"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 25 giugno 2018

Acume – Gelato veg banana e fragola (senza gelatiera)



Abbiamo una cucina piccola: lunga e stretta.
Facciamo colazione sul piccolo pianale angolare.
L’amato bene in piedi (…boh), io su un piccolo sgabello a 3 scalini che uso, alternativamente, come ausilio per sopperire alla mia scarsa altezza e, appunto, come seduta.
Quell’angolo lì è costantemente occupato: finita la colazione riapparecchio subito con tovaglioli nuovi, posate pulite e, la sera dopo cena, anche tazze e piattini lavati.
Così, tanto per A) non far perdere tempo a lui la mattina alle 5.30 ancora impastato di sonno a cercare tutti gli attrezzi; B) dare a me un’illusione di coccole e attenzioni quando, con comodo, mi sveglio un paio d’ore dopo.
Come se qualcuno si fosse alzato prima di me e avesse deciso, in completa autonomia, di farmi una sorpresa apparecchiando di tutto punto.
Una specie di amico immaginario con funzioni però di modica utilità.
Solitamente ci lascio anche il barattolo dell’orzo solubile e la scatola di latta con le fette biscottate.
L’amato bene però è un tipo preciso. E il suo inquadramento militare, come una inevitabile deformazione professionale, lo porta, ogni giorno finita la colazione, a rimettere via quel barattolo di orzo e a riporre la scatola di latta: a far sparire, cioè, ogni singola traccia del suo essere stato lì.
Così la mia illusione di coccole/amico immaginario/colazione pronta svanisce prima ancora che io la possa vivere.
Ma taccio. Che già mi bastano gli sguardi vacui di quando gli chiedo di prendermi qualcosa in un determinato punto della casa e improvvisamente ho la sensazione di condividerne lo spazio con un ospite di passaggio. Quelle volte in cui a una domanda tipo: “amore per favore mi prenderesti la farina nell’armadio a muro?” ti guarda come se gli avessi chiesto la formula della quadratura del cerchio e annaspando ti risponde con un’altra, perspicace domanda: “l’armadio a muro quale?”, incapace di distinguere fra gli unici due di cui disponiamo: uno adibito a dispensa, l’altro contenitore del suo guardaroba. Manco del mio. 
Mi voto quindi all’ “educazione” attraverso l’esempio. Rimettendo puntualmente lì ogni cosa: orzo, piattini, tazze e scatola di latta. Riapparecchiando per bene fin dal mattino, sperando che un’illuminazione improvvisa lo porti, un giorno non troppo lontano, a fare altrettanto.
Lasciando l’angolo perennemente pronto.
E insisto sul tema specialmente nel fine settimana, quando è meno stanco, più attento(?), più ricettivo (??).
Ma passano i giorni, le settimane, si alternano le stagioni.
E quando scendo io a fare colazione la scatola delle fette biscottate continua a ritrovarsi sulla mensola e il barattolo di orzo nel suo stipetto. Rimessi diligentemente a posto.
Finché, una mattina, la rivoluzione.
Un brivido di commozione prende a scorrermi sotto pelle.
Non posso credere ai miei occhi:
La scatola di latta abbandonata sul pianale.
(l’orzo al suo posto, ma una cosa alla volta…)
Ma non in un punto qualsiasi: esattamente sul piattino (pulito) che non ha seguito la tazza sporca nel lavandino.
La scena va interpretata.
Forse un rebus.
Probabilmente un messaggio in codice.
Perché proprio sul piattino?
Decido di tacere aspettando nuove mosse.
Il mattino successivo la scena si ripete: scatola di latta su piattino pulito.
Quasi un’installazione artistica.
Mi vorrà dire che stanno per finire le fette biscottate?
Che devo proprio assaggiarle perché sono fantasmagoriche e vuole condividerle con me?
Che non si possono mangiare ma lui continua a immolarsi per non dover buttare via del cibo?
Basta mi arrendo: non sono capace di decrittare il messaggio, capire la metafora, leggere fra le righe, interpretare il simbolismo.
Risolvere il rebus.
Io, misera pensatrice senza ali mi arrendo davanti all’acume di lui, fuoriclasse degli indovinelli.
Gli mando, ingoiando l’amara sconfitta, un messaggio whatsapp, chiedendogli lumi.
E la risposta non si fa attendere.
“Ma no amò, lo faccio per te: la lascio lì, che tanto l’indomani devo rifà colazione e così non la stai sempre a mette a posto e io a ritirà giù”.
In quale preciso momento di tutti questi anni ci sia arrivato, non è dato capire.

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Due ingredienti (tre a voler proprio strafare dolcificandolo un po’) e un frullatore: è tutto ciò che serve per fare questo gelato.
Voglia improvvisa: oplà, si può soddisfare in men che non si dica senza bisogno di uscire a comprare una gelatiera né sentirsi minimamente in colpa visto che è senza uova, senza lattosio, senza zucchero.
Il risultato è quello di un gelato supercremoso, facilissimo da fare e davvero buono. Ho visto la ricetta qui, poi ho ridotto le dosi e l'ho adattata a quello che avevo nell'armadio a muro, quello della dispensa ;-)

Ingredienti (per due coppette)
2 banane mature
100 g di fragole
succo di mezzo limone
2 cucchiai di sciroppo d’acero (la ricetta originale prevedeva succo d’agave o malto di riso)



Procedimento
Sbucciare le banane e tagliarle a rondelle. Mondare le fragole, lavarle e tagliare anche queste a cubetti. Irrorare la frutta con il succo del limone e riporla in freezer per 4-5 ore o, meglio ancora, una notte intera.
Trascorso questo tempo versarla nel frullatore, dolcificarla eventualmente con lo sciroppo d’acero e frullarla per 3-5 minuti fino a ottenere una crema morbida e omogenea.
Distribuirla nelle coppette e decorarla a piacere con gocce di cioccolato, foglioline di menta, granella di mandorle o nocciole.

Nota:
- naturalmente, ferme restando le banane (che sono quelle che donano la consistenza cremosa), questo gelato può essere realizzato con qualsiasi altro tipo di frutta.






lunedì 3 agosto 2015

Che scoperte - Gelato Veg al caffè d’orzo (senza gelatiera)


Amo l’estate.
Il sole cocente, l’asfalto che diventa liquido, le giornate che non finiscono mai.
La sabbia rovente, il vento caldo, la salsedine che brucia sulla pelle.
I ghiaccioli, le infradito e il tè freddo.
Il cocomero, i vestitini leggeri e i pomodori col riso.
Annaffiare il giardino, raccogliere i peperoncini diventati maturi, guardare i girasoli.
Pranzare con prosciutto e melone e scegliere il costume al mattino.
Stendere i panni e ritrovarli asciutti un’ora dopo.
Fare la doccia all’aperto e non dover asciugare i capelli.
Accendere torce di citronella e non dovermi cospargere di Autan che le zanzare tanto non mi pungono.
Adoro l’estate.
Del resto non sarà un caso che io sia nata proprio a ridosso di ferragosto.
Ma quando è troppo è troppo.
E ora, decisamente, lo è.
Allora siccome il caldo non dà tregua, né di giorno né di notte, nemmeno quando sono previsti temporali e abbassamenti repentini delle temperature, ho pensato, oltre che di usare sconsideratamente il forno, buttandoci un po' alla rinfusa hamburger, biscotti e altri hamburger ancora; poi di grigliare melanzane, ma solo come intermezzo alla cottura di altri biscotti…ho pensato, dicevo, fosse venuto il tempo anche di fare un gelato!
Così, tanto per rendere onore a questa estate che amo tanto.
E per colmare, almeno in piccolissima parte, vagamente ed estremamente alla lontana, quella voglia impellente di magnumdoublechoccolate che non mi abbandona nemmeno per un secondo.
Come ti sembra?” – chiedo incautamente all’amato bene, dal quale mi aspetterei un incoraggiamento.
Un moto di entusiasmo, un guizzo di piacere, un miracolo se necessario.
Che gli faccia dire, magari, che sa perfino un po’ di cioccolato.
mah, me pare un po’ sciapetto….Forse il caffé un po’annacquato?” – azzarda temerariamente.
Poi affonda un secondo cucchiaino, assapora, aggrotta le ciglia, ha un lampo (non di genio): “Ma a proposito, com’è che te saresti fatta un gelato, per giunta con il caffè, che non puoi berlo e non puoi usare zucchero, latte, né panna?

Eh.

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A dispetto dei gusti ormai radicati dell’amato bene, il mio primo esperimento con un gelato Veg mi ha più che soddisfatta.
Il sapore mi ha conquistata, ma ancora di più la consistenza, che poi era ciò che più mi preoccupava di tutta la questione. Considerando soprattutto di operare senza gelatiera. Certo è vero che il gelato avrà bisogno di essere estratto dal freezer e frullato svariate volte (almeno 4-5) e a intervalli regolari per rompere i cristalli di ghiaccio che altrimenti farebbero di lui, per l’appunto, solo un ghiacciolo, ma il gioco vale la candela.
Perché è buonissimo e perché mi ha permesso di scoprire varie cose,  per esempio:
- che molte delle panne vendute nei supermercati come vegetali in realtà contengono proteine del latte (l’etichetta lo confermerà);
- che la panna di soia invece, col suo saporino delicato e appena dolce, mi piace moltissimo;
- che farselo in casa permette di variare gusto al posto degli unici due vegetali, panna e cioccolato che si trovano in commercio (e che contengono zucchero semolato).
E a conti fatti, posso assicurare che è buonissimo, considerando che stiamo parlando di un gelato senza latte, senza grassi, senza uova…senza cioccolato e pure senza caffè!!


Ingredienti (x 2 coppette grandi o 3 piccole)

230 gr di panna di soia
230 gr di latte di riso
100 gr di zucchero di canna
3 cucchiaini colmi di orzo solubile


Procedimento
Sciogliere l’orzo nel latte di riso e versarlo, insieme a tutti gli altri ingredienti, in un contenitore dai bordi alti (o direttamente nel frullatore, se ne possedete uno). Lavorarli un po’ con il minipimer finché non saranno ben amalgamati, quindi riporre in freezer.
Per almeno 4 o 5 volte ( ogni mezzora) sarà necessario estrarre il bicchiere dal freezer e frullare il gelato per mantenerlo morbido.
Al momento di gustarlo lasciarlo a temperatura ambiente qualche minuto.







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