"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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venerdì 1 febbraio 2013

Friggi che ti passa! - Montagne di castagnole…



Abbiamo lasciato passare ben due anni dall’ultima volta.
Che non è operazione da compiersi con tanta leggerezza d’animo.
Ci vogliono consapevolezza profonda e adeguata preparazione, fisica e mentale.
La giusta disposizione d’animo che parte dalle due settimane precedenti e si esplica innanzitutto eleggendo la giornata dedicata.
E poi avendo cura di sgomberarla da ogni altro eventuale impegno.
Perché la faccenda assorbe tutte per intero le proprie energie.
Almeno per come la intendiamo noi, mamma ed io.
Che a casa nostra non si frigge mai, ma quando ci si mette lo si fa prima di tutto rigorosamente insieme e poi per una mattinata intera e in quantitativi da caserma.
Inebriate dai fumi della frittura, stordite dai vapori dell’alchermes e della Strega (o della grappa o del rum) nell’impasto, impregnate fino al midollo di quell’inconfondibile odore di cucina che si appiccica su pelle, capelli, vestiti, mattonelle e suppellettili.
In una sorta di ritiro spirituale dove non c’è più spazio per niente e nessuno.
Gli uomini men che meno.
Cosicché: l’amato bene è al lavoro, l’adorato fratello pure  e il povero papà viene spedito in giro con una interminabile lista di commissioni alla mano (alcune anche volutamente impossibili da sbrigare…) che lo tenga fuori per buona parte della mattinata e anche oltre.
Sennò chi li sentirebbe, loro? (c’è puzza di fritto, senti che robbba, non se ne può più, ma quante ne dovete fa’?.... salvo poi essere i primi, insaziabili divoratori di questi dolcetti).
Ma fare le castagnole ha un che di terapeutico e di studiatatissima efficacia.
Non ci si mette lì “per farne un po’” (non varrebbe la pena, penseremmo).
E poco importa che in famiglia, ognuno per motivi suoi, non le mangia quasi nessuno
( mia madre è diabetica e al massimo ne assaggia un paio mentre frigge. Mio padre segue un regime alimentare tutto suo e nemmeno le assaggia perché “una non mi basterebbe, allora preferisco niente!”; l’amato bene non le ama particolarmente, io mi sforzo di tenermene alla larga e regolarmi con gli assaggi…in pratica l’unico che ci si butta a capofitto chiedendone vassoi interi da condividere pure al lavoro è l’adorato fratello).
Il bello e lo scopo principe di tutta la questione è unicamente: distribuirle in giro!
A chi le apprezza e le ama, ce le chiede di anno in anno e le aspetta con ansia.
Perlopiù bambini, ma anche grandi.
E allora sono spianate di vassoi, rotoli di carta argentata per coprirle, viaggi a destra e a manca per consegnarle (anche fino a Roma!).
E soddisfazione purissima per il solo atto di farle.
Attenendosi a regole molto precise e reiterando gesti tramandati negli anni!
Innanzitutto il luogo deputato: che deve essere ampio, spazioso, arieggiato.
E difatti non si frigge a casa mia, ma da mamma.
Che dispone di una cucina vera e di tante finestre da poter spalancare.
Poi l’abbigliamento: comodo, pratico, da mettere a lavare subito dopo, a meno di non voler assumere le sembianze di un cartoccio di patatine.
I rituali di preparazione
e un rigido protocollo da seguire:
impastare energicamente
formare salsicciotti da cui ritagliare gnocchetti,
ARROTOLARLI UNO PER UNO che chè sei matta a fare castagnole una diversa dall’altra e soprattutto informi?!
Tutte uguali e perfettamente rotondeggianti devono essere! (ma per questa ossessione declino ogni responsabilità: fosse per me le butterei in padella così come vengono..);
e nell’attesa di ultimare gnocchetti e salsicciotti, coprire amorevolmente l’impasto perché non prenda aria...
Quindi portare l’olio a temperatura e avere cura che quella rimanga costante.
Buttarci dentro poche castagnole alla volta per non abbassare la temperatura dell’olio,
rigirandole costantemente e con amore perché cuociano in modo uniforme e non si brucino (pure se l’amore generosamente profuso, alla diciottesima calata di dolcetti da friggere potrebbe cominciare a trasformarsi in qualcosa di molto simile al suo contrario…);
tirarle su con la schiumarola dopo pochi minuti e metterle premurosamente a scolare l’olio in eccesso su carta assorbente;
disporle nel vassoio predisposto per essere innaffiate di alchermes, quindi in quello deputato a ricoprirle di zucchero 
e solo allora, collocarle nelle apposite, innumerevoli tegliette da asporto pronte da consegnare…..
Nulla è lasciato al caso,
ogni gesto è profondamente studiato.
E vista l’altissima concentrazione che richiede, la manualità che esige, l’attrazione che esercita dall’impasto crudo al dolcetto appena fritto, la forza di volontà che impone per non cedere ai suoi richiami….state pur certe che più di un pensiero, per quella mattinata lì, vi sarà scivolato via dalla testa che manco ve ne sarete accorte.
Va da sé che il rituale impone pure, perlomeno, di assaggiare le castagnole in ognuna delle fasi di lavorazione, con l’unica controindicazione che appena scolate e senza manco essere passate per la fase dell'alchermes e quella dello zucchero….creano dipendenza: non ci sono santi!

Per la nostra ricetta supercollaudata vi rimando QUI 

Per la versione di Tiziana QUI

Per qualcosa di più light e meno impegnativo QUI

E buona meditazione!

martedì 21 febbraio 2012

Segreti di famiglia – Le castagnole di Mamma


Quest’anno il carnevale è durato proprio poco.
Poco più di un mese in tutto: dal 16 gennaio al 22 febbraio.
E la cosa più triste è che in giro ho visto davvero pochissime mascherine.
Nemmeno i bambini si travestono più!
Se si escludono un teletubbies, un inconsapevole tigrotto sul passeggino e due damigellone di una certa età, direi che non ho visto altri travestimenti, e per una come me, che questa festa la ama moltissimo, è davvero un gran peccato.
Ogni anno il carnevale mi sembra meno sentito, surclassato com’è dal ben più partecipato cugino americano che, detto e fatto, si risolve in un unico giorno.
Halloween, con i suoi mostriciattoli, fantasmi e vampirelli  ha finito per spodestare damine, zorri ed eroi postmoderni, da Ben 10 ai Gormiti, per non parlare delle ormai preistoriche Pulcinella, Arlecchino e Colombina.
Però che nostalgia quei bei costumi comprati, cuciti appositamente, presi in prestito da amichette e aggiustati perché magari troppo lunghi o troppo corti oppure passati di mano in mano, per anni, tra fratelli, cugini e lontani parenti!
Il mio primissimo costume di carnevale è stato da Camelia. Avevo 3 anni e non sapevo bene cosa significasse, siccome però mi piacevano i vestiti da damina e da principessa, sono stata a lungo convinta di averne uno del genere, sebbene tutto speciale.
Ignorando che la Camelia fosse il nome di un fiore,
(immagine presa dal web)
me ne andavo in giro entusiasta di quella tutina verde-celeste con una corolla di petali bianchi e fluttuanti in vita e una cuffia in testa del medesimo colore, ornata di un piccolo fiore sulle ventitrè.
C’era poco da fare: mi vedevo come una damina. Un po’ stravagante e alternativa magari, ma pur sempre di altissimo lignaggio, e non c’era spiegazione botanica che potesse convincermi del contrario.
Siccome poi il tutto era arricchito dall’ombretto celeste di mia madre (che negli anni 70 andava tanto ed era bellissimo!)
(immagine presa dla web)
il mio sogno era assolutamente completo e altamente appagante.
Poi è stata la volta della presa di coscienza e, finalmente, del vero abito da damigella: bianco, col cerchio per tenerlo largo, un grosso cappello sufficientemente ingombrante ed enormi rose rosa applicate variamente qua e là.  Più l’ombrellino parasole e la borsetta da legare al polso dopo averla riempita di coriandoli.
C’era però un grande problema: l’abito non era mio personale, ma avevo ricevuto la grazia di averlo in prestito per un paio di uscite pomeridiane lungo il quartiere dalla mia amichetta Claudia, che aveva la fortuna di possedere un abito da damigella vera, ordinaria e senza stranezze, e quindi, per tutte queste ragioni, dannatamente affascinante.
Infine, appena un attimo prima di traghettare nella complessa età dell’adolescenza (dove, negli anni, si sono susseguiti travestimenti più audaci da Cow girl, Antica romana, Ballerina brasiliana, passando attraverso una fantasiosa, e ancora non del tutto chiarita, Aliena, con l’ausilio del costume di scena del saggio di danza di una conoscente…), è stata la volta del costume da Zingara, che però, essendo pure quello ampio e abbondante e completo di cerchio, sempre da damina mi pareva (sì, forse un tantino fissata lo ero, ne convengo).
Non fosse stato per un fazzolettone rosso da annodare dietro alla nuca con monetine tintinnanti che scendevano sulla fronte, per me poteva essere tranquillamente spacciato per un vestito da gran duchessa della contea di Vattelapesca.
Ma mia madre sosteneva che dovessi mettere per forza sto fazzolettone visto che il vestito lo aveva(mo) scelto e comprato così composto e non era logico snaturarlo trasformandolo in qualcos’altro.
Il vero scandalo tuttavia è avvenuto in seconda elementare, quando nella vita della nostra famiglia ha fatto il suo ingresso un non meglio specificato costume da “Olandesina”, unico cimelio che offriva la scarsissima scelta di una delle tante Kaufhalle della DDR (Germania dell’Est), oltre a quello da cameriera, composto di tunichetta nera come la notte, crestina e grembiulino bianchi che era toccato in sorte alla ben più sfortunata amica del cuore, Nadia.
Confrontando i due costumi, infatti ricordo che avevo tirato un sospiro di sollievo considerando che tutto sommato a me non era andata così male….
L’olandesina, se non altro, vestiva con tessuti colorati!
Ma il vestito in questione suscitava una tale ilarità, aprendo le porte a interpretazioni delle più fantasiose che una sera, per gioco, è passato perfino, nel segreto delle mura domestiche e per un’oretta al massimo, al mio piccolo fratellino di nemmeno 3 anni che si reggeva a stento sulle gambe.
Foto tenute chiuse in un archivio segretissimo testimoniano la scelleratezza dei miei genitori che per farsi quattro risate non avevano esitato a mascherare l’ignaro puttino (allora tracagnotto e cicciotello) da olandesina per l’appunto con tanto di cappellino a triangolo e lunghi festoni colorati che scendevano ai lati delle tempie e giù fino ai piedi.
E lui, felice e sorridente, in posa davanti all’obiettivo pensando di avere avuto in dotazione chissà quale magnifico abito, privilegio unico riservato dalla fortunata detentrice della primogenitura!
Adesso che è grande-alto-smilzo-e-(davvero)molto bello, che si dedica al confezionamento di autentici capolavori mentre al contempo si dibatte pigramente fra stuoli di pollastrelle adoranti, mi odierà per la rivelazione di questo episodio scottante del suo passato, ma del resto, anche se per una sola giornata ancora, siamo a Carnevale, dove ogni scherzo, anche piccolo, è lecito.
E allora….

Buon martedì grasso!

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Di questi simpatici e buonissimi dolcetti di carnevale, con mia madre ho provato diverse ricette e alla fine di tanti esperimenti, da qualche anno, questa è quella che ci soddisfa di più. Di solito ne prepariamo in quantità industriale per poi distribuirle ai bimbi che conosciamo. Consigliato prepararle in due, perchè di tempo ce ne vuole abbastanza tra impastare, arrotolare, tagliare e formare le palline da tuffare poi nell’olio caldo, ritirarle su, lasciar scolare l’unto in eccesso e cospargerle di liquore alchermes e zucchero a velo. Di solito facciamo due versioni: con l’alchermes appunto, per i grandi e senza per i bambini, ma questi ultimi sono irresistibilmente attratti dal bel colore rosso vivo del liquore e dal sapore dolce e profumato che questo conferisce alle castagnole, così alla fine le prepariamo nell’unica versione completa di tutto....
A differenza di quelle di Tiziana, queste risultano croccantine fuori e morbide dentro.


Ingredienti
Con le dosi di seguito indicate se ne ottengono circa 3 grandi vassoi colmi
1,6 kg di farina
400 gr di zucchero
300 gr di burro tagliato a pezzetti e lasciato ammorbidire (essendo inverno, anche tirandolo fuori dal frigo molto prima fatica ad ammorbidirsi. Per velocizzare le operazioni di solito metto un foglio di carta stagnola su un pentolino e in un paio di minuti su fuoco molto basso si ammorbidisce alla perfezione!)
¾ di bicchiere di limoncello o grappa o sambuca o altro liquore (anche al mandarino per esempio)
8 uova intere
2 bustina di lievito in polvere
2 pizzichi di sale
abbondante olio per friggere
zucchero a velo
liquore alchermes

Procedimento
Disporre la farina a fontana sul tavolo e unire il sale e le due bustine di lievito mescolando bene per amalgamare. Ricavare una cavità nel centro e disporvi il burro. In una terrina sbattere le uova con lo zucchero aiutandosi con una frusta elettrica e quando sono spumosi aggiungervi il liquore scelto. Unire anche questo composto alla farina e lavorare il tutto con le mani fino a ottenere un impasto morbido ma consistente (farsi cospargere le mani di farina “dall’aiutante” nel caso in cui all’inizio risultasse troppo appiccicoso!). Dare forma a un panetto tipo filoncino e coprirlo con un panno (perchè nel tempo che occorre per le successive operazioni stando all’aria si asciugherebbe troppo). Da questo tagliare delle fette di un paio di centimetri e allungarle, arrotolandole sul tavolo come si fa per gli gnocchi. Tagliare quindi dei tocchetti non troppo grandi e arrotolarli fra le mani per formare delle palline grandi più o meno come una noce. Disporre della farina sul tavolo e allinearle lì sopra in attesa di friggerle (se possibile allungare il tavolo perchè lo spazio non basterà mai!). Nel frattempo scaldare abbondante olio in un tegame dai bordi alti (riempito per metà) e quando buttandoci dentro una mollichina di impasto quello comincerà a sfrigolare, iniziare a friggere le castagnole poche per volta, rigirandole con un cucchiaio di legno. Essenziale metterne poche alla volta perchè l’umidità dell’impasto formerà un po’ di schiuma. Occhio alla cottura perchè non occorre molto tempo e si rischia di bruciarle. Mantenere l’olio sempre a temperatura costante senza abbassare o alzare la fiamma di volta in volta. Quando saranno belle dorate, tirarle su con una schiumarola e adagiarle su un vassoio foderato di carta assorbente o da pane perchè scolino l’unto in eccesso, quindi trasferirle su un vassoio da portata spruzzandole prima, generosamente, di alchermes, quindi spolverizzandole di zucchero a velo. Noi di solito riempiamo tante piccole vaschette di alluminio da distribuire in giro, per la gioia di grandi e piccini...

venerdì 10 febbraio 2012

Superstiziosa, io?! – Frappe al forno e mascherine


Lo confesso: ho barato.
In modo nemmeno tanto furbo e infatti la resa dei conti è arrivata puntuale.
Parlavo qua, piuttosto genericamente a ben guardare, di 3 cose che si erano verificate nel periodo di acquisto della nuova macchina, tra scelta, passaggio di proprietà e ritiro.
La varicella è stata fin troppo reale e quindi rientra senza dubbio nel primo accidente occorso.
E fin qui ci siamo.
La neve a Roma (che ha procrastinato di due giorni il ritiro della macchinetta nuova) è (ancora) sotto gli occhi di tutti e dunque pure questo evento è inequivocabile.
Ma è  sul secondo punto di quella famosa lista (appositamente e arbitrariamente collocato nel mezzo) che mi tenevo estremamente sul vago buttandomi su generiche “peripezie varie” che sarebbero occorse nei giorni seguenti all’acquisto….
E la ragione è che, fedele al detto per il quale “Non c’è 2 senza 3” pensavo di potermela cavare aggirando l’ostacolo così, in maniera piuttosto ingenua e raffazzonata, ritenendo che alla fine non fosse nemmeno tanto spinta come cosa. Del resto, di questioni spinose o irritabili ne accadono un po’ tutti i giorni: vuoi che non ne sia accaduta almeno una degna di essere ascritta alla lista e risolvermi così il problema del 3 mancante??
Insomma: dal momento che sì- vabbè -non -sono -superstiziosa –però- sotto- una- scala- aperta- non- ci-passo (e un occhio all’oroscopo lo butto tutte le mattine), ammetto, cercavo quel terzo elemento di disturbo per scongiurare altri malanni!
Ma, come accennavo all’inizio, la cosa non ha funzionato proprio alla perfezione.
Ore 8 di martedì mattina (la macchina nuova è con noi da circa 18 ore).
Cammino a passo sostenuto verso la stazione (perché pur prendendo lo stesso treno da anni  e anni esco puntualmente di casa troppo tardi) e lo faccio, come al mio solito, con la mente impegnata a vagolare tra mille e uno pensieri, che si rincorrono, si azzuffano, si lasciano, bisticciano, si riprendono e fanno pace alleandosi per generarne altri e altri ancora in un fluire infinito.
Ed è così che metto il piede sull’unica pozzanghera ghiacciata di tutto il circondario…(si perché per onestà – e perché si possa prendermi per i fondelli proprio fino in fondo- devo specificare che qua di neve non c’è stata nemmeno l’ombra di un fiocchetto!).
E non è che il ghiaccio in quel punto fosse proprio una stramberia, trattandosi dello spazio antistante una fontanella….
Con tanto spazio, dove mi dice di passare quella minuscola parte di cervello libera dai pensieri di cui sopra? Vicino vicino alla fontanella naturalmente!
E così vado lunga: mi spiaccico al suolo atterrando sul ginocchio destro opportunamente sguainato in difesa (non sia mai che uno butti avanti le mani…dovessi rovinarmi i guanti nuovi della bancarella!!!).
Ma in verità faccio prima a rialzarmi, che in questi casi pensi prima alla gente che passa di lì per assistere gratis allo spettacolo, che al dolore che potresti provare.
Essendo molto freddo poi il dolore, a dire il vero, manco lo sento e per il momento che il ginocchio me lo sia frantumato o meno è dettaglio oltre che di poco conto (rispetto alla figura) soprattutto non immediatamente verificabile (per il congelamento in atto).
Salgo sul mio treno, trovo perfino posto a sedere (il Fato sa essere compassionevole a volte!) e il calore del convoglio scioglie parzialmente le stalattiti variamente sparse sul mio corpo.
È solo a quel punto che avverto una leggera fitta di dolore: verifico attraverso i pantaloni le condizioni del derelitto e concludo che tutto sommato non deve essersi proprio sfracellato, ma siccome sto andando giusto giusto all’ospedale per ritirare un referto, male che vado faccio una deviazione al pronto soccorso e mi faccio dare un’occhiata…
Per fortuna non è stato necessario: un’ammaccatura violacea e un po’ cicciotta, doloretti sparsi, ma niente di che.
Cammino senza zoppicare!
……………………………..E pure il 3 è andato!
Stavolta per davvero!!!


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I dolci di carnevale sono fritti per antonomasia, sì lo so.  E infatti delle frappe fritte, piene di bolle e croccantine, mettiamoci subito l’anima in pace, queste non hanno assolutamente niente. Ma offrono, di contro, diversi vantaggi: si fanno in poco tempo, sono più leggere, si prestano a essere trasformate in mascherine e altre figure a piacere.

Per la pigrizia assoluta di quella domenica da trascorre forzatamente tappati in casa causa neve, per fare queste mascherine io non mi sono presa nemmeno la briga di disegnarmi preventivamente una sagoma di carta. Ho ritagliato la pasta così come mi veniva: a casaccio! È per questo motivo che ne sono uscite di tutte le grandezze e nemmeno due uguali!

Lo zucchero può essere aumentato a piacimento, io le preferisco poco dolci dovendoci poi mettere l’alchermes e lo zucchero a velo o il cioccolato.

Ingredienti
350 gr di farina
50 gr di zucchero
2 uova
40 gr di burro morbido
2 cucchiai di olio extravergine d’oliva
3 cucchiai di grappa (o cognac o brandy o vino bianco)
½ cucchiaio di lievito in polvere
1 pizzico di sale
1 bustina di vanillina (o la scorza grattugiata di 1 limone bio)
Inoltre:
200 gr di cioccolato fondente
1 cucchiaio di olio di semi
Mompariglia, codette, zuccherini vari
Alchermes
Zucchero a velo

Procedimento
Setacciare la farina insieme a zucchero, vanillina, sale, lievito e fare la fontana. Romperci dentro le uova sbattendole leggermente, quindi unire il burro a pezzetti, l’olio e la grappa e impastare tutto fino a ottenere un composto liscio e compatto. Avvolgerlo nella pellicola e farlo riposare in frigo per almeno mezzora.
Trascorso questo tempo, prelevare piccole porzioni di pasta per volta stendendole sottili con il matterello su un piano ben infarinato.
Ritagliare le forme a piacere
 o ricavare losanghe con la rotella dentellata.
Disporle sulla placca forno ben oliata e cuocerle a 160° (preriscaldato) per circa 12 minuti.
Seguire con attenzione la cottura perché tendono a bruciarsi molto in fretta.
Una volta sfornate, si possono seguire due strade: bagnarle subito con l’alchermes se si preferiscono morbide. Altrimenti lasciarle raffreddare bene e spruzzarle di liquore solo in un secondo momento, per averle più croccanti.
Completare con lo zucchero a velo.
Nel caso delle mascherine: far fondere a bagnomaria su fiamma bassa il cioccolato insieme a un cucchiaio di olio di semi. Spennellarlo sulla superficie applicando le altre decorazioni prima che si raffreddi.




Con questa ricetta partecipo al Contest dei blog Le ricette di Tina  e  Profumi Sapori e Fantasia

martedì 24 gennaio 2012

Io più di te! Cronache dal lazzaretto e storie di belle amicizie – Le castagnole morbide di Tiziana


Si dà il caso che, in questo periodo,  si verifichi appena qualche lieve variazione sull’ordine cronologico proprio preciso tra quando si cucina e quando si pubblica.
Del tipo che certamente non mi sono messa a friggere le castagnole qui presenti con tutte le mie belle pustolette sulla via (lentiiiiiiiiiiiissima e faticosa) della crostificazione.
 Già non friggo normalmente, e le castagnole costituiscono giusto quell’eccezione annua irrinunciabile per tradizione, figuriamoci in preda ai fumi della varicella…
Per quanto, pensandoci bene, non sarebbe stato nemmeno tanto strano in fondo.
L’annebbiamento da virus (o ancora di più la noia esagerata seguita ai primi giorni di baldanza) avrebbe potuto spingermi all’azzardo.
Invece no, le castagnole in questione le ho fatte l’anno scorso, come ogni anno del resto (e la verità è che adesso avrei una gran voglia di mangiarmene un vassoio intero!).
Però ieri ho preparato la crostata al limone.
Quella di cui ho pubblicato la ricetta venerdì…
Ecco, a parte queste discrepanze temporali il fatto è che non mi sembra vero di poter disporre di tutto questo tempo da dedicare al blog.
E allora non potermi parallelamente buttare anima e corpo sull’allestimento di piattini impegnativi e laboriosi né di set fotografici con cui immortalarli (ma questi ultimi nemmeno in perfette condizioni di salute, come si può facilmente evincere dalle foto..), mi fa sembrare il tutto pienamente rispondente al detto “chi ha il pane non ha i denti”!
Allora vado di archivio e di ricette fatte e fotografate quando il blog ancora non c’era.
E quindi pubblicate altrove.
Perché poi tra un impiccio e l’altro saremmo silenziosamente scivolati nel periodo di carnevale, che a me piace proprio tanto!
Se non provassi una punta di ribrezzo ogni volta che passo davanti a uno specchio, direi che sono anche bella che mascherata e quindi perfettamente in tema con il periodo.
 Certo potrei affinare il tutto con una calza a righe e un’altra tinta unita, degli scarponi informi, una scamiciata a trapezio e delle trecce tenute su da ferri per lana.
Più una scimmietta, un cavallo bianco e un topo come amici.
(immagine presa dal web)
Nell’isolamento in cui mi hanno confinato parenti e amici, poter contare su un cavallo bianco per fare un giretto del quartiere o su una scimmietta simpatica per lasciarmi andare a confidenze e vuoti chiacchiericci non sarebbe male.
Potrei fare  a meno del topo, ecco.
Ma la soddisfazione più grande, dopo che mi sono beccata sfottò e rimproveri malcelati che spaziano dall’innocua domanda “ma dove te la sei presa?”  all’irriverente “anvedi  te: aa varicella a 40 anni!” (seguito da risata sganasciata), passando per le facce schifate di mio fratello che dall’alto del suo contegno si limita all’unico, serafico commento :”molto bella!” (che però nel suo personalissimo linguaggio di orso significa “ti voglio molto bene, guarisci presto, non ti preoccupare delle pustole: spariranno tutte!, etc etc”)…è stata vedere il consorte, fisicaccio da uomo di mondo, militare valoroso, lottatore indomito, quello che io-non-mi-ammalo-mai-l’influenza-la- faccio- scappare- a- gambe- levate….rincasare stordito da uno dei più poderosi raffreddori mai beccati in tutta la sua vita!
E tra starnuti incessanti, naso indecentemente rubizzo e colante, testa in subbuglio e occhi lacrimosi, stramazzare sul divano anelando coccole e comprensione in questo suo momento difficile.
Perché un conto è avere la varicella, ma il raffreddore, signori! Il raffreddore è davvero tutta un’altra storia!!
E così gli appestati siamo due e ieri sera, tra un’aspirina e un antistaminico, ci scambiavamo amorevolmente il termometro………

@@@@@@@@
Per le castagnole mia madre ed io usiamo una ricetta stracollaudata ormai da molti anni (di cui darò conto prossimamente). Vengono fuori delle palline croccanti, non troppi dolci e abbondantemente spruzzate di rum alchermes perché così ci piacciono. I fritti sono al bando per il resto dell’anno, ma nel periodo di Carnevale si fa eccezione e in una giornata se ne friggono talmente tante da riempire vassoi interi da distribuire poi tra i vari bimbetti che conosciamo. Questa è invece la ricetta (dettata e spiegata telefonicamente!) di un’amica di mamma che vive nelle Marche (ma che nel deserto dell'Arabia saudita viveva al piano sopra al nostro), diventata da poco nonna per la seconda volta e per la quale mia madre ha confezionato questa copertina da poter regalare alla nuova nata

Insomma, tra scambi di ricette e lavori all’uncinetto, anche le amicizie a distanza resistono meravigliosamente nel tempo!

Ingredienti
450 gr circa di farina
4 uova
4 cucchiai rasi di zucchero + altro zucchero con cui cospargerle alla fine
1 confezione di panna da cucina
1 bicchierino di Mistrà
1 bustina di lievito
olio per friggere
alchermes o rum
 
Procedimento
In una terrina sbattere le uova con lo zucchero, aggiungere il mistrà e la panna mescolando bene, quindi, poco a poco, unire la farina continuando a mescolare. Il composto deve risultare molto morbido. Aggiungere la bustina di lievito all’impasto (sciogliendone gli eventuali grumi fra le dita), amalgamando bene. Disporre della farina su un piatto e predisporre un vassoio ricoperto di carta da forno. Con l’aiuto di un cucchiaio prelevare delle piccole (perchè tenderà a gonfiarsi) quantità di impasto e rotolarlo velocemente nella farina cercando di dargli una forma arrotondata, quindi sistemarlo sul vassoio. Nel frattempo scaldare l’olio in un tegame dai bordi alti e quando sarà caldo (ma non bollente!) tuffarci le castagnole rigirandole delicatamente con un cucchiaio di legno e prestando attenzione che non brucino (se il fuoco è troppo alto). Quando saranno dorate per bene prelevarle con una schiumarola, metterle ad asciugare su carta assorbente, quindi passarle in un piatto in cui avrete versato alchermes o rum e subito dopo nello zucchero.


Con questa ricetta partecipo al contest dei Blog Le ricette di Tina e Profumi sapori e fantasia


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