"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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giovedì 3 giugno 2021

Stop – Torta all’acqua al cioccolato e fragole


È accaduto esattamente così, nel modo più assurdo, incredibile e inverosimile possibile. Non che esista un modo bello in cui certe cose possano accadere, ma nel caso specifico, a sorprendere e lasciare del tutto attoniti è stata soprattutto la tempistica.

Quando il calendario (almeno cartaceo, non certo quello meteorologico) cominciava ad annunciare l’ingresso nel vivo della primavera, con i primi, timidissimi pensieri rivolti all’estate; i prati così come la campagna vaccinale erano nel pieno della loro più florida fioritura; l’ormai famoso indice Rt nazionale si scapicollava giù, in discesa libera; le maglie delle aperture si andavano sempre più allargando e noi bimbi felici sguazzavamo in un’oasi di sorrisi ebeti e flebili speranze, tra aperitivi e caffè in bicchierini di plastica consumati sui marciapiedi… è proprio allora, dicevo, che noi, famiglia, ci siamo ritrovati con lo spettro, divenuto subito drammaticamente tangibile e reale, di ben 3 contagiati!

Uno dopo l’altro, a strettissimo giro, giusto quello effettuato sulla giostra dei tamponi e delle attese.

Fratello, cognata, nipotina di nemmeno 3 anni.

Che fino a quando lo senti in televisione pensi sempre che sì vabbè, passerà.

Ma quando lo vivi e lo tocchi con mano e corri a farti un tampone perché potresti, ma magari no, chissà, esserti contagiato pure tu, la faccenda si fa dannatamente seria.

Diventa tutto, all’improvviso, molto spaventoso.

Per sé, per chi ti sta accanto, per tutti quelli con cui potresti essere venuto in contatto e inconsapevolmente aver contagiato.

A questo rassicurante scenario, tanto per rimescolare le carte e far rabbrividire un po’ di più, si è aggiunto un febbrone da cavallo occorso al nonno, mio papà.

La scoperta poi che si trattasse di colecistite, e che solo per qualche insondabile mistero (cui non smettere mo mai di essere grati) lui e mia madre, non fossero annoverati fra i contagiati ci ha fatto tirare il fiato giusto il tempo di cominciare ad affrontare il problema sull’altro fronte, quello appunto fatto di visite gastroenterologiche e chirurgiche di una certa urgenza con annessa programmazione di intervento.

Ma sempre meglio del Covid. Immagino.

In tutto ciò si inserivano, serpeggiando nel sottobosco delle ansie miste a terrore, le date dei vaccini di tutti. Fra dubbi, paure reali, indecisioni, tentennamenti, appelli a forze superiori che aiutassero a prendere decisioni o semplicemente accettare quelle degli altri.

Fra lotti ritirati, monitoraggi di reazioni avverse, notti in bianco e febbroni vari possiamo tranquillamente affermare di vivere in apnea più o meno dal 12 marzo, data della prima dose di vaccino somministrata all’amato bene. 

Ora siamo qui, in attesa di negativizzazioni, seconde dosi, interventi chirurgici e tempi migliori.

Senza pensare troppo, coltivando piccoli attimi di felicità, ritagliando minuscole oasi di silenzio o di mare in cui tirare un attimo il fiato e mettere a tacere quei tic nervosi che, soli, tradiscono un trascurabile disappunto.

Ma celano bene l'inferno di cristallo che arde nelle anse dell'intestino.

La notizia che nel circondario il numero totale dei contagiati, dai 300 e passa di questo inverno fosse sceso a 32, 3 dei quali solo “i nostri”, di certo costituiva un primato davvero poco invidiabile.

Ma, come dicevamo, le cose fanno il loro corso; il tempo, anche se non sembra, scorre imperterrito e, pur magagnati e con la sensazione di essere stati presi a calci e pestati, a un certo punto, non si sa come, ci si trova traghettati fuori dalla tempesta.

Non ancora del tutto, eh?

Ma quanto meno si impara a navigarci dentro.

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Quella che nell’ansia generale non si è mai persa è la voglia di cucinare dolci. Che anzi semmai è pure cresciuta, presi come si è, dall'impellenza di colmare vuoti cosmici. Naturalmente sempre senza esagerare, che mica perché si è lievemente angosciati ci si scorda della forma fisica... ma quando si stratta di cioccolato, per quanto mi riguarda, basta anche solo nominarlo per sentirsi meglio. Ho rubato questa ricetta alla bravissima Elena, affascinata dalla sua definizione di questa torta come di una “torta cuscinetto”. Per la morbidezza, per il fatto di costituire un appoggio validissimo a ogni tipo di accompagnamento. Certo mi sarebbe piaciuto farla con i lamponi come lei, ma non li ho trovati e per il momento mi sono accontentata delle fragole. Siccome non ero abbastanza disperata ho ritenuto di voler diminuire la quantità totale di zucchero, ma se non amate i dolci poco dolci, la quantità originale è quella giusta!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)

300 g farina (io di farro)

30 g cacao amaro

180 g zucchero (io 150, di canna)

10 g lievito per dolci

1 pizzico di sale

vaniglia (in polvere, in pasta o i semini di un baccello),

120 ml olio di semi

360 ml acqua,

2 cestini di lamponi (io ho usato fragole)

100 g cioccolato fondente

100 ml panna fresca (io vegetale)

 


Procedimento

Accendere  il forno a 180 °C e preparare l’impasto della torta.

Versate la farina, il cacao, lo zucchero, il lievito, il sale e la vaniglia in una ciotola. Mescolare e unirvi l’olio e l’acqua, lavorando con una frusta per non formare grumi.

Versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata e infornare per 40 minuti.

Sfornate la torta lasciare raffreddare completamente.

Nel frattempo tritare il cioccolato a coltello e versarlo in una terrina.

Fare scaldare la panna e versarla calda sul cioccolato mescolando con una frusta a mano in modo tale da far sciogliere il cioccolato e ottenere una ganache liscia e senza grumi. Lavare le fragole e privarle del picciolo. Dopodiché tamponarle con due fogli di scottex.

Quando la torta all’acqua sarà fredda, toglierla dallo stampo ribaltandola sul piatto da portata (in questo modo si avrà una superficie liscia da decorare con la frutta).

Spalmare tutta la superficie della torta all’acqua con la ganache al cioccolato fondente fredda e decorare con le fragole.

Completare spolverizzando dello zucchero a velo ed eventualmente decorando con foglioline di menta.



 

 

martedì 27 aprile 2021

Costruire un amore - Farinata di ceci


La farinata è una cosa seria.

Talmente tanto che io con lei ho un rapporto sempre in bilico tra amore e odio che va avanti da tempo indefinito.

Amo quella sua crosticina croccante e saporita in superficie tanto quanto odio il suo aspetto molliccio e anemico della base (che così, pare, deve essere).

Amo il fatto che si prepari tutto sommato in poco tempo (a parte ricordarsi di formare la miscela di farina e acqua in anticipo visto che deve riposare in frigo almeno 4 ore – meglio se tutta la notte) ma odio dover ogni volta lasciare in ammollo la teglia per la settimana a seguire in attesa che si stacchino i residui dal fondo.

Amo la sua consistenza ma odio quando trasuda olio.

E per l’appunto, quella che mangiammo di recente (si fa per dire, ma comunque, in epoca prepandemica) a Volterra era sì tanto buona, ma talmente unta che se la strizzavi potevi riempirci mezza bottiglia di olio.

E insomma, a conti fatti, ancora devo capire se mi piace o no.

Anche se continua ad attrarmi irresistibilmente e non mi rassegno a un amore così controverso nei suoi confronti.

Il fatto è che io amo alla follia i ceci. Tanto da impiegarli anche per fare brownies, biscotti, versioni di hummus al cioccolato e al caffè e perfino cioccolatini.

Poi però arriva questa specie di pizza fatta solo di ceci ridotti in farina e io mi blocco.

Non so. Non capisco. Non mi convince.

Dalla preparazione alla cottura, che pare facile ma non lo è.

Agli albori di questo blog ne avevo fatta una versione che lì per lì mi era anche piaciuta, ma avendola stratificata e farcita di speck avevo, chissà perché, finito per spostare l’attenzione su tutto tranne che sulla protagonista principale, riducendola quindi a mera comparsa.

Segno evidente che tutto questo amore non me lo avesse suscitato nemmeno quella volta.

Così ho continuato a comprare sacchetti di farina di ceci e a provare ricette.

Fino alla scorsa settimana quando, sbirciando sullo stato di Whatsapp ho visto la foto di una farinata bellissima messa da un amico di vecchia data con tanto di elogi, cuoricini, parole festose e slurp vari.

Sono seguite un paio d’ore di messaggi scritti, vocali, foto di teglie, elargizione di trucchi e dritte culminati in una videochiamata a 4 (perché a quel punto, data la levatura e la scabrosità dell’argomento si erano aggiunti anche i nostri rispettivi consorti) con spiegazione dettagliata sulla cottura.

Abbiamo ottenuto 3 cose:

1)   Una ricetta senza olio all’interno dell’”impasto”

2)   Una farinata – buonissima - che non ha previsto scalpello e seghetto per tirare via le incrostazioni dalla teglia

3)   Un appuntamento a breve per rivedersi finalmente tutti e 4 dopo tanto tempo.

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Ingredienti

250 g di farina di ceci

650 ml di acqua

Aghi di rosmarino

Sale

Pepe (facoltativo)

Olio evo per ungere

In più, prima di infornare, io aggiungo:

prezzemolo tritato e scorza di limone grattugiata


 

Procedimento

Disporre in una ciotola la farina, il sale, il pepe e il rosmarino. Unire l’acqua mescolando con una frusta manuale per evitare la formazione di grumi. Coprire il recipiente e lasciare riposare per almeno 4 ore.

Al momento di cuocerla, scaldare perfettamente il forno alla massima temperatura in funzione ventilato. Ungere molto bene una teglia antiaderente (o anche la placca del forno): non essendoci olio nell’impasto, non basta spennellare, bisogna che ce ne sia un sottile strato, senza esagerare, ma che comunque copra bene ogni parte della teglia, bordi compresi. Riprendere il composto, aggiungervi il prezzemolo tritato finemente e la scorza del limone grattugiata  e, con l’aiuto di un cucchiaio su farla colare, versarla lentamente nella teglia, in modo che l’olio sottostante non venga via, se versata di colpo.

Infornare per 10 minuti, dopodiché aprire il forno, lasciare uscire l’umidità per qualche secondo, spostare la manopola in funzione grill e proseguire la cottura per altri 10 minuti.

Io la preparo la mattina per la sera. Anche riscaldata è molto buona e anzi, a gusto mio, il giorno dopo, lo è anche di più!


 

lunedì 12 aprile 2021

Niente di nuovo - Dahl di lenticchie

 

Pensavo che almeno quello dei 10 me lo sarei ricordato, ma coerentemente con me stessa, e l’ assoluta trascuratezza di questo blog, mi è sfuggito anche questo!

Ovviamente me ne sono ricordata a cose abbondantemente fatte, quando dalla ricorrenza dei dieci anni di blog era ormai passata quasi una settimana e ogni tentativo di rimediare almeno in parte si scontrava con tutta una serie di cose, tipo:

a)   L’intenzione di iniziare un periodo di detox eliminando determinati alimenti per un po’ e quindi il divieto assoluto -autoimposto -  di preparare  almeno un dolcetto su cui piantare una candelina (sigh).

b)   La pigrizia di decidere comunque di preparare un dolcetto e magari dopo averlo fotografato e privato della candelina farne beneficienza.

c)    La nebbia totale in cui da un anno circa a questa parte sta trascorrendo la mia vita.

So di non confessare una cosa originale dicendo che lo scoglionamento assoluto e prolungato da pandemia ha finito per livellare un po’ tutto: impegni, emozioni, progetti, perfino la cucina.

Ma nel mio caso direi una bugia.

Perché se è vero che apparentemente e in superficie mi pare di muovermi come un automa e vivere solo per fare la spesa/andare al lavoro/pulire casa... poi di fatto leggo libri, sogno viaggi, mi appassiono a cose nuove riguardanti l’alimentazione e sperimento perfino un piatto indiano come il qui presente!

E dimentico (anche) il decimo compleanno del mio blog, come da tradizione.

Niente di diverso dal solito, in fondo.

 

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Di lui non si può certo dire che sia fotogenico, ma buonissimo sì! E se si amano le spezie, i sapori forti e decisi, le consistenze cremose e i legumi è facile che nasca un amore anche al di là dell’estetica. Che poi si può sempre migliorare, eh? Da più cremoso a più denso è solo questione di gusti: l’importante è che le spezie ci siano tutte e che si accompagni a un buon pane o a del riso in bianco. Ma che poi: anche mangiato così, da solo, fa la sua grandissima figura. Tutto in una ventina di minuti senza nemmeno doversi ricordare di mettere in ammollo le lenticchie.

La ricetta è di Runveg, replicata fedelissimamente.

Ingredienti

250 g di lenticchie rosse decorticate

½ lt di brodo vegetale

1 carota

1 scalogno piccolo

2 cucchiai di olio extravergine d’oliva

1 cucchiaino di curry

1 cucchiaino di curcuma

½ cucchiaino di zenzero in polvere

Sale

Pepe


Procedimento

In una padella appena unta di olio far appassire la carota e lo scalogno tritati finemente. Aggiungere il brodo vegetale caldo e, quando giunge a ebollizione, unire le lenticchie (che non hanno bisogno di ammollo preventivo) e lasciare cuocere per circa 15 minuti a fuoco molto dolce (eventualmente aggiungere un’altra tazzina di acqua calda). Incorporare le spezie, aggiustare di sale e cuocere altri 5 minuti. A questo punto lo si può frullare tutto o in parte o gustare così com’è.



lunedì 15 febbraio 2021

Depistaggi - Torta vegana al cocco

 

Si può regalare, per san Valentino come per ogni altra occasione, un tubetto di crema cortisonica?

Dunque le cose stanno così: da qualche anno a questa parte mi curo prevalentemente con medicina omeopatica e attualmente sono alle prese con una dermatite, di cui soffrivo durante l’adolescenza, che è rispuntata fuori ora, a distanza di qualche anno e che sto pazientemente curando con i suddetti rimedi.

L’amato bene, da uomo tollerante e intelligente quale è, mi appoggia in questa mia scelta sebbene non approvi fino in fondo proprio tutte le sue sfaccettature.

E in particolare si e mi domanda se su quella mano martoriata di bolle e croste non faccia prima a mettere un bello strato di crema al cortisone che metterebbe fine, in un batter d’occhio, a pruriti e aspetto da zampa di rettile anziché riporre la mia speranza in tubetti di granuli e unguenti prodigiosi per giorni e giorni di fiduciosa agonia.

Ma io, testarda e (assolutamente) fiduciosa, appunto, vado per la mia strada glissando su ogni offerta medicamentosa che non sia contenuta in tubetti “senza indicazioni terapeutiche approvate”.

Mattina di san valentino. Non me lo aspetto nemmeno un vero e proprio regalo per la verità. Tutt’al più fiori. E invece te lo vedo arrivare con un pacchetto piccolo, grazioso, infiocchettato.

Apro e scopro una scatola di pomata. E mi fermerei lì, che lo conosco il suo spirito burlone. Infatti rido a crepapelle e gli dico che è stato proprio forte a propormela così, sotto forma di regalo d’amore, questa crema al cortisone che mi ostino a non voler usare.

Mi fa anche tenerezza, che se me la regala per san Valentino vuol dire che gli faccio proprio pena con questa mano disastrata e soffre a vedermi così e vuole aiutarmi a tutti i costi.

Non collego nemmeno quel tubetto già aperto e spremuto a quello sepolto nel nostro cassetto delle medicine e che avevo comprato (non mi ricordo nemmeno più quando) per lui.

Infatti mi viene in soccorso e dalla scatola spunta un rotolo.


Pieno di scritte.


La cosa si fa interessante. Conosco questo tipo di sorprese, cui non è nuovo, sebbene ogni volta mi stupisca in modi diversi.

Perché sì, quello pieno di fantasia e capace di sorprendere con idee e trovate incredibili e romantiche è lui, mica io.

Stento a crederci però. Che siamo in piena pandemia, con tutti i divieti e le restrizioni del caso.

Ma lui è un uomo pieno di fiducia e ottimismo.

Quasi come me con l’omeopatia.

Di fatti non mi sbaglio: è proprio un programma di viaggio quello che sto srotolando fra le mani. Mi basta leggere la prima scritta, “partenza da Roma Fiumicino….” per non capire più niente e farmi trasportare da un progetto reale e concreto.

Niente mete lontanissime, isole in mezzo al mare e voli intercontinentali.

Un volo di due ore e mezza.

La prospettiva, ancora lontana e purtroppo piena di insidie e incertezze, di un viaggio.

Mai regalo mi è sembrato più bello e prezioso.

La crema al cortisone può tornare nel cassetto.

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Sono pochi i dolci di questo sito  che non mi viene voglia di provare appena li vedo. Questo è uno di quelli che ho letto e subito realizzato, pur non avendo in casa tutto l’occorrente. Per esempio l’ingrediente principale: quel cocco rapè (polpa di cocco grattugiata, ridotta in scaglie e senza ulteriori processi di raffinazione) che pare sia molto diverso dalla farina di cocco (con una grana estremamente fine e uniforme), e che per me, fino a oggi, pari erano. Invece no! Disponendo allora solo di banale “farina di cocco”, e non potendo aspettare oltre, io la torta l’ho realizzata con quella. Ma se da una parte ho tolto, dall’altra ho aggiunto: così, anziché utilizzare il latte di soia ne ho messo uno di riso al gusto di cocco. Poi ho diminuito leggermente  la quantità di zucchero, impiegato olio di riso anziché di semi  e giocato come al solito con le farine. La consistenza di questa torta è molto “sbriciolosa”, ma allo stesso tempo soffice. E comunque, se poco poco amate il sapore del cocco non potete proprio esimervi dal provarla!

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro)

300 ml di bevanda di riso al cocco

250 gr di farina di farro integrale

150 gr di farina di cocco

80 ml di olio di riso (o di semi di girasole)

80 gr di zucchero di canna

1 bustina di polvere lievitante (cremor tartaro + bicarbonato)

Mezza bacca di vaniglia (o 1 bustina di vanillina)

30 gr di gocce di cioccolato extrafondente

 

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°. Raccogliere in una ciotola le farine, il lievito e lo zucchero di canna. Unire anche il latte di riso al cocco e l’olio e amalgamare bene tutti gli ingredienti fino a ottenere un composto omogeneo. Da ultimo incorporare anche le gocce di cioccolato e versare l’impasto in una tortiera oliata e infarinata. Cuocere per circa 45 minuti, fino a che la superficie sarà dorata e l’interno completamente cotto.



 

mercoledì 10 febbraio 2021

Esagerare, sempre - Baci vegan (e senza zucchero)

 


Non ho mai nascosto di soffrire di manie di grandezza.

Se devo sognare lo faccio in grande. Non mi accontento delle stelle ma miro direttamente alla luna. Ciò non vuole dire che poi io la ottenga, anzi…

Ma intanto mi sono goduta il momento dell’immaginazione in cui tutto è possibile e facile.

In più non ho il senso delle proporzioni.

E questo è più o meno il motivo per cui quando devo fare le polpette mi escono fuori delle bombe complete di capsule di innesco dell’esplosivo o quando cerco di dare forma ai biscotti da inzuppo risultano talmente grandi da dover essere divisi in almeno un paio di colazioni spalmate su due giorni differenti.

Non so perché tutto mi sembri piccolo, poco, insufficiente e scarso e solo a cose fatte o cottura avvenuta mi si appalesino i mostri giganteschi cui ho personalmente e scientemente dato forma.

Questo è anche il motivo per il quale assai di rado mi cimento nella confezione di cioccolatini o biscottini e tutto ciò che implichi un elegante e raffinato diminutivo.

Ieri però ho deciso di darmi fiducia e, complice l'energia trascinante di Michela del blog Run Veg, provare a realizzare questi cioccolatini simil-baci. 

Complice san Valentino dietro l’angolo e soprattutto la visione del blog fermo al post di capodanno, ho ritenuto di potermi buttare con una certa determinazione.

Tanto per cominciare erano baci vegani, poi senza zucchero e infine fatti di un ingrediente che mai nella vita si potrebbe pensarlo associato a una delizia simile.

Così mi sono convinta che se pure non fossero risultati piccoli e  delicati nell’aspetto avrei potuto giustificarlo con la loro composizione aliena.

Alla fine mi sono tenuta.

Certo, pesano quella ventina di grammi in più di un normale Bacio Perugina, ma di “normale” poi cos’hanno?

Spaziali nel sapore, questo sì.

E talmente incredibili e facili da fare che inutile starne tanto a cincischiare: bisogna provarli!

Per san Valentino, per merenda, per colazione, per una coccola.

E se sono esageratamente grandi meglio ancora: tanto sono senza zucchero (e vegani e pure proteici)!

 

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Sì ma non ditelo che dentro ci sono i ceci! Proprio loro, così buoni, fonte di proteine vegetali e versatili da poterci fare perfino dei cioccolatini: e chi ci crederebbe mai?! 



Ingredienti (per circa 15 cioccolatini)

240 g di ceci cotti

2 cucchiai di crema di nocciole tostate (qui le indicazioni per farla in casa)

2 cucchiai di malto di riso (che io non avevo e ho sostituito con sciroppo d’acero)

20 g di cacao amaro

25 g di olio di cocco

40 gr di nocciole tostate tritate + 15 intere

100 gr di cioccolato fondente (io ho usato quello al 72%)


Procedimento

Mettere da parte una ventina di nocciole intere e sminuzzare le restanti.

Riunire tutti gli altri ingredienti (ad eccezione delle nocciole e del cioccolato) nel robot da cucina e frullare per qualche secondo.

Aggiungere al composto ottenuto le nocciole tritate.

Formare delle palline e disporre su ognuna una nocciola intera.

Far sciogliere il cioccolato a bagnomaria e poi immergervi le palline.

Lasciarle rassodare e asciugare su carta forno e, nell’ipotesi in cui ne dovesse avanzare qualcuna, conservarle in frigo.



mercoledì 21 ottobre 2020

Never give up - Pumpkin Pie vegana

 


Da marzo ho smesso di andare in palestra.

Il che avrebbe potuto tranquillamente significare uno stato di abbrutimento generale, con mattinate senza sveglia, ciondolamenti da perdigiorno e olimpiadi di pigrizia.

E invece no!

Da quel dì, della chiusura di tutto il chiudibile, io mi sono data regole ferree di sana cura del corpo. All’inizio incerta e controvoglia, ma pur sempre ligia a una rigidissima tabella di marcia autoimposta comprendente:

10 minuti di riscaldamento

30 minuti di attività intensa

10 minuti di rilassamento/stretching/passaggio in rassegna di contratture varie e ossa rotte eventuali.

Tutti cronometrati (i minuti, non gli accidenti) ed equamente suddivisi per gruppi muscolari. Tanto per non lasciare nulla al caso.

Prima affidandomi ai ricordi freschi di tutti gli anni di assidua frequentazione poi, a mano a mano che questi si dissolvevano insieme alla voglia di fare, scartabellando video tutorial messi gentilmente a disposizione dall’istruttore ai tempi in cui vedersi non era possibile.

Forzandomi, torturandomi proprio.

Fino a creare una routine palestricola di tutto rispetto della quale oggi non potrei più fare a meno.

Con questo non posso certamente dire che faccia salti di gioia al suono della sveglia o mi rotoli dalla felicità quando arriva la domenica sera sapendo che mi aspettano 5 giorni di “sana routine”. Eppure ancora tengo duro.

Mi alzo un’ora prima (perché del tempo di ricognizione generale su me stessa e l’ambiente circostante non riesco a fare a meno neanche rimanendo dentro casa), NON faccio colazione, mi preparo, srotolo il tappetino, avvio il cronometro e metto su una colonna sonora che ben mi disponga (nella fattispecie è sempre la stessa e parte precisamente con Flashdance per approdare a Top Gun…si accettano insulti e consigli) e alle 8 in punto comincio.

Roba che il mio istruttore sarebbe fierissimo di me, se solo sapesse e non ricordasse invece che a lezione arrivavo sempre un quarto d’ora dopo.

A 3 giorni di solitario e malinconico allenamento ne seguono poi 2 (gli ultimi della settimana lavorativa) fatti di 7 km di camminata veloce alternata a corsa, che mi portano fino al mare e segnano la conclusione del programma di allenamento.

Sabato e domenica liberi e felici.

Del come riesca a farlo senza cedere non mi è ancora dato di capire fino in fondo. Sarà l’età che avanza e lo spettro del metabolismo che rallenta. Fatto sta che non salto un giorno.

Ma in realtà ho un progetto ben preciso.

Il record mondiale di plank lo detiene un 62enne rimasto in posizione 8 ore, 15 minuti e 15 secondi.

Ecco, io ambisco a scavalcare il mio minuto e soprattutto i 3 secondi seguenti.

 

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La prima volta che ho assaggiato una pumpkin pie eravamo a Boston e faceva freddissimo. Mi era piaciuta da morire e da quel viaggio mi ero riportata le spezie per rifarla. Sono dovuti però passare 10 anni prima che mi decidessi e a questo punto mi è venuta voglia di farla in versione vegana e senza zucchero. Il risultato ci è piaciuto così tanto che appena finita l’ho fatta nuovamente aggiungendo alla base due cucchiai di cacao! L’ispirazione arriva da qua, con qualche piccola modifica.


Versione al cacao

Ingredienti (per uno stampo da 22 cm)

Per la base

250 gr di farina di farro

120 ml di acqua

3 cucchiai di olio di riso (o extra vergine d’oliva)

3 cucchiai di fecola

3 cucchiai di sciroppo d’acero

½ cucchiaino di lievito per dolci

½ cucchiaino di cannella

Per la farcitura

450 gr di polpa di zucca cotta al forno (io la taglio a fette e la metto, con tutta la buccia, su una placca ricoperta di carta forno cuocendola a 180° finché, infilzandola con una forchetta, non risulti morbida)

200 gr di yogurt di soia

4 cucchiai di sciroppo d’acero

½ cucchiaino di spezie miste in polvere (cannella, zenzero, chiodi di garofano, noce moscata)

1 cucchiaino di farina di riso

 


Procedimento

Preriscaldare il forno a 200°.

Setacciare in una ciotola le farine con il lievito e la cannella. Aggiungere l’olio, l’acqua e lo sciroppo d’acero e impastare fino a ottenere un composto omogeneo. Coprirlo con la pellicola e lasciare riposare in frigo almeno mezz’ora.

Nel frattempo preparare il ripieno. Togliere la buccia alla zucca e frullarla insieme allo yogurt, alle spezie e allo sciroppo d’acero. Aggiungere il cucchiaio di farina se dovesse risultare troppo acquosa. Deve avere la consistenza di una crema spalmabile.

Oliare uno stampo da crostata e stendervi direttamente all'interno, con le mani, l’impasto della base. Riempirlo con la crema di zucca e infornare a 200° per i primi 10 minuti, poi a 180 ° per altri 30. Lasciare raffreddare completamente prima di gustarla.

Note:

-      si conserva in frigorifero per 3-4 giorni.

-      raggiunge la consistenza ottimale e un gusto più armonico dopo una notte di riposo.

 


martedì 29 settembre 2020

Che estate è stata? - Soda Bread di farro e semi misti

 



L’estate del 2020. Quella che fino all’ultimo non si sapeva se e come si sarebbe potuto andare al mare, riuscire allo scoperto, riprendere ad abbracciarsi.

Quest’ultima cosa in verità non l’abbiamo ancora fatta ed io, da marzo scorso, non abbraccio né bacio mia madre e mio padre o mio fratello e mia cognata in quanto appartenenti a nuclei famigliari diversi e soprattutto, i primi, in età e condizioni cliniche “a rischio”.

Mia nipote però sì, o perlomeno l’ho abbracciata e baciata all’incirca fino ai primi di settembre, prima di partire per la Grecia (sebbene tornata con tampone negativo), e poi di ricominciare a lavorare, a incontrare persone, avere contatti e quindi essere un potenziale untore, non certo per lei, ma sempre per i nonni che a lei badano. Le sue guance irresistibili mi hanno fatto capitolare e ora starne nuovamente lontana, o davanti ma col filtro della mascherina, è veramente durissima.

Con lei sono andata al mare, quel paio d’ore la mattina che tra monta e rismonta tutti i suoi bagagli fra ciambelle, canottini, piscinette, secchielli e formine passavano in un lampo. Sempre troppo brevi, sempre troppo di corsa. Sempre meravigliosamente insabbiate da capo a piedi.


Perché di corsa poi effettivamente andavo a recuperarla presso altri ombrelloni dove i giochi erano sempre più appetibili dei suoi.

Poi c’è stata la scoperta dell’acqua, inizialmente osservata da lontano con timore, subito dopo vissuta in lunghe sessioni di ammollo e di tiraemmolla per uscire, almeno quando la pelle di mani e piedini diventava bianca e avvizzita.

Ma il piacere dell’acqua poteva essere barattato solo con un cornetto e una tazzina piccola di latte schiumato, nelle meravigliose colazioni vista mare che ci siamo concesse presso il nostro stabilimento preferito. Piccolo, tutto di legno, quasi una baita di montagna con larghe vetrate sull’azzurro.

E file di ombrelloni desolatamente vuote in questa strana estate di prudenza.

Ma anche di fretta, di smania di viversela tutta, fino all’ultimo raggio di sole, nel timore che si sia nuovamente costretti a rinchiuderci.

Quindi ecco, siccome s’era cucinato tutto il cucinabile nel periodo lunghissimo della quarantena e siccome in questi rapidissimi due mesi trovavo sempre qualcosa di decisamente meglio da fare che mettermi ai fornelli, questa estate io ho cucinato solo per finta nella cucinetta giocattolo della suddetta nipotella.

Non che si sia morti di fame, eh? Ma abbiamo fatto sempre cose molto semplici, tante cene all’aperto con qualche coppia di amici e una sola, perfettamente distanziati, con i famigliari per il mio compleanno.

Barbecue a non finire e insalate come se piovesse.

Poi, di colpo, sul generale clima assai cupo di incertezza, sconcerto e pesantezza, sono arrivati la pioggia e un freddo polare.

E allora ecco, timidamente, forse, sta ricomparendo pure la voglia di chiudersi in casa a preparare qualcosa.

Sempre senza troppo impegno però, che le belle giornate per scorrazzare nei prati, con la mascherina, magari non sono ancora finite!


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Che non ami particolarmente lievitati, preparazioni lunghe e cervellotiche, con lunghi tempi di attesa e molta pazienza credo sia ormai cosa nota.

È con questi presupposti che mi sono avvicinata a una ricetta (vista qua, quindi anche vegano!) come quella del Soda Bread, simpatico pure nel nome. Perché fare questo pane è anche divertente. A parte che ci vogliono veramente 5 minuti (e 40 di cottura, sì, ma quelli io non li calcolo, che nel frattempo posso fare altro).

Ma poi è proprio bello vedere come da un’operazione rapida, senza il minimo sforzo, senza nemmeno sporcarsi le mani esca fuori un pane fragrante, saporito, gustoso che dà tanta di quella soddisfazione da chiedersi perché lo si sia scoperto solo ora.

Ha superato perfino la prova tempo, perché fatto ieri sera e assaggiato subito appena sfornato era fantastico. Ma lì era facile. Stamattina lo aspettavo al varco per la colazione. E non ha deluso minimamente: spalmato di tahin, coperto di fettine di banana e spolverato di cannella era veramente paradisiaco!


Ingredienti

200 gr di farina di farro

150 gr di farina di farro integrale

(oppure 350 gr di farina 0)

200 gr di latte di soia non dolcificato

2 cucchiai di aceto di mele

1 cucchiaino di bicarbonato

1 cucchiaino raso di sale

50 gr di semi misti

 


Procedimento

Accendere il forno a 200°.

Unire l’aceto al latte e lasciare riposare 5 minuti. In una ciotola mescolare le farine, il sale, il bicarbonato e i semi (lasciandone da parte 2 cucchiai per la decorazione finale).

A questo punto unire il latte cagliato e mescolare bene formando un panetto. Trasferirlo su una teglia foderata di carta forno, cospargere dei  restanti semi e infornare per 40°.



 

 

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