"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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giovedì 28 maggio 2015

#Sensomieiviaggi - La pioggia dei miei viaggi


Isola di Moorea
Curioso e simpatico il tema fantozziano scelto da Federica questo mese per la rubrica di Monica.
Di acqua in viaggio ne abbiamo presa tanta, anche (forse soprattutto) nei posti più inaspettati.
Brevi scrosci o acquazzoni che sembrava non dovessero finire mai.
Pioggerellina fine o diluvi così intensi che pareva tirassero secchiate direttamente dal cielo.
Ma quella più eclatante e che ci ha fatto mettere definitivamente l’anima in pace sulle destinazioni paradisiache è stata la pioggia della Polinesia.
Agosto pieno, verso la fine del viaggio di nozze.
Una doverosa premessa va fatta: venivamo da 15 giorni di libertà assoluta e spazi infiniti fra i deserti e i parchi americani.
Solo noi due e una fida Pathfinder a scorrazzare in giro.
Trovarsi confinati in un’isoletta del perimetro totale di 150 km, seppur meravigliosa, deve averci in qualche modo destabilizzato.
Ma non era solo quello. L’esclusivo resort che giusto la lista di nozze in agenzia ci aveva fatto scegliere mesi prima in un attimo cruciale di follia pura, una triste trappola per turisti – e per coppie in viaggio di nozze in particolare- fatta di scenari da cartolina costruiti ad hoc (comprese le collane di tiarè all’arrivo e di conchiglie alla partenza, spacciate per omaggi, e che figuravano invece chiaramente nei conteggi finali alla modica cifra di 50 dollari a persona!!).
Perfino le danze polinesiane della sera a cena apparivano forzate e artefatte.
Lo stato d’animo quindi già non era dei migliori.
Potevamo continuare a girare per gli Stati Uniti anziché “rinchiuderci” qua? era la domanda che andava per la maggiore.
Ma poi ci riscuotevamo: una volta nella vita, forse, capita di poter stare in un posto del genere, sarebbe perlomeno da ingrati non goderne.
Così abbiamo fatto un po’ di tutto (oltre a declinare i ripetuti inviti a partecipare alle televendite di perle nere di Moorea): festeggiato il mio compleanno inventandoci una torta non commestibile ma tanto carina di fiori e foglie, giocato a beach volley (disperatamente in due) con una noce di cocco vuota, camminato fino a sfinirci, ispezionato ogni anfratto dell’isola, partecipato a un tour in barca, assistito a un triste spettacolo di delfini in un altro villaggio, fatto amicizia con tutte le famiglie di pesce ago che transitavano sotto le palafitte, catalogato ogni specie di bellissimi fiori che trovavamo in giro in una sorta di erbario improvvisato…perfino affittato una macchina il giorno di ferragosto (al limite della disperazione) per essere proprio sicuri di non aver dimenticato di vedere niente e poter raggiungere anche la cima della montagna al centro dell’isola godendone il panorama.
Bagni pochissimi.
Il che è quantomeno assurdo per un mare di quel genere.
Ecco, il mare.
E il clima di quel posto.
Abbiamo scoperto presto lo strano rapporto che li lega e ne regola l’andamento
Sole= vento (e acqua gelida)
Nuvole = pioggia incessante.
Le due circostanze in una perfetta e continua alternanza lungo tutte le ore del giorno e della notte.
Alle due piove, alle due e mezza esce di nuovo il sole per poi riandarsene alle 3 e così via.
E menomale che nella stagione invernale in cui ci troviamo il clima sarebbe più fresco (ok) e asciutto ( ma dove?!)!!!
E d’estate (che a queste latitudini va da novembre ad aprile) allora che fa?!
la Polinesia non è quella cartolina da sogno che si vede nei cataloghi. La Polinesia è così: sole e pioggia, sole e pioggia. E poi tanto vento. Se osservate attentamente le foto nei cataloghi non vedrete mai un cielo limpido e sgombro di nuvole…” ci spiega un francese trasferitosi lì da una ventina d’anni che armeggia con la chiusura di un braccialetto per la sua bancarella.
Scopriamo così l’altra faccia del paradiso e ci diciamo che sì, è stato bello venirci, averla vista almeno una vola nella vita, ma in fondo sarebbe stato molto meglio continuare a girare per deserti e parchi.
Almeno per come siamo fatti noi.
La pioggia tuttavia e  il cielo perennemente imbronciato (e l’insonnia dai vari fusi orari) ci hanno permesso di assistere al sorgere di albe davvero meravigliose.









Budapest
A dicembre, in una città nord europea non si può certo sperare di trovare il sole.
Non per due-tre ore di fila perlomeno.
Ma certo non si pensa neanche di imbattersi in una giornata intera di pioggia incessante.
 Né poca né troppa, solo una lentissima e inesorabile gnagnarella di quelle capaci di infradiciarti peggio di un acquazzone.
Che comunque non ci ha fermato e le nostre otto ore di marcia sotto l’acqua che scioglieva gli alti cumuli di neve ai lati delle strade (aumentando i metri cubi d’acqua dentro le nostre scarpe), ce le siamo fatte lo stesso.
Ancora più suggestiva forse, se non fosse stato per le scarpe ( e i calzini e i jeans e perfino il k-way) zuppi e le scarse possibilità di poter scattare foto.
Impossibile resistere tuttavia davanti all’immagine di quell’immenso fiume che sembra mare, a  costo di mettere a rischio la fotocamera…


San Francisco
Magnifica, indimenticabile, anche per quel suo clima piuttosto freddino in agosto, ma scaldato, almeno di giorno, da un bel sole.
Tranne naturalmente durante le uniche due ore, di tutti e 4 i giorni di permanenza, in cui abbiamo deciso di affittare le bici.
Anche qui una strana equazione: prese le bici= scrosci d’acqua ininterrotti /riconsegnate le bici= fine della perturbazione.
Sole come niente fosse stato.
Ma il progetto di arrivare fino a Sausalito, al di là del ponte, è ormai andato insieme alle nuvole…


Le tre foto partecipano alla rubrica Il Senso dei miei viaggi ospitata questo mese dal blog
Una ciliegia tira l’altra



martedì 4 dicembre 2012

I libri dei miei viaggi

Stavo per rinunciare, gettando la spugna nell’impossibilità di selezionare solo tre libri fra tutta la mole di quelli che leggo, che ho letto, che  vorrei leggere e soprattutto che, per qualche ragione (anche non sempre di associazione così immediata) mi ricordano un viaggio.
Prima di partire per un viaggio leggo guide certo, libri dedicati ovviamente, opere di autori locali ma poi ci sono altre pagine che, girovagando sul posto, spuntano fuori in modo del tutto inaspettato. Barlumi di citazioni, letture vecchie che tornano alla mente e che solo in apparenza c’entrano poco e niente.
Quindi ho pensato al viaggio stesso, al suo valore di metafora del cammino esistenziale, a quello che da sempre per me, vagabonda apolide per un certo numero di anni (e ancora non del tutto rassegnata alla stabilità), significa.
E quindi ho scelto tre (quattro: la prima "fuori concorso") foto, tre libri, tre viaggi, per il consueto appuntamento della rubrica di Monica (Viaggi e Baci).

1)      Danubio, di Claudio Magris. Quel lungo fiume che attraversa tanti paesi, entra impetuoso in alcune città, caratterizzandone prepotentemente la fisionomia, lambisce i confini di altre regioni ancora e, prima di andare a schiantarsi in mare, porta con sé racconti e storie, culture e civiltà, diventando però, di tutte, il comune denominatore e unificandole sotto quella Mitteleuropea in cui (forse) riconoscersi. Lo collego al viaggio a Vienna, certo, ma prima ancora a quello a Budapest, per quel fiume così smisurato che in alcuni punti sembra mare, con isole al suo interno, e che divide, quasi sfacciatamente, la città in due parti ben distinte, con ponti lunghissimi, interminabili da attraversare, contesti nuovi e completamente diversi in cui trovarsi una volta varcati.

2)      E venne chiamata due cuori, di  Marlo Morgan. Non per lo studio degli aborigeni né dell’Australia in generale ma come viatico per una passeggiata in tutti i deserti del mondo, quelli geografici e quelli interiori. Il più bello: le dune alle porte del Sahara, viaggio in Tunisia.
3)      Tutti o quasi i libri di Herman Hesse: da quel Peter Camenzind che, adolescente lascia la terra natia e parte per andare ad esplorare il mondo, alla sofferta formazione spirituale di Demian; da Siddharta, scritto dopo un viaggio in India, al ruvido e aspro Il lupo della steppaLibri in cui il viaggio è innanzitutto dentro sé stessi, nel tentativo di tracciare la strada più faticosa, quella che conduce alle zone più impervie e oscure dell’anima. I viaggi fra le meraviglie e le asprezze della natura, quelli che aprono spazi di riflessione inaspettati, dove con lo sguardo abbracci un orizzonte infinito (anche in compagnia di un piccolo animaletto) e con il pensiero osi affacciarti  appena, in punta di piedi, sulla soglia della tua anima, scavando piccoli solchi che poi da soli si moltiplicano. La costa ovest degli Stati Uniti sortisce questo effetto molto spesso, dai tanti chilometri percorsi in completa solitudine sulle sue strade interminabili, e che diventa facilmente ricerca e immagine di quel pellegrinaggio che è la vita stessa, ai panorami sempre diversi che regala.Come lo scorrere impetuoso dell’acqua e l’erosione che questa provoca: sulla roccia come nei pensieri. 


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