"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 27 agosto 2018

La scelta – Farfalle di kamut al salmone e profumi estivi




Quest’anno è andata così.
Al momento di scartare il regalo dell’amato bene, il giorno del mio compleanno, mi sono trovata davanti una scatola piuttosto ingombrante.
So che quello è solo “il pre-regalo”.
L’anteprima.
Il prologo di qualcosa di ben più sostanzioso.
Oppure, alle brutte, un tentativo di depistaggio.
Lo so, ma ogni volta è più che altro una segreta speranza, un intimo desiderio, un timido augurio.
So che per Natale, Pasqua o Compleanno lui non mi ricopre di ori, diamanti e pietre preziose. Men che meno di scarpe, borse o abbigliamento di pregio.
Piuttosto si presenta con prenotazioni di voli aerei, macchine a noleggio, assicurazioni sanitarie e itinerari molto ben dettagliati in qualche parte del mondo.
Qualsiasi. Che tanto sa che andrei ovunque e la meta è davvero l’ultimo dei miei pensieri.
Ma li accompagna spesso a qualcosa di tangibile, che sennò gli pare brutto farmi scartare solo una cartellina con le prenotazioni.
Il pre-regalo, appunto.
Consistente in cose che spaziano dalla cucina, alla scrittura, alla lettura, fino all’originalità assoluta di due confezioni di prezioso thè matcha fatto arrivare apposta dal Giappone.
O di una busta da mezzo chilo di fiori di lavanda essiccati perché “con questo caldo mi pareva inutile regalarti fiori freschi”.
Apro quindi con nemmeno troppa circospezione la mia scatola ingombrante.
E trovo una stupenda…vaporiera!
Eh sì, il mio sogno.
Un po’ meno quello di lui che, pur apprezzando le mie cene salutistiche continua ad aspettare con la bava alla bocca molta bramosia il venerdì sera in cui si cena dai miei e mio padre si produce in menu arzigogolati in cui la portata più light è la parmigiana di melanzane (e che non ha smesso di sfornare timballi di ziti, anelletti alla siciliana e mezze maniche imbottite, nemmeno con i 34 gradi e l’afa di agosto).
Apprezzo moltissimo e gli prometto di usarla al più presto.
Mentre lui risponde che no, va bene anche mai con calma, magari più in là col fresco.
E poi sfodera lei, la tanto attesa cartellina.
La soppeso fibrillante. 
La apro con circospezione, questa sì, che me la voglio spizzare per bene, altro che carte da poker. Altro che vaporiera.
Trovo una serie di sottocartelle dalle voci paradisiache: “VOLI”, “ALLOGGI” “AUTO A NOLEGGIO”.
Non vedo l’ora di scoprire la destinazione, il giro, le date!
E poi trovo una lettera. Molto bella. Che mi commuove, mi lusinga e…mi getta nel panico.
E che recita più o meno così:
Amore mio, quest’anno la destinazione la scegli tu. I voli, il giro, il periodo, il budget…Stupiscimi!
Io.
Quella che viaggia come una valigia.
Prende, parte e (a momenti) nemmeno sa dove sta andando.
Che è felice così, talmente abituata ormai a farsi prendere per mano e portare, che quasi nemmeno concepisce di dover pianificare in prima persona un itinerario interessante ma soprattutto sensato e ancor di più fattibile.
Che si fa presto a dire “vorrei tanto andare là”. Ma come? Quando? Spuntando quali tariffe aeree? Spostandosi dove?
Dovrei essere contenta.
Ma sento aprire un baratro sotto i piedi.
E mo?
Perché sì, bella, per carità, la libertà di scelta.
Ma mette le vertigini.
Puoi scegliere tutto: posti nuovi, posti in cui siamo già stati, posti vicini, l’Australia, un sogno nel cassetto o una meta mai presa in considerazione fino a ora”.
Lo sento dire mentre mi vedo già rotolare giù per le dune della Namibia, infischiarmene del mal di mare su una barca diretta alle Galapagos o aggrapparmi saldamente ai fili di una mongolfiera mentre sorvolo la Cappadocia.
Puoi anche decidere di tornare in Giappone, se vuoi
Continua lui aggiungendo immagini ai già copiosi fotogrammi della mia immaginazione.
E dopo 4 giorni di arrovellamenti, sudori freddi, lettura spasmodica di racconti di viaggio, consultazione ossessiva di Google immagini, monete lanciate in aria, anghingò vari, decido di optare per un metodo scientifico: giro il mappamondo e punto il dito a caso.
Esce un’area in mezzo all’oceano Pacifico.
Rigiro ed esce la Cina: già fatta.
Allora basta, decido io.
E dopo una mezza giornata di “Ah sì sì, scelgo il Perù”; un’altra mezza di “no ma ‘ndo vado che soffro il mal d’auto e lì gli spostamenti sono perlopiù in pullman notturni?”; un giorno intero in cui mi vedevo sfrecciare a bordo di una feluca sulle acque placide del Mekong e un altro in cui sobbalzavo felice sulle strade dell’Oman, mentre poco prima ero intenta a praticare respirazione yogica in un ashram sul cocuzzolo dell’Himalaya, ho scelto veramente.
Definitivamente.
Stavolta sul serio.
Canada orientale. Città e parchi. Metropoli e natura. Viaggio on the road: 18 giorni/9 tappe/3000 km. 
Al quinto giorno glielo comunico.
Lo vedo impallidire: questa mia mania di prendere sempre proprio tutto alla lettera. 
Al settimo (e due nottate ad arrovellarsi) è tutto pianificato, perfezionato, prenotato con i soliti 9 mesi di anticipo.
E non era proprio semplicissimo.
Ma l'euforia fa miracoli.
Del resto me lo aveva detto lui che avevo piena libertà di scelta.
Naturalmente me la sono presa tutta, non ne ho lasciata nemmeno un briciolo ;-)

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E comunque, pur nel tripudio di viaggi almeno mentali non è che ci siamo dimenticati di mangiare.
La vaporiera non l’ho ancora usata. In compenso ho scodellato questa pasta al salmone che ci è piaciuta tanto. Senza panna, senza grassi oltre a quelli buoni del salmone e di un goccio di olio di oliva.
Più tanti profumi freschi ed estivi.
Da fare velocissimamente, nel tempo che bolle la pasta. E gustare con estrema calma, magari pianificando un viaggio.

Ingredienti (per 2)
200 gr di pasta (io ho usato farfalle di kamut)
100 gr di salmone affumicato
1 scalogno
La scorza grattugiata di un piccolo limone non trattato
Una manciata di bacche di pepe rosa
Qualche fogliolina di menta
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe nero

Procedimento
Mettere a bollire l’acqua per la pasta. Nel frattempo tritare finemente lo scalogno e farlo appassire dolcemente a fuoco molto basso.
Salarlo con moderazione e aggiungere subito dopo le bacche di pepe rosa leggermente pestate, la scorza del limone, la menta e infine il salmone ridotto in piccoli pezzetti.
Mescolare qualche secondo giusto per fare insaporire il tutto, spegnere il fuoco e lasciare coperto.
Lessare la pasta scolandola al dente e ripassarla velocemente nel condimento.
Servire con una spolverata di pepe nero macinato al momento.





giovedì 14 settembre 2017

Dissenso – Farfalle di kamut con melanzane, pomodori secchi e ricotta salata


Un impellente urgenza mi induce a fare il punto sul nuovo anno che sta per iniziare.
Un dovere morale quasi.
Sento cori entusiastici per la fine dell’estate e leggo apologie di questo mese di settembre.
Alcuni cominciano a parlarne addirittura dal 20 agosto!
Più simbolico del 31 dicembre. Più carico del primo gennaio.
Pronostici, buoni propositi, progetti scoppiettanti, energia ritrovata, pronti via!
…Solo io l’energia l’ho lasciata lunga distesa sul bagnasciuga tra resti di conchiglie e schiuma di cavalloni pazzi?
Che agonizzo ancora davanti all’immagine dei costumi e dei pareo ormai riposti e mi sono incatenata alle infradito rifiutandomi di toglierle almeno fino a quando non vedrò spuntare i primi geloni sulle falangi dei piedi?
Che sento scendermi le lacrime pensando che fino all’altro ieri sguazzavo felice nelle acque calde del mare Egeo e adesso, un po' meno felice, sgomito e scalcio per salire sul treno regionale mattina e sera?
Che spero non arrivi mai il momento in cui toglieranno pure l’ora legale e alle quattro e mezza calerà la notte manco fossimo in Lapponia?
Che non ho progetti grandiosi, propositi ammirevoli, traguardi ambiziosi se non quelli di riuscire a spiccicare gli occhi al suono della sveglia la mattina e non farmi prendere dalle convulsioni al pensiero che il 1° ottobre ricomincerà pure la palestra?
Che confido in qualcuno che mi batta un colpetto sulla spalla spronandomi a svegliarmi per svelarmi che è tutto un incubo e in realtà siamo ancora ai primi di agosto?
Perché settembre io non lo digerisco tanto.
Mi sta proprio sulle scatole. Col suo sole pallidino e l'aria fresca.
Coi suoi ricominciamo e andiamo e facciamo e via si riparte e che bello l’autunno, l’inverno e i tè caldi davanti a caminetti scoppiettanti, sotto una calda coperta di lana.
Io il caminetto non lo accendo perché fa fumo, il tè non mi piace, la lana mi fa allergia, l’autunno sono solo foglie da raccogliere e di bello ha giusto l’arancione, le zucche e i cachi.
Ecco, lo dovevo dire.
Tutta invidia per gli amanti di settembre la mia.
Ripartiamo, ma non sono affatto d’accordo.
Che si sappia.

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Ingredienti (per 2)
200 gr di pasta di kamut (o altra a scelta)
1 melanzana viola
5-6 falde di pomodori secchi
2 cucchiai di pinoli
Scorza di 1 piccolo limone non trattato
1 spicchio d’aglio
1 ciuffo di basilico
1 cucchiaio di pinoli
Ricotta salata da grattugiare
Sale
Olio extravergine d’oliva


Procedimento
Tagliare la melanzana a dadini piccoli. In una padella antiaderente scaldare poco olio  insieme allo spicchio d’aglio, unire i cubetti di melanzana e farli rosolare pochi minuti a fuoco moderato mescolando spesso.
Quando saranno morbidi e dorati aggiungere i pomodori tritati grossolanamente e la scorza grattugiata del limone. Lasciare insaporire un paio di minuti, quindi eliminare lo spicchio d’aglio, unire il basilico spezzettato e mettere da parte.
In un padellino antiaderente far tostare per un paio di minuti i pinoli mescolando continuamente.
Nel frattempo cuocere la pasta in abbondante acqua salata, scolarla al dente e saltarla pochi istanti nel condimento, aggiungendo, se necessario, qualche cucchiaio di acqua di cottura.
Fuori dal fuoco cospargere di scaglie di ricotta salata, unire i pinoli e servire subito.




lunedì 6 febbraio 2017

L’accrocco - Cous cous di kamut con cavolo verza e prosciutto


Una cosa buona i lavori l’hanno portata.
Più d’una, voglio sperare, ma le più evidenti sono tutte in corso d’opera ed eventualmente da verificare.
Non si può dire che pure nella cucina da campo, pur nel disagio generale che dura ormai dal lontan(issim)o 28 novembre, roba che pare di aver cominciato una vita fa e nemmeno mi ricordo più com’è lavare i piatti o scolare una scatola di legumi in un lavandino che non sia quello del bagno, non si può dire, dicevo, che ci siamo fatti mancare alcunché.
La pizza al sabato sera l’abbiamo sempre preparata.
Ciambelloni e biscotti non sono mancati.
Carne, pesce, legumi e cereali, verdure cotte e crude si sono come al solito correttamente alternati come i più rigidi protocolli dell’alimentazione comandano.
Pranzi da asporto, panini e schiscette sono sempre stati approntati con cura e l’amato bene non è stato mai costretto a ricorrere a un pezzo di pizza da Roscioli per ovviare alla mancanza della mensa nei giorni in cui non gli spetta (per quanto, magari, se lo sarebbe di gran lunga augurato..).
Perfino Natale abbiamo festeggiato in questo tugurio.
Ma la cosa straordinaria, fra momenti di pura ilarità alternati ad altri di sbrocco assoluto che lèvate, è che l’ingegno, per ogni cosa, dalla più seria alla più sciocca, non ha mai cessato di aguzzarsi.
Perché provare nuove ricette va bene. Tanto dobbiamo mangiare.
Ma poi dove mi piazzo a fotografare i piatti pronti?
(E prima ancora dove lo trovo un piatto?)
Dunque, superata seduta stante ogni perplessità sul servizio di plastica, che tanto giusto quello abbiamo, mancava  però un luogo decoroso, carino, possibilmente ben illuminato dove poter allestire una sottospecie, almeno, di set fotografico.
Ed è così che mentre nel mondo della fotografia food impazzano piatti in penombra, tavolame scorticato, scenari rustici e molto scuri, se non addirittura neri, pieni di conturbante fascino e insolito mistero, ecco che, come al solito paurosamente in ritardo rispetto alle mode e alle tendenze del momento, signore e signori arrivo io!
Che mi decido a confezionare, con uno scettico e brontolante (ma collaborativo) amato bene al seguito, finalmente un accrocco di light box.
Roba che andava di moda anni e anni fa. Superata e tramontata.
Anyway, dicesi light box la seguente cosa qua:


Uno scatolone ritagliato su tre lati e foderato di carta forno da cui far filtrare, senza che risulti invadente, la luce di due faretti montati su altrettanti piedistalli appositamente accroccati.
Che per me sarebbero bastate pure le due abatjour del comodino, ma pareva brutto spegnere sul nascere il fervore e l’estro creativo dell’amato bene che oltre ad aver assemblato le due luminarie le ha dotate di fili abbastanza lunghi da poterli ruotare e spostare come voglio e perfino di un interruttore unico con cui comandarli.
Ebbra di cotanta grazia e supporto tecnologico, da parte mia ho preso quindi a sfornare, in controtendenza massima, foto diafane, evanescenti, contornate di un alone etereo e quasi mistico.
Bianche e pure, che a me (e immagino solo a me) paiono bellissime.
Perché sembrano vivere in un mondo tutto loro.
Distante da tutto il casino che ruota loro intorno.
Lontanissime da tutto il bazar circostanze.
Un microcosmo di candore e pacatezza.
Una scatola dei sogni dove qualche volta vorrei poter entrare pure io, insieme alla fetta di ciambellone o al piatto di pasta.
Mo’ ndo se la mettemo tutta st’attrezzatura quando non la usi?
Ecco, a questo non ho ancora trovato soluzione.
Quando non è in funzione sulla lavatrice.
Sennò sul letto.
Finché non ci andiamo a dormire.

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Per vecchie reminiscenze d’infanzia, quando all’asilo a Berlino ce la propinavano un giorno sì e l’altro pure, a me la verza cotta proprio non piace. Al massimo la uso cruda, in insalata. A distanza di tanti anni però ho voluto darle un’altra chance, anche perché ora le verdure in ogni caso le cuocio poco, lasciandole perlopiù croccanti. L’ho insaporita con il prosciutto crudo. E devo dire che mi ha stupita positivamente. Un nuovo amore è sbocciato.

Ingredienti (per due)
300 gr di cavolo verza al netto degli scarti (circa metà di una piccola pallotta)
160 gr di cous cous di kamut
70 gr di prosciutto crudo
1 spicchio d’aglio
1/4 di bicchiere di vino bianco
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe

Procedimento
Tagliare la verza a metà e poi a striscioline. Raccoglierle tutte in una ciotola capiente, lavarle e scolarle (eliminando il torsolo centrale). Tagliare anche il prosciutto a striscioline. In una padella far imbiondire uno spicchio d’aglio tagliato a metà con poco olio, unire il prosciutto e subito dopo anche la verza. Dopo che avrà sfrigolato un po’ sfumare con il vino, lasciare evaporare, quindi abbassare la fiamma, aggiustare di sale e lasciare stufare per qualche minuto, aggiungendo poca acqua calda se necessario. A me le verdure piacciono piuttosto croccanti, ragione per cui io l’ho lasciata cuocere nemmeno dieci minuti, ma se la preferite più morbida, allungate pure i tempi di cottura secondo i gusti.

Preparare il cous cous secondo le modalità riportate sulla confezione (di solito una dose di cous cous e il doppio in volume di acqua tiepida leggermente salata; es.: un bicchiere di cous cous e due di acqua), lasciarlo gonfiare per qualche minuto, quindi sgranarlo aggiungendo poco olio. Condire con la verza stufata, impiattare e completare con una spolverata di pepe.

giovedì 11 agosto 2016

Spinosi trascorsi – Fusilli integrali di Kamut con peperoni e olive



Il rinvenimento di oggetti personali imbarazzanti prosegue senza sosta.
E niente, quest’estate va così: tra scatoloni, tappeti da arrotolare, scatole da riaprire per poi non averlo voluto mai fare.
Tra le innumerevoli cose riemerse dall’opera di revisione totale cui è sottoposta l’ormai ex casa dei miei, posso vantarmi di poterne annoverare veramente di ogni tipo.
Alcune condivise con mio fratello; altre, che sarebbe preferibile tacere, solo mie.
Dalla roba della primissima infanzia a Roma, prima di diventare expat in erba, alle cose di Berlino, alle cose di Jeddah, fino a quelle del ritorno a Roma e della breve parentesi vissuta nella capitale, in una catasta di ricordi da non sapere dove guardare
(o dove voltarsi per non doverlo fare).
Che poi io mi chiedo il  senso vero della storia di tutta questa roba che fino a un certo punto ha viaggiato svariate volte su e giù per il mondo.
Resistendo per 40 anni a traslochi transcontinentali e stazionamenti in container bloccati alle varie frontiere.
Evidentemente si inaugura un nuovo ciclo di vita, e tutta questa roba ora, in un semplice e lineare trasloco nell’ambito dello stesso piccolo paesello, non ha più senso portarsela dietro.
Si è fatta improvvisamente fardello, impiccio, laccio stretto, laddove prima era punto fermo, radicamento, senso di appartenenza a qualcosa che sembrava sempre sfuggire.
Come per esempio un posto definitivo in cui abitare e riconoscersi.
E quindi ecco, tacitamente complici tutti e quattro in questa opera di alleggerimento generale, stiamo pazientemente passando al vaglio ogni singolo oggetto.
In una tabella di marcia serrata ma anche ben organizzata.
Con ruoli rigidamente definiti.
Chi ha la buttarella facile (tipo mio padre) viene escluso dalla cernita e chiamato a intervenire solo dopo l’accurata selezione per la destinazione finale: secchione/caritas/mercatino dell'usato/nuovo scatolone da traslocare.
Parimenti, chi manifesta sintomi di attaccamento esagerato e a tratti inconcludente (tipo mio fratello) viene interpellato solo per determinate cose e aiutato anche a suon di mortificanti ramanzine a farsi una ragione del destino infausto dell’ennesimo oggetto rinvenuto, suo o di qualsiasi altro membro della famiglia.
Messo a  tacere quando solleva dubbi pericolosi, capaci di far franare una montagna di (pseudo) certezze
Ma che sei matta? Butti via il poster scolorito e scarabocchiato di Luis Miguel??
(che sì, zitto va, fosse per me io lo terrei pure)
Oppure aiutato a decidere, per le sue cose, con apposite sedute di terapie di gruppo.
In questi casi è l’amato bene, con la delicatezza e il pragmatismo che gli sono propri, a essere nominato plebiscitariamente, moderatore della serata.
Lui conosce le parole giuste.
Possiede le chiavi per entrare e fare piazza pulita: di emozioni come di eventuali tentennamenti.
Che ce devi fa’ con la vecchia telecamera Betamax de tu padre che manco funziona più e da sola peserà 4-5 kg?
‘Namo, butta via sta roba. ‘Ndo la metti, che c’hai 3 metri quadri de casa??
Poi c’è mia madre, che istintivamente appoggerebbe l’inclinazione a non buttare via niente e poi me la ritrovo che gira per il paese a smistare buste e cartoni tra il centro caritas, la bancarella dei libri usati (presso la quale ha piazzato orgogliosamente l’intera collezione di gialli di Agatha Christie e Georges Simenon) e tutto il novero delle sue amiche, conoscenti, persone incontrate per caso.
Infine ci sono io, che abituata da sempre a fare la parte della dura, sprono chiunque, me compresa, a disfarsi di più roba possibile, salvo poi andare al secchione della carta con uno scatolone di dispense e tornare (segretamente) a casa (mia) con un blocco di fogli sotto il braccio perché ci ho ripensato.
E siccome la questione si protrae da circa un mese, va da sé che di oggetti ce ne sono veramente un’infinità.
Si va dalle 285(mila) audiocassette di ogni sorta e genere, che una volta pareva di non poter vivere senza, ai faldoni di diapositive viste un’unica volta (forse) e poi mai più.
Dalle videocassette in betamax a quelle in VHS di quando in Arabia la televisione locale, in arabo stretto, magari non attirava più di tanto, internet e cellulari ancora non esistevano e allora si portavano o si facevano portare dall’Italia (oltre a copie anche vecchie di Cioè e di Ragazza In), pacchi di film e spettacoli di varietà e cartoni animati e sitcom registrati da qualche volenteroso che si immolava alla causa.
Abbiamo così ritrovato intere collezioni di puntate di Arnold e dei Jefferson.
Dell’Uomo Tigre come di Carletto o de La Corsa più pazza del mondo, per non parlare di tutte e 5 le serate di Sanremo 1980, '81 e '82.
Che in certi casi nessuno era più patriottico di un italiano all'estero e Sanremo era uno di questi casi precipui.
Cassette che si guardavano e si riguardavano. Più e più volte. In attesa che ne arrivassero di nuove.
E questo spiega il motivo per il quale alcuni film sia mio fratello sia io li conosciamo a memoria.
Ci sono ancora bicchieroni di carta giallorossi e decorazioni varie di quando la Roma vinse lo scudetto e i miei, sempre a Jeddah, diedero una grande festa in cui il menu era fatto di pietanze rigorosamente in nuance con i colori sociali e il dresscode altrettanto.
A questa cosa poi si piegarono, sportivamente, perfino amici di altre squadre, che arrivarono abbigliati di improbabili calzoni gialli abbinati a magliette rosso fuoco, tanto perché all'estero in uno di quei certi casi di cui sopra si è italiani e basta. 
Specie intonando cori da stadio o facendo sventolare il tricolore dentro casa, davanti al condizionatore acceso, perchè all'esterno era proibito....
C’è poi il primissimo poster della mia vita, di quando ero ancora nell’età dell’incoscienza, e nemmeno parlavo, fatto di stoffa.

Ormai vecchio, smangiucchiato, macchiato e annerito ha sempre però trovato posto in ogni cameretta di ogni casa che cambiavo. 
Come non fargli almeno una foto per eternarne il ricordo.
Bisogna sperimentare il non attaccamento, diceva la mia vecchia insegnante di yoga.
Ecco e io dopo 40 anni e passa mi sto impegnando seriamente a sperimentarlo, mica no.
Almeno sul piano pratico.
Poi su quello emotivo, dopo averlo accartocciato e buttato al secchio, lasciatemi almeno aggrappare a una foto digitale...
Ci sono –aehm- le bamboline di carta, che disegnavo a migliaia 

tagliando poi le teste (sempre sproporzionate) e appiccicandoci dietro un pezzetto di scotch arrotolato che serviva a “cambiare vestito”.
E le ho ritrovate tutte, eh?
Teste giganti e abitini striminziti.
Roba che più buttavo, più ne uscivano fuori, parendomi questo quasi un segno del destino, un monito a tenerle…
Ma non mi sarei potuta presentare a casa dall’amato bene sconfessando questi e altri segreti.
Che “questi” passino pure, ma gli altri imbarazzanti lo sono per davvero.
(come definire altrimenti il ritrovamento di una gomma da masticare – masticata e presumibilmente sputata- incartata e catalogata a mo’ di reliquia, solo perché appartenuta al ragazzo dietro cui morivo?)
Perché sì, poi è arrivata l’età dell’adolescenza e degli innamoramenti folli.
Ne avevo già parlato diffusamente qui, confessando l'inconfessabile, ragione per cui passerei velocemente oltre.
Non prima però di aver mostrato il mio passatempo preferito di allora.

Ed eccoli i ritagli di giornale,


gli articoli raccolti, schedati e catalogati.
L’album di foto appositamente creato per lui (uguale a quello di ogni altro membro di questa famiglia, cani compresi) che andava dalla prima infanzia ai successi allora conseguiti.
E un titolo, da me apposto, di tutto rispetto
Eros, vita e opere
Roba che mio padre ieri, tirandolo delicatamente su da uno scatolone e porgendomelo con estremo riguardo, non ha potuto trattenere tuttavia un commento sardonico:
Minchia e chi era, Dostoevskij?
Ma io ero pazza di lui, altro che cavoli.
 Ed è per questo motivo che con un certo orgoglio ho salvato un unico ritaglio da tutto il faldone,



Sì signori, eccola qua, in tutto il suo splendore, la foto di Eros Ramazzotti a dieci anni.
Sfido tranquillamente pure l’emeroteca della Nazionale di Castro Pretorio a tirare fuori un reperto simile.

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Fra una cernita e l’altra, ho scodellato questa pasta colorata e gustosa. Che per me era una pasta del riciclo, essendomi avanzati dei peperoni dal giorno prima. Ma nulla vieta di cuocerli appositamente e farne volutamente avanzare un bel po'. Io poi l'ho servita calda, ma secondo me deve essere molto buona anche in versione fredda.

Ingredienti
200 gr di fusilli integrali di kamut
1 peperone giallo/verde
1 peperone rosso
1 scalogno
1 spicchio d’aglio
Una manciata di olive nere denocciolate
Un mazzetto abbondante di basilico
2 filetti di acciuga sottolio
2 cucchiai di pecorino stagionato
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe

Procedimento
Mettere in un largo tegame i peperoni lavati, mondati e tagliati a losanghe, insieme allo scalogno affettato sottilmente e allo spicchio d’aglio sbucciato e  leggermente schiacciato. Unire un po’ d’olio, due dita di acqua, sale e far cuocere semicoperto, a fiamma sostenuta, per una decina di minuti. Dopodichè chiudere il tegame e lasciarlo da parte.
Nel frattempo mettere a bollire l’acqua per la pasta, tagliuzzare le olive, tritare il basilico e grattugiare il pecorino. Riprendere i peperoni e, dopo avere eliminato l’aglio, tagliarli a dadini più piccoli, quindi unire le acciughe, il basilico e le olive. Una volta cotta al dente e scolata la pasta, unirla al condimento e ripassarla un paio di minuti. A fuoco spento mantecare con il pecorino, spolverizzare di pepe e servire.





giovedì 6 agosto 2015

Frescura vintage - Insalata di farro con uova, carote e curry



Duecento anni, mica un giorno.
Da tanto non si verificava un’ondata di caldo di questo genere.
Che poi più che un’ondata, un evento passeggero, un caso fortuito pare proprio una realtà consolidata, un dato di fatto ormai radicato.
Come se il freddo non dovesse arrivare mai più insomma.
E a dispetto dei vari nomi che danno a cicloni e anticicloni, che in teoria si susseguirebbero (in pratica sembra non cambiare mai nulla), la realtà è che fa tanto caldo ormai da giugno.
Senza soluzione di continuità.
Senza variazioni di rilievo.
Quindi i vari Caronte, Acheronte, Flegetonte e compagnia bella si avvicendano ininterrottamente, montandosi quasi sopra, nella foga di esprimersi.
Allora non si può fare a meno di parlarne.
Sulla spiaggia, sull’autobus, dal fruttivendolo, in pizzeria, nella sala d’aspetto del medico, in fila dal fornaio e perfino a mollo sul bagnasciuga.
Come se parlarne fosse di qualche aiuto.
Ma forse lo è, per quel principio del mal comune che ti fa scongiurare, fra le altre, anche l’ipotesi di essere entrato improvvisamente in menopausa, preda di vampate terrificanti.
Pure se sei maschio.
Si suda camminando, rassettando, cucinando, parlando, annaffiando il giardino, andando a buttare la mondezza o rifacendo il letto.
A volte perfino sotto la doccia quando aspetti che il balsamo faccia il suo effetto e se non apri uno spiraglio nel box muori soffocato.
Salire in una macchina ferma sotto il sole è un incubo.
Dal quale ti riprendi giusto azionando l’aria.
Trovare un parcheggio un miraggio, se non fosse che dopo ti tocca pure riscendere (abbandonando la bolla d’ossigeno fresco) e raggiungere a piedi, sotto una canicola impietosa, la destinazione che parrà sempre troppo distante.
Ma si suda pure stando fermi davanti al pc, guardando la televisione, ascoltando la radio o leggendo un libro.
Immobili come un Opossum.
Duecento anni che non fa questo caldo.
La prima estate nella casetta nuova.
Quella con le stanze da letto al piano di sopra.
Con il pavimento di legno, tanto per mantenere meglio il calore.
Che hanno per tetto un terrazzo costantemente battuto dal sole.
E…prive di aria condizionata!
Le nostre personalissime saune svedesi in pratica.
Roba che quando è ora di salire per andare a dormire ti senti male al solo pensiero.
È per questo che ci siamo attrezzati con un ventilatore.
Di quelli abbarbicati su un trespolo che girano di 180° gradi e smuovono timidi refoli d’aria dandoti l’illusione (giusto quella) di frescura.
E sì che noi siamo quelli che i condizionatori della vecchia casetta (che ne era dotata!!) li avranno accesi si e no un paio di volte in sei anni.
Ma quest’anno è diverso.
Quest’anno non fa un caldo qualsiasi: è il caldo che non si verificava da duecento anni.
Mica cavoli.
In cui si boccheggia e si smadonna alternando le due cose senza sosta.
Finché ieri, 6 agosto, l’amato bene torna a casa trionfante annunciando di aver ordinato i condizionatori.
Lacrime di commozione, moti di giubilo, salti di gioia.
Quando arrivano??” chiedo come un assetato nel deserto, davanti a(l miraggio di) una brocca di acqua fresca.
Beh, metteranno in partenza l’ordine quando avranno ricevuto il bonifico, calcolando che ci vogliono un 4-5 giorni, considerando che siamo sotto ferragosto, mettendo in conto qualche intoppo….direi verso il 20.
 “ah mbè dai, pensavo peggio
Ma non coglie la sfumatura ironica.
Tanto che si premura di azzardare una previsione ancora più precisa:
Ovviamente devo fare le tracce, intonacare, e solo poi montarli
(ebbene sì: siamo quelli che facciamo tutto da soli, noi! Che possiamo trasformarci in idraulici, carpentieri, elettricisti e smanettoni come ci pare e piace)
ahhhhhhh e chissà che me credevo!
Allora mi sono messa tranquilla, che per la data in cui i nostri condizionatori saranno arrivati, montati e funzioneranno pure (si spera), inizieranno contestualmente piogge, tormente e uragani.
E un abbassamento repentino delle temperature con rischio di nuove glaciazioni.

Chi tocca il mio antiquato ventilatore è un uomo morto.
(E pure il ventaglio col bordo in pizzo de pora nonna)

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Ingredienti (x2)
160 gr di farro
3 carote
2 uova
1 cucchiaino colmo di curry
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe



Procedimento
Pelare le carote e tagliarle a rondelle non troppo sottili. Cuocerle in acqua bollente salata insieme al farro precedentemente risciacquato, per il tempo indicato sulla confezione (circa 40 minuti, oppure solo 10 per quello precotto: nel primo caso aggiungere le carote a metà cottura; nel caso del farro precotto, invece, cuocere tutto insieme). Scolare, condire con un filo d’olio e lasciare raffreddare. Nel frattempo ungere d’olio una padella e quando sarà calda romperci dentro le due uova e cuocerle strapazzate aggiungendo un pizzico di pepe appena macinato e sale. Unire tutto al farro, condire con altro olio a crudo e completare con il curry.


mercoledì 22 luglio 2015

La Domanda – Pipe rigate con piselli, cotto e curry



Cosa fai fare a due gnomi 3 e 5 enni dopo che hanno:
dipinto/colorato/impiastrato -  album da disegno come mani, giornali, libri e muri di casa- con pennarelli, tempere, acquerelli e pure con i colori a dita;
eretto palazzi di Lego e costruito metropoli di mattoncini gommosi;
modellato animaletti,


composto mazzi di fiori,


creato zucche e cappelli di strega,

sfornato torte, cupcakes, biscotti e crostate di plastilina;





(ma anche maneggiato impasti di acqua e farina perché il didò, bello, pronto e colorato a un certo punto ci aveva stufati);
costruito trenini di rotoli di carta igienica


 e armi Ninja di carta argentata;

Fatto sotto qualche pipì, rovesciato succhi, sbrodolato Yomini e Fruttoli di qua e di là;
Giocato con i dinosauri, i Gormiti, le tartarughe Ninja e gli Avengers, invitando contestualmente al party anche Cicciobello, Elsa, Masha e l’esimia Dottoressa Peluche;
scorrazzato su biciclette, tricicli, monopattini loro e di qualsiasi altro amichetto incrociato lungo la strada.
Fatto colazione, merenda, pranzo, più svariati spuntini intermittenti (anche divorato squisite paste al sugo risciacquate sotto l’acqua corrente per cambiamento improvviso di idea perchè “io la volevo bianca!”);
Guardato mezzora di cartoni, essersi fatti leggere 18 fiabe (o la stessa 18 volte consecutive), ascoltato tre cd dello Zechino d’oro cantando a squarciagola;
sparato acqua con i fucili appositi, inondato il quartiere di bolle di sapone, effettuato meticolosi travasi di rigatoni crudi da una pentolina all’altra, fino a completo esaurimento degli stessi (spiaccicati sotto piedini irrequieti).
E cambiato attività ogni 20 minuti al massimo perché questo è il tempo in cui l’attenzione dei bambini piccoli si mantiene vigile.
Perciò: esaurire tutto nel giro di mezza mattinata e ritrovarsi puntualmente con l’insondabile, irrisolvibile, inesplicabile dubbio esistenziale che sempre attanaglia le Mary Poppins di ogni tempo:
Tata, che facciamo?

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Ingredienti (per 2)
200 gr di pipe rigate
100 gr di cotto a dadini
150 gr di piselli surgelati
1 cucchiaino colmo di curry
1 scalogno
Mezzo bicchiere di latte
3 cucchiai di parmigiano
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe


Procedimento
Tritare lo scalogno e metterlo a stufare in un padellino con poco olio. Non appena inizierà a imbiondire, aggiungere i piselli, e portarli a cottura aggiustando di sale e pepe e aggiungendo poca acqua calda se necessario.
Mentre bolle l’acqua per la pasta predisporre una larga padella con poco olio e il cotto a dadini. Farlo rosolare leggermente, unire i piselli cotti e far insaporire il tutto.
Scaldare il latte e sciogliervi dentro il curry. Scolare la pasta al dente e tuffarla nella padella con il condimento. Aggiungere il latte con il curry, mantecare pochi istanti su fiamma bassa unendo anche il parmigiano e servire subito.


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