Dunque sì, a
prima vista, senza occhiali, potrebbe sembrare una cheesecake al cioccolato.
Solo che
quelli non sono biscotti digestive intrisi di burro e quello sopra non è
cioccolato.
Se è per
quello poi, di formaggio non c’è nemmeno l’ombra.
Aguzzando un
po’ la vista poi, a un secondo sguardo, più attento, potrebbe dare l’idea di
una crostata mal riuscita.
Dimenticata nel
forno (in funzione grill) e carbonizzata nella parte superiore mentre quella
sotto era venuta tanto bene, mannaggia!
Continuando a
scervellarsi potrebbe essere scambiata pure per una sbriciolata invertita, col
ripieno emerso, per qualche oscura ragione, e le briciole esplose e rimaste
appiccicate sul fondo dello stampo.
Ma nemmeno
tirando a indovinare si potrebbe dire che invece è una torta fatta di…fiocchi
di avena!
Già, perché io
finora con i fiocchi di avena facevo giusto il porridge per la colazione, che
poi il nome è solo per capirsi perché in realtà io mi limito a riempire la mia
bella tazza di fiocchi, mela, uvetta, mandorle, cannella e tutto quello che
trovo nella dispensa, poi a ricoprire tutto di latte di soia bollente quel poco
che basta per ammorbidire un po’ e far sì che il risultato non si incastri
sulle pareti dell’esofago mentre lo mando giù a piccole e prudenti cucchiaiate.
È che le
pappette non mi piacciono, ma dice che il porridge d’avena al mattino fa tanto
bene, quindi ecco, mangiare i fiocchi d’avena crudi, nemmeno tostati, mi pareva
un buon compromesso.
Poi è
arrivato Marco Bianchi e questa sua torta che
dire che mi incuriosiva è essere proprio riduttivi.
Siccome non
mi pareva abbastanza azzardata, ho pensato di togliere dalla lista degli
ingredienti pure quei miseri 80 gr di zucchero che prevedeva e di sostituirli
con una decina di piccoli datteri frullati...
E ovviamente
di usare una marmellata fatta di soli zuccheri della frutta e dolcificata
quindi con succo di mela concentrato.
Ecco, la
marmellata: avrebbe dovuto costituire il ripieno.
Ma nel
momento in cui ho messo il secondo strato di impasto sopra a quello di
marmellata per l’appunto, quella ha iniziato a strabordare conquistandosi
spazio e finendo per riemergere completamente.
Assumendo poi
tutti gli aspetti di cui sopra: da crostata riuscita male, a cheesecake
(magari!), a torta mistero.
Che però è
stata una rivelazione.
Di gusto,
consistenza, sostanza.
Almeno per
una volta i fiocchi d’avena riesco a mangiarmeli cotti.
E il mio
stomaco ringrazia.
@@@@@@@@@@@@@@@
A parte aver
eliminato lo zucchero, ho sostituito la farina 2 con farina di farro integrale,
il latte vaccino con quello di mandorla e le nocciole con le mandorle.
Ingredienti (per uno stampo da 22cm)
150 g di
farina di tipo 2 di farro integrale
350 ml di
latte (io di mandorla)
250 g di
fiocchi di avena
100 g di
cocco grattugiato
70 g di nocciole
mandorle tritate
80 ml di
olio di mais
80 g di
zucchero integrale di canna (una decina di datteri piccoli, circa 50g)
Mezzo cucchiaino
di vaniglia in polvere
200 g di
confettura di lamponi bacche di sambuco selvatico
Un
cucchiaino di lievito per dolci
Procedimento
Preriscaldare
il forno a 180°.
Raccogliere
in una ciotola tutti gli ingredienti secchi. Frullare i datteri con un po’ del
latte previsto e aggiungerli agli ingredienti secchi insieme anche al latte
restante e all’olio. Amalgamare e versare metà impasto in uno stampo oliato e
infarinato (o rivestito di carta forno). Aggiungere la confettura e ricoprire
con il rimanente impasto.
Cuocere per
circa 50 minuti e lasciare raffreddare completamente prima di togliere dallo
stampo.
Il che
avrebbe potuto tranquillamente significare uno stato di abbrutimento generale,
con mattinate senza sveglia, ciondolamenti da perdigiorno e olimpiadi di
pigrizia.
E invece no!
Da quel dì, della
chiusura di tutto il chiudibile, io mi sono data regole ferree di sana cura del
corpo. All’inizio incerta e controvoglia, ma pur sempre ligia a una rigidissima
tabella di marcia autoimposta comprendente:
10 minuti di
riscaldamento
30 minuti di
attività intensa
10 minuti di
rilassamento/stretching/passaggio in rassegna di contratture varie e ossa rotte
eventuali.
Tutti
cronometrati (i minuti, non gli accidenti) ed equamente suddivisi per gruppi
muscolari. Tanto per non lasciare nulla al caso.
Prima
affidandomi ai ricordi freschi di tutti gli anni di assidua frequentazione poi,
a mano a mano che questi si dissolvevano insieme alla voglia di fare,
scartabellando video tutorial messi gentilmente a disposizione dall’istruttore
ai tempi in cui vedersi non era possibile.
Forzandomi,
torturandomi proprio.
Fino a creare
una routine palestricola di tutto rispetto della quale oggi non potrei più fare
a meno.
Con questo
non posso certamente dire che faccia salti di gioia al suono della sveglia o mi
rotoli dalla felicità quando arriva la domenica sera sapendo che mi aspettano 5
giorni di “sana routine”. Eppure ancora tengo duro.
Mi alzo
un’ora prima (perché del tempo di ricognizione generale su me stessa e l’ambiente
circostante non riesco a fare a meno neanche rimanendo dentro casa), NON faccio
colazione, mi preparo, srotolo il tappetino, avvio il cronometro e metto su una
colonna sonora che ben mi disponga (nella fattispecie è sempre la stessa e
parte precisamente con Flashdance per approdare a Top Gun…si accettano insulti
e consigli) e alle 8 in punto comincio.
Roba che il
mio istruttore sarebbe fierissimo di me, se solo sapesse e non ricordasse
invece che a lezione arrivavo sempre un quarto d’ora dopo.
A 3 giorni
di solitario e malinconico allenamento ne seguono poi 2 (gli ultimi della
settimana lavorativa) fatti di 7 km di camminata veloce alternata a corsa, che
mi portano fino al mare e segnano la conclusione del programma di allenamento.
Sabato e
domenica liberi e felici.
Del come
riesca a farlo senza cedere non mi è ancora dato di capire fino in fondo. Sarà
l’età che avanza e lo spettro del metabolismo che rallenta. Fatto sta che non
salto un giorno.
Ma in realtà
ho un progetto ben preciso.
Il record
mondiale di plank lo detiene un 62enne rimasto in posizione 8 ore, 15 minuti e
15 secondi.
Ecco, io
ambisco a scavalcare il mio minuto e soprattutto i 3 secondi seguenti.
@@@@@@@@@@@@@@@
La prima
volta che ho assaggiato una pumpkin pie eravamo a Boston e faceva freddissimo. Mi
era piaciuta da morire e da quel viaggio mi ero riportata le spezie per rifarla.
Sono dovuti però passare 10 anni prima che mi decidessi e a questo punto mi è
venuta voglia di farla in versione vegana e senza zucchero. Il risultato ci è
piaciuto così tanto che appena finita l’ho fatta nuovamente aggiungendo alla
base due cucchiai di cacao! L’ispirazione arriva da qua,
con qualche piccola modifica.
Versione al cacao
Ingredienti (per uno stampo da 22 cm)
Per la
base
250 gr di
farina di farro
120 ml di
acqua
3 cucchiai
di olio di riso (o extra vergine d’oliva)
3 cucchiai
di fecola
3 cucchiai
di sciroppo d’acero
½ cucchiaino
di lievito per dolci
½ cucchiaino
di cannella
Per la
farcitura
450 gr di
polpa di zucca cotta al forno (io la taglio a fette e la metto, con tutta la
buccia, su una placca ricoperta di carta forno cuocendola a 180° finché,
infilzandola con una forchetta, non risulti morbida)
200 gr di
yogurt di soia
4 cucchiai
di sciroppo d’acero
½ cucchiaino
di spezie miste in polvere (cannella, zenzero, chiodi di garofano, noce
moscata)
1 cucchiaino
di farina di riso
Procedimento
Preriscaldare
il forno a 200°.
Setacciare
in una ciotola le farine con il lievito e la cannella. Aggiungere l’olio,
l’acqua e lo sciroppo d’acero e impastare fino a ottenere un composto omogeneo.
Coprirlo con la pellicola e lasciare riposare in frigo almeno mezz’ora.
Nel
frattempo preparare il ripieno. Togliere la buccia alla zucca e frullarla
insieme allo yogurt, alle spezie e allo sciroppo d’acero. Aggiungere il
cucchiaio di farina se dovesse risultare troppo acquosa. Deve avere la
consistenza di una crema spalmabile.
Oliare uno
stampo da crostata e stendervi direttamente all'interno, con le mani, l’impasto
della base. Riempirlo con la crema di zucca e infornare a 200° per i primi 10
minuti, poi a 180 ° per altri 30. Lasciare raffreddare completamente prima di
gustarla.
Note:
-si conserva in frigorifero per 3-4
giorni.
-raggiunge la consistenza ottimale e
un gusto più armonico dopo una notte di riposo.
Chi non
conosce il Professor Berrino? Colui che ha all’attivo fiumi di pubblicazioni
scientifiche e libri divulgativi sull’importanza dell’alimentazione nella cura
delle malattie. Quello che non sapevo è che pubblicasse anche ricette e non
solo scritte! Compare infatti, insieme al figlio Jacopo, in un divertente video
in cui sono entrambi alle prese con la preparazione di una crostata di mele.
Quello
su cui punta l’attenzione maggiormente il Prof Berrino è la dannosità dello zucchero.
Al punto tale, sostiene, che non andrebbe sostituito, ma proprio eliminato del
tutto e non solo se si è diabetici.
Come?
Abituandosi progressivamente a gusti meno dolci. A dolcificare, per esempio, con
uvetta, albicocche secche, datteri e poi con i semi oleaginosi: zucca, lino,
girasole e sesamo; e con la frutta secca: mandorle, noci, nocciole.
Ecco, io, da
grandissima golosa quale sono, non rappresento certamente la persona più adatta
a dare incoraggiamenti in questo senso. Eppure da 4 anni, per un problema di
salute ho dovuto rivoluzionare radicalmente la mia alimentazione, rinunciando a
molte cose di cui pensavo di non poter mai fare a meno. Come per esempio il
caffè.
Salvo poi
scoprire che di tutto, veramente tutto, si può, col tempo e l’abitudine, fare
progressivamente a meno.
Il primo
anno sono stata rigorosa e inflessibile. Non ho sgarrato mai pur arrivando a
sognare, anche di giorno a occhi aperti, l’aroma del caffè e il gusto smielato
di un cornetto ripieno. Poi ho reintegrato poco a poco alcuni alimenti e adesso
posso perfino concedermi un caffè al giorno!
Quello che
mi è rimasto di questa esperienza tuttavia è l’aver compreso quanto e come
l’alimentazione possa influire sulla nostra salute. Quanto e come determinati
alimenti siano di gran lunga preferibili ad altri (le farine non raffinate per
esempio). Ciò non vuole dire che sia integralista. Mangio insalate di miglio
con legumi per pranzo e pane nero spalmato di tahin per colazione. Ma all’occorrenza
non disdegno un biscotto (uno!) ripieno di Nutella, un quadratino (piccolo) di
lasagna o una fettina panata (di pollo o tacchino).
Solo che
queste cose ora sono l’eccezione, lo sgarro, la “botta di vita”.
E non ne ho minimamente
a soffrire. La mia battaglia continua, la lotta estenuante con me stessa e gli
istinti più reconditi rimane, senza dubbio quella con i dolci.
Che ho
imparato, sì, a stemperare, sedare ed educare mangiando verdure dolci cotte la
sera (vellutate di zucca, zucchine e compagnia bella), frutta cotta con il kuzu
(una radice giapponese dal forte potere alcalinizzante), semi oleaginosi e
acidulati vari per compensare le ricadute, applicando qua e là anche nozioni di
cucina macrobiotica.
Prendo il
caffè amaro già da molti anni, ma in questo caso sono fortunata perché io amo
visceralmente il sapore del caffè tanto da considerare lo zucchero un
fastidioso intruso.
Però
continuo ad emozionarmi davanti alla vetrina di una pasticceria, al video della
preparazione di un dolce, all’immagine di un soffice ciambellone glassato.
Accade però
sempre più spesso, che il gusto non corrisponda più alle aspettative. Senza
accorgermene si è fatto più selettivo e adesso, quando le assaggio, le crostate
con la marmellata industriale mi sembrano stucchevoli, i gelati smielati, i
dolci in genere sempre troppo dolci.
Senza
accorgermene ho educato parzialmente il mio palato, trovando per esempio nella
cannella, e nel suo gusto naturalmente dolce e impetuoso, un validissimo
alleato.
Mi stordisce
e non ci penso più! Esagero naturalmente: ma è vero che aiuta moltissimo.
Qualche
difficoltà in più subentra con il cioccolato e tutto ciò che gli ruota intorno.
Fondente,
minimo al 72%, meglio se all’80. Ma come dire di no per esempio al gusto del
gianduia? Quell’impasto delizioso di cioccolato e nocciole (e zucchero)? Anche
qui, ho scoperto l’immenso potenziale delle creme di nocciole e di mandorle.
Provate a
frullare 200 gr di nocciole con tutta la pellicina (non di meno altrimenti non
viene) fino a che, superando lo stadio granuloso, non si trasformano in una
crema paradisiaca fatta incredibilmente solo di…nocciole! Un sapore che appaga,
mette il cuore in pace, riempie lo spirito e non fa rimpiangere proprio
null’altro.
E così, se
devo fare un dolce, lo scelgo senza burro, qualche volta senza uova, quando mi
sento un po’ più pesante, senza lievito.
Fino a
toccare le vette immaginabili dei dolci senza zucchero.
Una
contraddizione in termini, ma solo all’apparenza.
Molte
ricette “senza” che si trovano in rete, piene di belle promesse e sbandierate
garanzie si rivelano deludenti, è vero.
Ma non è assolutamente
questo il caso.
Una crostata
naturalmente dolce, profumata, cremosa e dal gusto deciso e avvolgente che
rende impossibile credere che veramente non contenga nemmeno un grammo di
zucchero o di altro dolcificante, tantomeno di miele.
Le dosi
della base sono in abbondanza per uno stampo da 26-28 cm di diametro. Ragione
per cui avanzerà una porzione di impasto dal quale ricavare deliziosi e
croccanti biscottini.
Insomma, non
si può non provare. Se non altro per sfatare il mito che senza zucchero…non esista
“dolce”!
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Nel video le
dosi degli ingredienti sono indicate in “volumi”. Io ho trovato comodo
appoggiarmi a una traduzione più precisa fatta dall’autrice di questointeressante blog,
apportando solo piccole variazioni come la sostituzione del baccello di
vaniglia (che non avevo) con la cannella, che tra le altre cose è un
ipoglicemizzante naturale.
Ingredienti
Per la
base:
250 gr di
farina integrale
180 gr di
uvetta sultanina senza solfiti
180 gr di
mandorle con la pellicina
50 ml di
latte di soia
5 cucchiai
di olio extravergine d’oliva
1 baccello
di vaniglia (o mezzo cucchiaino di cannella in polvere)
la scorza
grattugiata e il succo di mezzo limone non trattato
1 cucchiaino
di bicarbonato
Per la
crema di mele:
200 ml di
latte di soia senza zuccheri aggiunti
5 cucchiai
di olio extravergine d’oliva
2 cucchiai
di farina integrale
2 datteri
denocciolati
1 mela
1 pizzico di
sale
1 pizzico di
bicarbonato
Scorza
grattugiata di mezzo limone non trattato
Per la
copertura:
2-3 mele
Cannella in
polvere
Malto di
riso (facoltativo)
Procedimento
Per prima
cosa preparare la crema che andrà lasciata raffreddare. Tagliare la mela a
cubetti e farla saltare in padella, a fuoco dolce, con l’olio, un pizzico di
sale e un pizzico di bicarbonato. Aggiungere i due datteri tagliati a pezzetti,
profumare con la cannella (o i semi di vaniglia) e coprire tutto con il latte
di soia.
Cuocere, mescolando, per 5 minuti, quindi togliere dal fuoco,
aggiungere la scorza del limone, frullare tutto e lasciare raffreddare.
Dedicarsi
quindi alla preparazione della base.
Frullare
l’uvetta (non necessita di ammollo) insieme ai 50 ml di latte di soia,
all’olio, al succo del limone e al pizzico di sale. Tritare finemente le
mandorle e aggiungerle al composto.
In un’altra
ciotola arieggiare la farina insieme alla scorza del mezzo limone e al
bicarbonato.
Unire il
composto di uvetta e mandorle alla ciotola della farina e amalgamare fino a
ottenere un composto compatto e omogeneo. Se dovesse risultare faticoso da
tenere insieme aggiungere progressivamente cucchiaini di latte di soia fino a
raggiungere la giusta consistenza (nel mio caso non è stato necessario).
Stenderlo sulla spianatoia infarinata a uno spessore di 3-4 millimetri, quindi
trasferirlo in uno stampo spennellato di olio.
Rifilare i
bordi e coprire con la crema di mele.
Livellare e disporre a cerchi concentrici
le mele tagliate a fettine sottili.
Cuocere la
crostata in forno, preriscaldato, a 180° per circa 30-35 minuti e appena
sfornata spennellarla con un cucchiaio di malto di riso (o orzo) sciolto in un
cucchiaio di acqua. Questo la renderà lucida e bellissima!
Con la pasta
avanzata sarà possibile realizzare dei biscottini che cuoceranno in 10-12
minuti di forno.
Lasciare
raffreddare la crostata e conservarla in frigorifero.
È indubbio
che le immagini da me prodotte in questo periodo abbiano tutte un aspetto
piuttosto cupo. Scuro perlomeno.
Ma conferito
da una buona causa (oltre al fatto di non avere la minima cognizione di come
vadano posizionate le strisce led all’interno della pur fighissima lightbox):
il cioccolato!
Perché se è
vero che ho perseguito disciplinatamente la mia alimentazione sana, controllata
e fatta di dolci (sì lo so che non dovrebbero essercene per niente) senza
questo e senza quello, è anche vero che l’ossessione del cioccolato non si è
sopita minimamente. Anzi, è andata di pari passo con le restrizioni imposte
dalla quarantena. Più quelle si facevano stringenti, decreto dopo decreto, più
la voglia di cioccolato saliva e si impossessava della mania di variare ogni
singola ricetta, agendo per conto proprio.
Le
variazioni poi si esplicavano perlopiù in un unico senso: sostituendo parte
della farina con del cacao o infilandoci dentro direttamente la tavoletta di
cioccolato sciolta.
Extra fondente
naturalmente.
E quindi
perlopiù ho cucinato dolci (ma va’?), non riscontrando significative
variazioni, almeno in questo, rispetto alle mie abitudini di prima del
lockdown. Sono stata anche fortunata perché non sfiorandomi minimamente l’
intenzione di dedicarmi a pane e lievitati non ho nemmeno avuto bisogno di individuare
spacciatori di lievito.
Mi è bastata
(e mi basta) la mia modesta scorta di lievito vanigliato per dolci: apri, giri,
inforni e via.
Nemmeno il
tanto tempo a disposizione ha scalfito la mia pigrizia in questo senso. E l’unica
preparazione poco più elaborata in cui mi sono andata a compromettere è stata
quella delle zeppole. Grandi soddisfazioni, eh? Ma credo mi basteranno per gli
anni a venire e ne ho ancora due congelate nel freezer.
Per il resto
ho continuato a giocare di sottrazione. Fino a voler provare a fare una frolla
con le banane nell’impasto! Nelle mie intenzioni servivano a sostituire lo
zucchero, ma quando spulciando in giro ho letto che mezza banana può sostituire
un uovo in tutte le preparazioni dolci, ho pensato che avrei potuto prendere
due piccioni con una fava.
Sostituire in
un colpo solo zucchero e uova! Poi, ridimensionando le pretese e volendo comunque produrre una cosa che
almeno somigliasse a un dolce degno di questo nome ho aggiunto ben 7 datteri!
Il resto lo
ha fatto la marmellata, ovviamente autoprodotta, ma in tempi non sospetti.
E via, di
dolce in dolce, alla riconquista progressiva di una qualche normalità.
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Ingredienti
150 gr di
farina di riso
100 gr di
farina di farro
20 gr di
cacao amaro in polvere
1 banana
molto matura
7 datteri
denocciolati (se sono molto piccoli calcolarne il doppio)
50 ml di
olio di riso (o di semi)
40 ml di
acqua a temperatura ambiente
1 cucchiaino
di cremor tartaro
Inoltre
Un vasetto
di confettura di albicocche
Procedimento
Innanzitutto
frullare con il minipimer i datteri e la banana insieme all’olio eall’acqua. Amalgamare in una ciotola le
farine, il cacao e il lievito. Unirvi progressivamente il composto liquido
lavorando dapprima con una forchetta poi, quando avrà raggiunto una maggiore
consistenza, direttamente con le mani fino a ottenere un composto omogeneo. Ungere
uno stampo da crostata e stendervi all’interno, con le dita, un terzo dell’impasto
rialzandolo bene sui bordi. Riempire con marmellata a piacere, decorare con le
strisce e cuocere in forno già caldo, a 180° per circa 35-40 minuti
Innumerevoli
decisioni si impongono nelle lunghe giornate di questo isolamento forzato.
A cominciare
dal mattino: vestisti o rimanere in pigiama? Truccarsi o impegnarsi a fare le
vaghe ogni volta che si passa davanti a uno specchio?
Pettinarsi o
lasciare che la natura, il caso, il tempo trascorso tra i vapori delle verdure messe
a bollire faccia il resto?
Analizziamo
punto per punto.
Quella di
rimanere in pigiama è una tentazione con la quale personalmente mi misuro ogni
giorno, specie in caso di maltempo.
Che esercita
un fascino sempre ammaliante su di me ma con il piccolo dettaglio che mi piace
solo quando il mondo, lì fuori, corre e fa rumore. In questo immobile silenzio
attuale invece il mio bel pigiamone felpato non sortisce particolare attrattiva
e quindi decidere di vestirmi, alla fine, non costituisce tutto questo sforzo.
Scelgo di vestirmi ma non mi sento eroica.
Con la tuta, eh? Che mica serve tanto.
In questa
quarantena una delle cose che mi tengono più impegnata in effetti è il cambio
d’abiti. Dal pigiama ai leggins per fare sport, dai leggins alla tuta da casa,
dalla tuta nuovamente al pigiama.
Ma poi
arriva il giorno designato per la spesa settimanale e lì, la faccenda si fa
seria. La scelta degli abiti deve rispondere a precisi criteri di:
a)Praticità
b)Lavabilità ad alte temperature una
volta tolti che non si sa mai e la paranoia non è mai abbastanza
c)Estetica
d)Almeno un minimo
A quel punto
tra i leggins per lo sport mattutino e la tuta da casa si inserisce un
ulteriore cambio per indossare quello che a tutti gli effetti assurge a vestito
della festa come manco in casa Ingalls si faceva la domenica per andare a messa
(…sto parlando de “La casa nella prateria”).
Di solito si
tratta di un’altra tuta, più caruccia, meno sbrindellata, possibilmente nera o
blu, colori che anche in questi frangenti conservano pur sempre la loro
eleganza e foulard abbinati da stendere come velo sulla mestizia imperante. Una
botta di vita incredibile che fa emozionare al solo pensiero di doverli scegliere
ogni volta e restituisce una vaghissima parvenza di quei tempi, lontanissimi,
in cui per uscire si calzavano scarpe diverse da quelle da ginnastica e si indossavano
perfino gli ormai mitologici jeans!
E arriva il
momento di truccarsi. Anche prima di questo periodo non è che fossi maestra di
make-up, la mia seduta di trucco si esauriva in pochi gesti e soli 3 elementi:
mascara, matita, lucidalabbra.
Anticipati
però da un bello strato uniformante di BBCream, che per chi non fosse avvezzo
sarebbe la sorellina piccola e ancora ingenua del fondotinta. Tanto per coprire
trascurabili imperfezioni (non certo le rughe) e donare un colorito vagamente
più sano di quello da internamento coatto.
Ecco tutto
questo, ad eccezione della voce “lucidalabbra”, lo eseguo, diligentemente,
anche ora, ogni mattina. Sempre con umiltà.
E con grande
dispiacere per il gloss, per l’appunto, che fra i tre era il mio preferito, ma la
cui esistenza ora si rivela perfettamente inutile, soppiantato com’è dalle due
logiche stringenti: averlo quando si sta in casa significa poi doverlo
sgrassare via dal bordo dei bicchieri; fuori casa verrebbe coperto dalla mascherina.
E veniamo al
tasto più dolente: i capelli.
Portare un
taglio cortissimo e geometrico a briglie sciolte senza vedere un parrucchiere
per oltre due mesi significa coltivare il gusto per l’horror.
Di metterci
mano da sola non ho animo, ma anche cercare di gestirlo nella sua crescita
incontrollata riserva colpi all’autostima non indifferenti. Sono riuscita ad
ovviare la questione “capelli bianchi” facendomi consegnare a casa, da
un’erboristeria di buon cuore, quintalate di hennè rosso mogano, che dona anche
l’illusione di essersi fatti strategici colpi di sole.
Ma sulla
gestione di vertigini, capelli elettrizzati, chiome a salice piangente, non ho
ancora trovato soluzione. A complicare il tutto ci si mettono gli elastici
della mascherina. Due: uno ad altezza nuca, che spara in alto i capelli più
corti, l’altro a metà testa, che schiaccia irrimediabilmente quelli più lunghi
e deforma le basette.
Così, tanto
per apparire ancora più belle!
Ma a casa la
mascherina non si porta e allora è tutto un profluvio di cerchietti,
mollettine, elastici non certo per renderli presentabili che tali non sarebbero
nemmeno nelle mani di Shu Uemura, quanto, almeno, per toglierli da davanti gli
occhi e tornare a vedere il mondo circostante.
Sia pure da
una finestra.
@@@@@@@@@@@@@@@@@
La ricetta
di questi dolcetti è della bravissima Lety del blog “Senza è buono” Non avevo la farina di carrube e quindi ho seguito il suo suggerimento di
sostituirla con del cacao amaro, cui avrei dovuto aggiungere dello zucchero, ma
non volendo utilizzare quest’ultimo l’ho sostituito con 4 datteri denocciolati.
Mi è strapiaciuta la crema alla banana e questo abbinamento con il caffè e il cioccolato.
Nel link la ricetta originale, di seguito la mia versione con pochissime
varianti.
Ingredienti (per uno stampo rotondo da 18 cm o
uno quadrato da 16; io ne ho usato uno rettangolare 20x30 e sono venuti più
bassi)
Per la
base
120 gr di
farina di riso
50 ml di
olio di riso (o di semi)
30 ml di caffè
(una tazzina circa)
15 gr di
cacao amaro in polvere
4 datteri
denocciolati
2 uova
6 gr di
bicarbonato di sodio
50 ml di
aceto di mele
Per la
crema di banane
1 banana
molto matura (circa 100 gr)
1 uovo
40 ml di bevanda
vegetale
30 gr di
maizena (o fecola di patate)
Inoltre
Crema di
nocciole e gocce di cioccolato extrafondente (facoltativi)
Procedimento
Preriscaldare
il forno a 180°. Preparare il caffè e lasciarlo raffreddare.
Frullare tutti
gli ingredienti per la base tranne l’aceto e il bicarbonato che andranno
mescolati a parte in una ciotolina, fatti reagire e uniti subito dopo all’impasto.
Versare nella
teglia rivestita di carta forno e passare alla preparazione della crema di
banana frullando tutti gli ingredienti indicati.
Versare la
crema sull’impasto scuro per creare la variegatura (io non ho mescolato e ho
preferito lasciare così). Quindi decorare a pèiacere con cucchiaiate di crema
di nocciole e/o gocce di cioccolato e cuocere per circa 25-30 minuti secondo il
forno.
Non so
quanto voi amiate il cioccolato, io in maniera folle.
Non solo la
stecca classica da prendere, aprire, staccarne un pezzetto e richiuderla subito
dopo con un sospiro per evitare di finirla.
Amo il cioccolato
in tutte le sue forme. Fondente però. Dal 70% in poi.
E quindi
dolci, dolcetti, biscotti che lo contengano mi mandano letteralmente fuori di
testa. In tutto ciò non disdegno nemmeno la Nutella, perché un’altra cosa che
amo appassionatamente sono le nocciole.
Certo le
rarissime volte in cui me la concedo non posso fare a meno di pensare a quante
altre cose ci siano dentro e quanto poco bene facciano.
Ma uno
sgarro, se deve essere tale, va fatto con tutti i crismi.
E quindi, in
quei rari casi, Nutella sia.
Poi arrivano
le ricette sane.
Quelle
inaspettate, che lasciano intravedere subito la prospettiva di un dolcetto semplice,
senza troppi fronzoli, goloso ma anche sano, con una ricetta nella ricetta (la
crema di nocciole!) che basterebbe da sola a far cantare le sue lodi nei secoli
avenire e d’un tratto si apre una rosa
di possibilità tutte ugualmente allettanti.
Che per
carità, sta crema di nocciole sarà pure nota ai più e sono io che arrivo come
al solito dopo i fuochi, ma al primo assaggio mi si è aperto un mondo, schiusa
una magia, aperta una voragine di pura felicità.
E quindi
dicevo, preparando questi brownies si apre una serie di opzioni:
-Fermarsi alla preparazione della
crema di cui sopra finendola cucchiaiata dopo cucchiaiata (ma a scanso di
indigestioni posso assicurare che rispetto alla quantità della ricetta ne
avanzerà un piccolo barattolino da conservare in frigo anche – provateci, se vi
riesce - per un mese);
-Perdersi nel tegamino del cioccolato
sciolto insieme allo sciroppo d’acero e trascorrere la serata a intingervi il
dito;
-Dedicarsi ad assaggiare cucchiaiate
di impasto mentre lo si versa nello stampo vedendo progressivamente ridurre lo
spessore dei futuri,aquesto punto anche
leggendari, brownies.
Oppure
resistere a ogni tentazione di cui sopra, riuscire nell’eroica impresa e
infornare finalmente 'sta teglia di dolcetti da tagliare a cubotti e stupire
tutti, voi stesse in primo luogo per essere arrivate fin qui.
Ah no, un’ulteriore
pericolo si frappone alla realizzazione di questo piatto: appena usciti dal
forno, caldi caldi, mentre vi si sbricioleranno fra le dita e vi ustioneranno
la lingua sono paradisiaci al pari di quando li avrete lasciati riposare in
frigo e li estrarrete, se saranno sopravvissuti a tutti i passaggi, belli
compatti.
A voi la
scelta ;)
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Una di
quelle ricette, vista qui, da conservare gelosamente negli archivi segreti. Da
proporre candidamente alla suocera, che se li sbaferà ignara dell’odiatissimo ingrediente
segreto e si ostinerà a non crederci anche dopo averglielo rivelato, perché lei
“odia i ceci e li riconosce anche da
lontano” (ahh le soddisfazioni).
Da fare
assolutamente se si è amanti del cioccolato perché qui è preponderante e la
scioglievolezza di un impasto del genere vi farà credere di assaporare il
paradiso.
Proteici e
senza grassi aggiunti, potrebbero essere considerati vagamente "light", sempre che riusciate a limitarvi a un cubotto, ma
garantisco che è difficile…
Ho apportato
delle piccole modifiche, come eliminare la farina di mandorle per mera
dimenticanza e sostituire i datteri allo zucchero, che volendo, a meno che non
usiate un cioccolato estremamente amaro, possono essere anche superflui. Insomma,
provateli: non so più quali parle usare per dirvi che sono paradisiaci.
Ingredienti (per uno stampo 20X30)
420 g di
ceci cotti
200 g di cioccolato
fondente (72%)
30 g di
cacao amaro in polvere
30 g di farina di mandorle
50 g di
zucchero di canna grezzo
5
datteri denocciolati
1 pizzico di
lievito naturale a base di cremor tartaro
80 g di
crema di nocciole*
70 g di
latte di mandorlecocco
40 g di
sciroppo d’acero
2 cucchiai
di gocce di cioccolato fondente
granella di nocciole
*Si acquista già pronta o la si può fare in
casa. Per prepararla servono 200 gr di nocciole (non di meno perché altrimenti si
disperdono frullando). Si preriscalda il forno a 160°, si dispongono le
nocciole (con o senza pellicina) su una placca ricoperta di carta forno e si
fanno scaldare per 10 minuti. Dopodiché si frullano, ancora calde, per una
decina di minuti, magari interrompendo ogni 2 per non surriscaldare il
frullatore. All’inizio di formerà una granella sottile, poi continuando a frullare
verrà una crema golosissima da impiegare nei dolci, spalmare sul pane o finire
a cucchiaiate ;-)
Procedimento
In un
pentolino scaldare il latte vegetale insieme allo sciroppo d’acero e poco prima
che inizi a bollire, togliere dal fuoco e unirvi il cioccolato sminuzzato
mescolando bene affinché si sciolga.
Mettere nel
frullatore i ceci, i datteri a pezzetti, il cacao, la crema di nocciole e il
lievito e frullare fino a ottenere un composto omogeneo e liscio. Aggiungere il
cioccolato fuso e frullare di nuovo, amalgamando bene tutti gli ingredienti.
Foderare con della carta da forno una teglia piccola
(la mia 20X30) e versarvi l’impasto, distribuendo poi su tutta la superficie le
gocce di cioccolato e granella di nocciole. Infornare in forno statico
preriscaldato a 180°C per 35-40 minuti, lasciare raffreddare e tagliare a
cubotti prima di servire.
Conservare
in frigorifero.
Sono
buonissimi tiepidi, appena fatti, ma anche più avanti, quando si compattano
ulteriormente, freddi di frigo.