"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 5 febbraio 2019

Doveri sociali – Polpette di cavolo cappuccio



Succede proprio di rado.
Che a noi l’idea di uscire il sabato sera fa venire l’orticaria. Figuriamoci uscire con altre persone.
E figuriamoci se due di queste altre persone sono bambini piccoli.
Questo non perché siamo misantropi.
Non del tutto almeno.
Il fatto è che si sta in giro tutto il giorno e nemmeno intorno a  casa, dal momento che entrambi lavoriamo fuori città.
Tutto sommato vicino, ma pur sempre a un’ora scarsa di treno.
Io poi con i bambini ci lavoro.
Non è scortesia, ma almeno il sabato mi piacerebbe poter intavolare discorsi che vadano oltre la sorte di SuperMario nella perenne lotta contro quel rapitore di principesse che non è altro, di Bowser. O dei capricci della bambola “Fiorellino” che quel giorno di mangiare non ha proprio voluto saperne.
Mi piace occuparmi delle sorti di Mario e Fiorellino eh? Sia chiaro.
E per mia fortuna con i “miei” bambini intavolo anche discorsi di ben più alta levatura.
Ma mi piace anche stare con l’amato bene e ritagliarci un giorno, serata compresa, tutto per noi.
Che poi ci sono bambini e bambini, genitori e genitori.
Quelli che nonostante i bambini si accorgono della presenza di ospiti e li tengono in una qualche considerazione (gli ospiti, non i bambini); e i genitori di tipo B che invece entri, ti siedi, ceni, torni a casa e ti rendi conto di non aver fatto altro che sorbirti le mirabolanti imprese dei pargoli di casa fra urla e strepiti, lagne e prodezze.
È attaccati a tutte queste malinconiche considerazioni che un paio di sabati fa ci accingiamo a salire in macchina, sfidare gelo polare e minaccia di neve per recarci a ben 70 km di distanza a trovare degli amici (molto cari, ma che scientemente non vediamo da almeno 3-4 anni, giusto il tempo di far crescere i bimbetti), genitori del tipo B con prole assai scatenata, che ci hanno invitati a cena.
Siccome poi siamo masochisti fin nel midollo e nelle situazioni, anche scomode, vogliamo sguazzare con tutte le scarpe, decidiamo di partire prima per poter sfruttare proprio tutto il pomeriggio e visitare il grande centro commerciale che sorge proprio a ridosso della casa degli amici.
L’incubo inizia al momento della ricerca del parcheggio quando, al milionesimo girotondo nei sotterranei dell’Ikea per trovare un posto vedo l’amato bene accasciarsi affranto sul volante. Che c’è? –lo interrogo preoccupata.
E niente, passeremo il sabato così, in cerca di un posto che non c’è – risponde sconsolato ma drammaticamente realista. Salvo poi avere l’illuminazione di andare a parcheggiare fuori, nelle vie limitrofe.
Invocando santi e stramaledicendo l’idea riusciamo tuttavia a scovare, dopo un altro centinaio di giri, un posto a un paio di km dal centro che, essendo buoni camminatori-asociali-allergici alla folla, ci sembra il paradiso. E quasi quasi invidiamo la nostra macchinetta che se ne starà lì tranquilla senza doversi tuffare nella folla del sabato pomeriggio, almeno lei.
“ma dai, magari essendo una bella giornata, la gente ha deciso di andare fuori, sui prati, non di chiudersi in un centro commerciale”
Mi illudo io tentando di convincere anche lui.
È per questi sciocchi tentativi di mistificazione tuttavia che di lì a qualche secondo ci vediamo costretti ad affrontare una realtà ben peggiore.
Quando, senza sapere come né perché, ci ritroviamo a bordo di una scala mobile, trascinati da un fiume incontenibile. Per poi, subito dopo, prendere, senza averlo deciso, la direzione esattamente opposta a quella in cui saremmo voluti andare perché travolti da un vortice inarrestabile. Semplicemente così: sospinti dalla folla. Da un vento implacabile come manco Paolo e Francesca.
Premuti da mani, corpi, voci, ruote di passeggini negli stinchi.
Spostati da spintoni, esortati da gomitate.
In un caldo asfissiante che ci fa girare la testa.
Il tutto per la durata di un’oretta scarsa. Il tempo di scegliere delle maniglie nuove da Leroy Merlin, comprensivo anche di due momenti in cui guadagniamo l’uscita per permettere all’amato bene di fumarsi due sigarette. Su mia esortazione, che generalmente tengo molto alla sua salute, oggi però più alla mia.
Ma è con estrema nostalgia che ripensiamo al centro commerciale congestionato dalla folla quando, a metà cena dagli amici con prole scatenata, ci ritroviamo a fare il gioco del telefono senza fili per una buona mezz’ora e quello dell’anello per il resto della mestissima serata.

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Ingredienti (per circa 15 polpette)
Un quarto di cavolo cappuccio verde
Un quarto di cavolo cappuccio viola
3 patate medie
1 uovo
50 gr di pecorino romano
1 cuccchiaino di menta secca
Scorza grattugiata di mezzo limone
Sale
Pepe
Pangrattato (io ottenuto da pane tostato ai 5 cereali)
Olio extravergine d’oliva



Procedimento
Tagliare a striscioline il cavolo cappuccio, raccoglierlo in una ciotola capiente, lavarlo e scolarlo.
Sbucciare, lavare e tagliare a cubetti le patate. Metterle a cuocere in abbondante acqua leggermente salata e dopo una decina di minuti aggiungere anche il cavolo. Quando le patate risulteranno morbide, scolare molto bene il tutto e schiacciare con una forchetta. Quando si sarà intiepidito, aggiungere al composto l’uovo, la menta, poco sale, il pecorino e il pepe. Formare le polpette e passarle nel pangrattato. Disporle su una teglia ricoperta di carta forno, completare con un filo d’olio e infornare per una decina di minuti a 180°, più altri 5 in funzione grill.



lunedì 21 gennaio 2019

Autostima - Torta di mele, clementine e datteri senza zucchero (né latte né uova)



Ho ricominciato a fare yoga. Dopo un po’ di tempo che lo avevo abbandonato per dedicarmi alla soporifera ma tanto benefica ginnastica posturale e alla tragicomica, ma altrettanto salutare, funzionale.
In mezzo dunque, da vera sportiva che non guarda in faccia nessuno e la mattina cascasse il mondo lo dedica all’allenamento matto e disperatissimo (più il primo che il secondo) ci ho infilato anche lo yoga.
Nel frattempo che io mi decidevo a riprenderlo, dopo 10 anni di dedizione incondizionata in cui non esisteva che lui, è cambiata l’insegnante e giunta alla guida del corso una elegante signora russa.
L’apparenza dello scricciolo di gomma, dal sorriso dolce e dagli occhi pieni di stelline luminose, frutto di tanta pratica, stride fortemente con una voce e un piglio da sergente militare.
La provenienza non l’aiuta e, sebbene parli un italiano molto fluente, si va ad inceppare proprio su accenti e tonalità che prevedrebbero, dato anche il contesto, una nota perlomeno di pacatezza in più.
Entra in sala faticando quasi a tenere a freno quella colonna vertebrale che non vede l’ora di contorcersi, arrotolarsi su se stessa e buttarsi all’indietro nella posizione (perfetta) del ponte; srotola il tappetino, collega il portatile alla musica adatta e poggia il suo sguardo inquisitore e anche un po’ sadico su di noi.
Noi, le sgarrupate adepte di vario e vasto genere che, tramontati ormai i (bellissimi) tempi in cui per yoga si veniva vestiti di bianco, con tappetino bianco e coperta per il rilassamento finale pure quella bianca, in una suprema armonia di colore che era già essa stessa meditazione, razzoliamo indecise e perse fra outfit della precedente lezione di posturale, tute da casa, maglioncini logori e scaldamuscoli che Alex Owens, manco la mattina in fabbrica sotto la tuta da saldatrice avrebbe mai osato indossare.
Eppure, fiere e indomite, siamo lì, incastrate sedute a gambe incrociate, in attesa che lei ci degni di attenzione.
Ma quando ce ne degna, non è che un attimo fugace il lieve e tenero sorriso di saluto, perché ad esso segue subito la temuta interrogazione sui nostri oscuri trascorsi.
“ie adesso io vi guardo ie vedo, mi acorgo, se aviete fato Kapalabhati a casa!”
Il cuore si stringe in una morsa, che io manco me lo ricordavo che avesse assegnato i compiti per casa.
Per fortuna non sono l’unica e vaghi sorrisetti colpevoli ammettono che no,  quella cosa lì non l’abbiamo proprio mai nemmeno considerata, una volta uscite di qui e riappropriate della nostra dignità.
Il sergente di ferro che è in lei esce prepotentemente sprizzando severità dagli occhi e da ogni fibra del suo corpo di libellula snodata.
“Quela serve per non invecchiare, per mantenersi ciovani. Dunque voi volete proprio invecchiare? Non vi interessa niente mantenervi ciovani?”
L’accenno all’età che avanza sensibilizza un po’ tutta la platea.
Colpisce nel segno. Ci sentiamo come quando a scuola l’insegnante ci chiedeva se intendessimo rimanere somari a vita o volessimo metterci a studiare seriamente.
Rumoreggiano timidi tentativi di scuse
“no no, è che la mattina proprio….”
Mentre libellula di ferro infierisce alzando una mano con le cinque dita spalancate a schiaffeggiarci spiegarci che bastano quella manciata di minuti per cominciare bene la giornata e “mantenerci ciovani”.
“anziché vecchie rattrappite e arrugginite che non siete altro” -  la immagino aggiungerebbe se solo parlasse meglio l’italiano e non fosse pienamente cosciente del suo ruolo.
E poi la lezione ha inizio.
Con questo peso sul cuore, con la colpa incisa a caratteri cubitali nella coscienza di ognuna di noi.
E sono pensieri inquietanti quelli che serpeggiano nella mente quando, dopo una profonda inspirazione, giunge improvviso il suo invito a “esalare”. Che sì, grammaticalmente sarà anche ineccepibile. Ma le nostre piccole menti di pivelle arrugginite e con tendenza all’invecchiamento precoce non possono fare a meno di correre con la mente “all’ultimo respiro”. Se poi disgraziatamente questi comandi arrivano quando si è sdraiati a terra, supini, nella posizione “del cadavere”, capirete bene che la lezione tocca vertici angoscianti.
“noie adesso impariamo le 6 posizioni fondamentali dello yoga. Le doviete conoscere benissimo, dopo potremo andare avanti”.
Il fatto che siano solo sei ci conforta. Dunque via, che ci vorrà mai a padroneggiare perfettamente solo sei posizioni?
Ma le rosee speranze vengono prontamente disilluse una manciata di attimi dopo.
Quando, col solito tatto, ci informa che quello tanto faticosamente raggiunto è solo il “miezzo ponte”, mica quello intero.
E che quella che, annaspando e contorcendoci con ogni fibra, abbiamo finalmente preso dio solo sa come, non è affatto la posizione della candela. Crediamo, ah beata ingenuità, che lo sia, ma è qualcosa di molto, molto lontano dalla perfezione di Sarvangasana. Incapaci che non siamo altro.
Dalla pia illusione di sentirsi eroine appena uscite vincitrici da una feroce battaglia, dopo aver sbaragliato nemici e guadato fiumi limacciosi, all’amara realtà di schiappe che non hanno mosso un solo passo giusto, è un attimo.
E così cocente è la delusione che non desta stupore alcuno il successivo invito a “piegare bene il pianto del piede”
Perfettamente uniformato all'andazzo generale, almeno  lui.

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L’ennesima ricetta di torta di mele, mi si obietterà. Eh ma questa oltre a non avere le uova, oltre a non avere burro né lattosio non reca in sé nemmeno la minima traccia di zucchero. Non di quello semolato o di canna, almeno. Solo zuccheri della frutta: i datteri, l’uvetta, le mele…ah sì, quei due cucchiai di sciroppo d’acero, che volendo, aumentando la quantità di datteri si potrebbero pure omettere.
E pur essendo un concentrato di “senza” è una torta dolcissima e molto coccolosa. Di quelle da credenza, buona per colazione e per merenda, o per tutte e due o per dopo pranzo e dopo cena. Del resto, chi lo dice che uno abbia voglia di dolce solo a colazione o a merenda? Morbidissima, umida al punto giusto, delicatamente profumata di cannella e con quella punta di salatino che esalta tutti i sapori. Poi è veg. Si può volere di più da una torta di mele?


Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro, meglio da 22 se la si preferisce un po’ più alta)
120 gr di farina di farro
120 gr di farina integrale di farro
140 ml di latte di soia al naturale (o altra bevanda vegetale)
100 ml di succo di clementine (o di arancia)
60 ml di olio di riso (o di semi di girasole)
30 gr di uvetta
2 mele
6 datteri bio
2 cucchiai di sciroppo d’acero (facoltativo: nel caso aggiungere un paio di datteri in più)
1 cucchiaino di cannella
1 bustina di lievito
1 pizzico di sale


Procedimento
Come prima cosa spremere le clementine e usare il succo per far rinvenire l’uvetta qualche minuto. Frullare i datteri insieme al latte di soia e allo sciroppo di agave, quindi aggiungervi anche l’olio di riso amalgamando bene.
In un’altra ciotola miscelare le farine, il lievito, il sale e la cannella.
Unire quindi gli ingredienti liquidi (compresa l’uvetta con tutto il succo di clementine) a quelli secchi e amalgamare con cura. Sbucciare le mele  tagliarle a fettine sottili e incorporarne ¾ al composto. Versare tutto in uno stampo oliato e infarinato e decorare la superficie con le restanti fettine di mela.
Cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 35-40 minuti secondo il forno.




mercoledì 21 novembre 2018

Roba seria - Focaccine rapidissime alla zucca (senza lievitazione)



“Hai portato la macchina?”
“Sì ma ho dovuto parcheggiare distante perché non c’era posto”
“Ok allora  io prendo la mia, tu recupera la tua e ci vediamo sotto, al parcheggio della Coop, così facciamo lo scambio”
Chi dovesse mai intercettare i dialoghi fra me e mia madre all’uscita della palestra, dove la trovo puntuale ad attendermi, avrebbe ragione di pensare male.
Scambi.
Macchine pronte.
Strategie di manovra.
Scaltrezza.
Velocità d’azione.
E poi luoghi bui, lontani da occhi indiscreti e possibilmente poco affollati.
La ragione tuttavia per la quale io oggi ho preso la macchina è molto meno avventurosa e intrigante.
Piove, anzi diluvia; dopo la palestra devo passare in tintoria a ritirare giacca e pantaloni dell’amato bene e sotto la pioggia torrenziale, nonostante ami profondamente camminare, non mi pare il caso di avventurarmi con abito al seguito.
Ma oggi risulta funzionale allo scambio.
Un po’ iniquo a dirla tutta. Perché io dal canto mio ho portato giusto…un sacchetto di focaccine.
Ma la posta in gioco è ben più alta.
Quello che mia madre si appresta a tirare fuori dalla sua macchina con atteggiamento sempre più losco ed io a infilare prontamente nella mia afferrando il fagottello per i nodi della tovaglia è… una pentola di succulento minestrone che ha cucinato appositamente per noi e che solo per mia esplicita richiesta non mi ha consegnato direttamente a casa.
Fracicandosi pure, eventualmente, se necessario.

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Queste focaccine, viste qua, sono deliziose. Tra l’altro, non necessitando di lievitazione, possono essere fatte anche all’ultimo minuto, quando ci si accorge che manca il pane in casa o per soddisfare una voglia improvvisa. Perfette per un aperitivo, da accompagnare a formaggi e salumi o anche da mangiare così come sono. Ho usato farina di farro e dimezzato la quantità di sale, che per quanto mi riguarda ometterei del tutto essendoci già il pecorino.
Occhio a non assaggiarle calde, appena fatte…rischiereste di non portare nulla in tavola ;-)


Ingredienti (per circa 20 focaccine)
250 gr di zucca al netto degli scarti
250 gr di farina di farro
2 cucchiai di pecorino romano
1 bustina (16gr) di lievito istantaneo per torte salate
Mezzo cucchiaino di sale
Un pizzico di noce moscata


Procedimento
Cuocere la zucca nel modo preferito (al forno, in padella con due cucchiai d’acqua o al vapore) per circa 15 minuti o fino a quando non risulterà morbida.
Schiacciarla con una forchetta e lasciarla intiepidire.
Nel frattempo setacciare la farina con il lievito. Condire la purea di zucca con il pecorino, la noce moscata e il sale. Iniziare quindi a impastare aggiungendo progressivamente la farina.
Trasferire il composto su un piano di lavoro infarinato e stenderlo a uno spessore di circa mezzo cm. Ricavare dei dischetti con un coppapasta e sistemarli a mano a mano su uan vassoio ricoperto di carta forno. Mettere sul fuoco una padella antiaderente e quando sarà ben calda cuocervi (coperte) le focaccine per circa 5-7 minuti per lato o fino a  quando saranno dorate.
Gustarle tiepide farcite dei salumi preferiti o anche così al naturale.



giovedì 18 ottobre 2018

La padella dispettosa - Insalata tiepida d’autunno



“Allora bambini, stasera per cena pesce!”
Una normale serata di tardo (ma ancora timidissimo) autunno.
Le manovre serali di precongedo dal mio turno di tata si svolgono normalmente, con i bimbi che all’ottocentequarantanovesimo invito si rifanno finalmente ognuno il proprio zaino, mettono il pigiama, si insultano un po’ tanto per non perdere le buone abitudini e tornano a darsi gli ultimi spintoni della giornata nel residuo guizzo di energia.
Metto i filetti di nasello in padella, con un filo d’olio e qualche cucchiaio d’acqua. Solo una spolverata di timo per insaporire. Niente sale.
Nel frattempo mi occupo dei contorni, che con la flessibilità teutonica che mi contraddistingue, giusto un’acuta infiammazione intestinale potrebbe farmi prescindere dalla regola basilare di propinare sempre, almeno una porzione di verdura a pasto .
Pomodori per la piccola, insalata per “il grande”: taglio, condisco, apparecchio, sistemo, dribblo il cane che, con occhi supplici, aspetta a scelta che mi decida a tirargli la palla, a fargli una carezza o anche solo a lasciar cadere a terra un pezzo di qualunque cosa.
Controllo il pesce, è quasi pronto, metto il coperchio per accelerare la cottura e non disperderne il gusto.
Vado di là a chiamare i bambini, stramazzati nel frattempo sul divano in attesa della cena ma con le facce di chi sta per cedere e addormentarsi.
Li rianimo con voce squillante: “andatevi a lavare le mani che è quasi pronto!”
Torno in cucina, a mettere una spolverata di pangrattato sui filetti di pesce e renderli così più appetibili, che va bene che questi bambini mangiano tutto, ma anche l’occhio vuole la sua parte e il pangrattato è sempre di conforto.
Faccio per sollevare il coperchio ma mi viene su tutto: coperchio, padella e tutto il suo contenuto.
Riprovo: roteo, smuovo, scuoto, ma niente.
La padella è saldamente sigillata, un tutt’uno con il coperchio.
Nel frattempo arrivano i bambini. Sempre più stanchi, molto affamati.
Taccio la surreale situazione ancora un po’.
“Dai bimbi, cominciate a mangiare le verdure che il pesce sta finendo di cuocersi”, confidando nel fatto che mica quel coperchio può davvero essersi incollato alla padella.
Ma la verdura è sempre un patteggiamento: “no, la mangiamo insieme al pesce!”
Giustamente.
Nel frattempo faccio finta di niente continuando, di spalle ma silenziosamente, il feroce corpo a corpo con la pentola: coltelli affilati, forbici appuntite, una qualsiasi punta di acciaio per creare un varco all’aria e mandare in frantumi quel perfetto sottovuoto.
Possibilmente salvaguardando tutti gli arnesi, giusto eprchè non sono a casa mia.
Provo con l’acqua: se si raffredda forse allenta la morsa.
Piazzo la padella sotto il getto dell’acqua corrente, sentendomi addosso a quel punto quattro occhietti preoccupati.
Che la tata sia impazzita a mettere la padella sotto l’acqua con tutto il pesce dentro?
Ma il pericolo, almeno per il pesce, non sussiste proprio: l’acqua non penetra, la cena continua a rimanere sigillata.
La mia sanità mentale invece inizia a vacillare.
Com’è possibile che non si riesca ad aprire?
Ma dopo innumerevoli altri tentativi, tutti perfettamente vani, sfoderando un rassicurante sorriso, mi tocca confessare ai bimbetti che sì, abbiamo un problema!
Sguardi ancora più interrogativi, stavolta allarmati.
“eh niente, la padella si è mangiata la vostra cena. Ha cotto il pesce ma ora non ce lo vuole proprio ridare”
Incredulità, divertimento, curiosità.
E creatività. Moltissima.
 “Provo io, so come fare” dichiara il grande facendo per armarsi di forbici affilate.
Scongiuro epiloghi tragici, riportando la calma e invitandoli a sedersi per cercare insieme il motivo di tanta fame di questa intraprendente padella.
Nascono storie, personaggi, situazioni.
Intanto attuo il piano di emergenza e per cena rifilo prosciutto cotto e crudo.
Insieme alle verdure ovviamente.
Apprendendo il giorno dopo che la padella ha deciso di rilasciare il suo contenuto solo in tarda serata, a giochi fatti e bambini addormentati, quando è parso e piaciuto a lei insomma.
E il pesce è diventato il pranzo da portare a scuola.

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Siccome non è più estate ma non è ancora inverno (e se è per quello nemmeno autunno). Non fa più caldo (bugia) ma non fa ancora freddo. Non è né carne né pesce, proseguiamo con le insalate, quelle che ci preparavamo nei giorni più caldi quando non avevamo voglia di cucinare.
Ecco, qui c’è giusto da cuocere le verdure. Ma scottandole appena appena, scolandole ancora croccanti. E se disponete di una vaporiera avete risolto! Basteranno 10 minuti per tutte, zucca compresa, purché tagliata a cubetti non troppo grandi.
Le quantità sono variabili, secondo gusti e persone a tavola.
L’abbinamento di questi sapori, un po’ estivi un po’ autunnali, a me è piaciuto moltissimo!

Ingredienti
Zucchine romanesche piccole
Ceci lessati
Zucca gialla
Limone
Sale
Olio extravergine di oliva
Origano secco

Procedimento
Lavare, mondare e tagliare le verdure (tranne i ceci) a piccoli cubetti. Cuocerle al vapore per una decina di minuti (o tuffarle in una pentola di acqua bollente avendo cura di scolarle molto al dente per non perderne la croccantezza). Scolare bene e lasciare intiepidire. Nel frattempo preparare un’emulsione a base di olio, succo di limone, una presa di sale e una di origano. Aggiungere i ceci all’insalata e condire con l’emulsione.
Servire accompagnata da fette di pane nero tostato o gallette di cereali.


lunedì 16 aprile 2018

Strategie - Pollo e piselli al forno



Cerco di sbrigarle quando lui non è in casa.
Quando sono libera di sbattere, buttare per terra, sbatocchiare, scartavetrare, abradere o distruggere, sempre inavvertitamente, cose mio e loro malgrado capitatemi a tiro.
Che le pulizie sono un terreno minato per sbadati e sfascioni cronici come la sottoscritta.
Un banco di prova, una sfida continua alla propria autostima.
E per non sentire i rimbrotti dell’amato bene per
- le sedie che sono appena riverniciate;
- i mobili nuovi di zecca;
- gli infissi no ma che non ha intenzione di cambiarli a breve;
- le scale che ha appena rifatto;
- il colore delle pareti che è così delicato da non poterlo nemmeno sfiorare;
io le faccende, dicevo, le sbrigo quando lui non è in casa e mi sento libera quindi di muovermi con una certa disinvoltura e senza l’ansia di sfasciare qualcosa che poi è il momento in cui succede per davvero.
Ma capitano anche quelle settimane terribilmente pesanti e senza nemmeno un secondo libero da poter dedicare alla casa. Ed è così che ci si riduce al sabato pomeriggio (perchè al mattino si dorme), quando lui in casa c'è.
Fine settimana scorso: lui in giardino, io intenta a passare l’aspirapolvere, lavare i vetri, spolverare i mobili del salotto, pulire il bagno, rimuovere il calcare dallo scolapiatti in cucina e tremila altre faccende.
Con attenzione massima.
Quasi in religioso silenzio (metaforico).
Alzando al massimo il volume della musica per comprirne altri, di compromettenti. È nel giro di una manciata di minuti infatti che:
a)   Con l’ aspirapolvere prendo in pieno lo spigolo della libreria e faccio cadere quei 3-4 (cento) tomi.
b)   Appoggio lo spazzolone al muro e quello si schianta sul tavolinetto basso del salotto.
c)   Mi casca dalle mani un macinino di legno che sto spolverando, e sarebbe pure un danno da niente se non fosse che nel suo cassettino avevo nascosto due dadi da gioco che ovviamente tintinnano e si ruzzolano fragorosamente andando a sbattere contro il vetro della cucina.
Il tutto mentre la musica tace ed è in onda il notiziario.
Quando cioè tutti i miei rumori sono più udibili, chiari, inconfondibili.
Decido di prendere il toro per le corna e autodenunciarmi in un impeto di onestà.
Vado fuori, mi pianto davanti a lui con lo straccio da spolvero ancora in una mano, lo spazzolone nell’altro.
Non è come sembra.
So che non mi crederai ma nonostante tutti i rumori che hai sentito non s’è rotta, né scorticata, né sfasciata nemmeno una cosa. Né un ninnolo, né un pezzo di muro, né mezza mattonella.
Se non mi credi vieni a  vedere!
Ma con lo sguardo lo sto già fulminando, che io mica sono arrabbiata solo con la malasorte e tutti gli ostacoli che si frappongo tra me e la mia buona reputazione di casalinga. È lui che mi mette l’ansia. E fa succedere quello che, se mi trovassi da sola, non accadrebbe mai. Mai.
Ah perché eri tu? Io pensavo che i rumori provenissero da casa di Cinzia”.
A questo non avevo pensato.
Un’occasione persa.
Ma d’ora in poi la responsabilità sarà sempre e comunque della vicina di casa.

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La comodità di questo piatto consiste nello schiaffare tutto in teglia, piselli surgelati compresi, e trovarsi il pranzo o la cena pronti da sfornare. Secondo e contorno in un’unica soluzione, senza sforzo alcuno.
Le lunghe ore di aereo per arrivare in Sudafrica hanno portato alla visione attenta di un paio di puntate di un programma di cucina con Nigella Lawson come protagonista. Ed ecco qua la sua super ricetta!
(penso che il liquore si possa tranquillamente sostituire con del vino bianco, ma certo il Martini dà al piatto un sapore molto particolare)

Ingredienti (per tre persone)
6 sovracosce di pollo
750 gr di piselli surgelati
3 carote
2 porri
1 bicchiere di vermouth (Martini bianco)
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe


Procedimento
Pelare le carote e tagliarle a rondelle. Eliminare lo strato più esterno del porro e tagliare anche questo a rondelle. Versare i piselli surgelati in una teglia capiente insieme alle carote e al porro. Condire con sale, pepe e olio mescolando con cura. Disporre il pezzi di pollo sopra le verdure, salare, spolverizzare di pepe e bagnare con il Martini. Concludere con un ultimo giro d’olio e cuocere in forno già a caldo, a 180° per circa 35-40 
minuti, o fino a quando il pollo non risulterà ben dorato.



lunedì 20 novembre 2017

Consapevolezze - Muffin vegani al cappuccino (di soia)


È un amato bene illuminato e dall’entusiasmo incontenibile quello che rientra improvvisamente dal giardino un pomeriggio inoltrato di qualche sabato fa.
Amore, finalmente ho capito! -  esclama esaltato e sull’orlo quasi della commozione.
Il modo per mangiare dolci e non ingrassare?
Quello per pulire casa nello spazio di mezz’ora al massimo e avere tutto il resto del weekend libero?
Il sistema per non avere mai il frigorifero desolatamente vuoto senza dover trascorrere il sabato pomeriggio in fila alle casse del supermercato?
Il trucco per fare un pan di spagna perfetto?
In che modo occultare i graffi che ho (involontariamente) fatto alla macchina l’ultima volta che l’ho presa?
Come vivere viaggiando?
Come evitare che le piante stramazzino pur dimenticandosi di annaffiarle regolarmente?
Come minimo, per avere quell’espressione beata deve aver trovato la formula magica per una questione di vitale importanza.
Sono in spasmodica attesa della rivelazione.
Ho capito perché a me piacciono tanto i lavori di bricolage!
Un velo appena di delusione, ma la curiosità sale.
In effetti è una di quelle domande che mi pongo spesso.
Ogni volta che lo vedo armeggiare con la sua cassetta degli attrezzi.
Il trapano.
L’avvitatore elettrico.
La livella.
I secchi di vernice.
I sacchi di KC1 e di stucco di vari tipi e colori.
E impreco giusto n po’, per poi raccogliermi in preghiera per l’ingloriosa fine dei pavimenti appena lavati, dei mobili appena spolverati, dell’ingenuo sogno di poter vivere di rendita, almeno in fatto di pulizie, per una settimana buona.
Ma forse oggi scoprirò il motivo per il quale le pedate di calce e le gocce di vernice sparse qui e lì sono sempre dietro l’angolo.
E non è cosa di poco conto, signori.
Anzi, non vedo l’ora di conoscerlo e magari metterne generosamente a parte le migliaia di donne disperate curiose come me.
Trovare la soluzione.
Vivere, d’ora in poi, almeno consapevolmente felici.
‘mbè? – lo sollecito all’apice ormai della smania di sapere.
Ho scoperto che i lavori di bricolage sono proprio una figata: perché ti devi ingegnare, escogitare soluzioni, trovare la chiave per dare vita al progetto che hai in testa e a volte costruirti pure da solo gli strumenti con cui realizzarlo! Niente è scontato e facile. Parti dall’idea ma poi devi pensare a ogni singolo dettaglio per metterla in pratica! È una ginnastica mentale formidabile!
Ecco.
Armarsi di risme di cruciverba a schema libero, invece?

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Ormai non si contano più le ricette che mi viene voglia di provare ogni volta che apro facebook. Ma gira e rigira mi trovo sempre , sul sito di ricette vegane da cui attingo innumerevoli idee per dolcetti che non mi facciano sentire troppo in colpa. E che allo stesso tempo appaghino anche il gusto, naturalmente. Mi ci metto la domenica a selezionare, in modo da avere il tempo di preparare quella che nelle mie illusioni dovrebbe essere la colazione per il resto della settimana…
Poi chissà perché, pur guardati con scetticismo dall’altro abitante di questa casa, non arrivano nemmeno al martedì…Rispetto alla ricetta originale ho sostituito la farina 0 con quella di farro e aumentato lievemente la quantità di zucchero.

Ingredienti (per 6 muffin)
140 grammi di farina di farro
20 g di amido di mais
70 grammi di zucchero di canna
50 g di olio di girasole
150 g di latte di soia
1 cucchiaino di aceto di mele
8 g di polvere lievitante (cremor tartaro)
1 pizzico di bicarbonato
1 pizzico di sale
3 cucchiaini di caffè solubile
1 cucchiaino di cacao amaro


Procedimento
Scaldare leggermente il latte di soia e unirvi l’aceto di mele, lasciandolo riposare (cagliare) per una decina di minuti.
Nel frattempo riunire in una ciotola capiente tutti gli ingredienti secchi: le farine setacciate, il lievito, il bicarbonato, il sale, lo zucchero e mescolarli bene. Unirvi gli ingredienti liquidi: cioè il latte cagliato e l’olio e amalgamare i due composti.
Dividere il composto in due parti e aggiungere in una il caffè e il cacao, mescolando con cura per far assorbire bene le polveri.
Oliare e infarinare uno stampo per muffin o rivestirlo con gli appositi pirottini. Versare sul fondo l’impasto scuro, quindi coprire con quello bianco. Con l’aiuto di uno stuzzicadenti mescolare i due composti con movimenti dal basso verso l’alto. Infornare a 180° (preriscaldato) per circa 25-30 minuti, secondo il forno.


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