di soffrire di manie di grandezza.

Se devo sognare lo faccio in grande. Non mi accontento delle stelle ma miro direttamente alla luna. Ciò non vuole dire che poi io la ottenga, anzi…

Ma intanto mi sono goduta il momento dell’immaginazione in cui tutto è possibile e facile.

In più non ho il senso delle proporzioni.

E questo è più o meno il motivo per cui quando devo fare le polpette mi escono fuori delle bombe complete di capsule di innesco dell’esplosivo o quando cerco di dare forma ai biscotti da inzuppo risultano talmente grandi da dover essere divisi in almeno un paio di colazioni spalmate su due giorni differenti.

Non so perché tutto mi sembri piccolo, poco, insufficiente e scarso e solo a cose fatte o cottura avvenuta mi si appalesino i mostri giganteschi cui ho personalmente e scientemente dato forma.

Questo è anche il motivo per il quale assai di rado mi cimento nella confezione di cioccolatini o biscottini e tutto ciò che implichi un elegante e raffinato diminutivo.

Ieri però ho deciso di darmi fiducia e, complice l'energia trascinante di Michela del blog Run Veg, provare a realizzare questi cioccolatini simil-baci. 

Complice san Valentino dietro l’angolo e soprattutto la visione del blog fermo al post di capodanno, ho ritenuto di potermi buttare con una certa determinazione.

Tanto per cominciare erano baci vegani, poi senza zucchero e infine fatti di un ingrediente che mai nella vita si potrebbe pensarlo associato a una delizia simile.

Così mi sono convinta che se pure non fossero risultati piccoli e  delicati nell’aspetto avrei potuto giustificarlo con la loro composizione aliena.

Alla fine mi sono tenuta.

Certo, pesano quella ventina di grammi in più di un normale Bacio Perugina, ma di “normale” poi cos’hanno?

Spaziali nel sapore, questo sì.

E talmente incredibili e facili da fare che inutile starne tanto a cincischiare: bisogna provarli!

Per san Valentino, per merenda, per colazione, per una coccola.

E se sono esageratamente grandi meglio ancora: tanto sono senza zucchero (e vegani e pure proteici)!

 

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Sì ma non ditelo che dentro ci sono i ceci! Proprio loro, così buoni, fonte di proteine vegetali e versatili da poterci fare perfino dei cioccolatini: e chi ci crederebbe mai?! 



Ingredienti (per circa 15 cioccolatini)

240 g di ceci cotti

2 cucchiai di crema di nocciole tostate (qui le indicazioni per farla in casa)

2 cucchiai di malto di riso (che io non avevo e ho sostituito con sciroppo d’acero)

20 g di cacao amaro

25 g di olio di cocco

40 gr di nocciole tostate tritate + 15 intere

100 gr di cioccolato fondente (io ho usato quello al 72%)


Procedimento

Mettere da parte una ventina di nocciole intere e sminuzzare le restanti.

Riunire tutti gli altri ingredienti (ad eccezione delle nocciole e del cioccolato) nel robot da cucina e frullare per qualche secondo.

Aggiungere al composto ottenuto le nocciole tritate.

Formare delle palline e disporre su ognuna una nocciola intera.

Far sciogliere il cioccolato a bagnomaria e poi immergervi le palline.

Lasciarle rassodare e asciugare su carta forno e, nell’ipotesi in cui ne dovesse avanzare qualcuna, conservarle in frigo.



martedì 9 giugno 2020

Pace nel cuore - Cornetti integrali al miele con "sfogliatura" veloce(senza burro)



18 maggio 2020, fine della mia quarantena.
Catapultata di colpo dal limbo asettico della mia rassicurante casetta in un mondo che, ai miei occhi ormai disabituati a  frequentarlo, appariva fatto di dispenser ambulanti di germi oltre che di igienizzanti per le mani, mi apprestavo a uscire di casa armata fino ai denti.
Mascherina/guanti/vestiti di ricambio/disinfettante a portata di mano e tanta voglia di litigare.
Rimettevo il naso fuori casa, dopo due mesi e mezzo di quarantena totale, sterilizzazione continua, decontaminazione perpetua, e tutto insieme mi apprestavo a: riprendere il treno, rivedere persone, riabbracciare bambini, rifrequentare stazioni e perfino (ma solo dopo un paio di settimane di attenta riflessione) bar (per un caffè al volo, di corsa, servita al bancone davanti a un pannello di plexiglas che pareva di stare alle poste).
Questo nelle intenzioni.
Ma già dal secondo giorno ho capito che avrei dovuto fare delle scelte molto precise.
Prima fra tutte quella fra l’intransigenza con cui mi apprestavo a rispettare tutte le regole, anche quelle di personale invenzione della mia ansia, e la salvaguardia della mia sanità mentale.
Standomi più a cuore la seconda, ho capito che avrei dovuto innanzitutto smettere di guardarmi intorno. Semplicemente.
Perché l’intransigenza di cui sopra non si limitava alla mia singola persona ma si estendeva a chiunque incrociassi anche solo con lo sguardo.
Confesso che in un primo momento però andavo dritta per la mia strada di giustiziere (sclerato) e puntualmente tornavo a casa che Ken Shiro in confronto era un monaco zen.
Ovunque mi voltassi vedevo gente senza mascherina, gente con la mascherina abbassata, gente che saliva/scendeva dalla parte sbagliata delle scale ignorando la pur lampante segnaletica, gente troppo vicina, gente assolutamente indifferente al fatto che io fossi appena uscita di casa dopo due mesi e mezzo. Disinfettata e sanificata da capo a piedi.
Riposata e lucida quindi per potermi accorgere di tutto, anche dell’inimmaginabile.
Aspetta qualche giorno, poi vedi come molli la presa pure tu
Mi diceva un profetico amato bene che durante tutto il periodo del lockdown prendeva lo stesso treni e andava al lavoro almeno 3 giorni alla settimana.
Ed io, sbarbatella ingenuotta da quarantena trascorsa nella bambagia gli rispondevo a denti stretti che mai, mai avrei ritenuto tollerabili leggerezze o comportamenti imprudenti, miei e altrui, e che avrei quindi dichiarato guerra a tutti, lui per primo se solo avesse osato toccare la maniglia della porta del bagno per andarsi a lavare le mani senza essersi prima passato l’igienizzante per le mani.
Ed è per queste nobilissime ragioni che i primi giorni di riconquistata vita sociale li ho trascorsi con gli occhi iniettati di sangue e il fiuto in agguato pronta a cogliere sul fatto il primo trasgressore che mi fosse capitato a tiro. Andandomelo a cercare, se necessario, stanandolo dal suo anfratto pronta a saltargli al collo. Bisognosa di farlo, perché a quel punto, con qualcuno (oltre all’amato bene) me la dovevo pure prendere.
Due giorni è durata la crociata.
Dopodiché, all’ennesimo sclero, quando la palpebra ha cominciato a  tremarmi anche in condizioni di risposo assoluto e il mio 150° senso a scorgere trasgressioni alle “regole covid” perfino nel nido di uccellini appena nati in cui la madre si recava, imprudente, a nutrirli dopo aver svolazzato chissà dove, ho capito che avrei dovuto cambiare completamente rotta.
E così, a partire dalla terza mattina, ho deciso che sarei salita sul treno concentrandomi esclusivamente sugli esempi virtuosi e rigorosamente in ordine crescente: da quelli che indossavano una mascherina, a quelli che la indossavano correttamente, per arrivare a quelli che addirittura azzeccavano la porta giusta per salire!
Quando poi la vita, a un certo punto, ha deciso di sorprendermi mettendo sulla mia strada un tizio che addirittura indossava una mascherina FFP3 con valvola e sopra una normale chirurgica per contenere le sue esalazioni mi sono commossa al punto tale che avrei voluto abbracciarlo. Sì, anche contravvenendo al distanziamento sociale.
E per il resto niente: continuo a cambiare vagone sdegnata se vedo qualcuno che si abbassa la mascherina per parlare al telefono, a sbarrare casualmente  la strada a quelli che non si mettono in fila indiana per salire le scale, a mettere accidentalmente un piede di traverso davanti a quelli che camminano verso la porta sbagliata per scendere dal treno.
Tutto però con il sorriso sulle labbra e la pace interiore ritrovata.
Che alla fine è sempre tutto questione di prospettive.
Ohhhhmmm.


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Non amo le lavorazioni lunghe e laboriose, fatte di attese e di più passaggi, ma questi cornetti volevo assolutamente provarli. Perché al bar sono i miei preferiti e perché (considerando che ancora non ho avuto il coraggio di riprendermene uno) me li sogno anche la notte.
Nel tempo avevo provato diverse ricette, ma sempre con risultati più che deludenti. Questa ricetta invece mi è piaciuta tanto. Compresa l'idea di una specie di sfogliatura, peraltro veloce. Beh, non aspettatevi i cornetti del bar, ma il risultato non è affatto distante. Tra l’altro io ho eliminato anche il poco burro previsto sostituendolo con l’olio, dunque non posso sapere come sarebbero stati senza questa variazione. Va detto anche che io odio i croissant, quelli che sanno di burro e ungono le mani solo a guardarli. Amo invece i cornetti “panosi”, quelli dall’impasto bello consistente. E poi la “finta sfogliatura” è una procedura divertente che alla fine, in cottura, regala grandi soddisfazioni (soprattutto considerando che è fatta senza burro!)

Ingredienti (per 8 cornetti)
Per l’impasto base:
250 ml di acqua
1 cucchiaio di miele
50 gr di zucchero di canna
1 uovo
80 gr di burro sciolto  65 ml di olio di semi di girasole
1 limone grattugiato
250 gr di farina integrale
250 gr di farina di tipo 0
1 bustina (7gr) di lievito di birra disidratato
2 cucchiaini di zucchero di canna

Per la sfogliatura:
50 gr di zucchero di canna
30 gr di burro fuso 50 ml di olio di semi di girasole


Per la decorazione:
1 tuorlo d'uovo per spennellare prima della cottura  (mi sono resa conto di non averlo solo al momento di doverlo mettere)
miele tiepido per spennellare dopo la cottura
Procedimento:
In una ciotola riunire le farine, il lievito e i due cucchiaini di zucchero di canna che serviranno ad attivare il lievito e mescolare bene.
In un'altra ciotola far sciogliere il miele nell’acqua tiepida e poi aggiungervi lo zucchero di canna, la buccia grattugiata del limone, il burro sciolto e l'uovo. Mescolare con una forchetta e iniziare ad aggiungere la farina un po' alla volta.
Continuare a lavorare l'impasto con le mani e ad aggiungere la farina, fino ad ottenere una consistenza omogenea ed elastica. A questo punto infarinare bene la spianatoia e trasferirvi l’impasto lavorandolo ancora un po’ con le mani, aggiungendo farina se occorre (nel mio caso è stato necessario perché si attaccava ancora alle mani).
Sistemare il panetto ottenuto in una ciotola, praticarvi sopra un’incisione a croce con un coltello e coprire con la pellicola trasparente lasciando lievitare l'impasto in un luogo caldo, per circa 2 ore.
Trascorso il tempo necessario lavorare leggermente l'impasto lievitato e formare un filoncino da dividere in 8 panetti di circa 120 gr l'uno (io non ci sono riuscita e gli ultimi due erano da 90 gr).
A questo punto preparare la "finta sfoglia" stendendo i panetti uno alla volta, con il mattarello formando 8 dischi di circa 2mm di spessore da sovrapporre, uno sull’altro, dopo avere cosparso la superficie di ognuno di olio e zucchero di canna (non verranno mai dei dischi perfetti come nel video: i miei si bucavano ed erano del tutto irregolari, ma tirando e aggiustando un po’ con le mani sono riuscita a sovrapporli alla meno peggio ;-)

Dopo aver sistemato l'ultimo disco stendere con un mattarello per ottenere una sfoglia tonda, spessa circa mezzo centimetro.
Con l’aiuto di un tagliapizza o di un coltello molto affilato ricavare da questa sfoglia 8 triangoli e praticare una piccola incisione al centro di ogni spicchio (a questo punto, anche se non indicato nella ricetta, io ho messo alla base di ognuno un cucchiaino di miele). 

Arrotolare gli spicchi per formare i cornetti e sistemarli sulla placca, ricoperta di carta forno.

Coprirli con la pellicola e lasciarli lievitare per circa 20 minuti, il tempo di preriscaldare il forno, in modalità ventilata, a 170°.
Spennellare con del rosso d'uovo e infornare per circa 20 minuti.
Appena sfornati spennellare i cornetti con del miele leggermente scaldato!

Note:
-I cornetti, con queste dosi di zucchero e di miele risulteranno davvero poco dolci: personalmente li ho graditi così, ma se si amano sapori più marcati, consiglio di aggiungere il doppio dello zucchero nell’impasto o di cospargere abbondantemente ogni sfoglia di zucchero di canna (io tra uno strato e l’altro ne ho messo davvero poco);
-Per me non sono cornetti al miele se dentro non ne trovo traccia visibile, così, anche se non indicato nella ricetta, li ho farciti e non me ne sono affatto pentita. Semmai rammaricata di non averne messo di più.



giovedì 23 aprile 2020

Ma come mi vesto? - Brownies banana e cioccolato (senza glutine, senza lievito, senza zucchero)



Innumerevoli decisioni si impongono nelle lunghe giornate di questo isolamento forzato.
A cominciare dal mattino: vestisti o rimanere in pigiama? Truccarsi o impegnarsi a fare le vaghe ogni volta che si passa davanti a uno specchio?
Pettinarsi o lasciare che la natura, il caso, il tempo trascorso tra i vapori delle verdure messe a bollire faccia il resto?
Analizziamo punto per punto.
Quella di rimanere in pigiama è una tentazione con la quale personalmente mi misuro ogni giorno, specie in caso di maltempo.
Che esercita un fascino sempre ammaliante su di me ma con il piccolo dettaglio che mi piace solo quando il mondo, lì fuori, corre e fa rumore. In questo immobile silenzio attuale invece il mio bel pigiamone felpato non sortisce particolare attrattiva e quindi decidere di vestirmi, alla fine, non costituisce tutto questo sforzo. Scelgo di vestirmi ma non mi sento eroica.
Con la tuta, eh? Che mica serve tanto.      
In questa quarantena una delle cose che mi tengono più impegnata in effetti è il cambio d’abiti. Dal pigiama ai leggins per fare sport, dai leggins alla tuta da casa, dalla tuta nuovamente al pigiama.
Ma poi arriva il giorno designato per la spesa settimanale e lì, la faccenda si fa seria. La scelta degli abiti deve rispondere a precisi criteri di:
a)   Praticità
b)   Lavabilità ad alte temperature una volta tolti che non si sa mai e la paranoia non è mai abbastanza
c)   Estetica
d)   Almeno un minimo
A quel punto tra i leggins per lo sport mattutino e la tuta da casa si inserisce un ulteriore cambio per indossare quello che a tutti gli effetti assurge a vestito della festa come manco in casa Ingalls si faceva la domenica per andare a messa (…sto parlando de “La casa nella prateria”).
Di solito si tratta di un’altra tuta, più caruccia, meno sbrindellata, possibilmente nera o blu, colori che anche in questi frangenti conservano pur sempre la loro eleganza e foulard abbinati da stendere come velo sulla mestizia imperante. Una botta di vita incredibile che fa emozionare al solo pensiero di doverli scegliere ogni volta e restituisce una vaghissima parvenza di quei tempi, lontanissimi, in cui per uscire si calzavano scarpe diverse da quelle da ginnastica e si indossavano perfino gli ormai mitologici jeans!
E arriva il momento di truccarsi. Anche prima di questo periodo non è che fossi maestra di make-up, la mia seduta di trucco si esauriva in pochi gesti e soli 3 elementi: mascara, matita, lucidalabbra.
Anticipati però da un bello strato uniformante di BBCream, che per chi non fosse avvezzo sarebbe la sorellina piccola e ancora ingenua del fondotinta. Tanto per coprire trascurabili imperfezioni (non certo le rughe) e donare un colorito vagamente più sano di quello da internamento coatto.
Ecco tutto questo, ad eccezione della voce “lucidalabbra”, lo eseguo, diligentemente, anche ora, ogni mattina. Sempre con umiltà.
E con grande dispiacere per il gloss, per l’appunto, che fra i tre era il mio preferito, ma la cui esistenza ora si rivela perfettamente inutile, soppiantato com’è dalle due logiche stringenti: averlo quando si sta in casa significa poi doverlo sgrassare via dal bordo dei bicchieri; fuori casa verrebbe coperto dalla mascherina.
E veniamo al tasto più dolente: i capelli.
Portare un taglio cortissimo e geometrico a briglie sciolte senza vedere un parrucchiere per oltre due mesi significa coltivare il gusto per l’horror.
Di metterci mano da sola non ho animo, ma anche cercare di gestirlo nella sua crescita incontrollata riserva colpi all’autostima non indifferenti. Sono riuscita ad ovviare la questione “capelli bianchi” facendomi consegnare a casa, da un’erboristeria di buon cuore, quintalate di hennè rosso mogano, che dona anche l’illusione di essersi fatti strategici colpi di sole.
Ma sulla gestione di vertigini, capelli elettrizzati, chiome a salice piangente, non ho ancora trovato soluzione. A complicare il tutto ci si mettono gli elastici della mascherina. Due: uno ad altezza nuca, che spara in alto i capelli più corti, l’altro a metà testa, che schiaccia irrimediabilmente quelli più lunghi e deforma le basette.
Così, tanto per apparire ancora più belle!
Ma a casa la mascherina non si porta e allora è tutto un profluvio di cerchietti, mollettine, elastici non certo per renderli presentabili che tali non sarebbero nemmeno nelle mani di Shu Uemura, quanto, almeno, per toglierli da davanti gli occhi e tornare a vedere il mondo circostante.
Sia pure da una finestra.

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La ricetta di questi dolcetti è della bravissima Lety del blog “Senza è buono” Non avevo la farina di carrube e quindi ho seguito il suo suggerimento di sostituirla con del cacao amaro, cui avrei dovuto aggiungere dello zucchero, ma non volendo utilizzare quest’ultimo l’ho sostituito con 4 datteri denocciolati. Mi è strapiaciuta la crema alla banana e questo abbinamento con il caffè e il cioccolato. Nel link la ricetta originale, di seguito la mia versione con pochissime varianti.

Ingredienti (per uno stampo rotondo da 18 cm o uno quadrato da 16; io ne ho usato uno rettangolare 20x30 e sono venuti più bassi)

Per la base
120 gr di farina di riso
50 ml di olio di riso (o di semi)
30 ml di caffè (una tazzina circa)
15 gr di cacao amaro in polvere
4 datteri denocciolati
2 uova
6 gr di bicarbonato di sodio
50 ml di aceto di mele
Per la crema di banane
1 banana molto matura (circa 100 gr)
1 uovo
40 ml di bevanda vegetale
30 gr di maizena (o fecola di patate)
Inoltre
Crema di nocciole e gocce di cioccolato extrafondente (facoltativi)

Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°. Preparare il caffè e lasciarlo raffreddare.
Frullare tutti gli ingredienti per la base tranne l’aceto e il bicarbonato che andranno mescolati a parte in una ciotolina, fatti reagire e uniti subito dopo all’impasto.
Versare nella teglia rivestita di carta forno e passare alla preparazione della crema di banana frullando tutti gli ingredienti indicati.
Versare la crema sull’impasto scuro per creare la variegatura (io non ho mescolato e ho preferito lasciare così). Quindi decorare a pèiacere con cucchiaiate di crema di nocciole e/o gocce di cioccolato e cuocere per circa 25-30 minuti secondo il forno.
Lasciare raffreddare prima di tagliare a cubotti.







martedì 14 aprile 2020

Disciplina - Zeppole di San Giuseppe



La cosa più difficile in questo periodo così assurdo di privazione totale della libertà è sedersi al pc e scrivere. Infatti ci riesco solo ora, dopo un mese e poco più.
Da quando ho smesso di lavorare (ultimo giorno: mercoledì 4 marzo 2020) e quindi di prendere il treno per raggiungere i “miei bambini” e farmi trascinare nel loro mondo fatto di gioia e semplicità e da quando ho smesso di andare in palestra (ultimo giorno: lunedì 9 marzo 2020) io non riesco più a stare ferma.
Da quei momenti cruciali in poi, fino all’ufficializzazione della chiusura totale, con una gabbia che abbiamo visto stringersi sempre di più intorno a noi, è stato tutto un profluvio di azioni e movimento.
Pulizia della casa innanzitutto: tiratura a lucido di ogni superficie possibile, ripetuta, inventata, spartita per camera e oggetto. Le tende, le tazze, sopra gli armadi, all’interno degli stipetti della cucina e del bagno.
Movimento fisico in seconda battuta, ma come primo  pensiero della giornata: i video tutorial del maestro condivisi in rete e via whatsapp sono solo la traccia da cui si dipanano flussi personalizzati di yoga/posturale/funzionale. Dieci minuti di riscaldamento canonici, sanciti dal cronometro dello smartphone, sulla base di ricordi nitidi di ciò che si faceva in palestra (in tanti anni avrò pure imparato qualcosa? No, vuoto totale, tutto buio, fammi vedere un tutorial); 30 minuti di allenamento intenso fra squat, crunch, burpees, chiusure laterali, affondi, controaffondi, squat monopodalici, che innanzitutto impariamo sti nomi poi facciamoli; per arrivare ai 10, anche 15 minuti finali di rilassamento che è un po’ yoga un po’ posturale e magari ci scappano ancora un paio di saluti al sole.
Il mio risveglio è così: razionale, controllato, programmato.
Pura azione. Poche ciance.
Sveglia un po’ più tardi del solito, sì, ma mai oltre le 8 durante la settimana. Per autodisciplina, per creare una routine, per non affacciarmi nemmeno per un secondo sul baratro dell’inerzia e dormire con più gusto il sabato e la domenica, giorni che  DEVONO continuare a distinguersi da tutti gli altri, per la sopravvivenza in una quotidianità che livella tutto, omologa tutto, appiattisce tutto. Che amplifica tempo e sensazioni.
Euforia e sconforto, positività e paura, ansia e fiducia, come onde che vanno e vengono senza sosta.
E via, si organizza la spesa. Per noi, per i genitori anziani, manca sempre qualcosa, pazienza, ci si fa flessibili, si trovano soluzioni, si impara a lasciare andare. Laddove tutto va, tutto è risucchiato in una fumosità surreale. E diventa inafferrabile. I pensieri, soprattutto, che si fanno macigni, se sfuggono al controllo.
Guanti, mascherina, abiti (tuta da ginnastica!) da togliere subito una volta rientrati a casa e lasciare fuori. Mani screpolate a forza di lavarle, odore di spirito, di amuchina (quel che rimane del flaconcino di gel dei viaggi, ricordi di momenti felici e spensieratissimi: che assurdo contrappasso), di vuoto.
Facce a metà, occhi angosciati, terrorizzati, diffidenti come minimo, in fila davanti al supermercato. Preghi di non incontrare nessun conoscente che parlare da dietro la mascherina è assurdo e complicato e sembra sempre di spandere inutilmente goccioline di contagio.
Il mondo fermo, a motori spenti, unito nella battaglia contro un unico, invisibile nemico. Siamo tutti uguali, per la prima volta nella storia. Tutti protagonisti, con la stessa angoscia, la stessa paura, lo stesso tangibile, smisurato punto interrogativo ad aleggiare sopra la testa, che pare quasi di vederlo.
Disciplina nel gestire le informazioni. Tv spenta o al massimo sintonizzata su tutto ciò che non è “Corona Virus”, per distrarsi, ma tanto poi non ci si distrae e allora meglio spenta. Si accende alle 18, per il bollettino ufficiale, le notizie del giorno, la speranza di ascoltare notizie che facciano tornare a respirare. Interrompendo l’apnea nella quale viviamo. Ma non è così, quindi via, si spegne. Sempre con quel peso sul cuore che non s’attenua neanche un po’.
I social un’ora dopo, quando il sindaco parla dalla sua pagina facebook aggiornandoci su nuovi contagi, vittime, nuove disposizioni.
E per sgridarci. Siamo tornati tutti bambini, tutti colpevoli, tutti responsabili di una cosa che nemmeno capiamo cosa sia.
Eppure siamo murati vivi da oltre 10, 20, mille giorni, ci affacciamo dal balcone e le strade di questo minuscolo paesino di mare sono vuote  e desolate. Stai a vedere che la colpa di tutto questo disastro è di quei poveri cristi che escono a camminare 200 mt intorno a casa o a portare fuori il cane. Come se l’incapacità di gestire una situazione nuova, drammatica e più grande di ognuno di noi dipendesse veramente da uno che si concede, da solo, una corsa sotto casa.
E comincia una caccia alle streghe surreale quanto la pandemia. Fatta di appostamenti, di foto rubate e pubblicate a tradimento, di una pratica infantile ma trasversale come quella di fare la spia. “Sindaco intervenga, che davanti alla tabaccheria oggi c’era una fila di gente per comprare i gratta&vinci”.
E  tu che ci facevi lì?
Che ne sai?
Come ti permetti di giudicare?
Tutti nemici di tutti, una guerra tra poveri, la frustrazione della reclusione, quella sottile malvagità che in fondo alberga in ognuno di noi e che non ci fa ritenere sufficiente fare la nostra parte.
Dobbiamo vedere e toccare con mano che tutti la facciano, arrivando alla violenza, fisica e verbale, se questo non accade. Smettendo di farla, se necessario.
Vomitando rancore e frustrazione.
Ecco, ci scopriamo tutti nemici di tutti, pur nell’uguaglianza suprema della stessa angoscia che accomuna tutti, da nord a sud, da est a ovest del mondo.
E intanto passano i giorni, si allungano i capelli, si infittiscono le sopracciglia, si storpiano un po’, nel tentativo di rimediare, che certo mica si può stare così in attesa che riaprano estetiste e parrucchieri.
E passano la festa del papà, compleanni importanti e perfino Pasqua e Pasquetta. Tutto isolati, tutto ognuno a casa propria.
Si studiano modi ugualmente belli di coccolarsi, perfino di stare insieme, anche se attraverso uno schermo.
Mancano gli abbracci, i baci, le cene tutti insieme, i caffè al bar e perfino prendere il treno.
Si vive giorno dopo giorno, minuto per minuto, che anche fare progetti pare assurdo.
Eppure qualcuno tocca farlo, o almeno cambiarlo. Come quello di partire per un viaggio prenotato un anno fa.
Si naviga a vista. E si coltivano ironia e gentilezza.
Una per scacciare il pianto, l’altra per accorciare le distanze.

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E poi si cucina. Tanto, di tutto, con più attenzione e più cura. Stando sempre molto attenti all’alimentazione, certo, ma anche sgarrando un po’.
Per esempio preparando per la prima volta in tutta la mia vita le zeppole di san Giuseppe. Nella duplice versione al forno e fritte.
Per fare contenti papà, suocero, marito. Mentre fino a poco fa sarebbe bastato chiamare in pasticceria per ordinarle e passare poi a ritirarle, che chi ce l’ha il tempo di farle in casa? Ed eccole qua, le mie zeppole della quarantena. Con un giorno di ritardo, nella preparazione, fuori tempo massimo nella pubblicazione della ricetta, ma con una soddisfazione enorme. Che poi dove sta scritto che si possono fare solo per il giorno di San Giuseppe?
Ho seguito questa ricetta, anche per la crema pasticciera fatta con le uova intere. Ecco, quest’ultima non mi è piaciuta e per la prossima volta mi riservo di usare la ricetta tradizionale della crema fatta di soli tuorli, ma per il resto, la pasta è venuta perfetta sia fritta sia al forno, anche apportando trascurabili variazioni.

Ingredienti (per 12 zeppole)
Per le zeppole
150 g di acqua
150 g di farina
100 g di burro
5 uova medie
1 cucchiaio di grappa (facoltativo)
Un pizzico di sale

Per la crema pasticciera
1 litro di latte
4 uova
8 cucchiai di zucchero (160g)
8 cucchiai di farina (140g)
Scorza di 1 limone

Inoltre
Olio di semi di arachidi per friggere
Ciliegie sciroppate (che io non avevo e ho sostituito con una punta di marmellata ai frutti di bosco)
Zucchero a velo
Sac a poche con punta a stella

Procedimento
Preparare innanzitutto la crema. Mettere a scaldare il latte insieme alla scorza di limone tagliata a strisce grandi (per poterle poi eliminare).
Rompere le uova (intere) in una pentola capiente. Unire lo zucchero e la farina setacciata e mescolare con l’aiuto di una frusta.
Quando il latte è bollente unirlo un po' alla volta al composto di uova, continuando a mescolare con la frusta, porre la pentola sul fuoco e, sempre mescolando, portare a ebollizione fino a che la crema si sarà ben addensata. Dopodiché eliminare le scorze del limone e lasciarla raffreddare mescolando ogni tanto.
Passare ora alle zeppole: versare l'acqua e il burro a pezzetti in una pentola capiente, aggiungere un pizzico di sale e portare sul fuoco. Mescolare fino a completo scioglimento del burro e, non appena inizia a bollire, unire di colpo tutta la farina  e rimestare per qualche minuto fino a che l'impasto inizierà a  staccarsi dai bordi e formerà una palla compatta. Togliere dal fuoco e lasciare intiepidire.
Nel frattempo preriscaldare il forno a 200° in modalità ventilato.
A questo punto riprendere la pentola con il composto e unire, una alla volta, le 5 uova medie, avendo cura di amalgamare bene ogni uovo prima di aggiungere il successivo. L'impasto dovrà risultare piuttosto denso. Attenzione: a seconda della grandezza delle uova potrebbero volercene solo 4. Lo si capirà se il composto dovesse essere eccessivamente cremoso: in quel caso, evitare di aggiungere il quinto uovo.
Riempire una sac a poche con una punta a stella e, in una teglia rivestita di carta forno, dare forma alle zeppole, disponendo due giri sovrapposti di impasto, lasciando vuoto il centro e tenendo un po' di distanza tra una e l'altra perché gonfieranno molto in cottura.

Io ne ho cotte 6 al forno e 6 le ho fritte.

Per quelle al forno: infornare a 200°C per i primi 15 minuti, poi abbassare a 190°C per altri 10 minuti. Quindi spegnere il forno e tenere lo sportello socchiuso, a spiffero. Tenere le zeppole in forno fino a raffreddamento, pena il vederle smosciarsi irrimediabilmente.
A quel punto si potranno guarnire con la crema aiutandosi con la sac a poche, cercando di riempire prima il centro e poi facendo un bel ricciolo di crema sopra. Completare con un'amarena sciroppata al centro di ogni zeppola (o come nel mio caso con mezzo cucchiaino di marmellata scura) e spolverare di abbondante zucchero a velo.

Per quelle fritte:
Ritagliare con le forbici il foglio di carta forno in corrispondenza di ogni zeppola. In una padella capiente scaldare l'olio e quando è pronto immergervi le zeppole 2 o 3 per volta insieme alla carta forno. 

Dopo qualche secondo il foglio si staccherà e si potrà eliminare con l'aiuto delle pinze. 
Continuare a friggere le zeppole girandole di tanto in tanto finché saranno belle gonfie e dorate. 



Quindi scolarle su carta assorbente, lasciarle intiepidire e procedere alla medesima decorazione di quelle cotte al forno.



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