"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 7 agosto 2017

È estate – Cous cous freddo al limone con pomodorini e ceci


L’estate per me inizia ad agosto.
Prima è soltanto un limbo indefinito di attesa, treni sempre più pieni in cui ammassarsi, conti alla rovescia, vacanze lontanissime. 
Il compleanno di un bambino speciale e l’anniversario di matrimonio da festeggiare a fine luglio preannunciano l’arrivo della mia stagione personale che inizia più o meno dal 24 luglio e però si prolunga fino alla metà di settembre.
E non è che arrivi così, in sordina e senza enfasi. Si annuncia e si svolge più o meno da sempre con gli stessi rituali e io, che di natura non sono abitudinaria per niente ma entro in sbattimento alla minima variazione di una singola virgola, li aspetto e li perpetro come una fanfara che mi introduce al mese più bello e più atteso dell’anno (perchè è quello del mio compleanno).
Rituali belli e strampalati, un po’ faticosi, alcuni inutili, a volte assurdi, ma per questo assolutamente irrinunciabili.
È estate quando finisco di andare in palestra, dimentico d’un colpo gli esercizi di posturale che mi ero ripromessa di fare da sola a casa e prendo, di contro, ad assumere le posture più sbagliate che sia possibile, salvo poi lamentarmi per inspiegabili mali di schiena. È agosto: si può andare in giro pure storti.
È estate quando mi prendono i sudori freddi all’idea di uscire a fare la spesa, rassegnata a imbalsamarmi in file interminabili o a fare l’autoscontro con i carrelli di quelli che, impregnati di stress da città, corrono all’impazzata pure dentro al supermercato. E io con loro. Per emulazione, per empatia, perché tanto non ho fretta ma amo cogliere al volo le sfide.
 (Se poi so che devo passare anche nell’unica farmacia o alla posta lascio detto direttamente di non aspettarmi per pranzo). Impreco, smadonno, stramaledico i vacanzieri ma è sempre agosto: si possono pure saltare i pasti.
È estate quando finalmente è ora di comprare una bottiglietta da 750 ml per il mare perché 1 litro è troppo pesante e mezzo è troppo poco per le -3 ore 3- mattutine che trascorro in spiaggia e che, rosa dai sensi di colpa per la cessata attività fisica, impiego diligentemente, oltre che camminando nell’acqua gelida immersa fino alla vita, soprattutto cercando di coprire una parte del fabbisogno giornaliero di liquidi atto a prevenire almeno mezzo buco di cellulite. Ancora agosto: in fondo impegnarsi in qualcosa è bello.
È estate quando l’amato bene ricaccia fuori dalla casetta degli attrezzi il treppiedi con sopra un rumoroso e arrugginito ventilatore a pale manco fosse un oracolo. Ma è un agosto torrido: il ventilatore è inguardabile, ma certo si dovrà pur respirare.
È estate quando almeno un paio di giornate le trascorro in avvincenti partite a Monopoli o a Forza4 con il bambino vicino di casa che mi vorrebbe tanto come tata (e che io vorrei tanto come bambino). Ripetiamo questi rituali durante le vacanze di Natale e appunto nel mese di agosto: l’estate è proprio arrivata.
È estate quando vedo l’amato bene farsi impacchi di Autan e suffumigi di zampironi interrogandosi sul perché le zanzare a me non si avvicinano e lui invece se lo spolpino vivo.
È agosto: dovranno pur sopravvivere, anche loro.
È estate quando inizio a  pensare a cosa preparare per la cena del mio compleanno e non so perché, quando si tratta di me non so mai decidermi. È agosto: mi crogiolo nell’incertezza e nella scarsa voglia di decidere, programmare e pure fare.
È estate quando tutti i blog chiudono per ferie e il mio si ringalluzzisce per quel minimo di tempo in più che riesco a dedicargli.
È agosto, anzi siamo già a metà.



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Una variante di quel cous cous lì. La ricetta giusta per quando si hanno ospiti a cena e, specie d’estate, non si ha voglia di stare fino all’ultimo davanti ai fornelli perdendosi gran parte della serata e presentandosi sfatte di caldo al loro cospetto. Questo non solo è un piatto che si cucina in anticipo (addirittura la sera prima!) ma che di suo non necessita nemmeno di cottura. Poi, se proprio volete evitare perfino di arrostire il peperone, semplice: basta armarsi di un barattolo del medesimo ortaggio sottolio...Per tutto il resto: erbe, spezie, aggiunte o omissioni sono dettate da gusti personali e fantasia.
Per il cous cous io lo scelgo di kamut o di farro, anche integrale.

Ingredienti (per 4)
250 gr di cous cous di kamut
500 gr di pomodorini
60 ml di succo di limone (circa 2)
60 ml di acqua a temperatura ambiente
50 gr di pinoli
1 barattolo di ceci
1 peperone verde
1 carota
1 scalogno o mezza cipolla
½ cucchiaino di curcuma
Una decina di foglie di menta
Olio extravergine d’oliva
Peperoncino
Sale


Procedimento
Le operazioni preliminari da compiere sono:
-arrostire il peperone, spellarlo e privarlo dei semi
-tritare la cipolla e lasciarla appassire in padella con poca acqua per renderla più digeribile (operazione facoltativa: se la si gradisce lasciarla cruda saltando questo passaggio)
-tagliare a metà i pomodorini e privarli dei semi
-tagliare a dadini piccolissimi il peperone, la carota e i pomodorini.

Dopodiché:
Armarsi di una ciotola molto capiente, mettere la semola e versarvi a filo acqua e succo di limone mescolando con un  cucchiaio di legno per farla gonfiare.
Insaporire con sale e peperoncino, unire la curcuma, quindi gli altri ingredienti tagliati, i ceci, la menta spezzettata con le mani e irrorare di abbondante olio.
Far tostare i pinoli in un padellino antiaderente per pochissimi minuti, stando attenti a non bruciarli e unirli al resto.
Appena il tutto sarà amalgamato molto bene, coprire la ciotola con un piatto e lasciare riposare in frigorifero tutta la notte.

Tirare fuori dal frigo un paio d’ore prima di servire (anche d’estate), mescolare e, nel caso, aggiungere un altro po’ di olio.

lunedì 6 febbraio 2017

L’accrocco - Cous cous di kamut con cavolo verza e prosciutto


Una cosa buona i lavori l’hanno portata.
Più d’una, voglio sperare, ma le più evidenti sono tutte in corso d’opera ed eventualmente da verificare.
Non si può dire che pure nella cucina da campo, pur nel disagio generale che dura ormai dal lontan(issim)o 28 novembre, roba che pare di aver cominciato una vita fa e nemmeno mi ricordo più com’è lavare i piatti o scolare una scatola di legumi in un lavandino che non sia quello del bagno, non si può dire, dicevo, che ci siamo fatti mancare alcunché.
La pizza al sabato sera l’abbiamo sempre preparata.
Ciambelloni e biscotti non sono mancati.
Carne, pesce, legumi e cereali, verdure cotte e crude si sono come al solito correttamente alternati come i più rigidi protocolli dell’alimentazione comandano.
Pranzi da asporto, panini e schiscette sono sempre stati approntati con cura e l’amato bene non è stato mai costretto a ricorrere a un pezzo di pizza da Roscioli per ovviare alla mancanza della mensa nei giorni in cui non gli spetta (per quanto, magari, se lo sarebbe di gran lunga augurato..).
Perfino Natale abbiamo festeggiato in questo tugurio.
Ma la cosa straordinaria, fra momenti di pura ilarità alternati ad altri di sbrocco assoluto che lèvate, è che l’ingegno, per ogni cosa, dalla più seria alla più sciocca, non ha mai cessato di aguzzarsi.
Perché provare nuove ricette va bene. Tanto dobbiamo mangiare.
Ma poi dove mi piazzo a fotografare i piatti pronti?
(E prima ancora dove lo trovo un piatto?)
Dunque, superata seduta stante ogni perplessità sul servizio di plastica, che tanto giusto quello abbiamo, mancava  però un luogo decoroso, carino, possibilmente ben illuminato dove poter allestire una sottospecie, almeno, di set fotografico.
Ed è così che mentre nel mondo della fotografia food impazzano piatti in penombra, tavolame scorticato, scenari rustici e molto scuri, se non addirittura neri, pieni di conturbante fascino e insolito mistero, ecco che, come al solito paurosamente in ritardo rispetto alle mode e alle tendenze del momento, signore e signori arrivo io!
Che mi decido a confezionare, con uno scettico e brontolante (ma collaborativo) amato bene al seguito, finalmente un accrocco di light box.
Roba che andava di moda anni e anni fa. Superata e tramontata.
Anyway, dicesi light box la seguente cosa qua:


Uno scatolone ritagliato su tre lati e foderato di carta forno da cui far filtrare, senza che risulti invadente, la luce di due faretti montati su altrettanti piedistalli appositamente accroccati.
Che per me sarebbero bastate pure le due abatjour del comodino, ma pareva brutto spegnere sul nascere il fervore e l’estro creativo dell’amato bene che oltre ad aver assemblato le due luminarie le ha dotate di fili abbastanza lunghi da poterli ruotare e spostare come voglio e perfino di un interruttore unico con cui comandarli.
Ebbra di cotanta grazia e supporto tecnologico, da parte mia ho preso quindi a sfornare, in controtendenza massima, foto diafane, evanescenti, contornate di un alone etereo e quasi mistico.
Bianche e pure, che a me (e immagino solo a me) paiono bellissime.
Perché sembrano vivere in un mondo tutto loro.
Distante da tutto il casino che ruota loro intorno.
Lontanissime da tutto il bazar circostanze.
Un microcosmo di candore e pacatezza.
Una scatola dei sogni dove qualche volta vorrei poter entrare pure io, insieme alla fetta di ciambellone o al piatto di pasta.
Mo’ ndo se la mettemo tutta st’attrezzatura quando non la usi?
Ecco, a questo non ho ancora trovato soluzione.
Quando non è in funzione sulla lavatrice.
Sennò sul letto.
Finché non ci andiamo a dormire.

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Per vecchie reminiscenze d’infanzia, quando all’asilo a Berlino ce la propinavano un giorno sì e l’altro pure, a me la verza cotta proprio non piace. Al massimo la uso cruda, in insalata. A distanza di tanti anni però ho voluto darle un’altra chance, anche perché ora le verdure in ogni caso le cuocio poco, lasciandole perlopiù croccanti. L’ho insaporita con il prosciutto crudo. E devo dire che mi ha stupita positivamente. Un nuovo amore è sbocciato.

Ingredienti (per due)
300 gr di cavolo verza al netto degli scarti (circa metà di una piccola pallotta)
160 gr di cous cous di kamut
70 gr di prosciutto crudo
1 spicchio d’aglio
1/4 di bicchiere di vino bianco
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe

Procedimento
Tagliare la verza a metà e poi a striscioline. Raccoglierle tutte in una ciotola capiente, lavarle e scolarle (eliminando il torsolo centrale). Tagliare anche il prosciutto a striscioline. In una padella far imbiondire uno spicchio d’aglio tagliato a metà con poco olio, unire il prosciutto e subito dopo anche la verza. Dopo che avrà sfrigolato un po’ sfumare con il vino, lasciare evaporare, quindi abbassare la fiamma, aggiustare di sale e lasciare stufare per qualche minuto, aggiungendo poca acqua calda se necessario. A me le verdure piacciono piuttosto croccanti, ragione per cui io l’ho lasciata cuocere nemmeno dieci minuti, ma se la preferite più morbida, allungate pure i tempi di cottura secondo i gusti.

Preparare il cous cous secondo le modalità riportate sulla confezione (di solito una dose di cous cous e il doppio in volume di acqua tiepida leggermente salata; es.: un bicchiere di cous cous e due di acqua), lasciarlo gonfiare per qualche minuto, quindi sgranarlo aggiungendo poco olio. Condire con la verza stufata, impiattare e completare con una spolverata di pepe.

giovedì 20 novembre 2014

Color color....giallo!!! – Cupolette di cous cous


Non è mia abitudine partecipare ai contest con ricette prese da altri blog.
Ma questa di Maria fa eccezione, perché me ne sono innamorata circa 3-4 anni fa, il giorno stesso in cui lei l’ha pubblicata, conquistata definitivamente la prima volta in cui l'ho provata.
Da allora l’ho variata, declinata, personalizzata fino a  farla diventare una…ricetta di famiglia.
Ruolo che le è stato riconosciuto a pieno titolo dopo il terzo anno consecutivo che la proponevo per il mio compleanno.
Così buona, pratica e anche bella da vedere che continuo a riproporla senza stancarmi mai.
Il cous cous, almeno quello precotto, già si prepara velocemente di suo. Questo, con la “cottura a freddo”, è uno di quei piatti che ci cucinano da soli, stando lì. Nel frigo, per giunta.
 E che hanno il vantaggio, per me imprescindibile, di poter essere preparati in anticipo.
 Così da potersi godere la cena insieme agli invitati e di non doversi confinare in cucina a spignattare fino al momento di sedersi a tavola (e anche oltre).
Ecco, questo piatto qua si prepara addirittura il giorno prima!
Considerato che siamo a novembre ma ancora fa caldo;
che già da un po’ sono spuntate decorazioni natalizie e piramidi di panettoni&pandori ma nelle ore centrali della giornata ancora si gira in maniche corte;
che è quasi Natale ma io non ho ancora mai preparato una zuppa che sia una
…direi che un piatto freddo, di questi tempi, è proprio quello che ci vuole.
Estivo solo per dire, che per un buffet qualsiasi, in qualunque stagione dell’anno è sempre azzeccato.
Allora, per tutte le ragioni di cui sopra, per il contest di Fausta e Cinzia ho scelto questa ricetta, che dubbi sul colore stavolta non dovrei averne.
È proprio giallo-arancio (anche perchè l'Autrice le aveva chiamate "Le gialle cassatine di cous cous)
Ed è proprio un primo (anche piatto unico, ma insomma…facciamo primo)!!
Perfino l’amato bene non avrebbe dubbi sul colore (ma mi guardo bene dal chiederglielo, stavolta).
La ricetta originale, così come era nata, la trovate qua;
Di seguito la versione con tutte le mie varianti/aggiunte e omissioni da 3 anni a questa parte.

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Ingredienti (per 8 persone)
500 gr di cous cous precotto (anche integrale)
1 kg di pomodorini
110 ml di succo di limone (corrispondono a circa 4 limoni medi)
120 ml di acqua a temperatura ambiente
5 scatolette di tonno sottolio da 80 gr
2 bustine di zafferano
1 peperone verde
1 carota
½ cipolla rossa
Una quindicina di foglie di menta fresca
Una manciata di foglie di basilico
Olio extravergine d’oliva
Peperoncino
Sale

Peperoncini farciti di tonno per decorare


Procedimento

Le operazioni preliminari da compiere sono:
-arrostire il peperone, spellarlo e privarlo dei semi
-tritare la cipolla e lasciarla appassire in padella con poca acqua per renderla più digeribile (operazione facoltativa: se la si gradisce lasciarla cruda, al naturale, saltando questo passaggio)
-tagliare a metà i pomodorini e privarli dei semi
-mettere via una tazzina da caffè della dose prevista di acqua per sciogliervi dentro lo zafferrano
-tagliare a dadini piccolissimi il peperone, la carota e i pomodorini.


Dopodichè:
Armarsi di una ciotola molto capiente, mettere la semola e versarvi a filo acqua e succo di limone mescolando con un  cucchiaio di legno per farla gonfiare. Infine aggiungere l’acqua allo zafferano.
Insaporire con sale e peperoncino quindi unire i quattro ingredienti tagliati, il tonno, la menta e il basilico spezzettati con le mani e irrorare di abbondante olio.
Appena il tutto sarà amalgamato molto bene, coprire la ciotola con un piatto e lasciare riposare in frigorifero tutta la notte, mescolando di tanto in tanto (prima di andare a dormire...).


Tirare fuori dal frigo un paio d’ore prima di servire (anche d’estate), mescolando e, nel caso, aggiungendo un altro po’ di olio.

Per servire:
scegliere una ciotola a cupoletta, riempirla di cous cous, schiacciare leggermente e rovesciarla sul piatto decorando con un peperoncino ripieno o foglie di menta e basilico.


 Anche questa ricetta partecipa al contest "Sfumature di gusto", 
dei blog:
nella categoria primi, ancora più rigorosamente di colore giallo/arancio!

lunedì 5 agosto 2013

Verso il Sudafrica (Parte II): I passi ancora da compiere – Cous cous integrale al pesto con patate, fagiolini e pinoli tostati



Mentre quasi tutto il mondo (food)bloghesco chiude saggiamente per ferie e si prende un meritato riposo da forno, fornelli, scervellamenti su nuove sperimentazioni, allestimenti di set fotografici, ricette da compitare, commenti da moderare e compagnia bella, io, more solito, procedo maldestramente in direzione opposta riprendendo finalmente pieno possesso, oltre che delle mie facoltà mentali (ma su questo non sarei pronta a giurare), soprattutto del piccolo spazio presente, tanto amato.
Che è stato perlopiù abbandonato a se stesso negli ultimi tempi, salvo rare e deliranti eccezioni prontamente denunciate in post dedicati (perché le cose belle, ma anche quelle strane, tipo risvegli notturni, e meno felici, come i pasteggiamenti a camomilla scaduta, vanno condivise).
E siccome alla partenza mancherebbero una ventina di giorni abbondanti e i pasti da mettere insieme sarebbero un bel numero, comprensivo anche di cene e cenette di qui e di là, la grazia di tutto questo tempo libero, tutto insieme, mi dà agio di lanciarmi in spericolati esperimenti e occasione di bearmi perfino di accendere il forno alle due del pomeriggio, col termometro che sfiora i 40° o di passare una mezz’ora buona a rimestare pietanze sul fuoco, magari di ritorno dal mare, dopo adeguato rosolamento.
E soprattutto di farlo sentendomi finalmente felice e soddisfatta.
Appagata di sciogliermi come un ghiacciolo al sole.
Fiera di avvampare davanti a una teglia di pomodori col riso, o di zucchine ripiene, o di melanzane gratinate.
Nel frattempo proseguono (pigramente e a rilento) i preparativi per il viaggio, con due modi di procedere fra quello perpetrato dall’amato bene e il mio, nettamente distinti e separati per entità e velocità di esecuzione. Ma soprattutto per temi prescelti.
Mentre lui, accurato e pragmatico, si prodiga con efficienza militare nel disbrigo di pratiche indispensabili (espletamento eventuale del check-in on line, controllo dello stato dei voli, verifica delle marche da bollo sui passaporti, ecc) senza le quali probabilmente nemmeno potremmo alzarci in volo; io, sciatta e inconcludente, mi sollazzo in questioni perlopiù secondarie ma perfettamente in linea con la mia indole (lievemente) ipocondriaca, (vagamente) ridondante, (un tantino) indecisa e (assolutamente) bradipesca.
E tra una mezza giornata al mare e l’altra mezza trascorsa a gironzolar per bancarelle, continuo la mia personalissima preparazione stilando liste su liste e tirando sacchi interi di monetine per aria nella speranza che mi aiutino a decidere…….(n.b.: il plurale, in molti dei casi che seguono, è puramente maiestatis…)
Scelte da compiere (e cose da fare)

-Profilassi antimalarica si/ profilassi no.
Visto che sarebbe la terza volta (le due precedenti per il Kenya e la Tanzania), che le stagioni sono invertite rispetto all’emisfero boreale (quindi lì ora è inverno) e che l’unica vera forma di protezione, anche nel caso della profilassi, rimane la prevenzione, cioè evitare, per quanto possibile, di farsi pungere dalla zanzara, e in particolare da quella bastardonaa della Anofele, abbiamo deciso che no, questa volta non la faremo. E quel medicinale dal nome di un boss della camorra, tale Malarone, reperibile solo in Vaticano (o in Svizzera) stavolta rimarrà lì, nei cassetti della farmacia papale (e un centinaio di euro in più nelle nostre tasche). Dopodichè prevedo che scatterà, almeno da parte mia, ogni tipo di manovra fantozziana ad evitare punture e lo scoppio di crisi isteriche a ogni minimo ronzio, con conseguente strage di mosche, moscerini e qualsiasi altro tipo di insetto dotato di ali e facilmente scambiabile.
Ma confidiamo soprattutto nella stagione invernale.

- Quali medicinali portarsi dietro, a parte badilate di antipiretici, secchi di fermenti lattici, una fornitura completa di antibiotico ad ampio spettro (badando che le dosi siano sufficienti per due, non come in Marocco che abbiamo dovuto fare carta vince carta perde per decidere chi dovesse curarsi e chi no, affidandoci a una sorta di selezione naturale che ci ha portati poi a lasciare le scatole intatte per solidarietà…), una vagonata di cerotti, ettolitri di amuchina, scatoloni di compresse per sterilizzare l’acqua, più un antistaminico e un antivomito, quest’ultimo così, tanto per stare più sereni nel caso in cui si dovesse essere colti dal sacro fuoco del virus intestinale (che comunque, fra Dengue, febbre gialla, malaria, tifo e compagnia bella sarebbe pur sempre il male minore… ).
E l’amato bene puntualmente lì, come il grillo parlante della mia coscienza, a ricordarmi che “stiamo recandoci in un paese che purtroppo ha il 40% della popolazione affetta da HIV, forse allora non è propriamente il caso di andare troppo per il sottile e magari, a parte una saggia dose di prudenza, converrebbe badare piuttosto al sodo della questione, con un filo di realismo e senza troppe paranoie”. …

- Selezionare abiti chiari e a maniche lunghe per le zanzare. Ma questi ultimi anche per il freddo visto che di notte la temperatura in questo periodo scende intorno allo zero e la domanda (sicuramente retorica e gironzolante sempre attorno al medesimo argomento) è: la zanzara sopravvive col freddo? Lei magari no, ma io un maglioncino in più, magari per i 1800 metri di altitudine della terra dei Basotho, per la mia di sopravvivenza, me lo porterei.

- Fare una curetta preventiva di fermenti lattici … “no? Che ne dici amore?” Risposta: “Fa’ come te pare. Io, co tutti i problemi che ce stanno lì, me rifiuto proprio”.
Logica stringente, pensiero chiarissimo. Ma io la faccio lo stesso.

- Iscriversi sul sito della Farnesina “Dove siamo nel mondo” .
Domanda (quasi scandalizzata): “ma pe fa che?!?!” .
Risposta (mia stavolta): “beh, metti che scoppino disordini, calamità naturali, tsunami emotivi e non possiamo comunicare con casa…almeno ci vengono a cercare”.
La controrisposta consiste unicamente in un’alzata di sopracciglio con sguardo di compatimento ma anche di rimprovero per (immagino) sopraggiunto limite di sopportazione.
Decido di farlo lo stesso e magari stavolta iscrivere solo me medesima, che lui mica lo sa che io a quel sito ho iscritto tutti e due ogni volta che siamo usciti fuori dall’Europa, tranne che per andare in America (eviterei di confessarglielo ora per non vedermi recapitare le carte per il divorzio, che prima di partire mi verrebbe scomodo affrontare la questione..)

- Fare una prova su una piccola porzione della (mia) pelle (quella coriacea dell’amato bene è immune da orticarie e dermatiti: chi omo!), per testare l’antizanzare prescelto, rigorosamente a base di permetrina e duranone (che lì, i vari Autan, Off e Vattelapesca da soli, a parte inquinare, non hanno effetto alcuno sul tipo di zanzara evidentemente dotata di controattributi) perché va bene proteggersi dalle zanzare ma se la contropartita è uno shok anafilattico, direi che la sperimentazione è in caso di farla prima. Più che altro per non sentire lui che, mentre magari annaspo e mi ricopro di bolle d’acqua,  mi guarda dall’alto della sua imperturbabilità ricordandomi che “me l’aveva detto” “sono sempre la solita” (e chi altri dovrei essere?!), e via dicendo.

- Scegliere con una certa accuratezza e una buona dose di lungimiranza i libri da portarmi dietro. Qualche minaccia, seppur velata, l’ ho già ricevuta e dopo vaghissime allusioni ad alcune (ma poche) scelte infelici, mi è stato chiesto se stavolta avessi intenzione di portarmi dietro magari qualche tomo sul Ku Klux Klan. Uomo di poca fede e di malevoli pensieri.
Pensavo alle Favole africane di Nelson Mandela invece, ma è ancora tutto da decidere e magari lo farò come al solito un attimo prima del check in, prendendo ciò che offre l’edicola all’angolo…e a quel punto ci sarà poco da fare: quel che capita capita!

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È buono appena fatto ma ancora di più dopo qualche ora di riposo. Il pesto, come invece temevo, non appallocca il cous cous e comunque basta sgranarlo con una forchetta che ogni singolo chicco riacquista piena autonomia.Ho voluto provarne uno integrale e penso che d’ora in poi difficilmente l’abbandonerò.
Per cene estive sul terrazzo (o su un micro balcone in 6), rigorosamente a lume di candela.


Ingredienti (per 6)
400 gr di cous cous integrale
500 gr di fagiolini (peso prima di pulirli)
2 patate medie
180 gr di pesto (nel mio caso senza aglio)
50 gr di pinoli
Olio extravergine d’oliva
Sale

Procedimento
Lavare le patate, metterle in una pentola di acqua fredda con tutta la buccia e farle lessare per circa 40 minuti o comunque finché bucandole con uno stecchino non risulteranno morbide ma non spappolate. Farle raffreddare, pelarle e tagliarle a tocchetti piccoli.
In un altro tegame portare a bollore abbondante acqua leggermente salata, quindi tuffarci dentro i fagiolini mondati e lavati e farli lessare al massimo per 20 minuti, dopodichè scolarli conservando la loro acqua di cottura e tagliarli a pezzettini piccoli.
Unire patate e fagiolini e condirli con poco sale (considerando che il pesto pronto ne contiene già di suo) e olio.
Ungere un piccolo padellino con pochissimo olio e farci tostare i pinoli a fuoco basso mescolando di continuo, fino a farli diventare, più o meno, così:
 (attenzione perché bruciarli è facilissimo!). Seguire le istruzioni sulla confezione per la preparazione del cous cous, di solito si tratta di: 
mettere il cous cous in una ciotola, aggiungervi una noce di burro (nel mio caso 2 cucchiai di olio) più pari volume (non peso: volume, cioè 2 bicchieri di cous cous=2 bicchieri di acqua) di acqua bollente (nel mio caso ho usato l’acqua di cottura dei fagiolini precedentemente messa da parte), coprire e lasciare riposare 6 minuti. Dopodichè sgranare i chicchi e condire con il pesto, mescolando bene, quindi aggiungere le patate, i fagiolini, i pinoli tostati e servire subito.


martedì 16 agosto 2011

Tra il dire e il fare…c’è di mezzo la mente al galoppo e alcuni imprevisti! – Penne ricce affumicate al pesto di rucola

E insomma, lo spiedino di polpa di granchio non c’è stato, la tartina anziché avere la leggiadra forma di una farfalla era un banale cerchietto tagliato col coppapasta, il pane arabo faceva da cornice a tutto il resto privato del  piccantino e il polpo anziché da fagiolini e  patate era accompagnato solo da queste ultime, perché il tempo di spuntare e lessare pure i fagiolini..proprio non l'ho trovato!
Come a dire che alla fine, qualsiasi sorta di programma è suscettibile di variazioni più o meno importanti. Ma il cous cous di Maria….signori miei quanto era buono! 

Una sorpresa, una mirabolante scoperta, una cosa che quando hai finito di mangiarla dici “ma come ho fatto a stare senza fino ad ora??” Certo, qualche piccolissima variante l’ho apportata pure lì, ma di entità sicuramente trascurabilissima e ascrivibile unicamente a ragioni salutistiche. Del tipo che il peperone l’ho arrostito e poi spellato con cura anziché mettercelo crudo e la cipolla l’ho lasciata leggermente appassire in un paio di cucchiai d’acqua a fuoco molto dolce per evitare nottate sul balcone in attesa di digerirla. Tutto qua.
Ma per il resto ho messo proprio tutto tutto comprese ben 15 foglioline di menta appena raccolte! La ricetta è di quelle precisissime al millimetro, che non sbaglia, sulla quale puoi dormire sonni tranquilli e che non ti tradisce. Basti pensare che alla voce “4 limoni” e all’immediata domanda sovvenutami: quanto grandi? È seguita una risposta degna della più precisa delle enciclopedie: 110 ml di succo! Una grande! Ricetta sicuramente da annotare, sigillare nella memoria e, soprattutto, replicare quanto prima con enormi ringraziamenti a chi l’ha resa nota!

E poi che altro? Beh sì, anche all’hummus ho apportato una lieve modifica scegliendo di insaporirlo con un cipollotto fresco anziché con lo spicchio d’aglio ma i cucchiai di tahin c’erano tutti e 6 (trattandosi di dose doppia felicemente consumata anche il giorno successivo) e con grande commozione abbiamo scoperto lo spettacolare abbinamento della cremina di ceci con i los nachos, in un fantasioso mix di razze e culture.








Per ciò che riguarda il pesce, le alici erano freschissime


Il polpo di un meraviglioso profumo di mare

 da risultare perfino commovente e farsi perdonare il dispettuccio di essersi sbriciolato quasi completamente anziché prodursi in fettine regolari dopo la nottata trascorsa sotto pressione e imbottigliato e impacchettato a dovere
Ma la colpa era unicamente della mancanza, questa sì imperdonabile, di un’indispenasibile affettatrice o quantomeno di un coltello sufficientemente affilato e degno di un carpaccio, mannaggia alle case piccole e allo spazio risicato!!
Infine mi sembra doveroso menzionare la magistrale sangria nella duplice versione bianca e rossa


e la personalissima interpretazione della crostata di crema e frutta, già resa nota, pur fra uno smadonnamento e l’altro dovuto a una crema pasticcera (ricetta straccollaudata di nonna!) ribelle che aveva deciso di non addensarsi costringendomi a ricominciare tutto da capo!
Curioso vedere come ricette vecchie e collaudate decidano a un certo punto di puntare i piedi lasciando spazio a sorprendenti  sperimentazioni di cose mai fatte prima e riuscite invece al primo colpo. Tanto per ricordare che la vita è sempre pronta a sorprenderci e a stupirci. 
Guai a dare qualcosa, qualsiasi cosa, per scontata.
E anche questo compleanno…

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Seconda volta che utilizzo questo particolare formato di pasta. Devo dire che si abbina molto bene ai condimenti in bianco e tiene perfettamente la cottura. Di solito nella scelta procedo per esclusione e, dopo una lunga serie di eliminatorie, arrivo alla finalissima con 2 soli formati .
L'altro rimasto in gara era rappresentato dai malloreddus.

Ingredienti
500 gr di penne ricce
250 gr di salmone affumicato
Una provoletta affumicata
2 mazzetti di rucola
Una manciatona di pinoli
Olio extravergine di oliva
Sale

Procedimento
Lessare la pasta e scolarla molto al dente, quindi passarla velocemente sotto l’acqua fredda e metterla in una ciotola molto capiente, unire 2 cucchiai d’olio mescolando bene e lasciarla raffreddare completamente. Nel frattempo mondare la rucola, lavarla e metterla ad asciugare su un canovaccio pulito distanziando i mucchietti di foglie tra loro in modo che si asciughino per bene.  Tagliare il salmone a striscioline, la provola a dadini e unire alla pasta aggiungendo un altro po’ di olio e mescolando bene.
Mettere la rucola in un bicchierone, aggiungere i pinoli, un pizzico di sale e un po’ di olio e frullare con il minipimer. Unire il condimento alla pasta, mescolare bene e riporre in frigorifero avendo cura di tirarla fuori una mezzora prima di servirla.

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