"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 30 dicembre 2019

Felice e consapevole 2020 - Albero di Natale salato

Vi auguro sogni a non finire - Jacques Brel



Vi auguro sogni a non finire
la voglia furiosa di realizzarne qualcuno
vi auguro di amare ciò che si deve amare
e di dimenticare ciò che si deve dimenticare
vi auguro passioni
vi auguro silenzi
vi auguro il canto degli uccelli
al risveglio
e risate di bambini
vi auguro di resistere all’affondamento,
all’indifferenza,
alle virtù negative
della nostra epoca.
Vi auguro soprattutto
di essere voi stessi.

Jacques Brel

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La peculiarità di questa torta è lo stampo a forma di albero di natale (che poi esiste anche a forma di stella, volendo). Per il resto ci vuole più a dirla che a farla. Ma allo stesso tempo non è una qualsiasi torta salata: è una torta salata con dentro il salmone, quello che di solito è presente sulle tavole delle feste sotto forma di tartine o canapè o sfoglie salate. Ecco: qua potrete essere originali, infilandolo direttamente dentro un impasto da poter preparare anche in anticipo e trasportare agevolmente nel caso dobbiate portarlo alla cena dell’ultimo dell’anno!

Ingredienti 350 gr di farina 00

200 ml di acqua

120 ml di olio di semi di girasole

200 gr di salmone affumicato

200 gr di provola affumicata

2 zucchine romanesche medie

4 uova

2 cucchiai di pecorino

1 scalogno

1 cucchiaino raso di sale

1 bustina di lievito istantaneo per torte salate

Inoltre:

olive nere denocciolate

pomodorini

semi di sesamo

erba cipollina fresca o secca





Procedimento

Come prima cosa lavare e mondare le zucchine, tagliarle a cubetti piccoli e farle rosolare in una padella con un po’ di olio e lo scalogno tritato, avendo cura di mantenere la fiamma alta per lasciarle croccanti e non correre il rischio di lessarle. Una volta saltate per qualche minuto metterle da parte e lasciarle raffreddare. Nel frattempo preriscaldare il forno a 180° e setacciare la farina con il lievito. In una ciotola molto capiente rompere le uova e sbatterle a lungo con il sale. Aggiungere a filo l’olio e l’acqua, quindi il pecorino e progressivamente la farina. Da ultimo unire il salmone tagliato a striscioline, la provola a cubetti e le zucchine. amalgamare bene e versare il composto nello stampo. Distribuirvi sopra le olive e i pomodorini, quindi cospargerlo di semi di sesamo ed erba cipollina e infornare per circa 50 minuti.


giovedì 1 marzo 2018

Ricette pazze - Cavolfiore ripieno


Vedere realizzare questa ricetta in televisione e decidere di farla è stato tutt’uno.
Nei miei pranzi solitari mi tengo compagnia con La prova del cuoco.
Snervante il più delle volte, interessante per la rimanente, esigua parte.
In particolare c’è qualche personaggio che apprezzo particolarmente: Federico Quaranta e tutto ciò che di bello sul cibo sa e trasmette con la stessa, intensa passione con cui lo studia. Qualcuno la scambia per saccenteria, io ascolto, rapita, tutte le curiosità e le stranezze che conosce arrivando a chiedermi se qualche volta non le inventi pure.
Poi c’è quel gran paravento di Natale Giunta, che con il suo fare ammiccante, l’accento inconfondibilmente siculo e l’occhiolino costantemente pronto a favor di telecamera sforna quelle ricette piene di sole, mare e profumi siciliani che mi inebriano solo a immaginarli.
E infine arriva lui, l’artista pazzoide Andrea Mainardi che, al netto di balletti rock, creste ossigenate e occhi lucidi quando parla della sua Michelle, sforna sempre idee estrose, geniali, a volte nemmeno lontanamente replicabili ma che sempre mi incantano.
Questa non faceva eccezione. E soprattutto racchiudeva l’insieme irresistibile di: presenza scenica, l’ingrediente onnipresente in questa casa da ottobre a maggio inoltrato e l’effetto sorpresa.
Quest’ultimo legato al dubbio se fosse o meno commestibile fino al momento di affondarci dentro la forchetta e portarne un pezzetto alla bocca.
Ovviamente ho modificato il ripieno, ma quello, come ogni ripieno che si rispetti, è a totale discrezione di chi si cimenta.
Lui ha imbottito questo cavolfiore con l’accoppiata vincente di prosciutto cotto e mortadella, il tutto innaffiato da generosissime manciate di formaggi vari. Come se non bastasse, prima di infornare il meraviglioso fior di cavolo, lo ha generosamente spennellato di salsa barbecue, ingrediente da noi assolutamente bandito in quanto dolciastro e quindi del tutto inviso a quel talebano dell’amato bene.
E quindi che c’ho messo dentro sto cavolfiore?
Un accostamento decisamente più leggero e a portata di alimentazioni controllate: feta, pomodori, olive nere e origano.
Ora, chiariamoci: io il cavolfiore al forno  così condito lo faccio una settimana sì e l’atra pure. Ridotto in cimette e preventivamente sbollentato. Facile, veloce e supersaporito.
La novità vera consisteva nel cuocerlo intero, dopo averlo semi-svuotato, con attenzione e perizia e abbondantemente farcito.
Se dovessi dire che questa tecnica è più facile e veloce della mia mentirei.
Più bella sicuramente (ma non vi sognate che il tizio qui presente mantenga lo stesso, accattivante charme una volta tagliato o sia possibile ricavarne fette minimamente presentabili).
Ma non più pratica.
Perciò: se volete stupire vostro marito, vostra suocera, l’amica del cuore, voi stessi, optate pure per il cavolfiore intero e la sua incontestabile bellezza per il brevissimo, fugace momento di apparizione.
Diversamente, prendete per buono il condimento, tagliate il broccolo in tante cimette, sbollentatelo, conditelo come sotto, cospargetelo di pangrattato e infornatelo per una ventina di minuti, gli ultimi 5 dei quali in funzione grill.
E avrete lo stesso un’ottima cena in assai meno tempo e senza dovervi produrre in acrobazie per svuotare il cavolfiore senza romperlo ;-)

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Il tempo di cottura varia sensibilmente a seconda della grandezza del cavolfiore: i 30 minuti indicati dall’autore per il mio non sono stati assolutamente sufficienti. Con 45 era cotto e croccante.
Qualora voleste accorciarli e vi piacciono le verdure piuttosto molli, portate a bollore una pila d’acqua e tuffateci il cavolfiore per una decina di minuti prima di procedere con la marinatura e tutto il resto.
Per renderlo ancora più saporito, poco prima di sfornarlo cospargetelo di parmigiano o pecorino.

Ingredienti
1 cavolfiore bianco
150 gr di formaggio feta
2 pomodori rossi a grappolo
1 limone
Una manciata di olive nere denocciolate
1 rametto di rosmarino
Origano
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe

Procedimento
Togliere le foglie esterne del cavolfiore, lavarlo e tamponarlo con carta da cucina. Capovolgerlo e inciderne la parte centrale asportandola con delicatezza. Cercare di scavare il più possibile facendo attenzione però a non romperlo.

Girarlo nuovamente e sistemarlo in una ciotola cosparso di olio, succo di limone, sale, pepe e il rametto di rosmarino tritato, lasciandolo marinare per circa un’oretta.

Nel frattempo sbriciolare la feta, 

condirla con i pomodori tagliati a cubetti,

 le olive tritate grossolanamente, l’origano e un po’ di olio.

Riprendere il cavolfiore, riempirlo di farcia premendo un po’

 e poi sistemarlo, con l’apertura verso il basso, su una teglia ricoperta di carta forno.

 Irrorare con il liquido della marinata e cuocere a 200° per circa 45 minuti o fino a quando il cavolfiore sarà abbrustolito in superficie e risulterà morbido infilzandoci una forchetta.
Lasciare intiepidire prima di tagliare e servire.




lunedì 7 agosto 2017

È estate – Cous cous freddo al limone con pomodorini e ceci


L’estate per me inizia ad agosto.
Prima è soltanto un limbo indefinito di attesa, treni sempre più pieni in cui ammassarsi, conti alla rovescia, vacanze lontanissime. 
Il compleanno di un bambino speciale e l’anniversario di matrimonio da festeggiare a fine luglio preannunciano l’arrivo della mia stagione personale che inizia più o meno dal 24 luglio e però si prolunga fino alla metà di settembre.
E non è che arrivi così, in sordina e senza enfasi. Si annuncia e si svolge più o meno da sempre con gli stessi rituali e io, che di natura non sono abitudinaria per niente ma entro in sbattimento alla minima variazione di una singola virgola, li aspetto e li perpetro come una fanfara che mi introduce al mese più bello e più atteso dell’anno (perchè è quello del mio compleanno).
Rituali belli e strampalati, un po’ faticosi, alcuni inutili, a volte assurdi, ma per questo assolutamente irrinunciabili.
È estate quando finisco di andare in palestra, dimentico d’un colpo gli esercizi di posturale che mi ero ripromessa di fare da sola a casa e prendo, di contro, ad assumere le posture più sbagliate che sia possibile, salvo poi lamentarmi per inspiegabili mali di schiena. È agosto: si può andare in giro pure storti.
È estate quando mi prendono i sudori freddi all’idea di uscire a fare la spesa, rassegnata a imbalsamarmi in file interminabili o a fare l’autoscontro con i carrelli di quelli che, impregnati di stress da città, corrono all’impazzata pure dentro al supermercato. E io con loro. Per emulazione, per empatia, perché tanto non ho fretta ma amo cogliere al volo le sfide.
 (Se poi so che devo passare anche nell’unica farmacia o alla posta lascio detto direttamente di non aspettarmi per pranzo). Impreco, smadonno, stramaledico i vacanzieri ma è sempre agosto: si possono pure saltare i pasti.
È estate quando finalmente è ora di comprare una bottiglietta da 750 ml per il mare perché 1 litro è troppo pesante e mezzo è troppo poco per le -3 ore 3- mattutine che trascorro in spiaggia e che, rosa dai sensi di colpa per la cessata attività fisica, impiego diligentemente, oltre che camminando nell’acqua gelida immersa fino alla vita, soprattutto cercando di coprire una parte del fabbisogno giornaliero di liquidi atto a prevenire almeno mezzo buco di cellulite. Ancora agosto: in fondo impegnarsi in qualcosa è bello.
È estate quando l’amato bene ricaccia fuori dalla casetta degli attrezzi il treppiedi con sopra un rumoroso e arrugginito ventilatore a pale manco fosse un oracolo. Ma è un agosto torrido: il ventilatore è inguardabile, ma certo si dovrà pur respirare.
È estate quando almeno un paio di giornate le trascorro in avvincenti partite a Monopoli o a Forza4 con il bambino vicino di casa che mi vorrebbe tanto come tata (e che io vorrei tanto come bambino). Ripetiamo questi rituali durante le vacanze di Natale e appunto nel mese di agosto: l’estate è proprio arrivata.
È estate quando vedo l’amato bene farsi impacchi di Autan e suffumigi di zampironi interrogandosi sul perché le zanzare a me non si avvicinano e lui invece se lo spolpino vivo.
È agosto: dovranno pur sopravvivere, anche loro.
È estate quando inizio a  pensare a cosa preparare per la cena del mio compleanno e non so perché, quando si tratta di me non so mai decidermi. È agosto: mi crogiolo nell’incertezza e nella scarsa voglia di decidere, programmare e pure fare.
È estate quando tutti i blog chiudono per ferie e il mio si ringalluzzisce per quel minimo di tempo in più che riesco a dedicargli.
È agosto, anzi siamo già a metà.



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Una variante di quel cous cous lì. La ricetta giusta per quando si hanno ospiti a cena e, specie d’estate, non si ha voglia di stare fino all’ultimo davanti ai fornelli perdendosi gran parte della serata e presentandosi sfatte di caldo al loro cospetto. Questo non solo è un piatto che si cucina in anticipo (addirittura la sera prima!) ma che di suo non necessita nemmeno di cottura. Poi, se proprio volete evitare perfino di arrostire il peperone, semplice: basta armarsi di un barattolo del medesimo ortaggio sottolio...Per tutto il resto: erbe, spezie, aggiunte o omissioni sono dettate da gusti personali e fantasia.
Per il cous cous io lo scelgo di kamut o di farro, anche integrale.

Ingredienti (per 4)
250 gr di cous cous di kamut
500 gr di pomodorini
60 ml di succo di limone (circa 2)
60 ml di acqua a temperatura ambiente
50 gr di pinoli
1 barattolo di ceci
1 peperone verde
1 carota
1 scalogno o mezza cipolla
½ cucchiaino di curcuma
Una decina di foglie di menta
Olio extravergine d’oliva
Peperoncino
Sale


Procedimento
Le operazioni preliminari da compiere sono:
-arrostire il peperone, spellarlo e privarlo dei semi
-tritare la cipolla e lasciarla appassire in padella con poca acqua per renderla più digeribile (operazione facoltativa: se la si gradisce lasciarla cruda saltando questo passaggio)
-tagliare a metà i pomodorini e privarli dei semi
-tagliare a dadini piccolissimi il peperone, la carota e i pomodorini.

Dopodiché:
Armarsi di una ciotola molto capiente, mettere la semola e versarvi a filo acqua e succo di limone mescolando con un  cucchiaio di legno per farla gonfiare.
Insaporire con sale e peperoncino, unire la curcuma, quindi gli altri ingredienti tagliati, i ceci, la menta spezzettata con le mani e irrorare di abbondante olio.
Far tostare i pinoli in un padellino antiaderente per pochissimi minuti, stando attenti a non bruciarli e unirli al resto.
Appena il tutto sarà amalgamato molto bene, coprire la ciotola con un piatto e lasciare riposare in frigorifero tutta la notte.

Tirare fuori dal frigo un paio d’ore prima di servire (anche d’estate), mescolare e, nel caso, aggiungere un altro po’ di olio.

giovedì 2 marzo 2017

Equivoci - Pizzette...di cavolo cappuccio



E insomma, che ha detto tuo marito che finalmente abbiamo rimontato le finestre e le grate?
Le reazioni dell’amato bene suscitano sempre grande interesse fra i muratori essendo lui quello preposto, perlopiù, a cazziarli/sollecitarli/fargli rifare parti venute male o rimetterli in riga dopo l’ennesima arrabbiatura.
Ehhh contentissimo -  rispondo io un po’ distrattamente mentre saltello per rimettere a posto la spesa e nello specifico inzeppare nel congelatore l’ennesima busta di minestrone.
Poi siccome io invece sarei quella votata a confortarli, coccolarli, rendergli la giornata di lavoro anche minimamente gradevole sfornando caffè a oltranza, ci ripenso e decido di sperticarmi in lodi, curando anche lo spirito. Che la fiducia in se stessi fa miracoli e magari se gliene infondo un po’ si sbrigano pure.
Era raggiante, tant’è che sono tornata a casa e mi ha detto: festeggiamo!
Poi mi blocco. Ho un po’ di remore a spiegare che i festeggiamenti per due come noi, attentissimi all’alimentazione, consistono nel concedersi qualche sgarro goloso e non propriamente un pranzo da diciotto portate.
Basta un piccolo premio, una cosa che non si mangia da tanto, una botta di vita che, dopo 15 ore fuori casa, ti permette di gioire in pigiama e pantofole sbracato sul divano al culmine della soddisfazione, allentando un po’ l’ansia di ogni giorno.
Come spiegare che, nella fattispecie, l’amato bene, tornato a casa e constatati i progressi, ebbro di felicità per il fatto di riavere un bagno e una cucina, anche se ancora da finire, si è rinfilato dritto in macchina per andare a comprare, udite udite, una cartata di supplì?
Roba che per noi era tutto il carnevale di Rio e quelli di Venezia messi insieme. Goduria allo stato puro. Baldoria senza freni proprio.
Un paio di supplì.
Per cena.
Naturalmente seguiti da insalata bruciacalorie.
Decido perciò di tacere, forse arrossisco pure un po’.
E firmo la mia condanna.
Chissà quali scenari si aprono nelle loro menti.
Cala il silenzio. Si apre una cortina di palpabile imbarazzo. Scende il gelo.
Che viene rotto dalla considerazione del più scaltro e smaliziato della combriccola.
Aò, e mo’ jee monto pure io e grate a mi mojie, hai visto mai…
(Tanto perché mi vergognavo a fare outing sui supplì)

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Sfiziose e carine da vedere. Ho preso questa ricetta da qui.
Poi di mio ho aggiunto il pecorino per farne un piatto unico, ma è assolutamente facoltativo. E sì: le foglie bruciacchiate tutto intorno sono una vera goduria!

Ingredienti
1 cavolo cappuccio
3 pomodori a grappolo
50 gr di pecorino romano (facoltativo)
1 spicchio d’aglio
Olio extravergine d’oliva
Peperoncino
Erba cipollina secca
Basilico secco
Sale
Pepe


Procedimento
Eliminare le foglie più esterne del cavolo e tagliarlo in grosse fette di un paio di cm che andranno poi sciacquate delicatamente sotto l’acqua facendo attenzione a non sfaldarle. Tamponarle con carta assorbente e adagiarle su una teglia ricoperta di carta forno. Strofinare entrambe le superfici con lo spicchio d’aglio e spennellarle di olio. 

Condire con le spezie e il sale e cuocere in forno già caldo per circa 25 minuti. Nel frattempo tagliare i pomodori a dadini e il pecorino a scaglie. 

Estrarre le pizzette dal forno e a questo punto si dovrebbero girare e far cuocere dall’altra parte, ma io ho desistito dopo aver tentato di farlo e visto che rischiavo di romperle. Condire con i pomodori, aggiungere un altro filo d’olio, un pizzico di sale e le scaglie di pecorino e infornare per altri 20 minuti.



lunedì 3 ottobre 2016

In forma - Girasole rustico duplice versione


Di solito si mettono in forma le scarpe.
Quelle strette, che proprio non sopporti.
Oppure gli stivali, quelli con la zip che si blocca appena iniziata la corsa e non vuole proprio saperne di risalire oltre la piega (iniziale) del polpaccio.
Figuriamoci tenercelo strizzato dentro per il resto del giorno.
Allora si va di giornali appallottolati. Palle di gommapiuma, di stracci, di cuscinetti della sedia, poi bottiglie di plastica, latte di acquaragia sottratte al cantiere del’amato bene o qualsiasi altro oggetto possa risultare utile allo scopo.
Che non è solo quello di potersi finalmente mettere quelle scarpe o quegli stivali ma magari, già che ci siamo, imparare una volta per tutte che le scarpe vanno prese della misura giusta (anche quando ci si innamora perdutamente di un modello e il numero è finito) e gli stivali rigorosamente dotati di lacci o elastici nei punti critici, pure se “eh però mi piacciono quelli con la zip”.
(senza lasciarsi abbindolare da false promesse, che tanto no, non cederanno).
Le manovre di allargamento e messa in forma tuttavia in questa casa interessano anche altri capi di abbigliamento e precipuamente, per quanto mi riguarda, i pigiami.
Che io compro, scientemente e nel pieno delle mie facoltà mentali quando ancora non sono accecata dal colpo di fulmine per un modello in particolare, di una o anche due taglie in più.
Questo perché mi piacciono comodi (leggi: informi, sbrindellati, con pantaloni striscianti a terra e maniche penzolanti ben oltre le mani)
 Roba che la vestaglietta a fiori de pora nonna, incrociata sul davanti e legata dietro la schiena, al confronto era un completino sexy di alta lingerie.
Ma la comodità innanzitutto, con buona pace dei manuali di seduzione.
Capita però che alcuni pigiami, anche di un paio di misure in più, prevedano proprio un modello di maglietta con maniche strette. Di quelle che tiri su ma si incastrano come la zip degli stivali, nemmeno a metà gomito.
O che i pantaloni siano modello leggins, fascianti senza rimedio.
O infine capita che un pigiama bellissimo ti sia stato regalato ma possieda tutte queste caratteristiche insieme e ti chiedi come risolverle senza doverlo cambiare per timore di non ritrovarlo uguale identico.
Non c’è problema, ci penso io!” -  annuncia serio l’amato bene.
Non penserai di metterti a tirarlo da una parte all’altra, vero? Me lo rompi!”
Ma nulla è così scontato quando ha a che fare con la sua mente vulcanica.
E me lo ritrovo lì, alle spalle, mentre armeggio con i fuochi per ripassare i broccoletti siciliani, col timore di voltarmi a vedere la soluzione che ha escogitato.
Ma poi lo faccio.
E vedo lui, taglia 50, fisico palestrato, spalle da culturista, strizzato dentro un paio di simil -leggins bianchi punteggiati di macchine da scrivere vintage e una magliettina rosa con scollo a V, da cui fuoriescono pettorali guizzanti, che gli arriva all’altezza dell’ombelico.
Lasciandolo scoperto.
I bicipiti a malapena trattenuti dalle cuciture, il viso violaceo di chi sta per esplodere, l’espressione tronfia per aver trovato una soluzione geniale al mio pseudo problema.
Abbandono i broccoletti sul fuoco, piegata in due dalle risate.
Poi gli annuncio che quando verrà a suonare la vicina per chiedere qualcosa come fa sempre all’ora di cena, andrà ad aprire lui.
Magari è la volta buona che smette di farlo.
(E comunque sì, il mio adorato pigiama ora mi calza a pennello)

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Ho visto per la prima volta la ricetta di questa torta rustica da lei, fatta in una versione buonissima con solo ricotta e prosciutto cotto che però io da subito ho sostituito con fesa di tacchino arrosto.
Poi ho iniziato a farla con ricotta e spinaci, abbinamento che, come si sarà capito, amo alla follia.
E da allora la faccio praticamente tutte le volte che ho gente a cena.
Perché è facile, veloce, e fa fare veramente un figurone.



Ingredienti
2 rotoli di pasta sfoglia rotonda
500 gr di spinaci al netto degli scarti
500 gr di ricotta di pecora
3-4 cucchiai di pecorino grattugiato
La buccia grattugiata di 1 limone bio
Mezzo cucchiaino di noce moscata
2 uova




Per la versione senza spinaci
2 rotoli di pasta sfoglia rotonda
gr. 700 di ricotta di pecora
gr. 200 di fesa di tacchino arrosto tagliata in un’unica fetta
2 uova
3-4 cucchiai di pecorino grattugiato
pepe nero
semi di papavero
 
Procedimento
Mondare gli spinaci e cuocerli per un paio di minuti in pochissima acqua, quindi scolarli, farli intiepidire e strizzarli con le mani. Raccogliere la ricotta in una terrina e amalgamarla con gli sinaci tritati, 1 uovo intero, 1 albume, il pecorino, pochissimo sale, la noce moscata e la scorza di limone, fino ad ottenere un composto omogeneo. Stendere, con tutta la carta forno, il primo rotolo di pasta sfoglia sulla lastra del forno. Disporre un paio di cucchiai di composto al centro e il restante tutto intorno, lasciando un centimetro lungo i bordi e intorno al centro. Coprire con l'altro rotolo di pasta sigillando bene la parte centrale per creare il centro del girasole (con le dita oppure con l’aiuto di una tazza rovesciata) e i bordi con l’aiuto di una forchetta, cercando di eliminare bene l'aria all'interno.
Con un coltello affilato tagliare la corolla in tanti “petali” di circa 3 cm, che dovranno essere ruotati delicatamente (mettendo la parte con il ripieno verso l’alto). Spennellare tutta la superficie del girasole, petali compresi, con il restante tuorlo sbattuto. Distribuire sulla parte centrale del fiore i semi di papavero e infornare in forno già caldo a 200° per circa 25 minuti, finché non sarà cotta e ben dorata.




martedì 23 agosto 2016

Studi sociologici - Tortino di patate, zucchine e cipolle


Il bello dell’estate, a parte il mare, il sole, la pennichella e il cocomero, è vedere le case dei vicini finalmente animate.
Riaperte per l’occasione dopo un lungo inverno di abbandono totale e tirate a lucido per accogliere più ospiti possibile.
Nella villetta accanto alla nostra sono arrivati a stare perfino in 12.
 Più un cane!
Il passatempo preferito dell’amato bene è cercare di indovinare dove e come si sono sistemati per la notte.
Che passi pure per la tavola e dove si mangia in 4 si mangia pure in 25, ma la casa è speculare alla nostra e lo spazio è quello:
Due stanze, un cucinino, un salotto di discrete dimensioni, due bagni e un piccolo giardino.
Via alle scommesse.
È arrivato a ipotizzare che le bimbe più piccole vengano sistemate sui due water e legate con una cintura in modo che non cadano quando sopraggiunge il sonno.
Come in aereo.
Ma no, intervengo io, allora: le due coppie si sistemano ognuna in una stanza.
La coppia più giovane si porta dietro le due gemelline.
Si e dove le mettono che in queste camere c’entra si e no un letto matrimoniale?- obietta lui
Tolgono i comodini e aggiungono un lettino – azzardo pensando alla rete che per tutto l’inverno ho visto abbandonata sul balcone e ora improvvisamente sparita.
(Sul quale magari dormono in due, una da capo l’altra da piedi).
Rimangono quindi in tutto tre nipoti, un nonno e il cane che si sistemeranno sui vari divani letto-sacchi a pelo-brandine dislocati in salotto.
ma…niente me ne mancano comunque sempre due, che davvero non saprei in quale anfratto pensare di collocare.
Non meglio identificati esseri di genere maschili, sulla ventina, che si ipotizzava potessero essere i fidanzati delle nipoti più grandi fino a  quando li abbiamo sentiti invocare zio, zia e nonno, identificandoli quindi come altrettanti nipoti.
‘ndo se metteranno?
ma soprattutto
quanti so'?
Per fortuna, all'interno della tribù, sono tutti abbastanza educati e a loro modo contenuti.
A parte la passione di una delle mamme per Claudio Baglioni e i suoi improvvisati karaoke a ugole spiegate.
A parte il cane che abbaia ogni qualvolta si alza una folatina di vento unendosi al coro di voci (senza riuscire a sovrastarlo).
A parte che dalle 19 in poi c’è la processione a farsi la doccia (in giardino) con conseguenti schiamazzi, scie odorose di saponi e bagnoschiuma, via vai di phon, asciugamani, mutande, ciabatte e cotton fioc oltre la siepe. 
Pratica che, vista l’affluenza di gente, si protrae fino a ben oltre le ore 21.
A parte che il sabato sera invitano altra gente e ordinano le pizze e alla fine pure in giardino signori miei, solo posti in piedi.
E niente, il bello dell’estate è anche questo. 
Che prima o poi finisce.

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Un esperimento, un tentativo sulla scia di quello invernale a base di zucca. Talmente riuscito che perfino mio fratello, che non mangia zucchine, se ne è prese due porzioni!
Ho fatto un errore madornale di cui mi sono resa conto troppo tardi (ma facilmente ovviabile): ho messo i pistacchi (interi) prima di infornare la teglia e quelli si sono giustamente semi-carbonizzati. Ma per fortuna ho potuto rimediare avendone messi da parte una bella manciata. E siccome i pistacchi sopra ci stanno veramente bene, il consiglio è quello di tritarli e metterli sul tortino solo una volta sfornato ;-)


Ingredienti (per 6-8 persone)
5 zucchine romanesche
2 patate grandi
2 cipolle bianche
50 gr di pecorino romano
1 mazzetto di basilico
2 manciate generose di pistacchi
Pangrattato (io di farro ottenuto da pane raffermo tostato in forno e tritato)
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe (facoltativo)

Procedimento
Tagliare le patate e le cipolle a fette molto sottili; le zucchine un po’ più spesse.
Ungere una teglia e riempirla a strati in questo modo:
patate/sale
cipolle/sale
zucchine/pecorino/abbondante basilico tritato/olio



proseguendo in questo modo fino a esaurimento degli ingredienti (o quando si arriva la bordo della teglia…).
Terminare con uno strato di patate e cospargerlo di pangrattato.

Completare con un giro di olio e  infornare a 180° per circa 30 minuti o fino a quando inserendo una forchetta nel tortino questa non incontrerà resistenza.
Una volta fuori dal forno spolverizzare il tortino con la granella di pistacchi e lasciare raffreddare completamente prima di servirlo.





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