"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 16 aprile 2018

Strategie - Pollo e piselli al forno



Cerco di sbrigarle quando lui non è in casa.
Quando sono libera di sbattere, buttare per terra, sbatocchiare, scartavetrare, abradere o distruggere, sempre inavvertitamente, cose mio e loro malgrado capitatemi a tiro.
Che le pulizie sono un terreno minato per sbadati e sfascioni cronici come la sottoscritta.
Un banco di prova, una sfida continua alla propria autostima.
E per non sentire i rimbrotti dell’amato bene per
- le sedie che sono appena riverniciate;
- i mobili nuovi di zecca;
- gli infissi no ma che non ha intenzione di cambiarli a breve;
- le scale che ha appena rifatto;
- il colore delle pareti che è così delicato da non poterlo nemmeno sfiorare;
io le faccende, dicevo, le sbrigo quando lui non è in casa e mi sento libera quindi di muovermi con una certa disinvoltura e senza l’ansia di sfasciare qualcosa che poi è il momento in cui succede per davvero.
Ma capitano anche quelle settimane terribilmente pesanti e senza nemmeno un secondo libero da poter dedicare alla casa. Ed è così che ci si riduce al sabato pomeriggio (perchè al mattino si dorme), quando lui in casa c'è.
Fine settimana scorso: lui in giardino, io intenta a passare l’aspirapolvere, lavare i vetri, spolverare i mobili del salotto, pulire il bagno, rimuovere il calcare dallo scolapiatti in cucina e tremila altre faccende.
Con attenzione massima.
Quasi in religioso silenzio (metaforico).
Alzando al massimo il volume della musica per comprirne altri, di compromettenti. È nel giro di una manciata di minuti infatti che:
a)   Con l’ aspirapolvere prendo in pieno lo spigolo della libreria e faccio cadere quei 3-4 (cento) tomi.
b)   Appoggio lo spazzolone al muro e quello si schianta sul tavolinetto basso del salotto.
c)   Mi casca dalle mani un macinino di legno che sto spolverando, e sarebbe pure un danno da niente se non fosse che nel suo cassettino avevo nascosto due dadi da gioco che ovviamente tintinnano e si ruzzolano fragorosamente andando a sbattere contro il vetro della cucina.
Il tutto mentre la musica tace ed è in onda il notiziario.
Quando cioè tutti i miei rumori sono più udibili, chiari, inconfondibili.
Decido di prendere il toro per le corna e autodenunciarmi in un impeto di onestà.
Vado fuori, mi pianto davanti a lui con lo straccio da spolvero ancora in una mano, lo spazzolone nell’altro.
Non è come sembra.
So che non mi crederai ma nonostante tutti i rumori che hai sentito non s’è rotta, né scorticata, né sfasciata nemmeno una cosa. Né un ninnolo, né un pezzo di muro, né mezza mattonella.
Se non mi credi vieni a  vedere!
Ma con lo sguardo lo sto già fulminando, che io mica sono arrabbiata solo con la malasorte e tutti gli ostacoli che si frappongo tra me e la mia buona reputazione di casalinga. È lui che mi mette l’ansia. E fa succedere quello che, se mi trovassi da sola, non accadrebbe mai. Mai.
Ah perché eri tu? Io pensavo che i rumori provenissero da casa di Cinzia”.
A questo non avevo pensato.
Un’occasione persa.
Ma d’ora in poi la responsabilità sarà sempre e comunque della vicina di casa.

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La comodità di questo piatto consiste nello schiaffare tutto in teglia, piselli surgelati compresi, e trovarsi il pranzo o la cena pronti da sfornare. Secondo e contorno in un’unica soluzione, senza sforzo alcuno.
Le lunghe ore di aereo per arrivare in Sudafrica hanno portato alla visione attenta di un paio di puntate di un programma di cucina con Nigella Lawson come protagonista. Ed ecco qua la sua super ricetta!
(penso che il liquore si possa tranquillamente sostituire con del vino bianco, ma certo il Martini dà al piatto un sapore molto particolare)

Ingredienti (per tre persone)
6 sovracosce di pollo
750 gr di piselli surgelati
3 carote
2 porri
1 bicchiere di vermouth (Martini bianco)
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe


Procedimento
Pelare le carote e tagliarle a rondelle. Eliminare lo strato più esterno del porro e tagliare anche questo a rondelle. Versare i piselli surgelati in una teglia capiente insieme alle carote e al porro. Condire con sale, pepe e olio mescolando con cura. Disporre il pezzi di pollo sopra le verdure, salare, spolverizzare di pepe e bagnare con il Martini. Concludere con un ultimo giro d’olio e cuocere in forno già a caldo, a 180° per circa 35-40 
minuti, o fino a quando il pollo non risulterà ben dorato.



lunedì 5 ottobre 2015

Calendario interno - Pollo all'acqua



Ecco sì, sarà il caso di cominciare ad essere realistici.
Guardare in faccia la realtà e mettersi in modalità inverno.
O perlomeno autunno che sia, dal momento che:
piove, o tenta di farlo, da almeno 3 giorni; l’albicocco ha già perso quasi tutte le sue foglie; pare sconveniente continuare ad andarsene in giro in infradito; e l’amato bene, come ogni anno di questi tempi (ma già dallo scoccare della mezzanotte del primo settembre) reitera incessantemente il medesimo interrogativo: domenica prossima facciamo il cambio di stagione?
Finora il clima mi è stato d’aiuto.
Ho resistito, combattuto strenuamente, buttato tutto in caciara invitandolo a riflettere: mica perché sul calendario c’è scritto equinozio d’autunno noi dobbiamo ricoprirci di lana e calzare stivali di gomma se poi fuori le temperature continuano ad aggirarsi sui 30 gradi.
Ma certo ormai la temperatura si è inequivocabilmente abbassata.
Non posso continuare a fare la vaga e lasciare che se ne vada in giro in ciriciola, non vedendo l’ora di arrivare in caserma per riaversi al calore della divisa d’ordinanza.
Eppure…
Indugio ancora un po’.
Cincischio.
Mi crogiolo nell’idea che qualche sprazzo di caldo ancora lo farà.
Avrei voluto tanto resistere ancora a mettere sul letto la trapuntina di mezza stagione.
Ma dopo notti di piedi gelati, nasi chiusi e minacce di abbandono del tetto coniugale mi sono dovuta rassegnare.
Ecco magari potrei cominciare a farmene un’idea prendendola alla larga.
Per esempio smettendola di pubblicare ricette di fresche insalate e immagini di spiagge e mari cristallini; rassegnarmi al fatto che ormai pure i fichi e l’uva sono passati di stagione (senza che nemmeno me ne accorgessi) e che è inutile e anche un po’ ridicolo che io mi ostini a indossare maniche corte e giacchettino legato in vita, pur uscendo di casa nelle ore centrali della giornata, quando poi me ne vado comunque in giro con strati arricciati di pelle d’oca.
Dovrei lasciare che funghi, radicchi e castagne ispirino i miei piatti e anche un po’ i pensieri.
Caldarroste.
Camino.
Torte di mele.
Calde coperte di lana sulle gambe.
….
Ma anche attese dei treni sotto la pioggia.
Buio alle cinque del pomeriggio.
Camminate sotto l’acqua.
Ombrelli sempre rotti.
La lana che pizzica sulla pelle.
Allora aspetto.
Fiduciosa che qualcosa, che mi faccia rinsavire, scatti in me.
Magari un gelone, chessò.
E prima o poi mi deciderò anche a ritirare fuori qualche capo pesante soprattutto per quel poretto che esce di casa alle 6 di mattina.

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Nell'attesa che avvenga il rinsavimento e per restare pur sempre in tema di acqua propongo una ricetta super light di mamma mia. Di quelle da buttare tutto a crudo in padella e via.
Solo acqua e nemmeno un goccio di olio. Anche la pelle va tolta! Lei in verità, per renderlo ancora più estremo, non ci mette neanche il sale, ma personalmente, per il momento, non arrivo a tanto. In ogni caso, ci penserà il pollo a tirare fuori il suo grasso naturale (se non sarete stati troppo rigorosi nel tirare via anche l'ultimo lembo di pelle dall 'ossicino in fondo in fondo) per diventare gustoso e saporito, lontano mille miglia dal sapore del pollo lesso.  Tutto il resto lo faranno le erbe aromatiche, l’aglio, la cipolla. E se lo cuocerete in un tegame di coccio il risultato sarà ancora più sorprendente.
Molto più che light, signori! (facile e veloce manco a  dirlo)


Ingredienti (x2)
4 sovracosce di pollo
2 scalogni o una piccola cipolla rossa
2 spicchi d’aglio grandi
2 rametti di rosmarino
5-6 foglie di salvia
1 pomodoro fresco (o 2 pelati)
1 bicchiere di acqua
Una presa di paprika dolce
Sale
Pepe


Procedimento
Privare il pollo di tutta la pelle ed eventuali grassetti. Sciacquarlo sotto l’acqua corrente e tamponarlo con carta da cucina.
Disporlo in un tegame insieme alla cipolla tagliata a rondelle, gli spicchi d’aglio divisi a metà, il pomodoro a spicchi grandi, il rosmarino e la salvia.
Insaporire con sale, paprika e pepe, irrorare con il bicchiere di acqua e cuocere coperto, per circa 45-50 minuti rigirando una sola volta (se alla fine della cottura dovesse rimanere ancora troppa acqua, scoprire e alzare la fiamma per qualche secondo).









martedì 25 novembre 2014

Ma no che non t’ammazzo – Polpettine con rucola, arancia e nocciole


Avrei potuto capire se avessimo avuto un giardino.
Non mi sarei stupita più di tanto se come dimora avessimo scelto il mulino di Banderas e tutto intorno si estendessero ettari di campi di grano e chilometri di filari di vite.
Invece abitiamo nella minuscola casetta affacciata sulla statale.
Al primo piano.
E quindi un topolino no, non è concepibile che si aggiri indisturbato sul balcone.
E osi addirittura fare capolino dentro casa.
Sto fetente.
Una domenica sera: ultimi 15 minuti de I Cesaroni che guai a chi ci tocca quell’appuntamento lì.
Con la coda dell’occhio mi pare di veder correre un’ombra dalla portafinestra verso il mobile del televisore.
Un’ombra proprio piccola in realtà, una sorta di pallina da ping pong, che rotola come fosse in discesa.
Nera.
Mi si ghiaccia il sangue ma voglio prendermi in giro e pensare di essermi suggestionata per il fatto che già la scorsa settimana l’amato bene aveva avuto la stessa impressione e per non sbagliare aveva piazzato due pastiglie velenose su entrambi i balconi.
Che si per carità non si fa e sono esseri viventi pure i comuni topolini di campagna, almeno in teoria e idealmente.
Poi accade che ci si trova ad averne a che fare sul serio, e allora provate voi ad alzarvi ogni mattina prendendo a calci le ciabatte per scongiurare un coccolone nel caso in cui di notte quello abbia deciso di infilarcisi dentro, o a battere sulla libreria ogni volta che dovete prendere un libro o tenere a bada crisi isteriche quando si tratta di spostare un vaso, un mobile, una tenda, temendo di trovarselo davanti!
E a lavare con bicarbonato o amuchina pure la frutta da sbucciare (che può sempre averci passeggiato sopra) e a sterilizzare e disinfettare ogni oggetto su cui la mia testa mi dice che può aver messo le sue zampette malefiche.
Quindi tutti.
Cesta della biancheria compresa: i mucchi sono diventati il mio terrore!
Mucchi di panni
Mucchi di libri
Mucchi di giornali
Mucchi di frutta e verdura nelle ceste di vimini sul balcone.
Mucchi di plastica o di carta della differenziata da buttare via.
Tutti potenziali giacigli/nascondigli del fetentello.
E a quel punto temere di veder correre lungo i muri il topetto saltellante e scoppiettante di salute o di ritrovarlo esanime sul pavimento per aver ingerito il cocktail micidiale non fa questa grande differenza: sempre in costante allerta e preda del terrore vivo, io.
E se consideriamo la mia naturale inclinazione alla sbadataggine che mi porta a fare razzia di tutto ciò che ogni minuto mi cade dalle mani, c’è poco da stare allegri.
Anche perché la miopia non aiuta di certo e manca poco che vada a dormire con le lenti a contatto, per non ritrovarmi scoperta nemmeno in quell’attimo fugace in cui mi sveglio, apro gli occhi senza vedere altro che ombre e inforco gli occhiali, tornando finalmente padrona della situazione potendomi guardare attorno con circospezione.
In effetti però nei giorni scorsi cadaveri di topo non ne ho rinvenuti.
E sì che ho spostato mobili, setacciato scaffali, rimosso libri e oggetti vari dalla libreria.
Non c’è anfratto che io non abbia passato al vaglio.
Anche se le pastiglie risultano mangiate: allora deve essersi sbagliato l’amato bene, ho pensato fino a questo momento.
La prova visiva però non lascia più spazio a dubbi: il topo c’è e adesso è pure entrato dentro casa, e presumibilmente se ne sta acquattato dietro il televisore, passeggiando sui fili del decoder, che magari chi lo sa, una botta di fortuna e ci resta attaccato.
L’impressione non è stata solo la mia, difatti l’amato bene si alza, con tutta la calma di questo mondo annunciando: “abbiamo un ospite!”.
E prende a rimuovere con cautela ogni singolo oggetto dai ripiani sopra/sotto/accanto a quello del televisore, con l’intento poi di spostare il mobile e stanare il suo nuovo, sgraditissimo inquilino.
Il quale zitto zitto, così come era entrato, eludendo i nostri varchi, un’oretta dopo, riprende la via della finestra e va a piazzarsi dentro la scarpiera dell’amato bene sita sul balcone.
Una scarpiera artigianale fatta da lui, con ripiani in legno e tendine di bambu.
Un paio d’ore dopo la situazione, pressoché invariata, è questa: noi due armati rispettivamente di spazzolone e scopa di saggina che guardiamo fisso il ripiano sotto il quale siamo certi si sia rintanato, non sapendo esattamente come agire.
Non abbiamo un vero piano.
Ma un obiettivo, almeno io, sì: lo voglio prendere. Vivo o morto.
Lui vuole solo tranquillizzare me senza ammazzare l’intruso perché gli fa pena, ma non sa bene come gestire la cosa, conciliare le due faccende, dividersi tra moglie e topo.
E mentre lui pensa e ripensa, e io fremo e borbotto, un musetto spunta da sotto un paio di Birken.
Minuscolo, simpatico, un cartone animato quasi.
che volemo fa’?” pare apostrofarci
 Si guarda intorno e fissa lo sguardo su di noi, i due umani-mammalucchi fermi immobili a osservarlo brandendo armi improprie, manco fossero Kalashnikof e Bazooka.
I suoi occhietti pietosi e i nostri sguardi torvi si incrociano per un attimo (quello fatale), in cui il mondo si ferma e tre deficienti (di specie varia) rimangono lì, a guardarsi, incerti sul da farsi
E sorridendo: noi di noi stessi ma pure un po’ di lui che tanto scafato non sembra; lui di noi, che tutta sta paura non dobbiamo incutergliela.
Difatti non fa una piega. Non compie movimenti convulsi, non scappa terrorizzato.
Semplicemente:
Ok via libera! pare dire.
Sti due so’ innocui..
E salta fuori del tutto, con estrema calma, rivelando un corpicino altrettanto piccolo.
Poi lentamente se ne va, da sotto la grata del balcone, giù per il fognolo del pianerottolo o su, lungo i foratini nei muri, questo non è dato saperlo.
Lasciandoci lì a riflettere, coi nostri scopettoni: eroi impavidi, guerrieri indomiti, cavalieri senza macchia e senza paura.
Messi in scacco da un topolino minuscolo.
Troppo simpatico per poter pensare di calargli, con nonchalance,  uno scopettone sulla testa.

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Noci e nocciole, i due ingredienti protagonisti del Contest di StagioniAMO!
Li potete usare indifferentemente all’interno di questa ricetta, che come cascate cascate bene visto che si addicono entrambi. 
E magari pensare ad altre ricette, per la categoria secondi, da lasciarmi a questo link o, nel caso in cui non abbiate un blog, da inviarmi a questa mail, per poter partecipare.
Anche perché la scadenza non è più il 30 novembre:

IL CONTEST è PROROGATO FINO AL 31 DICEMBRE!!!

Non ci sono proprio più scuse per non cimentarsi nella sfida: vi aspetto!


Ingredienti (per 4 persone)

500 gr di macinato scelto di manzo (o misto manzo e maiale)
2 uova
1 patata lessa
50 gr di parmigiano grattugiato
30 gr di nocciole tritate grossolanamente
Succo e buccia di un’arancia
Un bel mazzetto di rucola
Qualche cucchiaio di pangrattato
Peperoncino
Sale
Olio extravergine d’oliva


Procedimento
Raccogliere il macinato in una ciotola e “condirlo” con le due uova leggermente sbattute, la patata schiacciata con la forchetta  (o frullata al minipimer) e il parmigiano. Unire anche la scorza grattugiata dell’arancia, il sale e il peperoncino; da ultimo aggiungere metà delle nocciole tritate e la rucola spezzettata. 

Amalgamare con cura il composto e formare delle polpettine grosse quanto una noce. Unire la restante granella di nocciole al pangrattato, salare leggermente e rotolarci dentro le polpettine. Disporle quindi in una teglia oliata, irrorarle con il succo d’arancia e cuocere in forno a 180° per una ventina di minuti rigirandole, delicatamente, una sola volta.






mercoledì 16 luglio 2014

Tempo per me - Petti di pollo in crosta di mandorle


Finire di lavorare un venerdì.
Salutare malinconicamente i bambini sapendo di rivederli solo a metà settembre.
Ricominciare nuovamente il lunedì successivo.
Con altri bimbi, altre realtà.
Ancora più piccoli, sempre più impegnativi.
Recuperare gesti dimenticati, come quello di sostenere il passo incerto e traballante, ma molto spedito (della serie: accelero per non cadere - e poi cado lo stesso), di un ometto di 14 mesi.
Tutto rotoli di ciccia e grande determinazione.
Faticare a prenderlo in braccio, pur nel delirio di dolcezza che travolge.
Sentire reclamare la schiena, pensando a tutte le ore di posturale che ci vorranno per rimetterla in sesto.
Parare cadute, testate, sederate.
Scalare indenni lo scivolo per grandi, gli scalini di casa, la rampa dello stabilimento.
Schivare l’altalena in movimento, una pallonata in arrivo, un altro bambino che corre senza guardare dove va.
Raccattare giocattoli in ogni dove.
Risistemare cappellini scaraventati via con ostinazione.
Asciugare bavette perennemente colanti.
Pulire 10, 100mila volte mani diventate di sabbia e per questo portate alla bocca con ancora più gusto.
Spalmare protezioni solari.
Rispalmarle una seconda e anche una terza volta, che la prudenza non è mai troppa.
Rimuovere chilate di sabbia da mani, piedi, pancia, schiena, viso, testa.
Suoi e miei.
Rinunciare a rimuoverla proprio tutta, che tanto è una missione impossibile da demandare all’agognata doccia.
Placare le ansie e ignorare il vuoto chiacchiericcio del coacervo di tutte le donne vicine di ombrellone fra: mamme, nonne, zie, prozie, cognate di cognate, amiche di sorelle di cognate e perfette sconosciute.
In una guerra intestina in cui i bambini fanno solo da appendice e vengono branditi come pretesto e scusante.
Rassegnarsi ancora una volta all’evidenza che fare la tata oggi significa schivare i colpi/tenere a bada le frustrazioni/capire le impossibilità di genitori (e di nonne, zie…) anziché occuparsi solo dei bambini.
Astrarsi da tutto questo e riuscire ugualmente a stare bene con loro.
Tornare a casa col mal di testa e la sensazione di aver ruotato in una centrifuga di parole e sentenze.
Perlopiù inutili.
Ma in tutto ciò:
Riscoprire una nuova e dimenticata dimensione del tempo.
Uscire di casa alle 8.50 ed essere al lavoro alle 9 in punto.
A piedi.
Niente treni, niente banchine, niente annunci metallici di ritardi/soppressioni di corse/cambio binario.
La spiaggia invece dell’asfalto.
Il costume invece dei jeans.
A piedi nudi anziché con i sandali.
Riscoprire il tempo per poter fare la spesa dopo il lavoro.
Per decidere cosa cucinare anche la mattina stessa, senza dover scongelare.
Per cenare all’ora di cena e non a quella di andare a dormire.
Per ritirare i panni dallo stendino prima che scenda l’umidità della notte senza dover delegare l’amato bene (che l’umidità della notte la fa calare comunque prima di ritirarli).
Assaporare la libertà di pranzare con calma e a un orario umanamente accettabile anziché alle 12 come i frati dovendo poi scappare via subito dopo.
Col pranzo sullo stomaco.
E rinunciando a mangiare cocomero per paura di sforare i 40 minuti di viaggio e di autonomia prima di dover correre in bagno.
Concedersi il lusso della sacrosanta pennichella dopo pranzo.
A dormire proprio, a leggere o anche solo a guardare Fine Living.
Progettare con calma il pomeriggio, anche a non fare niente.
Contare i giorni che mancano alle ferie, sapendo però di ritrovarsi a lavorare in spiaggia il mattino dopo.
Che proprio ferie non sono, ma un po’ cominci a sentirtici.
Tempo al tempo,
e intanto
Tempo per me.

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Saporiti, croccantissimi e molto, molto gustosi.
La croccantezza è quella che mi ha più colpita: sembrano fettine panate, sembrano fritte!!
Un po’ seccante dover tirare fuori ciotole e ciotoline per sbattere l’uovo, passarci dentro i petti, infarinarli, passarceli nuovamente, terminare col trito di mandorle...che nell’economia di tempo di chi torna a casa alle 8 passate e non vede l’ora di aver preparato-mangiato-lavato i piatti- per potersi sbracare sul divano, riveste la sua enorme importanza. Ma insomma, superato il disappunto, ne vale davvero la pena!

Ingredienti (per 2)
300 gr di petti di pollo
70 gr di mandorle
1 limone bio
1 albume
5-6 foglie di salvia
Pangrattato
Farina
Sale
Pepe nero
Olio extravergine d’oliva

Procedimento
Sistemare i petti di pollo fra due fogli di carta forno e batterli leggermente.
Tritare grossolanamente le mandorle insieme alla salvia e a un po’ di pangrattato. Unire la scorza grattugiata del limone e un po’ di sale.
In una terrina sbattere l’albume con un pizzico di sale e pepe, immergervi i petti di pollo e passarli nella farina, poi nuovamente nell’albume, quindi nel trito di mandorle facendo aderire bene. Disporre le fette su una placca ricoperta di carta forno cosparsa di un filo d’olio, terminare con altro giro d’olio e cuocere in forno già caldo a 180° per circa 20 minuti o finché non saranno ben dorati.







lunedì 16 giugno 2014

#7 Flan di piselli e speck per StagioniAMO di giugno


Siamo abituati a consumarli tutto l’anno: conservati in scatola, ma ancora di più surgelati in busta.
Del resto i piselli sono stati tra i primi ortaggi commercializzati in barattoli di latta e tra i primi a essere coltivati prevalentemente per l’industria conserviera.
Talmente abituati che quando in primavera sui banchi del mercato spuntano i baccelli freschi, stentiamo quasi a collegare le due cose.
A pensare che si tratti proprio di loro!
Il colore è sgargiante, così fresco ed estivo che nelle vellutate, o anche in questa ricetta qua, è quasi un peccato mescolarci quel bianco del latte che lo attenua un po’.
Non si direbbe, ma pare ne esistano oltre 250 varietà, tutti però direttamente discendenti dal progenitore Pisum elatius, che pare fosse molto diverso nella morfologia e si presentasse con semi di colore nerastro.
Poiché hanno una minore concentrazione di amido rispetto agli altri legumi, i piselli risultano più digeribili e freschi e sono addirittura indicati nelle diete ipocaloriche (non quelli secchi però che forniscono un apporto calorico di gran lunga maggiore: 300 kcal ogni 100 gr, in confronto alle 80 di quelli freschi!).
L’ideale sarebbe consumarli appena raccolti e sgranarli proprio all’ultimo, poco prima di cuocerli, questo perchè i piselli sono ricchi di zuccheri, che con il passare delle ore si trasformano in amidi, facendo virare il loro sapore dal dolce al farinoso.
E vale davvero la pena riappropriarsi del loro sapore originario, appiattito ormai da scatole di latta e buste di plastica, così come del gesto di sgranare, sormontato da quello ben più comodo e rapido di sollevare una linguetta o aprire un involucro.

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Ingredienti (per uno stampo di 22 cm di diametro)

500 gr di piselli freschi sgranati (circa 1,3 Kg peso lordo)
100 gr di speck + 3-4 fette per la decorazione
30 gr di parmigiano
1 uovo intero + 1 albume
300 ml di latte (anche a ridotto contenuto di lattosio)
30 gr di fecola
1 fetta di pane integrale
1 scalogno
2 cucchiai di pangrattato
Olioextravergine d’oliva
Sale
Pepe

Procedimento
Tritare lo scalogno e farlo dorare leggermente in una padella con poco olio. Unire i piselli, salare, pepare e coprire con mezzo bicchiere d’acqua tiepida (non di più) facendo cuocere qualche minuto.
Aggiungere lo speck spezzettato

 e lasciare insaporire qualche secondo, quindi mettere via un mestolo di piselli, che serviranno per la decorazione finale.
Unire ai piselli rimasti il latte e, a poco a poco, la fecola continuando a  mescolare. Portare tutto a ebollizione e proseguire la cottura ancora per qualche minuto fino a ottenere un composto denso.

Togliere dal fuoco e lasciare intiepidire, dopodichè unire il parmigiano, la mollica della fetta di pane, l’uovo intero e l’albume e frullare tutto

Versare il composto un uno stampo a ciambella oliato e cosparso di pangrattato, 

quindi sistemarlo in una teglia più grande in cui versare un dito d’acqua. Cuocere dunque a bagnomaria in forno già caldo, a 180° per circa 45 minuti.
Il flan dovrà avere una crosticina leggermente dorata in superficie e aver iniziato a staccarsi dai bordi della teglia.

Una volta sfornato farlo intiepidire, capovolgere il flan su un piatto da portata e servirlo con i piselli rimasti e fette di speck.



Appuntamento lunedì prossimo, 23 giugno,
 nella cucina di Terry, da Crumpets&Co. 
per il dolce....
ovviamente sempre a base di piselli!


giovedì 27 febbraio 2014

Rimedi della nonna - Tacchino e peperoni "tutto a crudo"


Basta, st’aerosol non lo sopporto più!”
È con estremo gaudio e sconfinata gioia interiore che sento l’amato bene sbuffare questa frase, pochi giorni or sono, spingendo lontano la macchinetta infernale.
Mentre dentro di me esulto pensando: "Figurati chi ti sente!"
Ma dimostrarsi troppo felici della notizia potrebbe avere l’effetto contrario e indurlo, per non meglio specificata reazione, a sentire di averne ancora bisogno.
A decidere di inaugurare la quarta (QUAR-TA) settimana di terapia.
A stabilire che quello sfarfallio nel naso non sia dovuto alle 18 sigarette che fuma giornalmente ma a quel tenace, presunto raffreddore che ancora non passa.
Accolgo perciò la notizia con apparente indifferenza.
Con l’aria di chi comprende e sostiene ma lascia decidere, non preme, non incoraggia nell’uno o nell’altro senso.
Semplicemente: sta a guardare.
Ma dentro già mi prefiguro scenari bellissimi:
l’angolo di tavolo del soggiorno finalmente libero;
il centrotavola nuovamente al suo posto;
lo sgocciolatoio del lavandino nuovamente privo del piattino con gli attrezzi sciacquati e messi a  scolare, ormai da un mese.
Niente più mascherine in giro per casa.
Niente odore di zolfo ad accogliermi la mattina appena sveglia.
Nessuna traccia di fili penzolanti sul pavimento.
Nessuna fialetta rotta a riempire la pattumiera che devi pure stare attenta a non tagliarti quando chiudi il sacchetto.
Niente più ronzii molesti ad allietare serate e riempire mattinate del fine settimana.
Fine dell’aerosol.
Pace riconquistata.
Volteggio per casa mentre passo l’aspirapolvere immaginandomi ognuna di queste scene di armonia ritrovata.
E mi sento leggera, rinata, liberata.
……
Ore 20:30 dell’indomani di questa nuova prospettiva.
Lui è rientrato come sempre prima di me.
Ad accogliermi, non appena apro la porta, un’odore indefinito, forse di tè.
Una sensazione di calore e umidità.
Uno strano, misterioso, ovattato silenzio.
Cerco di individuare la scena che si staglia confusa all’orizzonte del mio sguardo miope.
Mi sforzo di mettere a fuoco.
Strizzo gli occhi inutilmente, perché proprio non riesco a capire.
Almeno nell’immediato.
Non riconosco quell’ammasso informe e indefinito seduto al nostro tavolo con metà corpo proteso sul medesimo.
Finché non mi avvicino abbastanza (e sì che la distanza non è tanta, ma la scena impensabile, questo sì).
E la realtà mi piomba addosso con tutto il suo carico di amarezza.
Gli scenari si sgretolano, l’armonia fa ciao ciao con la manina e se ne va.
Una nuova, drammatica consapevolezza si fa strada dentro di me.
L’ ammasso è lui, l’amato bene, comodamente seduto al suo posto, chino su un pentolone di acqua fumante, con la testa coperta da un pesante asciugamano, intento ad aspirare vapori di pozioni stregonesche che manco voglio sapere.
Uno spettrale “ciao amore” che sembra provenire dalle viscere della terra, soffocato dal telo, smorzato dai vapori.
Ma non avevi detto basta con l’aerosol?!!!!” lo aggredisco in barba a mosse strategiche che mi imporrebbero calma e sangue freddo.
Appunto” risponde lui serafico, emergendo dal pentolone in cui di solito cuocio il minestrone, col viso tutto imperlato di goccioline.
Basta infatti con medicine e prodotti chimici! Avevi proprio ragione, allora ho deciso di ricorrere ai vecchi, cari rimedi della nonna… e di farmi i fumenti! Quelli non hanno controindicazioni né effetti collaterali, no?”.

Aiutateme.

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Che si fa quando si vuole preparare un secondo possibilmente già completo di contorno, da trovare la sera pronto, solo da scaldare, che oltre a tutto ciò sia anche privo di soffritti inutili e, già che ci siamo, strizzi vagamente l’occhio alla linea e al mangiare leggero ma con gusto?
Semplice: si scegli un tipo di carne magro, ci si abbina una verdura succosa e saporita, si butta tutto in pentola e si lascia che i due familiarizzino, rilascino vicendevolmente umori e sapori e facciano, insieme, una pietanza che rende obbligatoria la scarpetta (con le gallette di riso che il pane no, in regime dietetico non è previsto!).
E se pensate a un tacchino stoppaccioso, insipido, dall’aria lessata siete completamente fuori strada: viene morbidissimo, saporito, intriso di tutto il buono dei peperoni.
Tutto a crudo, tutto insieme, tutto in un’unica pentola.
….Cosa volere di più?
Io ho impiegato degli ossibuchi che avevo nel congelatore tagliandoli a pezzi, ma la fesa darà sicuramente il meglio di sé.



Ingredienti (per 2 persone)
1 fesa di tacchino da circa 400 gr
3 peperoni medi (giallo, rosso e verde)
1 pomodoro 
1 cipolla
Una manciata di basilico secco
Una manciata di olive nere snocciolate (facoltativo)
½ dado vegetale (senza glutammato)
½ bicchiere d’acqua
Peperoncino
Olio extravergine d’oliva
Sale

Procedimento
Prendere una largo tegame e metterci dentro: la fesa di tacchino tagliata a cubotti, i peperoni lavati, mondati dei semi e tagliati a losanghe, la cipolla affettata sottilmente, il pomodoro tagliato a dadini.
Cospergere generosamente di basilico secco, spolverizzare di peperoncino e salare.
Irrorare con un filo d’olio, aggiungere il mezzo bicchiere d’acqua e il mezzo dado.
Cuocere su fuoco moderato, semicoperto, per circa 45 minuti, girando ogni tanto ed eventualmente aggiungendo un po’ di acqua (calda) se il sughetto dovesse ritirarsi troppo.

Al contrario se fosse troppo liquido, farlo restringere alzando la fiamma e scoprendo il tegame negli ultimi 5 minuti di cottura.

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