"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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sabato 24 agosto 2013

Notti di fine estate – Bombe calde con la crema


Che l’estate non è ancora finita, ma dopo ferragosto un po’ sì.
Che una volta le bombe di Rosati guai a chi ce le toccava: erano un’istituzione e un’abitudine.
Adesso una rarità spinta a forza giù nel dimenticatoio.
E pure uno spauracchio da tenere lontano.
Un affronto pesante a tutte le ore di palestra e a quel mangiar sano tanto decantato.
Che tocca programmarlo, andare a correre sul lungomare il pomeriggio e cenare leggeri, per potersele concedere.
Superare sensi di colpa e scenari catastrofici di notti a rigirarsi nel letto in attesa di digerirle.
Il bar-pasticceria-laboratorio è sempre quello, di quando eravamo bambini e i maschi se ne concedevano addirittura due a sera, mentre noi femmine arrivavamo a una, ma tanto bastava.
Che alla linea a quei tempi chi ci pensava.
Sempre rigorosamente dopo le dieci, che prima non si frigge.
“prego, chi deve ordinare?” e fioccano numeri, di gente in attesa.
Oggi come allora, oggi i bambini di allora, solo un po’ cresciuti.
Meglio se la mangi lì, direttamente sul vassoietto di cartone per non ustionarti le mani, che già a incartarla e portarla fino a casa s’affloscia un po’.
E subito dopo corri a comprarti una bottiglietta d’acqua (che prima era la corsa alla fontanella).
Con la crema ustionante che cola da tutte le parti, ma anche con la nutella se hai coraggio.
E poi oggi con le visciole, con i frutti di bosco, con cose che “ma questa non è più la bomba”.
Con i granelli di zucchero che ti si rapprendono intorno alla bocca e restano lì pure se ci passi sopra il tovagliolo.
Torni bambino quindi.
Scopri pure che la digerisci esattamente come allora, ma soprattutto che basta un morso, uno soltanto, per sentirti in paradiso.
E, mannaggia al buon senso, ti trattieni dal prendertene un’altra.

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Ingredienti
Un kg abbondante di spirito bambino
3 etti scarsi di coraggio
Una manciata piena di capacità di lasciarsi andare
Un pizzico di disponibilità d’animo
Euforia q.b.


Procedimento
Portarsi al laboratorio di pasticceria preferito intorno all’ora designata per l’inizio della frittura. Mettersi in fila e dichiarare apertamente e senza pudore il numero di bombe desiderato.
Aspettare con pazienza il proprio bottino, quindi scegliersi un angolino comodo(possibilmente con vista sullo struscio serale), armarsi di tovagliolino antiustione e affondare lentamente i denti nella delizia soffice, assaporando l’estasi.
Indugiare a lungo sul profumo di burro, zucchero, vaniglia e olio caldo.

Quindi complimentarsi con se stessi e programmare un bis prima della fine dell’estate!

martedì 16 aprile 2013

Parità - Bucatini all’amatriciana


Le cene con Dario e Gabriele sono, senza ombra di dubbio, un momento altissimo di condivisione.
Spirituale e godereccia.
Di grandi abbuffate.
Di grasse risate.
Ma anche di attento studio socio-antropologico, che di materiale in questi casi ce n’è fin troppo.
Tanto piacevoli da essere diventate un appuntamento fisso, ricorrente, quasi a cadenza mensile ormai.
Menu per 4: tre uomini e la sottoscritta, nessun altro invitato.
“a gabriè, ma porta pure tu regazza, no?” (l’inflessione cervetrana è un valore aggiunto!)
“ no, che sei matta, nun me sentirei me stesso!”
Una tale, rilevante affermazione mi pone nella condizione - beata - di semitrasparenza.
A volerla vedere male.
O di assoluta, meravigliosa e tanto agognata, parità.
A voler guardare il lato decisamente positivo e sicuramente unico di tutta la faccenda.
Uomo tra gli uomini, altro che -solo sbandierata- parità di diritti.
Siamo ben oltre, oltre anche l’immaginabile e l’umanamente concepibile.
Tra commensali alla mia tavola: dell’uno sono la legittima consorte; dell’altro l’inevitabile sorella; del terzo, per l’appunto, l’asessuata sorella del capo.
Amica affezionata e un po’ materna.
Sorella acquisita insomma.
Uno (l’amato bene) lavora in un ambiente di pertinenza quasi esclusivamente maschile, dove solo da una manciata di anni anche le donne hanno avuto accesso; gli altri due nel capannone di un'officina piena di lamiere contorte e pezzi di ricambio, dove anche la segretaria è un uomo…il che fa di tutti loro i rappresentati degni dei più triti cliché.
Roba da uomini insomma.
Ma la cosa fantastica è che nessuno dei tre si creai scrupoli di alcun tipo: di linguaggio o di gesti, di argomenti da affrontare o di contegno da tenere.
In quei frangenti, durante queste cene corali tutte e solo fra noi, divento infatti, magicamente, una di loro!
Ed è una sensazione nuova e bellissima: un po’ come quando da bambina cerchi (invano) di intrufolarti nei giochi dei maschi e ti metti a correre (maldestramente) e a sputare a terra per sentirti un po’ più simile a loro.
Con la differenza però che lì ti agiti e ti danni l’anima senza riuscire a essere considerata molto più di ciò che (banalmente) sei: una femmina!
Qui, senza il minimo sforzo, né la più flebile fatica, ti trovi in modo del tutto naturale invischiata in discorsi che ti aprono un mondo e ti fanno capire quanto questo (il mondo, appunto), sia tanto cambiato ma in fondo sia rimasto sempre uguale a se stesso.
E a parlare di donne (con una capacità di astrazione non indifferente) e di relazioni più o meno stabili; di caccia e di armi; di pallone e di moto; di motori e di vernici fatte al tintometro.
E l’occasione mi dà agio di preparare piatti cui spontaneamente non penserei mai.
Che di norma releghiamo alle grandi abbuffate insomma.
Preferibilmente di qualche vita fa, che tra l'altro, certi piatti nemmeno vanno più di moda.
Quella volta lì erano le fettine panate (liberamente interpretate).
Poi è stato il turno del cinghiale (direttamente recapitato a domicilio).
L'ultima volta l'abbacchio (che non se n'era parlato ma sempre loro due c'erano di mezzo).
Il tutto preceduto dalla canonica e onnipresente “secchiata di rustici” (solo con wurstel e con provola e speck), a grande e vibrante richiesta del “piccoletto” del gruppo.
Per finire con caffè, ammazzacaffè, cicchetto, altro cicchetto, altro ancora… fino a  notte inoltrata.
A bere e a chiacchierare.
A chiacchierare e a bere.
Come veri uomini!
È in queste occasioni infatti che ho imparato ad apprezzare l’amaro Segesta e il brandy invecchiato; la grappa barricata e il whisky d’annata.
Oltre ai fiumi di vino che scorrono durante la cena.
Sempre ben abbinati, s’intenda, che per quella faccenda chiedo perfino lumi a grandi esperti.
A meno che non sia Gabriele in persona al portare “il vino de mi zio che quest’anno, regà è proprio un SUGO de frutta!”
Solo l’ultima volta un accenno alla diversità di sesso della sottoscritta, un vago riferimento alle novità del mio look (capelli cortissimi da lunghissimi che erano) e quella domanda perentoria, dalla premessa che faceva presagire chissà quale rilevante portata dell’incipiente discorso:
“Parlamo de cose serie. Dimme ‘n po’: te perché te saresti CAROSATA così?”
Con evidente riferimento al nuovo aspetto forse non del tutto gradito.
E quel verbo così denso di significato, esplicativo, unico.
Da pecora insomma. Con opportuno ricorso a un più pertinente gergo agro-pastorale.
Tanto per non sciupare l'occasione.
Passando per la formulazione di massime filosofiche buttate lì, frutto di svariate delusioni amorose e catastrofismo totale:
“tanto ee donne so’ tutte uguali!”
“…vabbè, escluse ee  presenti, no, Gabriè?” tenta di salvarlo il mio delicato e attento fratello.
Un attimo di silenzio, per pensare, uno sguardo distratto alla sottoscritta.
Poi quella ratifica assoluta di parità:
“ no, ma de che? Ee donne so’ proprio TUTTE uguali”
E da qui la conferma, che sì, io sono esclusa, perchè signori, sono davvero una di loro, maschio fin nel midollo!!



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La faccenda è molto seria.
Che i piatti apparentemente più semplici siano anche i più difficili da fare bene è cosa ormai risaputa.
Che ci si approcci con una riverenza un filo esagerata, anche.
Perché sicuramente nonna mia per fare un’amatriciana non andava a scartabellare libri, né chiedere lumi né tantomeno diramare sondaggi su quesiti di vitale importanza come cipolla sì cipolla no.
Così per la cacio e pepe.
O per la gricia.
Agiva così: d’istinto, secondo conoscenze insite nel DNA, tramandate nei secoli, avute in dono da antenati, infuse magicamente.
Era roba insomma da sapienza innata.
È vero anche che meno ingredienti compongono un piatto più l’attenzione dovrà essere vigile e la precisione dell’esecuzione infallibile.
Però ecco fa un certo effetto l’idea di approcciare una ricetta super complicata con l’agio e la scioltezza di uno chef pluristellato e approntare una matricina in punta di piedi.
Ma tant’è.
E i puristi non me ne vogliano, ma io cari miei la cipolla ce la metto eccome! E se non vi sta bene, provate a chiedere a quelli del portale della  matriciana perfetta.

Ingredienti (per 4)
500 gr di bucatini
250 gr circa di guanciale
1 cipolla media
1 barattolo grande e 1 piccolo di pelati 
Peperoncino in grani
2 cucchiai (non di più!) di olio extravergine d’oliva
Sale
Pecorino romano

Procedimento
Tagliare il guanciale a striscioline non troppo sottili e metterlo a rosolare piano in un largo tegame antiaderente stando attenti a mantenere la temperatura costante, in modo che non bruci né però si lessi. Deve risultare croccante e trasparente.
In un altro padellino far stufare a fuoco basso la cipolla tritata nei due cucchiai di olio e quando anche quella sarà diventata trasparente senza prendere colore, unirla al guanciale.

Passare leggermente i pelati al minipimer, 
quindi unirli al guanciale, aggiustare (moderatamente) di sale, aggiungere il peperoncino in grani e far cuocere il sugo a fuoco basso per circa un’ora e mezza girando di tanto in tanto.
Lessare i bucatini in abbondante acqua salata, scolarli molto bene e accuratamente (perché avendo i buchi tendono a trattenere l’acqua), condirli con il sugo, e 2 cucchiai di pecorino, quindi impiattarli, aggiungere un altro cucchiaio di sugo su ogni porzione e un’altra spolverata di pecorino.

venerdì 22 marzo 2013

La forma, la sostanza e gli esperimenti – Abbacchio al forno con patate


Ora ho capito: le decorazioni e i lavori di fino non fanno per me.
Intendiamoci, mi piacerebbe tanto lanciarmi allegramente in fabbricazioni autonome di addobbi per la casa.
Natalizi e pasquali.
Stagionali e ordinari, magari con recupero di vecchi oggetti.
Ambirei moltissimo a esibire creazioni artistiche di un certo rilievo e soprattutto di spiccato genio.
Che fossero pure lievemente originali insomma.
Creative, ecco.
E quest’anno mi ci ero messa pure di punta, tirando fuori da una vecchia borsa gli appunti per una ricetta risalenti a ben…due anni fa!
Solita questione di tempi biblici, ma l’intenzione e la buona volontà, possino cecamme, stavolta c’erano tutte.
Su un giornale avevo letto di uova speziate, “disegnate” a mosaico, dopo averle lasciate in infusione tutta una notte per poi esibire cotanta genialità e, volendo, mangiarsele pure (recitava il trafiletto) come finger food.
Ora: già a me le uova mangiate così, al naturale, proprio non piacciono.
ma poi i finger food in generale, a parte un'altissima ammirazione per come sono ideati e composti, non fanno che acuirmi il desiderio di un bel piatto ricolmo, straripante di pasta.
Potrei tollerare un ovetto sfrittellato, via (leggi: strapazzato, ma quando una cosa non va, pure le parole vengono meno…); una frittata bella soda e compatta che faccia da guscio (e rimanga quindi in sordina) a qualche verdura: carciofi, patate, zucchine.
Ma da una che non mangia la carbonara per non dover sentire l’odore di uovo, non ci si può certo aspettare grandi evoluzioni con ricette che abbiano per protagonista il medesimo.
Mettiamoci poi che la ricetta di cui sopra prevedeva la lessatura delle uova per il tempo tassativo dei canonici 7 minuti 7 dalla ripresa del bollore e il loro stazionamento (per la durata di una intera notte), dopo averne opportunamente crepato (ma non rotto!) il guscio, in una mistura di tè nero, salsa di soia, pepe di sichuan e miscela delle cinque spezie.
Roba che solo a fare l’appello mi venivano i brividi.
A me, che pure amo le spezie.
“Amore sto facendo un esperimento con le uova!”
Il sudorino freddo e l’aria perplessa stavolta sono supportati anche dalla mia voce poco convinta e dallo sguardo più che compassionevole che in cuor mio non posso fare a meno di tributargli.
Ma l’amato bene a differenza mia ama moltissimo le uova, ergo se c’è qualcuno adatto all’assaggio, questo è proprio lui.
Seguire tutto il procedimento in fin dei conti non è stato nemmeno così terribile.
Certo, a parte operare qualche trascurabile sostituzione per mancanza di materia prima (del tipo che la miscela delle cinque spezie me la sono fatta a occhio da sola, miscelando per l’appunto: cannella, zenzero, anice stellato, chiodi di garofano e  pepe nero; il tè nero in foglie non ce l’avevo e senza andare troppo per il sottile,  l’ho egregiamente sostituito con un paio di bustine di quello del supermercato; il pepe di sichuan manco so che è né avevo intenzione di scoprirlo proprio in quell’occasione, pena il dover rimandare tutto l’esperimento a data da destinarsi) ma a parte tutto ciò, dicevo, la pratica si è svolta nel giro di una mezz’oretta scarsa.
Poi sì, il raffreddamento, la crepatura dei gusci e via in ammollo fino all’indomani
Quando per l’appunto si trattava di tirare fuori dalla mistura nerastra con effluvi orientaleggianti, quelle cose ormai asfittiche e mollicce che avrebbero dovuto, sgusciandole a dovere, mostrare tutto il ghirigoro lasciato impresso dal liquido penetrato attraverso le famose crepe.
Superato il lieve ribrezzo anche solo per doverci mettere una mano lì dentro, ne pesco a caso uno e mi metto a sgusciarlo lentamente e con estrema delicatezza.
 Un filo di disegno a mosaico effettivamente mi sembra pure di intravederlo oltre le lenti da miope pure un po’ zozze, dei miei occhiali “da casa”.
Poi però insieme al guscio viene via pure la pellicina di rivestimento dell’uovo.
E con lei ogni residuo di mosaico o pseudo tale, lasciando solo tratti flebilissimi e appena percettibili a occhio nudo.
Forse con una lente di ingrandimento.
In controluce.
Magari al buio!
E a parte l’aspetto estetico ( di suo già imbarazzante), mi vengono dubbi perfino sulla commestibilità di cotanta genialata.
Stavolta no, nemmeno l’amato bene posso sottoporre a una simile tortura.
La curiosità è tanta ma di certo io quella roba lì non l’assaggio
E lui, porello, lo esporrei a un rischio inutile, giusto per l’ansia di sapere “di che sanno”, perché poi del ghirigoro, manco l’ombra.
Mi ridesto e butto via gusci e uova, mistura e avanzi di spezie.
Poi mi premuro di avvertire telefonicamente l’involontaria cavia umana e agevolargli così il rientro a casa:
“niente amore mi dispiace, l’esperimento con le uova non è riuscito, quindi non potrai assaggiarle”
Un sospiro sommesso, una voce di costernazione poco convinta e facilmente sgamabile
“mannaggia. Ma senti com’era poi st’esperimento?”
Glielo spiego punto per punto, enfatizzando gli aggettivi e insistendo sulle fasi più macabre.
Fra cui il rinvenimento dei meschinelli e la loro consistenza molliccia.
Silenzio dall’altro capo del filo.
Poi un sospiro, e quella frase eroica, da santificazione immediata
“vabbè, avresti comunque potuto farmi assaggiare. Certo senza raccontarmi tutta la procedura e senza esprimere giudizi! Magari erano almeno buoni, che ne sai?”
Che la constatazione fosse dettata da amore incondizionato verso le uova o per devozione totale al ruolo di marito-rassegnato di una pseudo invasata con velleità culinarie, francamente, a questo punto, è davvero solo un dettaglio….
Ma ora che ho il benestare un assaggino la prossima volta non glielo leva nessuno!

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Ecco, volevo per l’appunto pubblicare una ricetta in tema pasquale, che avesse possibilmente anche un certo appeal e una qualche delicata eleganza. Magari un dolce, magari appunto delle uova decorate (e possibilmente pure edibili). Ma credo valga la pena accettare una volta per tutte di essere una che bada soprattutto al sodo, senza fronzoli, senza orpelli, senza arzigogolamenti di natura varia e vasta.
Accantonate le uova dunque, passiamo al sodo. Tipo un bell’abbacchio con le patate, che sento decisamente più nelle mie corde.
Potrebbe sembrare banale e ovvia come ricetta, ma per prepararlo la prima volta ho dovuto telefonare a mamma e farmi guidare:perché sembra facile, ma non lo è.
Sembra ovvio, ma è tutta apparenza.
Linee guide e gesti calmi e sapienti.
Pilottare innanzitutto, 
poi le patate che devono essere a pezzi grossi, imponenti;
 e infine la cottura: forte ma anche armoniosa, prolungata al punto giusto, sospesa al momento opportuno.
L’esperienza, e una lunga tradizione alle spalle.
Ma come prima volta, almeno sull’abbacchio, m’è andata abbastanza bene…


Ingredienti (per 4 persone)
1 bel cosciotto d’abbacchio
2 spicchi d’aglio
Abbondante rosmarino
1 kg di patate
sale
pepe

Procedimento
Lavare l’abbacchio, pulirlo privandolo del grasso in eccesso e tamponarlo con carta da cucina, quindi intaccarlo con un grosso coltello. Nelle fessure ricavate introdurre un pezzetto d’aglio, un ciuffo di rosmarino, sale e pepe (questi ultimi due anche su tutto il resto del cosciotto).
Sbucciare e lavare le patate, quindi lasciarle a bagno in acqua fredda per almeno 1 ora (questa operazione servirà a renderle più croccanti); asciugarle e tagliarle in 6 pezzettoni (devono essere “tocchi” grandi), quindi metterle in una ciotola e condirle con olio, sale, pepe e rosmarino rigirandole bene (con le mani viene meglio) per farle insaporire. Disporre il cosciotto in una teglia capiente e le patate tutto intorno. Infornare per 1 ora e mezza- 2 a 200° avendo cura di controllare la cottura per far sì che al carne rimanga morbida e succosa e non si secchi troppo.
Una volta pronto, toglierlo dalla teglia e sistemarlo in un piatto da portata che possa andare anche in forno per mantenerlo caldo (lasciarlo nella teglia significherebbe farlo intridere di tutto l’olio residuo). Servire caldissimo (...e riservarsi la teglia per staccare le crosticine di patate senza dirlo a nessuno!).

Nota: dal momento che di solito, almeno qua da noi, l’abbacchio viene venduto in metà complete, a scelta, di testa o di coratella, nel caso in cui sceglieste la seconda, le indicazioni per prepararla le trovate qui.
Ovviamente per la colazione di Pasqua, perché il resto dell’abbacchio è per pranzo…


venerdì 23 marzo 2012

E come fa il Cadbosaurus Willsi ? - Coratella d’abbacchio con i carciofi


Esiste un’amica (di lunga data e molto cara) con la quale ho condiviso fatti ed esperienze varie nel corso della vita:
-i cinque anni di liceo;
-i 4 di università;
-tutti gli altri fuori corso;
e poi ancora ben 10 anni di un lavoro davvero bello, che ci piaceva tanto ma da cui a un certo punto, causa crisi, ci hanno congedate. Sempre insieme.
Lei è quella, per chi non lo sapesse e fosse presente all’evento, che il giorno del mio matrimonio, con assoluta nonchalance, s’è fatta, suo malgrado, tutte le letture previste dal rito, dal momento che le altre donzelle prescelte si erano rese improvvisamente irreperibili, causa corse sparse e silenziose al pronto soccorso (o solo fuori dalla chiesa) per scongiurare uno svenimento (tanto perché quel giorno “deve” filare tutto liscio… ma ammetto che sotto la canicola di un pomeriggio di luglio la questione non era semplicissima).
Lei è anche quella che, senza mai perdere la padronanza di sé e il senso altissimo di ospitalità, s’è sciroppata tutte le 5000 foto del nostro viaggio di nozze la sera che aveva incautamente proposto di vederci tutti a casa sua, insieme a una coppia di futuri sposi, per aiutarli a organizzare il loro viaggio nei nostri stessi luoghi.
Dei malcapitati nubendi non abbiamo avuto più notizia, ma dubito che si risolveranno in futuro a chiedere qualsivoglia consiglio, a chicchessia.
Men che meno a Lei.
Che è anche quella che, in barba alle più sofisticate e incontestabili tabelle con tanto di grafici per regolare lo svezzamento dei neonati, la sua bimba ha deciso di crescerla a farine alternative, nutrienti e corroboranti pappe di miglio, orzo e avena, niente proteine e ritorno all’origine di alimenti (vegetali) rigorosamente sani e bio.
(Difatti ci si incontra puntualmente sull’uscio del Natura Sì)
Da tutte queste premesse in effetti si poteva forse intuire che anche i giochi e gli intrattenimenti per la piccola potessero essere tutt’altro che ordinari e scontati.
Li incontro un pomeriggio di qualche giorno fa: lei, la pupa in braccio (col sorriso assassino a tutta gengiva, intervallato dalla presenza giusto di 5-6 dentini, due occhietti vispi e furbissimi e l’aria di chi la sa molto lunga) e il marito con la borsa della spesa prontamente poggiata a terra prevedendo il prolungarsi della sosta.
Baci, abbracci, grandi sorrisi e poi, la mia domanda : “allora, che dice sta gnoma?” piena di aspettative.
Tanto che mi piazzo lì ansiosa e tutta contenta in attesa di sentirla mimare come fa il gatto, come fa il cane, fino magari a spingersi, esagerando,  chessò, pure al verso del leone, toh! che provate un po’ voi a emettere un roooaaaar sufficientemente cavernoso ma che al contempo risulti facilmente replicabile da una pupetta di 1 anno! (il tutto poi presupponendo, sempre, di aver ampiamente accantonato la consapevolezza di trovarsi in mezzo a una strada frequentata ed eliminato l’aggettivo ridicolo dal proprio vocabolario interiore).
E comunque la questione non si pone proprio perché non sono questi gli animali eletti dalla mamma della gnoma.
È trattenendo il respiro e con enorme curiosità, a quel punto, di sapere pure io come fanno, che la sento rivolgersi alla bimba, con la consueta nonchalance, per chiederle:
“ Elena, come fa il CAMALEONTE?”
Che al limite potrei pure arrivarci, con qualche piccolo sforzo e un po’ di tempo per pensare.
Ma quest’ultimo non ce l’ho perché è già pronta la seconda domanda:
“E il BRADIPO????”
E me ne sono stata lì, rapita ed estasiata, a guardare la pupa estrarre e ritrarre velocemente la lingua come il più lesto dei camaleonti o ciondolare pigramente la testa da una parte all’altra come il più indolente dei bradipi.
E pensare che fino a quel momento mi sentivo alternativa e originale solo per aver insegnato, alla bimba (di un anno più grande) di cui mi occupo, il balletto di don lurio sulle note di Testa-spalla baby one two, three……………
(e comunque, per la cronaca, la gnoma di cui sopra sa fare pure il leone!)

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Già fotografare un secondo è impresa titanica, cimentarsi con delle interiora spezzettate diventa quasi impossibile. Percui se deciderete di replicare questa ricetta non sarà certamente perché sarete stati folgorati dalla sua immagine, davvero poco appetibile. Nello specifico dunque si tratta di fidarsi semplicemente sulla parola e di abbandonarsi al desiderio puro di sperimentare….
Protagonista indiscussa della colazione di Pasqua, insieme a uova sode, salame corallina, pizza umbra al formaggio, e poi colomba e uova di cioccolato, va mangiata caldissima e accompagnata preferibilmente da fette di pane sciapo con cui fare la scarpetta nel paradisiaco sughetto che sprigiona (consiglio che mi sento di dare anche a chi, come me, non impazzisce per le interiora, ma per i carciofi e per intingoli e sughetti in generale sì e questo della coratella è veramente unico!) . Una colazione di questo tipo, più o meno appena svegli, stroncherebbe subito gli stomaci di chi magari è abituato a uscire di casa dopo aver trangugiato a malapena un caffè in tutta fretta. Ma Pasqua è Pasqua e a casa mia, magari puntando la sveglia abbastanza presto, magari facendo slittare l’ora del pranzo parecchio più avanti... per tradizione, non manca mai e anzi, la si aspetta e prepara con ansia e grande cura!

Ingredienti (per 4)
1 coratella d’abbacchio freschissima (rivolgetevi al vostro macellaio di fiducia o stringete amicizia con un addetto al banco macelleria del supermercato)
4 carciofi
1 cipolla
1 bicchiere di vino bianco
olio extravergine d’oliva
sale
pepe
 
Procedimento
Pulire bene la coratella, sciacquandola più volte, asciugarla con carta da cucina e tagliarla a pezzetti. In un tegame largo far soffriggere la cipolla tritata con un po’ d’olio e quando è imbiondita unire la coratella, aggiustando di sale e pepe. Trascorsa una decina di minuti, sfumare col vino bianco, quindi lasciare cuocere una mezzoretta di cui si approfitterà per pulire e tagliare a spicchi i carciofi.
Unirli alla coratella, aggiungendo un po’ di acqua calda se occorre e portare a termine la cottura.
N.B.: c’è chi sostiene sia meglio cuocere separatamente le varie parti della coratella, procedendo secondo il tempo di cottura richiesto (prima il polmone, poi il cuore, quindi il fegato), oppure cuocere separatamente i carciofi e unirli quasi all’ultimo. A casa mia, dai tempi di nonna, s’è sempre cucinata in questo modo e spazzolata regolarmente tutta!!

Con questa ricetta partecipo al contest del blog Fornelli profumati



martedì 21 febbraio 2012

Segreti di famiglia – Le castagnole di Mamma


Quest’anno il carnevale è durato proprio poco.
Poco più di un mese in tutto: dal 16 gennaio al 22 febbraio.
E la cosa più triste è che in giro ho visto davvero pochissime mascherine.
Nemmeno i bambini si travestono più!
Se si escludono un teletubbies, un inconsapevole tigrotto sul passeggino e due damigellone di una certa età, direi che non ho visto altri travestimenti, e per una come me, che questa festa la ama moltissimo, è davvero un gran peccato.
Ogni anno il carnevale mi sembra meno sentito, surclassato com’è dal ben più partecipato cugino americano che, detto e fatto, si risolve in un unico giorno.
Halloween, con i suoi mostriciattoli, fantasmi e vampirelli  ha finito per spodestare damine, zorri ed eroi postmoderni, da Ben 10 ai Gormiti, per non parlare delle ormai preistoriche Pulcinella, Arlecchino e Colombina.
Però che nostalgia quei bei costumi comprati, cuciti appositamente, presi in prestito da amichette e aggiustati perché magari troppo lunghi o troppo corti oppure passati di mano in mano, per anni, tra fratelli, cugini e lontani parenti!
Il mio primissimo costume di carnevale è stato da Camelia. Avevo 3 anni e non sapevo bene cosa significasse, siccome però mi piacevano i vestiti da damina e da principessa, sono stata a lungo convinta di averne uno del genere, sebbene tutto speciale.
Ignorando che la Camelia fosse il nome di un fiore,
(immagine presa dal web)
me ne andavo in giro entusiasta di quella tutina verde-celeste con una corolla di petali bianchi e fluttuanti in vita e una cuffia in testa del medesimo colore, ornata di un piccolo fiore sulle ventitrè.
C’era poco da fare: mi vedevo come una damina. Un po’ stravagante e alternativa magari, ma pur sempre di altissimo lignaggio, e non c’era spiegazione botanica che potesse convincermi del contrario.
Siccome poi il tutto era arricchito dall’ombretto celeste di mia madre (che negli anni 70 andava tanto ed era bellissimo!)
(immagine presa dla web)
il mio sogno era assolutamente completo e altamente appagante.
Poi è stata la volta della presa di coscienza e, finalmente, del vero abito da damigella: bianco, col cerchio per tenerlo largo, un grosso cappello sufficientemente ingombrante ed enormi rose rosa applicate variamente qua e là.  Più l’ombrellino parasole e la borsetta da legare al polso dopo averla riempita di coriandoli.
C’era però un grande problema: l’abito non era mio personale, ma avevo ricevuto la grazia di averlo in prestito per un paio di uscite pomeridiane lungo il quartiere dalla mia amichetta Claudia, che aveva la fortuna di possedere un abito da damigella vera, ordinaria e senza stranezze, e quindi, per tutte queste ragioni, dannatamente affascinante.
Infine, appena un attimo prima di traghettare nella complessa età dell’adolescenza (dove, negli anni, si sono susseguiti travestimenti più audaci da Cow girl, Antica romana, Ballerina brasiliana, passando attraverso una fantasiosa, e ancora non del tutto chiarita, Aliena, con l’ausilio del costume di scena del saggio di danza di una conoscente…), è stata la volta del costume da Zingara, che però, essendo pure quello ampio e abbondante e completo di cerchio, sempre da damina mi pareva (sì, forse un tantino fissata lo ero, ne convengo).
Non fosse stato per un fazzolettone rosso da annodare dietro alla nuca con monetine tintinnanti che scendevano sulla fronte, per me poteva essere tranquillamente spacciato per un vestito da gran duchessa della contea di Vattelapesca.
Ma mia madre sosteneva che dovessi mettere per forza sto fazzolettone visto che il vestito lo aveva(mo) scelto e comprato così composto e non era logico snaturarlo trasformandolo in qualcos’altro.
Il vero scandalo tuttavia è avvenuto in seconda elementare, quando nella vita della nostra famiglia ha fatto il suo ingresso un non meglio specificato costume da “Olandesina”, unico cimelio che offriva la scarsissima scelta di una delle tante Kaufhalle della DDR (Germania dell’Est), oltre a quello da cameriera, composto di tunichetta nera come la notte, crestina e grembiulino bianchi che era toccato in sorte alla ben più sfortunata amica del cuore, Nadia.
Confrontando i due costumi, infatti ricordo che avevo tirato un sospiro di sollievo considerando che tutto sommato a me non era andata così male….
L’olandesina, se non altro, vestiva con tessuti colorati!
Ma il vestito in questione suscitava una tale ilarità, aprendo le porte a interpretazioni delle più fantasiose che una sera, per gioco, è passato perfino, nel segreto delle mura domestiche e per un’oretta al massimo, al mio piccolo fratellino di nemmeno 3 anni che si reggeva a stento sulle gambe.
Foto tenute chiuse in un archivio segretissimo testimoniano la scelleratezza dei miei genitori che per farsi quattro risate non avevano esitato a mascherare l’ignaro puttino (allora tracagnotto e cicciotello) da olandesina per l’appunto con tanto di cappellino a triangolo e lunghi festoni colorati che scendevano ai lati delle tempie e giù fino ai piedi.
E lui, felice e sorridente, in posa davanti all’obiettivo pensando di avere avuto in dotazione chissà quale magnifico abito, privilegio unico riservato dalla fortunata detentrice della primogenitura!
Adesso che è grande-alto-smilzo-e-(davvero)molto bello, che si dedica al confezionamento di autentici capolavori mentre al contempo si dibatte pigramente fra stuoli di pollastrelle adoranti, mi odierà per la rivelazione di questo episodio scottante del suo passato, ma del resto, anche se per una sola giornata ancora, siamo a Carnevale, dove ogni scherzo, anche piccolo, è lecito.
E allora….

Buon martedì grasso!

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Di questi simpatici e buonissimi dolcetti di carnevale, con mia madre ho provato diverse ricette e alla fine di tanti esperimenti, da qualche anno, questa è quella che ci soddisfa di più. Di solito ne prepariamo in quantità industriale per poi distribuirle ai bimbi che conosciamo. Consigliato prepararle in due, perchè di tempo ce ne vuole abbastanza tra impastare, arrotolare, tagliare e formare le palline da tuffare poi nell’olio caldo, ritirarle su, lasciar scolare l’unto in eccesso e cospargerle di liquore alchermes e zucchero a velo. Di solito facciamo due versioni: con l’alchermes appunto, per i grandi e senza per i bambini, ma questi ultimi sono irresistibilmente attratti dal bel colore rosso vivo del liquore e dal sapore dolce e profumato che questo conferisce alle castagnole, così alla fine le prepariamo nell’unica versione completa di tutto....
A differenza di quelle di Tiziana, queste risultano croccantine fuori e morbide dentro.


Ingredienti
Con le dosi di seguito indicate se ne ottengono circa 3 grandi vassoi colmi
1,6 kg di farina
400 gr di zucchero
300 gr di burro tagliato a pezzetti e lasciato ammorbidire (essendo inverno, anche tirandolo fuori dal frigo molto prima fatica ad ammorbidirsi. Per velocizzare le operazioni di solito metto un foglio di carta stagnola su un pentolino e in un paio di minuti su fuoco molto basso si ammorbidisce alla perfezione!)
¾ di bicchiere di limoncello o grappa o sambuca o altro liquore (anche al mandarino per esempio)
8 uova intere
2 bustina di lievito in polvere
2 pizzichi di sale
abbondante olio per friggere
zucchero a velo
liquore alchermes

Procedimento
Disporre la farina a fontana sul tavolo e unire il sale e le due bustine di lievito mescolando bene per amalgamare. Ricavare una cavità nel centro e disporvi il burro. In una terrina sbattere le uova con lo zucchero aiutandosi con una frusta elettrica e quando sono spumosi aggiungervi il liquore scelto. Unire anche questo composto alla farina e lavorare il tutto con le mani fino a ottenere un impasto morbido ma consistente (farsi cospargere le mani di farina “dall’aiutante” nel caso in cui all’inizio risultasse troppo appiccicoso!). Dare forma a un panetto tipo filoncino e coprirlo con un panno (perchè nel tempo che occorre per le successive operazioni stando all’aria si asciugherebbe troppo). Da questo tagliare delle fette di un paio di centimetri e allungarle, arrotolandole sul tavolo come si fa per gli gnocchi. Tagliare quindi dei tocchetti non troppo grandi e arrotolarli fra le mani per formare delle palline grandi più o meno come una noce. Disporre della farina sul tavolo e allinearle lì sopra in attesa di friggerle (se possibile allungare il tavolo perchè lo spazio non basterà mai!). Nel frattempo scaldare abbondante olio in un tegame dai bordi alti (riempito per metà) e quando buttandoci dentro una mollichina di impasto quello comincerà a sfrigolare, iniziare a friggere le castagnole poche per volta, rigirandole con un cucchiaio di legno. Essenziale metterne poche alla volta perchè l’umidità dell’impasto formerà un po’ di schiuma. Occhio alla cottura perchè non occorre molto tempo e si rischia di bruciarle. Mantenere l’olio sempre a temperatura costante senza abbassare o alzare la fiamma di volta in volta. Quando saranno belle dorate, tirarle su con una schiumarola e adagiarle su un vassoio foderato di carta assorbente o da pane perchè scolino l’unto in eccesso, quindi trasferirle su un vassoio da portata spruzzandole prima, generosamente, di alchermes, quindi spolverizzandole di zucchero a velo. Noi di solito riempiamo tante piccole vaschette di alluminio da distribuire in giro, per la gioia di grandi e piccini...

martedì 24 gennaio 2012

Io più di te! Cronache dal lazzaretto e storie di belle amicizie – Le castagnole morbide di Tiziana


Si dà il caso che, in questo periodo,  si verifichi appena qualche lieve variazione sull’ordine cronologico proprio preciso tra quando si cucina e quando si pubblica.
Del tipo che certamente non mi sono messa a friggere le castagnole qui presenti con tutte le mie belle pustolette sulla via (lentiiiiiiiiiiiissima e faticosa) della crostificazione.
 Già non friggo normalmente, e le castagnole costituiscono giusto quell’eccezione annua irrinunciabile per tradizione, figuriamoci in preda ai fumi della varicella…
Per quanto, pensandoci bene, non sarebbe stato nemmeno tanto strano in fondo.
L’annebbiamento da virus (o ancora di più la noia esagerata seguita ai primi giorni di baldanza) avrebbe potuto spingermi all’azzardo.
Invece no, le castagnole in questione le ho fatte l’anno scorso, come ogni anno del resto (e la verità è che adesso avrei una gran voglia di mangiarmene un vassoio intero!).
Però ieri ho preparato la crostata al limone.
Quella di cui ho pubblicato la ricetta venerdì…
Ecco, a parte queste discrepanze temporali il fatto è che non mi sembra vero di poter disporre di tutto questo tempo da dedicare al blog.
E allora non potermi parallelamente buttare anima e corpo sull’allestimento di piattini impegnativi e laboriosi né di set fotografici con cui immortalarli (ma questi ultimi nemmeno in perfette condizioni di salute, come si può facilmente evincere dalle foto..), mi fa sembrare il tutto pienamente rispondente al detto “chi ha il pane non ha i denti”!
Allora vado di archivio e di ricette fatte e fotografate quando il blog ancora non c’era.
E quindi pubblicate altrove.
Perché poi tra un impiccio e l’altro saremmo silenziosamente scivolati nel periodo di carnevale, che a me piace proprio tanto!
Se non provassi una punta di ribrezzo ogni volta che passo davanti a uno specchio, direi che sono anche bella che mascherata e quindi perfettamente in tema con il periodo.
 Certo potrei affinare il tutto con una calza a righe e un’altra tinta unita, degli scarponi informi, una scamiciata a trapezio e delle trecce tenute su da ferri per lana.
Più una scimmietta, un cavallo bianco e un topo come amici.
(immagine presa dal web)
Nell’isolamento in cui mi hanno confinato parenti e amici, poter contare su un cavallo bianco per fare un giretto del quartiere o su una scimmietta simpatica per lasciarmi andare a confidenze e vuoti chiacchiericci non sarebbe male.
Potrei fare  a meno del topo, ecco.
Ma la soddisfazione più grande, dopo che mi sono beccata sfottò e rimproveri malcelati che spaziano dall’innocua domanda “ma dove te la sei presa?”  all’irriverente “anvedi  te: aa varicella a 40 anni!” (seguito da risata sganasciata), passando per le facce schifate di mio fratello che dall’alto del suo contegno si limita all’unico, serafico commento :”molto bella!” (che però nel suo personalissimo linguaggio di orso significa “ti voglio molto bene, guarisci presto, non ti preoccupare delle pustole: spariranno tutte!, etc etc”)…è stata vedere il consorte, fisicaccio da uomo di mondo, militare valoroso, lottatore indomito, quello che io-non-mi-ammalo-mai-l’influenza-la- faccio- scappare- a- gambe- levate….rincasare stordito da uno dei più poderosi raffreddori mai beccati in tutta la sua vita!
E tra starnuti incessanti, naso indecentemente rubizzo e colante, testa in subbuglio e occhi lacrimosi, stramazzare sul divano anelando coccole e comprensione in questo suo momento difficile.
Perché un conto è avere la varicella, ma il raffreddore, signori! Il raffreddore è davvero tutta un’altra storia!!
E così gli appestati siamo due e ieri sera, tra un’aspirina e un antistaminico, ci scambiavamo amorevolmente il termometro………

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Per le castagnole mia madre ed io usiamo una ricetta stracollaudata ormai da molti anni (di cui darò conto prossimamente). Vengono fuori delle palline croccanti, non troppi dolci e abbondantemente spruzzate di rum alchermes perché così ci piacciono. I fritti sono al bando per il resto dell’anno, ma nel periodo di Carnevale si fa eccezione e in una giornata se ne friggono talmente tante da riempire vassoi interi da distribuire poi tra i vari bimbetti che conosciamo. Questa è invece la ricetta (dettata e spiegata telefonicamente!) di un’amica di mamma che vive nelle Marche (ma che nel deserto dell'Arabia saudita viveva al piano sopra al nostro), diventata da poco nonna per la seconda volta e per la quale mia madre ha confezionato questa copertina da poter regalare alla nuova nata

Insomma, tra scambi di ricette e lavori all’uncinetto, anche le amicizie a distanza resistono meravigliosamente nel tempo!

Ingredienti
450 gr circa di farina
4 uova
4 cucchiai rasi di zucchero + altro zucchero con cui cospargerle alla fine
1 confezione di panna da cucina
1 bicchierino di Mistrà
1 bustina di lievito
olio per friggere
alchermes o rum
 
Procedimento
In una terrina sbattere le uova con lo zucchero, aggiungere il mistrà e la panna mescolando bene, quindi, poco a poco, unire la farina continuando a mescolare. Il composto deve risultare molto morbido. Aggiungere la bustina di lievito all’impasto (sciogliendone gli eventuali grumi fra le dita), amalgamando bene. Disporre della farina su un piatto e predisporre un vassoio ricoperto di carta da forno. Con l’aiuto di un cucchiaio prelevare delle piccole (perchè tenderà a gonfiarsi) quantità di impasto e rotolarlo velocemente nella farina cercando di dargli una forma arrotondata, quindi sistemarlo sul vassoio. Nel frattempo scaldare l’olio in un tegame dai bordi alti e quando sarà caldo (ma non bollente!) tuffarci le castagnole rigirandole delicatamente con un cucchiaio di legno e prestando attenzione che non brucino (se il fuoco è troppo alto). Quando saranno dorate per bene prelevarle con una schiumarola, metterle ad asciugare su carta assorbente, quindi passarle in un piatto in cui avrete versato alchermes o rum e subito dopo nello zucchero.


Con questa ricetta partecipo al contest dei Blog Le ricette di Tina e Profumi sapori e fantasia


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