"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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lunedì 9 febbraio 2015

#38 Crespelle di grano saraceno con radicchio, prosciutto e besciamella vegetale – Per StagioniAMO! di Febbraio


Io le crespelle, prima d’ora, non le avevo mai fatte.
E forse nemmeno mai mangiate, a pensarci bene.
Mi davano l’idea di inconsistenza. Che non ne valesse nemmeno la pena, insomma.
Avere in sorte il primo di StagioniAMO! mi ha dato l’occasione di provare.
E toccare con mano una realtà del tutto diversa.
L’intento era semplicemente quello di non fare la solita pasta, il solito riso.
Ed è così che mi si è aperto un mondo.
Sarà stato il grano saraceno.
Sarà stato l’entusiasmo per l’ottima riuscita.
L’aver provato con mano che in fondo ci vuole poco e la resa, anche scenografica, è assicurata.
Sta di fatto che io ho iniziato ad amare le crespelle.
E a volerne sperimentare ogni variante e possibilità.
Stavolta è toccato al radicchio, ingrediente principe di questo mese.
E senza nemmeno addentrarmi nella questione delle sue infinite varietà (tutte Igp) di forme, colori e caratteristiche, ho giocato facile utilizzando quello che più facilmente da queste parti si trova sui banchi del mercato: il Radicchio di Chioggia con le sue belle sfere rosse, bianche e rosa.
E già così è stato un tripudio di gusto e bontà.
Provatele e ce lo sapremo ridire!



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Altra grande scoperta fatta realizzando questa ricetta è stata quella della besciamella vegetale, che da tanto desideravo provare.
L'avevo vista svariate volte da lei (che in fatto di ricette semplici ma sempre sfiziose è maestra), fatta con il latte o con il brodo, e ogni volta me ne innamoravo un po' di più. 
Ho impiegato diverso tempo per decidermi a provarla, come è nelle mie abitudini, ma ora che la conosco di certo non la lascio più: è buonissima, non ha nulla da invidiare a quella fatta con il burro e ha convinto ed entusiasmato perfino un estimatore di lasagne e cannelloni preparati secondo la tradizione (quindi con  besciamella classica, a base di burro) come l'amato bene! 

Ingredienti (per circa 10 crespelle/2 persone)

Per le crespelle
65 gr di farina di grano saraceno
65 gr di farina 00
1 uovo
½ cucchiaino di sale
250 ml di latte (circa)


Per il ripieno
1 pallotta di radicchio
1 scalogno
6-7 fette di prosciutto crudo
2 dita di vino rosso
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe


Per la besciamella
1 carota
1 costa di sedano
1 cipolla
50 gr di olio extravergine d’oliva
50 gr di farina
½ litro d’acqua
Sale grosso
Noce moscata


Inoltre
Granella di nocciole
2 cucchiai di parmigiano



Procedimento
Preparare innanzitutto la pastella per le crespelle che dovrà riposare in frigo per circa 20 minuti.
Disporre le due farine in una ciotola con il sale e aggiungere l’uovo sbattendolo leggermente. Unire gradualmente anche il latte continuando a mescolare con una frusta finché tutti gli ingredienti saranno ben amalgamati e tenendo conto che il latte potrebbe non servire tutto: la consistenza della pastella dovrà essere né troppo densa né troppo liquida. Coprire con pellicola e riporre in frigo.


Passare al ripieno tagliando il radicchio a metà e poi ancora a striscioline. Lavarlo e scolarlo bene. Far imbiondire lo scalogno in una larga padella con poco olio, unire il radicchio. Salare (con moderazione, considerando al presenza del prosciutto), pepare e, dopo qualche minuto, sfumare con il vino, quindi aggiungere il prosciutto tagliato a striscioline e far saltare il tutto a fuoco sostenuto Spegnere il fuoco e lasciare raffreddare.

Preparare la besciamella predisponendo un brodo vegetale con le verdure, l’acqua e un pizzico di sale grosso. Amalgamare farina e olio in un pentolino con una frusta. Aggiungere gradualmente il brodo filtrato, continuando a mescolare. Cuocere su fiamma bassa per una decina di minuti sempre mescolando con una frusta per evitare la formazione di grumi. Togliere dal fuoco, profumare con una generosa grattugiata di noce moscata, aggiustare eventualmente di sale e coprire con pellicola.

Preparare le crespelle: scaldare un goccio di olio in un padellino piccolo, unire un mestolo di pastella facendo roteare il padellino per ricoprirne tutta la superficie e cuocere finché inizierà a rapprendersi. Girare la crespella e terminare al cottura anche sull’altro lato.

Proseguire così fino a  esaurimento della pastella avendo tre accortezze:
-         impilare a mano a mano le crespelle pronte intervallandole con un quadrato di carta forno
-         mescolare spesso la pastella prima di prelevarla dalla ciotola perché la farina di grano saraceno, più pesante, tenderà a depositarsi sul fondo.
-         ungere il padellino ogni 2-3 crespelle


Assemblaggio: avendo tutti gli ingredienti pronti, scegliere una teglia e disporre sul fondo un mestolo di besciamella. Prendere le crespelle e disporre al centro un po’ di ripieno; arrotolarle a mo di cannellone e disporle affiancate nella teglia.


Ricoprire di besciamella, spolverizzare con la granella di nocciole e il parmigiano e passare in forno a 180° per una decina di minuti più altri 5 in funzione grill.


lunedì 21 luglio 2014

#11 Club Sandwich di melanzane - Estivamente StagioniAMO!


Nonostante qualche incertezza che per un attimo ha fatto pensare di essere transitati direttamente dalla primavera all’autunno, saltando a piè pari la bella stagione, pare proprio che ora il caldo sia scoppiato.
E con lui il sole cocente, di quelli che fanno sudare ma anche venir voglia di piatti freschi e leggeri.
Come un secondo a base di verdure (ovviamente di stagione) in cui l’utilizzo del forno è solo una chicca in più.
Un optional.
Un trascurabile orpello.
Perché nella ricetta che segue le melanzane si possono anche semplicemente grigliare, mica è obbligatorio servirsi del forno.
Volendo esagerare si potrebbero perfino friggere, ma mica bisogna per forza essere masochisti.
Io, che invece masochista lo sono eccome, e non c’è altra stagione di questa in cui usi più spesso il forno, ho scelto di farle proprio lì dentro, innalzando la temperatura di tutta la casetta ben oltre i 30° gradi segnalati dal termometro sul balcone…
In qualunque modo decidiate di immolarvi tuttavia, le melanzane fanno subito estate e piatti da godersi in serata al fresco di una terrazza o sotto una pergola in giardino (come naturale compensazione la caldo patito cucinando).
Come qualunque sandwich che si rispetti si può farcire con qualsiasi cosa secondo gusti e disponibilità del frigo: una caprese per esempio, alternando fette di pomodoro e mozzarella.
Salmone e provola, o un caprino fresco accompagnato da filetti di acciughe.
Tutto, perfino sottilette e prosciutto cotto, come fosse un toast.
E farlo alto quanto si vuole, sovrapponendo fette e ripieno fino a che non crolla sotto il suo stesso peso!
Da scaldare o da mangiare freddo, che tanto è buono lo stesso.
Oltre che buone da mangiare, le melanzane e i loro fiori sono piante molto belle da vedere,
(dal web)
ragione che potrebbe invogliare a coltivarle anche sul balcone di casa, magari scegliendo le varietà più piccole, tipo la Slim Jim, quella di tipo lungo che produce frutti sui 10 cm; oppure la Violetta lunga palermitana.
Mentre tra le tonde si possono scegliere la Violetta nana precoce o, ancora meglio,  la Baby Rosanna, che produce un gran numero di frutti grandi al massimo come un uovo.
Ho scoperto inoltre, solo poco tempo fa, che la spurgatura con il sale serve essenzialmente a far assorbire alle melanzane meno olio in cottura: è un passaggio quindi che si può tranquillamente saltare qualora non debbano essere fritte!
Insomma, StagioniAmo continua imperterrito: in frigo, in forno, sui fornelli o a crudo.

Avevamo iniziato con gli sfiziosissimi crostini di Marzia, che le melanzane le aveva ridotte in crema per farne un hummus di quelli indimenticabili.
Abbiamo proseguito con il primo a quattro mani frutto dell’incontro romano di Federica e Marzia, che insieme hanno preparato i Conchiglioni alla Norma, omaggio a quell’isola meravigliosa che è la Sicilia.
Siamo approdati qua, per il secondo e ora non ci resta che attendere il dolce (sì, anche quello a base di melanzane!), di cui si occupa ancora una volta lei, l’infallibile Terry.

Appuntamento dunque nella cucina di Crumpets&Co.
 la prossima settimana,
sempre di lunedì!!

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Ingredienti (per 4)
3 melanzane tonde grandi
1 etto di speck
Una piccola provoletta affumicata
4 cucchiai di pesto
2 pomodori tondi lisci
Foglie di basilico
Pangrattato
Olio extravergine d’oliva
Sale


Procedimento
Tagliare a fette spesse circa 1,5 cm le melanzane, disporle su un vassoio e salarle.
Ungere una placca da forno e adagiarvi sopra le melanzane in un unico strato senza ulteriori condimenti. Infornare a 180° rigirandole ogni tanto, finché non saranno ben dorate su entrambi i lati (ci vorranno circa 10-15 minuti secondo lo spessore delle fette).
Quando saranno fredde, comporre i sandwich in questo modo: disporre su un piatto da portata una prima  fetta di melanzana;
pomodoro
pesto

melanzana
provola

melanzana
speck

Terminare con una fetta di melanzana cospargendola con poco pangrattato; irrorare con un filo d’olio e servire freddo o dopo un breve passaggio in forno, giusto il tempo che la provola inizi a fondersi.


martedì 14 maggio 2013

Discrasie – Timballo di zite e polpettine




Le piante da sistemare….e la digitale da smontare per capire perché s’inceppa.
I maglioni di lana ancora da lavare dopo il cambio stagione….e lo sportello della cucina da aggiustare.
Le solite 5-6 lavatrici da avviare….e la fototessera per la patente internazionale da andarsi a fare.
Le occupazioni dell’amato bene e mie, con cui riempire sabati, domeniche e lunghi ponti primaverili, sono tra le più vaste e varie.
E quasi mai coincidono.
Che di per sé non sarebbe un problema: ognuno i suoi spazi, ognuno con i suoi tempi.
È che a noi tante cose piace farle insieme, questo va detto.
Ma certo non tutte.
Per riparare la reflex (il cui utilizzo peraltro mi è precluso....) per esempio non saprei da dove iniziare (ma potrei sempre imparare!).
E di contro lui difficilmente riuscirebbe a districarsi fra le mille opzioni dei programmi di una lavatrice (ma potrei sempre insegnare!).
Di certo non mi darei la zappa sui piedi offrendomi di riparare l’anta della cucina che io stessa ho provveduto a sradicare con la delicatezza che mi è propria: sarebbe come ammettere di averla divelta io e cadrebbe il mito del “mi è rimasta (così, casualmente…) la maniglia in mano e ho visto saltare una vite (che però non trovo più)”.
Ma sarebbe anche insolito che sulla fototessera per la SUA patente internazionale ci fosse la mia faccia.
Insomma: ognuno le sue cose, i suoi hobby, i propri passatempi.
Almeno fino a quando non ci si incontra.
E mentre noi donne, almeno in fatto di compitini casalinghi da assolvere, godiamo di una certa autonomia decisionale (e i suddetti ce li sbrighiamo, per lo più, da sole), i signori mariti quando ciondolano per casa in crisi d’astinenza da partita di campionato o Gran premio di formula uno, corrono il serio rischio di essere presi dal sacro fuoco di (in ordine di pathos crescente):

1. rendersi utili (?)
2. aggiustare qualcosa (??)
3. buttare via qualcos’altro (c’è troppa roba qua dentro)
4.  fare più spazio possibile (può sempre servire)
5.  liberare energia (fa bene allo spirito)
6. dare una tinteggiata alle pareti (vedi come sono ridotte?)
7. rifare il pavimento dei balconi (è già la terza volta sì, ma vuoi mettere, cambiare sempre prospettiva?)
8. sostituire tutte le lampadine di casa (pure quelle che ancora vanno…mi porto avanti)
9. smontare e rimontare l’armadio a muro per vedere quanto tempo ci vuole (e battere così un immaginario record autostabilito).

E potrei seguitare per molto.
Perché tutto: pur di assecondare la rinascita primaverile (e il guizzo volenteroso che regala) e ammazzare la noia quando è ancora un po’ freschino per andare in spiaggia ma troppo soleggiato per infilarsi in un centro commerciale.
Peccato che i loro tempi raramente coincidano con i nostri.
Che non sempre le loro idee siano felicissime.
Che quasi mai le loro lodevoli intenzioni siano supportate da altrettanto buon senso.
Domenica pomeriggio: primo fine settimana dopo il rientro dal viaggio (che per noi non è vacanza, ma è: pedalare, marciare, dormire pochissimo, puntare la sveglia all’alba, scegliere voli aerei rigorosamente notturni o  prudentemente antelucani), invito a cena multiplo appena espletato per festeggiare le mamme (in anticipo di un giorno ma vabbè..), cambio di stagione ancora da completare, nuova settimana di lavoro che sta per cominciare.
Mi chiudo in camera a piegare panni sperando di sfuggire a strampalate richieste.
Perché qualcosa mi dice, con ragionevole certezza, che una stramberia gli salterà in mente di fare per impiegare questa rimanente metà pomeriggio di domenica in cui io, per conto mio, mi sarei già programmata 7-8 cosette da autogestire (ma anche rimandare, che ‘mme frega?).
Sento bussare alla porta, cerco di giocare d’anticipo e manco finisce di aprire che gli urlo: “Usciamo a  fare una passeggiata??!” che in verità suona più come un ordine che come una proposta.
Ma lui è già avanti: “No, volevo chiederti se puoi aiutarmi a fare una cosa” e ha già preso la scala, as usual, s’è già fatto spazio in cucina, ha già cominciato a tirare giù le prime tazze, quelle dei viaggi, quelle che ci perseguitano..
Quell’ammasso di porcellana sacra, certo da tirare giù, ne convengo, almeno una volta l’anno: per pulirle,togliere via la polvere unticcia dai pensili che le ospitano, cambiare i giornali che ne rivestono la sommità, trovare sistemazioni più congeniali, fare spazio alle nuove arrivate.
E cerca di rassicurarmi col suo innato ottimismo e l’ormai storica frase: “Ci vorranno solo 5 minuti!
Ma deve essere un problema di percezioni spazio temporali.
Altrimenti non si spiega com’è che  lavori di questo genere saltino in mente rigorosamente:
a)      quando hai appena finito di passare l’aspirapolvere per tutta casa e stai ancora boccheggiando per la fatica
b)      quando hai appena cambiato i copridivani e sei tutta fiera del profumo che quelli appena lavati spargono tutto intorno.
c)      quando hai appena ricollocato al suo posto l’ultimo dei 100mila ninnoli che ti piacciono tanto ma non hai mai voglia di spolverare e invece finalmente stavolta t’eri decisa
d)      quando hai appena finito di pensare che “per oggi basta, mo’ mi concedo una bella doccia, poi mi sbrago e mi guardo un film!
(il tutto sarebbe di per sé privo di nesso logico se non stessimo parlando dei nostri 40 metri quadri di casa dove il salotto è anche cucina che è anche disimpegno che è pure mensola appoggiatutto che è pure appendiabiti…e dove tutto è vicino, confinante, trasbordante, confluente e la polvere transita allegramente da un anfratto all’altro senza soluzione di continuità).
Ma soprattutto, la domanda destinata a rimanere inevasa, è: perché per certi sporchi lavori loro, gli uomini, hanno sempre bisogno del nostro aiuto?
Ché noi per mettere su una lavatrice chiamiamo la vicina di casa?!

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Sarebbe l’ora della dieta e della prova costume, ma piatti così impongono uno slittamento perlomeno di date di inizio, se non proprio di intenzioni generali.
Un pasto completo, e molto di più. La ricetta è di una carissima amica di mia madre (che quando sua figlia ed io eravamo piccole ce la portava pure in spiaggia, sotto l’ombrellone con la tenda tutta intorno, nella Ladispoli di Verdone…). Un po’ laboriosa da preparare e di certo non veloce, ma ha il vantaggio di essere lievemente…light (non c’è besciamella, non c’è burro!), e di avere anche un secondo pasto incorporato, da ritrovarsi bello e pronto, visto che lo spezzatino del sugo servirà solo a dare sapore e potrà essere mangiato in un’altra occasione! e a questo proposito: sembrerebbe bizzarro, ma nel suddetto ci va proprio rosmarino tritato, in luogo del consueto trittico sedano-carota-cipolla.


Ingredienti (per 8 persone)
750 gr di zite
3 etti di spezzatino di muscolo
800 gr di macinato (di cui 600 gr per le polpette e 200 gr per il sugo)
2 barattoli grandi di pelati
1 bicchiere di vino bianco secco
300 gr di mozzarella
2 uova
Abbondante parmigiano
2 rametti di rosmarino
Mezza cipolla
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe

Procedimento
Staccare gli aghi di rosmarino dai rametti e tagliuzzarli con le forbici o tritarli con la mezzaluna. Tritare anche la cipolla e mettere entrambi a rosolare piano in un largo tegame cosparso di olio. Non appena la cipolla sarà imbiondita unire lo spezzatino, lasciare rosolare anche quello e non appena sarà ben dorato su tutti i lati, sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco, alzare la fiamma, aggiustare di sale e pepe, quindi unire i pomodori pelati precedentemente schiacciati con una forchetta o passati velocemente al minipimer. Mescolare e lasciare sobbollire lentamente il sugo per circa un paio d’ore.
Nel frattempo preparare le polpette: mescolare il macinato con le uova, sale, pepe e, volendo, anche la mollica di un paio di fette di pane rifatto precedentemente ammollata in acqua e ben strizzata. Formare delle polpettine molto piccole (all’incirca grandi quanto un’oliva di quelle verdi dolci…) prelevando poco impasto per volta e disporle su un vassoio. Far scaldare poco olio in una larga padella, unire le polpettine e farle dorare bene su ogni lato, sfumando alla fine con il restante mezzo bicchiere di vino bianco e lasciando cuocere ancora pochissimi minuti.
Spezzare a metà le zite e lessarle in abbondante acqua salata. Scolarle molto al dente e passarle sotto il getto dell’acqua fredda per arrestarne la cottura.
Quando anche il sugo sarà freddo, e lo spezzatino sarà stato messo da parte per mangiarlo in un’altra occasione (serviva solo a dare sapore al sugo!)-  si passa alla composizione del timballo.
In una teglia rettangolare, grande, disporre un primo strato di sugo, quindi le zite e tutte le polpettine. Ancora sugo, parmigiano e metà della mozzarella tagliata a dadini. Disporre un secondo strato di zite, cercando di sistemarle in modo che abbiano tutte più o meno lo stesso verso, quindi altro sugo, parmigiano e la mozzarella rimanente.
Infornare a 200° per circa 20 minuti, più altri 5 in funzione grill.


Va da sé che, come tutti i pasticci, le lasagne e appunto i timballi, preparato il giorno prima è ancora più buono!

venerdì 26 aprile 2013

Attenti a quei due! - Le arancine siciliane (senza uovo) di Maurizio


Deve essere un vizio di famiglia.
Una tara ereditaria, un gene che si tramanda.
Passando pure per vie traverse e strani percorsi incrociati.
Sì perché pur essendo l’amato bene quello avvezzo a sorprendere e stupire (e io la banalotta della situazione), c’è un’altra persona nella mia vita capace di uscirsene così, con slanci improvvisi, gesti sorprendenti, trovate mirabolanti: mia madre!
Che non ha ovviamente nulla a che fare con il mio dolce consorte, almeno biologicamente parlando, ma deve essere avvenuto qualche strano intreccio fantascientifico fra loro per renderli, almeno su questo piano (e solo su questo!), così meravigliosamente simili.
Capita di svegliarsi un sabato mattina come al solito a giorno fatto da un pezzo (quando cioè sarebbe quasi ora di pranzo) e di mettersi al computer mentre lui si porta, mollicciamente,  in balcone a fumare.
Succede così di sentirlo bofonchiare qualcosa, farsi domande, interrogarsi sommessamente, fino a essere costretta a sollevare la testa dalle mie occupazioni per andare a vedere che succede.
“Cos’è quella busta sul cancelletto?”
Mugugno di stupore.
“Non ne ho idea, io non ce l’ho messa”
E non è tanto strano di questi tempi, che le prime  supposizioni a balenare in testa siano relative a ordigni esplosivi, scherzi di cattivo gusto (un topo morto?!...come se vivo poi potesse essere poi tanto diverso…), scambi di persona (magari non è noi che vogliono uccidere ma quelli del piano di sopra!).
E un caffè ristretto non basta certo a garantire lucidità, soprattutto se ci si è appena alzati dal letto.
Lui continua a fumare, io comincio a essere rosicchiata viva dalla curiosità (quindi tanto vale aprire il misterioso pacco).
Allora, sprezzante del pericolo, incurante del rischio, impastata di sonno, prendo a slacciare piano e con cautela quel triplo nodo scorsoio fatto per assicurare il misterioso sacchetto alla grata.
Accurati questi kamikaze. Molto precisi nei dettagli e attenti a farci pure un vezzosissimo fiocchetto finale.
Tasto prima di aprire e il contenuto è morbido. La curiosità cresce, l’aria si fa sempre più tesa, il pericolo diventa percettibile, l’ansia palpabile. Goccioline di sudore imperlano la fronte (mia, perché lui è ancora lì che aspira lunghe boccate di fumo e ne segue le spire attento e rapito….ma secondo me è bieca tattica messa in atto per non essere coinvolto in prima persona nella brutta faccenda).
Dopo aver tastato e soppesato una ventina di volte continuando a fare supposizioni, e delle più fantasiose, spalanco la busta con gesto lestissimo, che se deve scoppiare scoppi pure basta che ci sbrighiamo!
Ma non è una bomba quella che trovo, non è un topo morto e non è uno scherzo.

Sono pizzette rosse!!!!
Morbide, fragranti, appena sfornate, appena imbustate, lasciate in dono così, sul cancelletto, per non disturbare, per non suonare che tanto le vede le persiane chiuse passando sotto casa e lo sa che noi prima di una certa, di sabato e di domenica, non sentiremmo manco le cannonate.
Cuore di mamma!!!
E io, Hitler della situazione, devo aver fatto proprio un bel lavoro di lavaggio del cervello a dire che il fatto di abitare vicino non significa poter avere accesso quando e come si vuole, soprattutto senza preannunciarsi. Fosse pure per una mobilissima causa come questa.
Ma lei, la mia saggia e furbissima mamma, ha trovato ugualmente il modo per aggirare l’ostacolo, fare di testa sua, sorprenderci così.
Grande!!

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Le arancine sono di quelle cose che quando le mangi ti si schiudono mondi sconosciuti e sensazioni paradisiache. Affrontarne una non è questione di poco conto: sono enormi, straripanti, sazianti all’inverosimile, ma regalano di quelle soddisfazioni da poter fare tranquillamente il bis, magari dopo una piccola pausa (o un giro di corsa intorno al palazzo).
Queste sono di Maurizio. Dice: “e chi è?”. Mio padre, ovviamente. Altrettanto bravo a sfornare sorprese come quella di queste arancine stratosfericamente buone e sorprendentemente…senza uovo! Dice “e come le ha amalgamate e tenute insieme allora?”
Leggete e lo scoprirete! La ricetta arriva direttamente da lui, via mail. Il barbatrucco è per quelli che momentaneamente, o per sempre, devono tenersi alla larga dall’uovo ma vorrebbero ugualmente gustarsi una prelibatezza del genere. Per tutti gli altri vale la regola solita del passaggio nella farina, poi nelle chiare sbattute, poi nel pangrattato e via direttamente in padella, per una rigorosa frittura all’onda.


Nota: a casa nostra si usa il riso parboiled sempre e comunque, perfino nei risotti e in tutte le altre preparazioni in cui pure non si dovrebbe. Ma è un vizio irrinunciabile e una scelta imprescindibile (non chiedetemi perché). Del resto ogni famiglia ha le sue tare….chiarito questo, ognuno ovviamente può usare il tipo che più gli si confà (per esempio, nel caso specifico, un Originario sarebbe perfetto e anzi, come dice un caro amico, “non sostituibile da altro tipo!”)

Ingredienti (per 8 persone):

1 kg di riso
3 bustine di zafferano
½ kg. di muscolo per il brodo
Sedano, carota, cipolla , sale, pepe
250 gr.di piselli finissimi
300 gr. macinato sceltissimo
1 salsiccia di prosciutto di maiale
1 barattolo grande di pelati
150 gr. di burro o margarina vegetale
150 gr. di parmigiano reggiano
100 gr. di formaggio soresina o auricchio piccante (a dadini)
½ bicchiere di vino bianco
Olio evo q.b.
1 bottiglia e mezza di olio di semi per friggere
Pane grattugiato q.b.

Procedimento

a)      preparate un brodo con la carne sopracitata in tre litri d’acqua cui aggiungerete gli odori;
b)      preparate contemporaneamente un ragù di carne con il macinato sceltissimo, gli odori triturati, olio, sale, pepe, sfumandolo dapprima con il vino bianco per poi aggiungere i piselli
ed infine la passata di pomidoro.
c)      In un tegame capiente inserite un pochino d’olio con una cipolla triturata che farete appena
dorare per poi aggiungere, immediatamente dopo, il riso crudo cui,  dopo una leggerissima tostatura (attenzione a non farlo bruciare) aggiungerete a mano a mano il brodo di carne fino a cottura quasi completa
d)      Una volta cotto conserverete il riso in una capiente zuppiera  coperta da un panno per
evitare che si formi una pellicola sopra lo stesso (e bene dire che il riso può essere cotto con largo anticipo, anche 5 o 6 ore prima perché deve essere ben freddo)
e)      Lo stesso dicasi per il ragù che utilizzerete soltanto dopo che si sia ben freddato.

Dal momento che per queste arancine non si utilizzano uova per far amalgamere bene il riso, utilizzerete 1 bicchiere d’acqua fredda, un pochino di sale e un po’ di farina che farete sciogliere ben bene fino ad ottenere un composto non troppo acquoso cui immergerete le arancine composte come segue:
nel palmo della mano metterete un po’ di riso creando al centro dello stesso una fossetta cui porrete un po’ di ragù e 2/3 pezzetti di formaggio a dadini, infine chiuderete il tutto con altro riso fino a formare una palla (tipo quella da tennis) che andrete ad immergere nel composto con la farina per poi passarlo nel pane grattugiato.

Una volta svolte queste operazioni andrete a friggere il tutto per 4/5 minuti in abbondante olio di semi avendo cura di non girare mai le arancine. Le farete infine scolare sulla carta assorbente e, una volta tiepide le potrete gustare. Buon appetito!!!

martedì 16 aprile 2013

Parità - Bucatini all’amatriciana


Le cene con Dario e Gabriele sono, senza ombra di dubbio, un momento altissimo di condivisione.
Spirituale e godereccia.
Di grandi abbuffate.
Di grasse risate.
Ma anche di attento studio socio-antropologico, che di materiale in questi casi ce n’è fin troppo.
Tanto piacevoli da essere diventate un appuntamento fisso, ricorrente, quasi a cadenza mensile ormai.
Menu per 4: tre uomini e la sottoscritta, nessun altro invitato.
a gabriè, ma porta pure tu regazza, no?” (l’inflessione cervetrana è un valore aggiunto!)
no, che sei matta, nun me sentirei me stesso!
Una tale, rilevante affermazione mi pone nella condizione - beata - di semitrasparenza.
A volerla vedere male.
O di assoluta, meravigliosa e tanto agognata, parità.
A voler guardare il lato decisamente positivo e sicuramente unico di tutta la faccenda.
Uomo tra gli uomini, altro che -solo sbandierata- parità di diritti.
Siamo ben oltre, oltre anche l’immaginabile e l’umanamente concepibile.
Tra commensali alla mia tavola: dell’uno sono la legittima consorte; dell’altro l’inevitabile sorella; del terzo, per l’appunto, l’asessuata sorella del capo.
Amica affezionata e un po’ materna.
Sorella acquisita insomma.
Uno (l’amato bene) lavora in un ambiente di pertinenza quasi esclusivamente maschile, dove solo da una manciata di anni anche le donne hanno avuto accesso; gli altri due nel capannone di un'officina piena di lamiere contorte e pezzi di ricambio, dove anche la segretaria è un uomo…il che fa di tutti loro i rappresentati degni dei più triti cliché.
Roba da uomini insomma.
Ma la cosa fantastica è che nessuno dei tre si creai scrupoli di alcun tipo: di linguaggio o di gesti, di argomenti da affrontare o di contegno da tenere.
In quei frangenti, durante queste cene corali tutte e solo fra noi, divento infatti, magicamente, una di loro!
Ed è una sensazione nuova e bellissima: un po’ come quando da bambina cerchi (invano) di intrufolarti nei giochi dei maschi e ti metti a correre (maldestramente) e a sputare a terra per sentirti un po’ più simile a loro.
Con la differenza però che lì ti agiti e ti danni l’anima senza riuscire a essere considerata molto più di ciò che (banalmente) sei: una femmina!
Qui, senza il minimo sforzo, né la più flebile fatica, ti trovi in modo del tutto naturale invischiata in discorsi che ti aprono un mondo e ti fanno capire quanto questo (il mondo, appunto), sia tanto cambiato ma in fondo sia rimasto sempre uguale a se stesso.
E a parlare di donne (con una capacità di astrazione non indifferente) e di relazioni più o meno stabili; di caccia e di armi; di pallone e di moto; di motori e di vernici fatte al tintometro.
E l’occasione mi dà agio di preparare piatti cui spontaneamente non penserei mai.
Che di norma releghiamo alle grandi abbuffate insomma.
Preferibilmente di qualche vita fa, che tra l'altro, certi piatti nemmeno vanno più di moda.
Quella volta lì erano le fettine panate (liberamente interpretate).
Poi è stato il turno del cinghiale (direttamente recapitato a domicilio).
L'ultima volta l'abbacchio (che non se n'era parlato ma sempre loro due c'erano di mezzo).
Il tutto preceduto dalla canonica e onnipresente “secchiata di rustici” (solo con wurstel e con provola e speck), a grande e vibrante richiesta del “piccoletto” del gruppo.
Per finire con caffè, ammazzacaffè, cicchetto, altro cicchetto, altro ancora… fino a  notte inoltrata.
A bere e a chiacchierare.
A chiacchierare e a bere.
Come veri uomini!
È in queste occasioni infatti che ho imparato ad apprezzare l’amaro Segesta e il brandy invecchiato; la grappa barricata e il whisky d’annata.
Oltre ai fiumi di vino che scorrono durante la cena.
Sempre ben abbinati, s’intenda, che per quella faccenda chiedo perfino lumi a grandi esperti.
A meno che non sia Gabriele in persona al portare “il vino de mi zio che quest’anno, regà è proprio un SUGO de frutta!
Solo l’ultima volta un accenno alla diversità di sesso della sottoscritta, un vago riferimento alle novità del mio look (capelli cortissimi da lunghissimi che erano) e quella domanda perentoria, dalla premessa che faceva presagire chissà quale rilevante portata dell’incipiente discorso:
Parlamo de cose serie. Dimme ‘n po’: te perché te saresti CAROSATA così?
Con evidente riferimento al nuovo aspetto forse non del tutto gradito.
E quel verbo così denso di significato, esplicativo, unico.
Da pecora insomma. Con opportuno ricorso a un più pertinente gergo agro-pastorale.
Tanto per non sciupare l'occasione.
Passando per la formulazione di massime filosofiche buttate lì, frutto di svariate delusioni amorose e catastrofismo totale:
tanto ee donne so’ tutte uguali!
“…vabbè, escluse ee  presenti, no, Gabriè?” tenta di salvarlo il mio delicato e attento fratello.
Un attimo di silenzio, per pensare, uno sguardo distratto alla sottoscritta.
Poi quella ratifica assoluta di parità:
no, ma de che? Ee donne so’ proprio TUTTE uguali
E da qui la conferma, che sì, io sono esclusa, perchè signori, sono davvero una di loro, maschio fin nel midollo!!



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La faccenda è molto seria.
Che i piatti apparentemente più semplici siano anche i più difficili da fare bene è cosa ormai risaputa.
Che ci si approcci con una riverenza un filo esagerata, anche.
Perché sicuramente nonna mia per fare un’amatriciana non andava a scartabellare libri, né chiedere lumi né tantomeno diramare sondaggi su quesiti di vitale importanza come cipolla sì cipolla no.
Così per la cacio e pepe.
O per la gricia.
Agiva così: d’istinto, secondo conoscenze insite nel DNA, tramandate nei secoli, avute in dono da antenati, infuse magicamente.
Era roba insomma da sapienza innata.
È vero anche che meno ingredienti compongono un piatto più l’attenzione dovrà essere vigile e la precisione dell’esecuzione infallibile.
Però ecco fa un certo effetto l’idea di approcciare una ricetta super complicata con l’agio e la scioltezza di uno chef pluristellato e approntare una matricina in punta di piedi.
Ma tant’è.
E i puristi non me ne vogliano, ma io cari miei la cipolla ce la metto eccome! E se non vi sta bene, provate a chiedere a quelli del portale della  matriciana perfetta.

Ingredienti (per 4)
500 gr di bucatini
250 gr circa di guanciale
1 cipolla media
1 barattolo grande e 1 piccolo di pelati 
Peperoncino in grani
2 cucchiai (non di più!) di olio extravergine d’oliva
Sale
Pecorino romano

Procedimento
Tagliare il guanciale a striscioline non troppo sottili e metterlo a rosolare piano in un largo tegame antiaderente stando attenti a mantenere la temperatura costante, in modo che non bruci né però si lessi. Deve risultare croccante e trasparente.
In un altro padellino far stufare a fuoco basso la cipolla tritata nei due cucchiai di olio e quando anche quella sarà diventata trasparente senza prendere colore, unirla al guanciale.

Passare leggermente i pelati al minipimer, 
quindi unirli al guanciale, aggiustare (moderatamente) di sale, aggiungere il peperoncino in grani e far cuocere il sugo a fuoco basso per circa un’ora e mezza girando di tanto in tanto.
Lessare i bucatini in abbondante acqua salata, scolarli molto bene e accuratamente (perché avendo i buchi tendono a trattenere l’acqua), condirli con il sugo, e 2 cucchiai di pecorino, quindi impiattarli, aggiungere un altro cucchiaio di sugo su ogni porzione e un’altra spolverata di pecorino.

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