"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 24 novembre 2020

Indovina – Torta di avena e cocco

 


Dunque sì, a prima vista, senza occhiali, potrebbe sembrare una cheesecake al cioccolato.

Solo che quelli non sono biscotti digestive intrisi di burro e quello sopra non è cioccolato.

Se è per quello poi, di formaggio non c’è nemmeno l’ombra.

Aguzzando un po’ la vista poi, a un secondo sguardo, più attento, potrebbe dare l’idea di una crostata mal riuscita.

Dimenticata nel forno (in funzione grill) e carbonizzata nella parte superiore mentre quella sotto era venuta tanto bene, mannaggia!

Continuando a scervellarsi potrebbe essere scambiata pure per una sbriciolata invertita, col ripieno emerso, per qualche oscura ragione, e le briciole esplose e rimaste appiccicate sul fondo dello stampo.

Ma nemmeno tirando a indovinare si potrebbe dire che invece è una torta fatta di…fiocchi di avena!

Già, perché io finora con i fiocchi di avena facevo giusto il porridge per la colazione, che poi il nome è solo per capirsi perché in realtà io mi limito a riempire la mia bella tazza di fiocchi, mela, uvetta, mandorle, cannella e tutto quello che trovo nella dispensa, poi a ricoprire tutto di latte di soia bollente quel poco che basta per ammorbidire un po’ e far sì che il risultato non si incastri sulle pareti dell’esofago mentre lo mando giù a piccole e prudenti cucchiaiate.

È che le pappette non mi piacciono, ma dice che il porridge d’avena al mattino fa tanto bene, quindi ecco, mangiare i fiocchi d’avena crudi, nemmeno tostati, mi pareva un buon compromesso.

Poi è arrivato Marco Bianchi e questa sua torta che dire che mi incuriosiva è essere proprio riduttivi.

Siccome non mi pareva abbastanza azzardata, ho pensato di togliere dalla lista degli ingredienti pure quei miseri 80 gr di zucchero che prevedeva e di sostituirli con una decina di piccoli datteri frullati...

E ovviamente di usare una marmellata fatta di soli zuccheri della frutta e dolcificata quindi con succo di mela concentrato.

Ecco, la marmellata: avrebbe dovuto costituire il ripieno.

Ma nel momento in cui ho messo il secondo strato di impasto sopra a quello di marmellata per l’appunto, quella ha iniziato a strabordare conquistandosi spazio e finendo per riemergere completamente.

Assumendo poi tutti gli aspetti di cui sopra: da crostata riuscita male, a cheesecake (magari!), a torta mistero.

Che però è stata una rivelazione.

Di gusto, consistenza, sostanza.

Almeno per una volta i fiocchi d’avena riesco a mangiarmeli cotti.

E il mio stomaco ringrazia.

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A parte aver eliminato lo zucchero, ho sostituito la farina 2 con farina di farro integrale, il latte vaccino con quello di mandorla e le nocciole con le mandorle.

Ingredienti (per uno stampo da 22cm)

150 g di farina di tipo 2 di farro integrale

350 ml di latte (io di mandorla)

250 g di fiocchi di avena

100 g di cocco grattugiato

70 g di nocciole mandorle tritate

80 ml di olio di mais

80 g di zucchero integrale di canna (una decina di datteri piccoli, circa 50g)

Mezzo cucchiaino di vaniglia in polvere

200 g di confettura di lamponi  bacche di sambuco selvatico

Un cucchiaino di lievito per dolci



Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°.

Raccogliere in una ciotola tutti gli ingredienti secchi. Frullare i datteri con un po’ del latte previsto e aggiungerli agli ingredienti secchi insieme anche al latte restante e all’olio. Amalgamare e versare metà impasto in uno stampo oliato e infarinato (o rivestito di carta forno). Aggiungere la confettura e ricoprire con il rimanente impasto.

Cuocere per circa 50 minuti e lasciare raffreddare completamente prima di togliere dallo stampo.



mercoledì 21 ottobre 2020

Never give up - Pumpkin Pie vegana

 


Da marzo ho smesso di andare in palestra.

Il che avrebbe potuto tranquillamente significare uno stato di abbrutimento generale, con mattinate senza sveglia, ciondolamenti da perdigiorno e olimpiadi di pigrizia.

E invece no!

Da quel dì, della chiusura di tutto il chiudibile, io mi sono data regole ferree di sana cura del corpo. All’inizio incerta e controvoglia, ma pur sempre ligia a una rigidissima tabella di marcia autoimposta comprendente:

10 minuti di riscaldamento

30 minuti di attività intensa

10 minuti di rilassamento/stretching/passaggio in rassegna di contratture varie e ossa rotte eventuali.

Tutti cronometrati (i minuti, non gli accidenti) ed equamente suddivisi per gruppi muscolari. Tanto per non lasciare nulla al caso.

Prima affidandomi ai ricordi freschi di tutti gli anni di assidua frequentazione poi, a mano a mano che questi si dissolvevano insieme alla voglia di fare, scartabellando video tutorial messi gentilmente a disposizione dall’istruttore ai tempi in cui vedersi non era possibile.

Forzandomi, torturandomi proprio.

Fino a creare una routine palestricola di tutto rispetto della quale oggi non potrei più fare a meno.

Con questo non posso certamente dire che faccia salti di gioia al suono della sveglia o mi rotoli dalla felicità quando arriva la domenica sera sapendo che mi aspettano 5 giorni di “sana routine”. Eppure ancora tengo duro.

Mi alzo un’ora prima (perché del tempo di ricognizione generale su me stessa e l’ambiente circostante non riesco a fare a meno neanche rimanendo dentro casa), NON faccio colazione, mi preparo, srotolo il tappetino, avvio il cronometro e metto su una colonna sonora che ben mi disponga (nella fattispecie è sempre la stessa e parte precisamente con Flashdance per approdare a Top Gun…si accettano insulti e consigli) e alle 8 in punto comincio.

Roba che il mio istruttore sarebbe fierissimo di me, se solo sapesse e non ricordasse invece che a lezione arrivavo sempre un quarto d’ora dopo.

A 3 giorni di solitario e malinconico allenamento ne seguono poi 2 (gli ultimi della settimana lavorativa) fatti di 7 km di camminata veloce alternata a corsa, che mi portano fino al mare e segnano la conclusione del programma di allenamento.

Sabato e domenica liberi e felici.

Del come riesca a farlo senza cedere non mi è ancora dato di capire fino in fondo. Sarà l’età che avanza e lo spettro del metabolismo che rallenta. Fatto sta che non salto un giorno.

Ma in realtà ho un progetto ben preciso.

Il record mondiale di plank lo detiene un 62enne rimasto in posizione 8 ore, 15 minuti e 15 secondi.

Ecco, io ambisco a scavalcare il mio minuto e soprattutto i 3 secondi seguenti.

 

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La prima volta che ho assaggiato una pumpkin pie eravamo a Boston e faceva freddissimo. Mi era piaciuta da morire e da quel viaggio mi ero riportata le spezie per rifarla. Sono dovuti però passare 10 anni prima che mi decidessi e a questo punto mi è venuta voglia di farla in versione vegana e senza zucchero. Il risultato ci è piaciuto così tanto che appena finita l’ho fatta nuovamente aggiungendo alla base due cucchiai di cacao! L’ispirazione arriva da qua, con qualche piccola modifica.


Versione al cacao

Ingredienti (per uno stampo da 22 cm)

Per la base

250 gr di farina di farro

120 ml di acqua

3 cucchiai di olio di riso (o extra vergine d’oliva)

3 cucchiai di fecola

3 cucchiai di sciroppo d’acero

½ cucchiaino di lievito per dolci

½ cucchiaino di cannella

Per la farcitura

450 gr di polpa di zucca cotta al forno (io la taglio a fette e la metto, con tutta la buccia, su una placca ricoperta di carta forno cuocendola a 180° finché, infilzandola con una forchetta, non risulti morbida)

200 gr di yogurt di soia

4 cucchiai di sciroppo d’acero

½ cucchiaino di spezie miste in polvere (cannella, zenzero, chiodi di garofano, noce moscata)

1 cucchiaino di farina di riso

 


Procedimento

Preriscaldare il forno a 200°.

Setacciare in una ciotola le farine con il lievito e la cannella. Aggiungere l’olio, l’acqua e lo sciroppo d’acero e impastare fino a ottenere un composto omogeneo. Coprirlo con la pellicola e lasciare riposare in frigo almeno mezz’ora.

Nel frattempo preparare il ripieno. Togliere la buccia alla zucca e frullarla insieme allo yogurt, alle spezie e allo sciroppo d’acero. Aggiungere il cucchiaio di farina se dovesse risultare troppo acquosa. Deve avere la consistenza di una crema spalmabile.

Oliare uno stampo da crostata e stendervi direttamente all'interno, con le mani, l’impasto della base. Riempirlo con la crema di zucca e infornare a 200° per i primi 10 minuti, poi a 180 ° per altri 30. Lasciare raffreddare completamente prima di gustarla.

Note:

-      si conserva in frigorifero per 3-4 giorni.

-      raggiunge la consistenza ottimale e un gusto più armonico dopo una notte di riposo.

 


lunedì 18 maggio 2020

Si può! – Crostata di mele del Dottor Berrino



Chi non conosce il Professor Berrino? Colui che ha all’attivo fiumi di pubblicazioni scientifiche e libri divulgativi sull’importanza dell’alimentazione nella cura delle malattie. Quello che non sapevo è che pubblicasse anche ricette e non solo scritte! Compare infatti, insieme al figlio Jacopo, in un divertente video in cui sono entrambi alle prese con la preparazione di una crostata di mele. 


Quello su cui punta l’attenzione maggiormente il Prof Berrino è la dannosità dello zucchero. Al punto tale, sostiene, che non andrebbe sostituito, ma proprio eliminato del tutto e non solo se si è diabetici.
Come? Abituandosi progressivamente a gusti meno dolci. A dolcificare, per esempio, con uvetta, albicocche secche, datteri e poi con i semi oleaginosi: zucca, lino, girasole e sesamo; e con la frutta secca: mandorle, noci, nocciole.
Ecco, io, da grandissima golosa quale sono, non rappresento certamente la persona più adatta a dare incoraggiamenti in questo senso. Eppure da 4 anni, per un problema di salute ho dovuto rivoluzionare radicalmente la mia alimentazione, rinunciando a molte cose di cui pensavo di non poter mai fare a meno. Come per esempio il caffè.
Salvo poi scoprire che di tutto, veramente tutto, si può, col tempo e l’abitudine, fare progressivamente a meno.
Il primo anno sono stata rigorosa e inflessibile. Non ho sgarrato mai pur arrivando a sognare, anche di giorno a occhi aperti, l’aroma del caffè e il gusto smielato di un cornetto ripieno. Poi ho reintegrato poco a poco alcuni alimenti e adesso posso perfino concedermi un caffè al giorno!
Quello che mi è rimasto di questa esperienza tuttavia è l’aver compreso quanto e come l’alimentazione possa influire sulla nostra salute. Quanto e come determinati alimenti siano di gran lunga preferibili ad altri (le farine non raffinate per esempio). Ciò non vuole dire che sia integralista. Mangio insalate di miglio con legumi per pranzo e pane nero spalmato di tahin per colazione. Ma all’occorrenza non disdegno un biscotto (uno!) ripieno di Nutella, un quadratino (piccolo) di lasagna o una fettina panata (di pollo o tacchino).
Solo che queste cose ora sono l’eccezione, lo sgarro, la “botta di vita”.
E non ne ho minimamente a soffrire. La mia battaglia continua, la lotta estenuante con me stessa e gli istinti più reconditi rimane, senza dubbio quella con i dolci.
Che ho imparato, sì, a stemperare, sedare ed educare mangiando verdure dolci cotte la sera (vellutate di zucca, zucchine e compagnia bella), frutta cotta con il kuzu (una radice giapponese dal forte potere alcalinizzante), semi oleaginosi e acidulati vari per compensare le ricadute, applicando qua e là anche nozioni di cucina macrobiotica.
Prendo il caffè amaro già da molti anni, ma in questo caso sono fortunata perché io amo visceralmente il sapore del caffè tanto da considerare lo zucchero un fastidioso intruso.
Però continuo ad emozionarmi davanti alla vetrina di una pasticceria, al video della preparazione di un dolce, all’immagine di un soffice ciambellone glassato.
Accade però sempre più spesso, che il gusto non corrisponda più alle aspettative. Senza accorgermene si è fatto più selettivo e adesso, quando le assaggio, le crostate con la marmellata industriale mi sembrano stucchevoli, i gelati smielati, i dolci in genere sempre troppo dolci.
Senza accorgermene ho educato parzialmente il mio palato, trovando per esempio nella cannella, e nel suo gusto naturalmente dolce e impetuoso, un validissimo alleato.
Mi stordisce e non ci penso più! Esagero naturalmente: ma è vero che aiuta moltissimo.
Qualche difficoltà in più subentra con il cioccolato e tutto ciò che gli ruota intorno.
Fondente, minimo al 72%, meglio se all’80. Ma come dire di no per esempio al gusto del gianduia? Quell’impasto delizioso di cioccolato e nocciole (e zucchero)? Anche qui, ho scoperto l’immenso potenziale delle creme di nocciole e di mandorle.
Provate a frullare 200 gr di nocciole con tutta la pellicina (non di meno altrimenti non viene) fino a che, superando lo stadio granuloso, non si trasformano in una crema paradisiaca fatta incredibilmente solo di…nocciole! Un sapore che appaga, mette il cuore in pace, riempie lo spirito e non fa rimpiangere proprio null’altro.
E così, se devo fare un dolce, lo scelgo senza burro, qualche volta senza uova, quando mi sento un po’ più pesante, senza lievito.
Fino a toccare le vette immaginabili dei dolci senza zucchero.
Una contraddizione in termini, ma solo all’apparenza.
Molte ricette “senza” che si trovano in rete, piene di belle promesse e sbandierate garanzie si rivelano deludenti, è vero.
Ma non è assolutamente questo il caso.
Una crostata naturalmente dolce, profumata, cremosa e dal gusto deciso e avvolgente che rende impossibile credere che veramente non contenga nemmeno un grammo di zucchero o di altro dolcificante, tantomeno di miele.
Le dosi della base sono in abbondanza per uno stampo da 26-28 cm di diametro. Ragione per cui avanzerà una porzione di impasto dal quale ricavare deliziosi e croccanti biscottini.
Insomma, non si può non provare. Se non altro per sfatare il mito che senza zucchero…non esista “dolce”!

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Nel video le dosi degli ingredienti sono indicate in “volumi”. Io ho trovato comodo appoggiarmi a una traduzione più precisa fatta dall’autrice di questointeressante blog, apportando solo piccole variazioni come la sostituzione del baccello di vaniglia (che non avevo) con la cannella, che tra le altre cose è un ipoglicemizzante naturale.


Ingredienti

Per la base:
250 gr di farina integrale
180 gr di uvetta sultanina senza solfiti
180 gr di mandorle con la pellicina
50 ml di latte di soia
5 cucchiai di olio extravergine d’oliva
1 baccello di vaniglia (o mezzo cucchiaino di cannella in polvere)
la scorza grattugiata e il succo di mezzo limone non trattato
1 cucchiaino di bicarbonato


Per la crema di mele:
200 ml di latte di soia senza zuccheri aggiunti
5 cucchiai di olio extravergine d’oliva
2 cucchiai di farina integrale
2 datteri denocciolati
1 mela
1 pizzico di sale
1 pizzico di bicarbonato
Scorza grattugiata di mezzo limone non trattato


Per la copertura:
2-3 mele
Cannella in polvere
Malto di riso (facoltativo)



Procedimento
Per prima cosa preparare la crema che andrà lasciata raffreddare. Tagliare la mela a cubetti e farla saltare in padella, a fuoco dolce, con l’olio, un pizzico di sale e un pizzico di bicarbonato. Aggiungere i due datteri tagliati a pezzetti, profumare con la cannella (o i semi di vaniglia) e coprire tutto con il latte di soia. 

Cuocere, mescolando, per 5 minuti, quindi togliere dal fuoco, aggiungere la scorza del limone, frullare tutto e lasciare raffreddare.
Dedicarsi quindi alla preparazione della base.
Frullare l’uvetta (non necessita di ammollo) insieme ai 50 ml di latte di soia, all’olio, al succo del limone e al pizzico di sale. Tritare finemente le mandorle e aggiungerle al composto.
In un’altra ciotola arieggiare la farina insieme alla scorza del mezzo limone e al bicarbonato.
Unire il composto di uvetta e mandorle alla ciotola della farina e amalgamare fino a ottenere un composto compatto e omogeneo. Se dovesse risultare faticoso da tenere insieme aggiungere progressivamente cucchiaini di latte di soia fino a raggiungere la giusta consistenza (nel mio caso non è stato necessario). Stenderlo sulla spianatoia infarinata a uno spessore di 3-4 millimetri, quindi trasferirlo in uno stampo spennellato di olio.
Rifilare i bordi e coprire con la crema di mele. 

Livellare e disporre a cerchi concentrici le mele tagliate a fettine sottili.
Cuocere la crostata in forno, preriscaldato, a 180° per circa 30-35 minuti e appena sfornata spennellarla con un cucchiaio di malto di riso (o orzo) sciolto in un cucchiaio di acqua. Questo la renderà lucida e bellissima!
Con la pasta avanzata sarà possibile realizzare dei biscottini che cuoceranno in 10-12 minuti di forno.
Lasciare raffreddare la crostata e conservarla in frigorifero.




martedì 5 maggio 2020

Toglietemi tutto… - Crostata di albicocche con frolla alla banana




È indubbio che le immagini da me prodotte in questo periodo abbiano tutte un aspetto piuttosto cupo. Scuro perlomeno.
Ma conferito da una buona causa (oltre al fatto di non avere la minima cognizione di come vadano posizionate le strisce led all’interno della pur fighissima lightbox): il cioccolato!
Perché se è vero che ho perseguito disciplinatamente la mia alimentazione sana, controllata e fatta di dolci (sì lo so che non dovrebbero essercene per niente) senza questo e senza quello, è anche vero che l’ossessione del cioccolato non si è sopita minimamente. Anzi, è andata di pari passo con le restrizioni imposte dalla quarantena. Più quelle si facevano stringenti, decreto dopo decreto, più la voglia di cioccolato saliva e si impossessava della mania di variare ogni singola ricetta, agendo per conto proprio.
Le variazioni poi si esplicavano perlopiù in un unico senso: sostituendo parte della farina con del cacao o infilandoci dentro direttamente la tavoletta di cioccolato sciolta.
Extra fondente naturalmente.
E quindi perlopiù ho cucinato dolci (ma va’?), non riscontrando significative variazioni, almeno in questo, rispetto alle mie abitudini di prima del lockdown. Sono stata anche fortunata perché non sfiorandomi minimamente l’ intenzione di dedicarmi a pane e lievitati non ho nemmeno avuto bisogno di individuare spacciatori di lievito.
Mi è bastata (e mi basta) la mia modesta scorta di lievito vanigliato per dolci: apri, giri, inforni e via.
Nemmeno il tanto tempo a disposizione ha scalfito la mia pigrizia in questo senso. E l’unica preparazione poco più elaborata in cui mi sono andata a compromettere è stata quella delle zeppole. Grandi soddisfazioni, eh? Ma credo mi basteranno per gli anni a venire e ne ho ancora due congelate nel freezer.
Per il resto ho continuato a giocare di sottrazione. Fino a voler provare a fare una frolla con le banane nell’impasto! Nelle mie intenzioni servivano a sostituire lo zucchero, ma quando spulciando in giro ho letto che mezza banana può sostituire un uovo in tutte le preparazioni dolci, ho pensato che avrei potuto prendere due piccioni con una fava.
Sostituire in un colpo solo zucchero e uova! Poi, ridimensionando le pretese  e volendo comunque produrre una cosa che almeno somigliasse a un dolce degno di questo nome ho aggiunto ben 7 datteri!
Il resto lo ha fatto la marmellata, ovviamente autoprodotta, ma in tempi non sospetti.
E via, di dolce in dolce, alla riconquista progressiva di una qualche normalità.
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Ingredienti
150 gr di farina di riso
100 gr di farina di farro
20 gr di cacao amaro in polvere
1 banana molto matura
7 datteri denocciolati (se sono molto piccoli calcolarne il doppio)
50 ml di olio di riso (o di semi)
40 ml di acqua a temperatura ambiente
1 cucchiaino di cremor tartaro
Inoltre
Un vasetto di confettura di albicocche


Procedimento
Innanzitutto frullare con il minipimer i datteri e la banana insieme all’olio e  all’acqua. Amalgamare in una ciotola le farine, il cacao e il lievito. Unirvi progressivamente il composto liquido lavorando dapprima con una forchetta poi, quando avrà raggiunto una maggiore consistenza, direttamente con le mani fino a ottenere un composto omogeneo. Ungere uno stampo da crostata e stendervi all’interno, con le dita, un terzo dell’impasto rialzandolo bene sui bordi. Riempire con marmellata a piacere, decorare con le strisce e cuocere in forno già caldo, a 180° per circa 35-40 minuti


giovedì 23 aprile 2020

Ma come mi vesto? - Brownies banana e cioccolato (senza glutine, senza lievito, senza zucchero)



Innumerevoli decisioni si impongono nelle lunghe giornate di questo isolamento forzato.
A cominciare dal mattino: vestisti o rimanere in pigiama? Truccarsi o impegnarsi a fare le vaghe ogni volta che si passa davanti a uno specchio?
Pettinarsi o lasciare che la natura, il caso, il tempo trascorso tra i vapori delle verdure messe a bollire faccia il resto?
Analizziamo punto per punto.
Quella di rimanere in pigiama è una tentazione con la quale personalmente mi misuro ogni giorno, specie in caso di maltempo.
Che esercita un fascino sempre ammaliante su di me ma con il piccolo dettaglio che mi piace solo quando il mondo, lì fuori, corre e fa rumore. In questo immobile silenzio attuale invece il mio bel pigiamone felpato non sortisce particolare attrattiva e quindi decidere di vestirmi, alla fine, non costituisce tutto questo sforzo. Scelgo di vestirmi ma non mi sento eroica.
Con la tuta, eh? Che mica serve tanto.      
In questa quarantena una delle cose che mi tengono più impegnata in effetti è il cambio d’abiti. Dal pigiama ai leggins per fare sport, dai leggins alla tuta da casa, dalla tuta nuovamente al pigiama.
Ma poi arriva il giorno designato per la spesa settimanale e lì, la faccenda si fa seria. La scelta degli abiti deve rispondere a precisi criteri di:
a)   Praticità
b)   Lavabilità ad alte temperature una volta tolti che non si sa mai e la paranoia non è mai abbastanza
c)   Estetica
d)   Almeno un minimo
A quel punto tra i leggins per lo sport mattutino e la tuta da casa si inserisce un ulteriore cambio per indossare quello che a tutti gli effetti assurge a vestito della festa come manco in casa Ingalls si faceva la domenica per andare a messa (…sto parlando de “La casa nella prateria”).
Di solito si tratta di un’altra tuta, più caruccia, meno sbrindellata, possibilmente nera o blu, colori che anche in questi frangenti conservano pur sempre la loro eleganza e foulard abbinati da stendere come velo sulla mestizia imperante. Una botta di vita incredibile che fa emozionare al solo pensiero di doverli scegliere ogni volta e restituisce una vaghissima parvenza di quei tempi, lontanissimi, in cui per uscire si calzavano scarpe diverse da quelle da ginnastica e si indossavano perfino gli ormai mitologici jeans!
E arriva il momento di truccarsi. Anche prima di questo periodo non è che fossi maestra di make-up, la mia seduta di trucco si esauriva in pochi gesti e soli 3 elementi: mascara, matita, lucidalabbra.
Anticipati però da un bello strato uniformante di BBCream, che per chi non fosse avvezzo sarebbe la sorellina piccola e ancora ingenua del fondotinta. Tanto per coprire trascurabili imperfezioni (non certo le rughe) e donare un colorito vagamente più sano di quello da internamento coatto.
Ecco tutto questo, ad eccezione della voce “lucidalabbra”, lo eseguo, diligentemente, anche ora, ogni mattina. Sempre con umiltà.
E con grande dispiacere per il gloss, per l’appunto, che fra i tre era il mio preferito, ma la cui esistenza ora si rivela perfettamente inutile, soppiantato com’è dalle due logiche stringenti: averlo quando si sta in casa significa poi doverlo sgrassare via dal bordo dei bicchieri; fuori casa verrebbe coperto dalla mascherina.
E veniamo al tasto più dolente: i capelli.
Portare un taglio cortissimo e geometrico a briglie sciolte senza vedere un parrucchiere per oltre due mesi significa coltivare il gusto per l’horror.
Di metterci mano da sola non ho animo, ma anche cercare di gestirlo nella sua crescita incontrollata riserva colpi all’autostima non indifferenti. Sono riuscita ad ovviare la questione “capelli bianchi” facendomi consegnare a casa, da un’erboristeria di buon cuore, quintalate di hennè rosso mogano, che dona anche l’illusione di essersi fatti strategici colpi di sole.
Ma sulla gestione di vertigini, capelli elettrizzati, chiome a salice piangente, non ho ancora trovato soluzione. A complicare il tutto ci si mettono gli elastici della mascherina. Due: uno ad altezza nuca, che spara in alto i capelli più corti, l’altro a metà testa, che schiaccia irrimediabilmente quelli più lunghi e deforma le basette.
Così, tanto per apparire ancora più belle!
Ma a casa la mascherina non si porta e allora è tutto un profluvio di cerchietti, mollettine, elastici non certo per renderli presentabili che tali non sarebbero nemmeno nelle mani di Shu Uemura, quanto, almeno, per toglierli da davanti gli occhi e tornare a vedere il mondo circostante.
Sia pure da una finestra.

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La ricetta di questi dolcetti è della bravissima Lety del blog “Senza è buono” Non avevo la farina di carrube e quindi ho seguito il suo suggerimento di sostituirla con del cacao amaro, cui avrei dovuto aggiungere dello zucchero, ma non volendo utilizzare quest’ultimo l’ho sostituito con 4 datteri denocciolati. Mi è strapiaciuta la crema alla banana e questo abbinamento con il caffè e il cioccolato. Nel link la ricetta originale, di seguito la mia versione con pochissime varianti.

Ingredienti (per uno stampo rotondo da 18 cm o uno quadrato da 16; io ne ho usato uno rettangolare 20x30 e sono venuti più bassi)

Per la base
120 gr di farina di riso
50 ml di olio di riso (o di semi)
30 ml di caffè (una tazzina circa)
15 gr di cacao amaro in polvere
4 datteri denocciolati
2 uova
6 gr di bicarbonato di sodio
50 ml di aceto di mele
Per la crema di banane
1 banana molto matura (circa 100 gr)
1 uovo
40 ml di bevanda vegetale
30 gr di maizena (o fecola di patate)
Inoltre
Crema di nocciole e gocce di cioccolato extrafondente (facoltativi)

Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°. Preparare il caffè e lasciarlo raffreddare.
Frullare tutti gli ingredienti per la base tranne l’aceto e il bicarbonato che andranno mescolati a parte in una ciotolina, fatti reagire e uniti subito dopo all’impasto.
Versare nella teglia rivestita di carta forno e passare alla preparazione della crema di banana frullando tutti gli ingredienti indicati.
Versare la crema sull’impasto scuro per creare la variegatura (io non ho mescolato e ho preferito lasciare così). Quindi decorare a pèiacere con cucchiaiate di crema di nocciole e/o gocce di cioccolato e cuocere per circa 25-30 minuti secondo il forno.
Lasciare raffreddare prima di tagliare a cubotti.







lunedì 24 febbraio 2020

Il paradiso - Brownies proteici al cioccolato



Non so quanto voi amiate il cioccolato, io in maniera folle.
Non solo la stecca classica da prendere, aprire, staccarne un pezzetto e richiuderla subito dopo con un sospiro per evitare di finirla.
Amo il cioccolato in tutte le sue forme. Fondente però. Dal 70% in poi.
E quindi dolci, dolcetti, biscotti che lo contengano mi mandano letteralmente fuori di testa. In tutto ciò non disdegno nemmeno la Nutella, perché un’altra cosa che amo appassionatamente sono le nocciole.
Certo le rarissime volte in cui me la concedo non posso fare a meno di pensare a quante altre cose ci siano dentro e quanto poco bene facciano.
Ma uno sgarro, se deve essere tale, va fatto con tutti i crismi.
E quindi, in quei rari casi, Nutella sia.
Poi arrivano le ricette sane.
Quelle inaspettate, che lasciano intravedere subito la prospettiva di un dolcetto semplice, senza troppi fronzoli, goloso ma anche sano, con una ricetta nella ricetta (la crema di nocciole!) che basterebbe da sola a far cantare le sue lodi nei secoli a  venire e d’un tratto si apre una rosa di possibilità tutte ugualmente allettanti.
Che per carità, sta crema di nocciole sarà pure nota ai più e sono io che arrivo come al solito dopo i fuochi, ma al primo assaggio mi si è aperto un mondo, schiusa una magia, aperta una voragine di pura felicità.
E quindi dicevo, preparando questi brownies si apre una serie di opzioni:

  • -      Fermarsi alla preparazione della crema di cui sopra finendola cucchiaiata dopo cucchiaiata (ma a scanso di indigestioni posso assicurare che rispetto alla quantità della ricetta ne avanzerà un piccolo barattolino da conservare in frigo anche – provateci, se vi riesce - per un mese);
  • -      Perdersi nel tegamino del cioccolato sciolto insieme allo sciroppo d’acero e trascorrere la serata a intingervi il dito;
  • -      Dedicarsi ad assaggiare cucchiaiate di impasto mentre lo si versa nello stampo vedendo progressivamente ridurre lo spessore dei futuri,a  questo punto anche leggendari, brownies.
Oppure resistere a ogni tentazione di cui sopra, riuscire nell’eroica impresa e infornare finalmente 'sta teglia di dolcetti da tagliare a cubotti e stupire tutti, voi stesse in primo luogo per essere arrivate fin qui.
Ah no, un’ulteriore pericolo si frappone alla realizzazione di questo piatto: appena usciti dal forno, caldi caldi, mentre vi si sbricioleranno fra le dita e vi ustioneranno la lingua sono paradisiaci al pari di quando li avrete lasciati riposare in frigo e li estrarrete, se saranno sopravvissuti a tutti i passaggi, belli compatti.
A voi la scelta ;)
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Una di quelle ricette, vista qui, da conservare gelosamente negli archivi segreti. Da proporre candidamente alla suocera, che se li sbaferà ignara dell’odiatissimo ingrediente segreto e si ostinerà a non crederci anche dopo averglielo rivelato, perché lei “odia i ceci e li riconosce anche da lontano” (ahh le soddisfazioni).
Da fare assolutamente se si è amanti del cioccolato perché qui è preponderante e la scioglievolezza di un impasto del genere vi farà credere di assaporare il paradiso.
Proteici e senza grassi aggiunti, potrebbero essere considerati vagamente "light", sempre che riusciate a limitarvi a un cubotto, ma garantisco che è difficile…
Ho apportato delle piccole modifiche, come eliminare la farina di mandorle per mera dimenticanza e sostituire i datteri allo zucchero, che volendo, a meno che non usiate un cioccolato estremamente amaro, possono essere anche superflui. Insomma, provateli: non so più quali parle usare per dirvi che sono paradisiaci.

Ingredienti (per uno stampo 20X30)
420 g di ceci cotti
200 g di cioccolato fondente (72%)
30 g di cacao amaro in polvere
30 g di farina di mandorle
50 g di zucchero di canna grezzo
5 datteri denocciolati
1 pizzico di lievito naturale a base di cremor tartaro
80 g di crema di nocciole*
70 g di latte di mandorle  cocco
40 g di sciroppo d’acero
2 cucchiai di gocce di cioccolato fondente
granella di nocciole 

*Si acquista già pronta o la si può fare in casa. Per prepararla servono 200 gr di nocciole (non di meno perché altrimenti si disperdono frullando). Si preriscalda il forno a 160°, si dispongono le nocciole (con o senza pellicina) su una placca ricoperta di carta forno e si fanno scaldare per 10 minuti. Dopodiché si frullano, ancora calde, per una decina di minuti, magari interrompendo ogni 2 per non surriscaldare il frullatore. All’inizio di formerà una granella sottile, poi continuando a frullare verrà una crema golosissima da impiegare nei dolci, spalmare sul pane o finire a cucchiaiate ;-)

Procedimento
In un pentolino scaldare il latte vegetale insieme allo sciroppo d’acero e poco prima che inizi a bollire, togliere dal fuoco e unirvi il cioccolato sminuzzato mescolando bene affinché si sciolga.
Mettere nel frullatore i ceci, i datteri a pezzetti, il cacao, la crema di nocciole e il lievito e frullare fino a ottenere un composto omogeneo e liscio. Aggiungere il cioccolato fuso e frullare di nuovo, amalgamando bene tutti gli ingredienti.
Foderare  con della carta da forno una teglia piccola (la mia 20X30) e versarvi l’impasto, distribuendo poi su tutta la superficie le gocce di cioccolato e granella di nocciole. Infornare in forno statico preriscaldato a 180°C per 35-40 minuti, lasciare raffreddare e tagliare a cubotti prima di servire.
Conservare in frigorifero.
Sono buonissimi tiepidi, appena fatti, ma anche più avanti, quando si compattano ulteriormente, freddi di frigo.



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