"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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martedì 5 giugno 2018

La voce della coscienza - Muffins alle pere (senza uova, senza burro, senza latte)



Non è la prima volta che accade.
Era già successo quattro anni fa, nel lontano 2014.
Solo che io lo avevo rimosso.
Perché la decisione di (continuare ad) andare a sudare in palestra pure a giugno, pur lavorando solo di pomeriggio, pur abitando al mare, non può essere meritevole di altro che di profondo e irreversibile oblio.
Ma quest’anno ci si sono messe tutte, che quando le energie (positive o negative è del tutto discrezionale) si scatenano, solitamente decidono di muoversi tutte insieme.
Il primo e fondamentale cambiamento si è verificato alla notizia che, a differenza degli anni passati, anche a giugno e luglio, quest’anno, avrei mantenuto il mio orario di lavoro invernale senza dover andare anche di mattina.
Benissimo: tutti al mare!
Ma ho una coscienza tritattributi, io.
Dotata di acuta vocina interiore che subito mi riacciuffa per i capelli, suggerendomi che –‘ndovai? - potrei approfittarne per prolungare la palestra di un altro mese prima della lunga pausa estiva – ar mare de che? -.
Certo (taccitua) -  le rispondo già pensando a come poter aggirare l’ostacolo.
Ma non è tutto.
A fine maggio, cioè pochissimi giorni fa, mi accingo a salutare, tutta felice e sollevata, l’insegnante di posturale/yoga credendola in partenza, come ogni anno, per il suo solito ritiro estivo in uno sperduto Ashram himalayano.
E per poco non caracollo sul tatami quando mi sento dire che no, lei quest’anno non parte subito, ma farà lezione per tutto giugno.
Tutto giugno.
Nientedimeno.
Che se il corso finisse uno si sentirebbe libero e sollevato dall’incombenza.
Autorizzato insomma.
Ma così che fai? Non dai retta a quella bastarda della tua coscienza? Non lo concedi un altro mese di terapia alla tua schiena malandata dopo tutti i benefici che ne hai tratto da qualche anno a questa parte prendendoti a schiaffi pur di essere lì ogni martedì e giovedì, cascasse il mondo?
E visto che ci sei, non continui pure quell’altra di ginnastica, la funzionale dei giorni dispari che così, moriammazzata la pigrizia (per non parlare della coscienza), alla prova costume ci vai poco poco più tranquilla?
È alla luce di queste profonde considerazioni quindi che, mentre intorno a me è tutto un esplodere di euforia e gavettoni per la fine della scuola e di Uomini & Donne, di attività extrascolastiche e di Pomeriggio Cinque, io continuo ad alzarmi presto, a NON andare al mare e a inguainarmi in un paio di leggins ogni santo giorno di sole e di caldo ormai estivo.
Guardando i luccichii del mare da lontano.
Commuovendomi alla vista dello svolazzo leggero di un pareo.
Ingoiando insulti e reprimendo istinti omicidi quando una delle folli superstiti come me, speranzosa e con aria innocente mi domanda:
Ma tu vieni anche a luglio, sì?

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Celebrando il miracolo di prolungare la palestra anche a giugno, e visto che ancora non fa proprio così caldo da non poter accendere il forno, ecco dei muffin leggeri ma nutrienti per la colazione. Un mix di farine rustiche, la dolcezza delle pere che li rende irresistibilmente soffici, più noci e uvetta per darsi forza e coraggio. E allenarsi meglio :-(

Ingredienti (per 12 muffin)
100 gr di farina di riso integrale
100 gr di farina di orzo
100 gr di farina di farro integrale
120 ml di sciroppo d’acero
120 ml di latte di soia
120 ml di olio di riso (o di semi di girasole)
2 pere medie
1 bustina di polvere lievitante bio (cremor tartaro +  bicarbonato)
1 pizzico di sale
Scorza e succo di un limone non trattato
2 cucchiai di zucchero di canna
Noci e uvetta per decorare (facoltative)




Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°. Sbucciare le pere, tagliarle a piccoli cubetti e irrorarle di succo di limone. Riunire in una ciotola le farine setacciate, la polvere lievitante, la scorza grattugiata del limone e il sale. Versare in un bicchierone tutti gli ingredienti liquidi: latte di soia, sciroppo d’acero, olio. Unire i due composti e lavorarli lo stretto necessario ad amalgamarli. Incorporarvi le pere e distribuire l’impasto in una teglia per muffin oliata e infarinata oppure rivestita degli appositi pirottini.
A questo punto io ho diviso a metà l’impasto e ho mescolato noci tritate da un lato e una manciata di uvetta nell’altro, ma è un passaggio del tutto opzionale.
Cospargere i muffin con lo zucchero di canna e infornare a 180° per 25-30 minuti, secondo il forno.



giovedì 30 marzo 2017

Dimostrazioni pratiche – Ciambellone 12 cucchiai


Questo piccolo giardino non è mai stato un fiore all'occhiello del circondario.
Piuttosto un triste ricovero per piante in agonia.
 Negli ultimi mesi poi, tra polvere del cantiere e attrezzi poggiati di malagrazia direttamente sui teneri virgulti che, nonostante tutto, cercavano di venir fuori da qualche residua radice, l’aspetto generale è quello di un orto assalito da un’orda di cavallette, strapazzato per bene e infine abbandonato al suo misero destino.
Tronchi di ortica si elevano fra la ex pianta di rose e il fu gelsomino siciliano. Rovi intricati avviluppano i fragili rametti di ortensia che, pure, cercano in qualche modo di ricicciare. Selve oscure di specie non meglio identificate ammantano il sottobosco di piantine grasse che vivono, loro malgrado, un interminabile buio polare come manco in Antartide.
E poi garbugli di gramigna, distese di farinello selvatico, nuvole di erba calderina.
In tutto questo magma informe tuttavia, svetta, orgoglioso, l’albero di albicocco e, soprattutto, comodamente incastrata nel suo tronco biforcato, una piantina parassita che ho trafugato l’estate scorsa da una casa abbandonata.
Non so come si chiami né di quali cure necessiti. So soltanto che vive attaccata al tronco di un’altra pianta e tanto basta (a me e a lei).
In estate produce fiori fucsia bellissimi che durano fino a quando non si decide di strapparli via, ormai rinsecchiti e senza più particolare appeal.
Fin dall’inizio dei lavori sono stata chiara con tutti: poggiate i vostri attrezzi dove volete, devastate pure vasi, piante e fiori (come del resto stavano tranquillamente facendo prima ancora che li invitassi a non darsi troppa pena). Agite pure senza riguardi né premure, ma una cosa dovete sempre preservare: la piantina parassita, cui tengo particolarmente.
Che del resto sta per conto suo, sull’albero e manco la dovreste vedere.
Lasciatela lì: non la guardate proprio. Non ve la filate. E soprattutto, abbiate cura che non cada per nessun motivo al mondo: deve rimanere abbarbicata all’albero. Sempre.
Ed è così che la piantina parassita è diventata il pretesto di ogni bonaria presa in giro e l’arma di ricatto di ogni occasione.
Se non ce fai er caffè te famo fori quaa parassita
Aò piove: namo a pià a piantina, portamola dentro, sennò se fracica!
E via di questo passo.
Un giorno della scorsa settimana, tornando a casa dal lavoro, trovo l’amato bene in contemplazione estatica di una veletta in cartongesso realizzata lungo tutti i muri del salotto, a sfioro del soffitto, che nei progetti dovrebbe costituire la dimora delle nostre amate tazze di viaggio.
Hai visto come l’hanno fatta bene? -  commenta rapito
In effetti devo dire che stavolta, caso assai strano, hanno interpretato perfettamente schizzi, spiegazioni dettagliate e disegni al millimetro.
Guarda pure gli angoli, con quei sostegni di metallo piccoli e leggeri.  Mi hanno detto che lì potremmo metterci anche una pianta che scende – prosegue, aggiungendo tutto felice, un attimo prima di mordersi la lingua:
Ecco, sì, sono perfino andati fuori in giardino…. a prenderla per farmi vedere, ehm, come ci stava bene – conclude con la voce di due toni più bassa.
Troppo tardi.
Le antenne le ho già drizzate da un pezzo.
Scusa, quale pianta avrebbero preso per fare la dimostrazione di interior design? – chiedo scartando subito l’ipotesi di ortiche e infestanti varie.
Ehm…beh…quella attaccata all’albicocco, del resto è l’unica un po’ a cascata che abbiamo – tenta invano di giustificarli
Però veramente si erano raccomandati pure di non dirtelo
Nello specifico, scopro poi che avrebbero testualmente detto: “nun lo dì a tu moje sennò c’ammazza”.
 E sì in effetti, devo averli proprio terrorizzati, porelli.

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 Una torta facilissima e soprattutto tanto comoda, non dovendo pesare niente ma limitandosi a contare il numero di cucchiai per tutti gli ingredienti. Ho seguito questa ricetta, variando come al solito farine e tipo di zucchero. Poi, dalla versione al limone si può spaziare attraverso tutti gli aromi del mondo, solo seguendo la fantasia!

Ingredienti
3 uova
12 cucchiai di zucchero (io di canna)
12 cucchiai di olio di semi
12 cucchiai di latte (nel mio caso di avena, ma potete usare quello che avete in casa)
12 cucchiai di farina 00 (io di orzo integrale)
Scorza e succo di 2 limoni non trattati
1 bustina di lievito vanigliato


Procedimento
Rompere le uova in una ciotola e frullarle con lo zucchero e la scorza dei limoni finché non saranno diventate gonfie e spumose.
Unire l’olio e il latte continuando a mescolare. Aggiungere anche il succo dei limoni, quindi incorporare progressivamente la farina. Da ultimo unire il lievito setacciato e versare il composto in uno stampo oliato e infarinato.

Cuocere in forno preriscaldato per 35-40 minuti. 

lunedì 9 gennaio 2017

Prospettive - Plumcake vegano al limone e semi di papavero


Certo è dura tornare al lavoro dopo due settimane di stacco.
Soprattutto considerando di dover riprendere i due treni sia in andata sia al ritorno, per un totale di quattro treni al giorno con relativi ritardi/soppressioni/coincidenze/porte chiuse in faccia/scioperi/guasti sulle linee… – rifletto a voce alta addentando l’ultimo pezzo di panettone  vegano (che durante le feste ho poi sapientemente alternato a fettine di burrosissimo pandoro e pezzi di voluttuoso torrone alla gianduia).
È il giorno dell’Epifania, le vacanze sono ormai agli sgoccioli e fa un freddo cane.
Ma è così bello stare al calduccio, alzarsi tardi e prendersela comoda.
E lo dici a me che non ho nemmeno mai smesso, tranne che per le feste comandate? -  sospira l’amato bene spargendo briciole sulla veranda per il pettirosso che ormai da un po’ di tempo è di casa e pranza insieme agli operai.
Siccome poi oggi pare sia in modalità san Francesco si lancia pure in un discorso di incoraggiamento sul qui e ora.
Dai, mancano ancora due giorni pieni dopotutto: cerca di goderteli tutti e ai treni ci pensi lunedì!
Giorno uno, sabato:
ci svegliamo senza un filo d’acqua dai rubinetti. Ci mettiamo in ascolto della vicina che invece pare stia scaricando acqua a più non posso e perfino facendosi una doccia. Chiamo mamma, che al momento abita 6 numeri civici più avanti, e mi conferma che pure loro l’acqua ce l’hanno.
Facciamo due più due per scoprire che i tubi a cielo aperto, causa lavori, non hanno retto al gelo notturno e si sono completamente ghiacciati. Piccole stalattiti infatti pendono perfino dalla grondaia. Ma siamo tipi tosti noi e quindi, faccia ancora ammaccata dal cuscino, con spazzolino e dentifricio sotto un braccio e due taniche sotto l’altro ci dirigiamo dalle rispettive famiglie d’origine a chiedere asilo politico per lavarci e fare scorta di acqua per eventuali necessità future e almeno finché il sole non provvederà a sciogliere i ghiacciai perenni.
Dai su, ora se i tubi si ghiacceranno di nuovo avremo l’acqua di scorta. Intanto domani, che è domenica possiamo goderci più a lungo il calore dei termosifoni e alzarci con molto comodo in una casa calda.
Giorno due, domenica:
Un gelo polare ci avvolge non appena mettiamo la testa fuori dal piumone e nuvolette di vapore prendono a  danzarci davanti alla bocca mentre balbettiamo parole di buongiorno alternate a smadonnamenti sparsi.
Con ogni evidenza la caldaia non è partita.
Guardo l’amato bene bloccandolo prima che se ne esca con un incoraggiamento dei suoi.
Famo na cosa, va: tornamo al lavoro domani!

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E dopo le golose colazioni a base di avanzi di panettoni, pandori e torroni, torniamo nei ranghi con un dolcetto leggero ma appagante. Assomiglia un po’ a quei muffin lì ma cambiano le farine e dentro c’è una bella mela frullata al posto dello yogurt.

Ingredienti
150 gr di farina di orzo
80 g di farina di farro
70 gr di fecola di patate
120 gr di zucchero di canna
180 gr di latte di riso (o altra bevanda vegetale)
60 gr di olio di semi
1 grossa mela frullata (circa 120 gr al netto degli scarti)
Succo e buccia grattugiata di un limone bio
2 cucchiai di semi di papavero
3 cucchiaini di lievito
1 pizzico di sale


Procedimento

Setacciare insieme le farine e unirle a lievito, semi di papavero, sale, buccia di limone e zucchero. In un’altra ciotola mescolare latte, olio e la mela grattugiata. Unire i due composti, amalgamare bene e rovesciare tutto in uno stampo da plumcake oliato e infarinato. Cuocere a 180°, in forno preriscaldato, per circa 40 minuti facendo la prova stecchino.

lunedì 19 dicembre 2016

Addobbi - Plumcake di orzo e noci


Gira e mettete bene, l’otto dicembre, festa dell’Immacolata nonché giorno designato all’allestimento dell’addobbo natalizio, è giunto anche da queste parti.
Ma il dilemma del come lo faccio quest’anno l’albero nemmeno s’è posto, che pensare di imbarcarsi come tutti gli anni per andare da Ikea a comprarne uno vero da restituire poi a fine festività era fuori discussione.
Non solo per la ristrettezza degli spazi del salotto trasfigurato e già abbondantemente occupato da lavatrice, forno, piastre elettriche, attrezzi dell’amato bene precedentemente ricoverati nell’apposita casetta in giardino e attrezzi appartenenti ai muratori che per paura che glieli rubino durante la notte hanno chiesto asilo dentro casa (e parliamo di martelli pneumatici e frullini, mica di mazzetta e scalpello).
Non solo perché in tutto questo variegato suk, un albero di natale, e figuriamoci tutto il villaggio del presepe, non avrei proprio saputo dove piazzarlo.
Ma soprattutto perché anche solo il pensiero di tirare fuori tutti gli addobbi, accatastati nell’altra casetta per gli attrezzi ubicata in terrazzo, sarebbe stato puramente utopistico.
Non per la scomodità di arrivarci mediante strettissima scala a chiocciola (come ce li abbiamo infilati, così li avremmo ritirati fuori), quanto per il fatto che ora sono seppelliti sotto svariati altri scatoloni derivati dallo sbaraccamento generale che ha preceduto i lavori. Pentole, servizi di piatti e bicchieri, teglie, stampi, libri, tutti i mobiletti del bagno del piano di sotto, suppellettili, gingilli, quadri, quadretti, mensole e bacheche sono inesorabilmente e confusamente confluiti nel ricovero di fortuna fino a data da destinarsi. E quindi ecco, ripescare, nel casino generale, proprio lo scatolone degli addobbi di Natale poteva essere frutto giusto di un gran colpo di fortuna.
Ma almeno un filo di lucine lo compreremo, no? -  piagnucolo incitando l’amato bene a vestirsi e andarlo a comprare, che tanto i cinesi sono aperti pure l’otto dicembre.
Lui nicchia, che per lui mettere un filo di lucine non è comprarlo, srotolarlo e attaccarlo alla presa come in tutte le normali famiglie. Bensì equivale a mettersi a scartocciare fili, predisporre impianti, allacciare interruttori in modo che quando accendi la lampada di sale almeno ti si accendono pure quelle.
Encomiabile per carità, ma è ovvio che passi la voglia.
Così a vestirmi e uscire di casa sono io, che nel giro di poco rientro, srotolo, attorciglio il filo sulla scala (con gli scalini smontati perchè lui, già che ci siamo, li sta riverniciando uno per uno..), inserisco la spina e via.

Poi arriva lui e l’impianto sofisticato lo fa lo stesso, ma intanto ho ottenuto le mie lucine intermittenti.
Oltre a quelle, prendo, per disperazione, delle tristissime decorazioni dorate da appiccicare ai mobili.


Sarei tentata di comprare pure un minipresepe e ammennicoli vari ma poi penso allo spazio risicato in cui deambuliamo/mangiamo/dormiamo e mi trattengo. In compenso lungo la strada scorgo dei signori che stanno potando dei pini, così fermo la macchina, mi avvicino e raccatto qualche ramo,

 fra cui uno completo di pigne.

Siccome mi sembra ancora poco natalizio, mi scortico un po’ per staccare da una pianta vicina anche dei rametti dotati di bacche rosse (e spine). Le quali dopo una serata appena di termosifoni avvizziscono e si rimpiccioliscono, ma il colore rimane intatto e questo è ciò che conta!

Il resto lo fanno una famigliola di ceri rossi comprati all’Ikea che vanno a sostituire le miriadi di candeline (e relativi portacandele natalizi) che di solito allestisco sopra il camino (quest’anno travestito da cucina e ospitante tutto l’aramentario di olio-aceto-sale-pepe).

Quando, nei giorni successivi, i muratori entrano a prendere il caffè accennano pure a entusiastici apprezzamenti. Ci vuole così poco del resto.
È la giornata della prima gettata di cemento: c’è aria di felicità, vento di speranza e stato di fibrillazione.
Solo il capomastro è pensieroso e butta lì la domanda quasi a bruciapelo.
Ma rubano proprio tanto da queste parti la notte?
Passo rapidamente in rassegna i possibili motivi di un simile dubbio che mi sembrava già abbondantemente fugato e risolto.
Poi capisco.
E rispondo, altrettanto di getto.
Che non ti venga in mente di piazzarmi in salotto pure la betoniera.

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Oltre agli addobbi in questo periodo girano per casa anche interi cesti di frutta secca. Se vi avanzeranno delle noci potreste farci questo plumcake soffice e con la piacevole nota croccante delle noci, per una colazione golosa e robusta. A prova di muratori.

Ingredienti
150 gr di gherigli di noci
150 gr di farina d’orzo macinata a pietra
150 gr di zucchero di canna
100 ml di latte di riso
50 ml di olio di semi
3 uova
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
1 pizzico di sale


Procedimento
Preriscaldare il forno a  180° e tritare grossolanamente le noci. Sbattere le uova con lo zucchero e il sale  fino a che non diventano gonfie e spumose, quindi  aggiungere l’olio e il latte. Unire progressivamente la farina setacciata con il lievito e la vanillina e da ultimo le noci. Versare in uno stampo da plumcake oliato e infarinato e cuocere per circa 30-35 minuti.


lunedì 14 marzo 2016

Ognuno è romantico a modo suo - Vegan Apple Cookies


Sabato mattina ci siamo svegliati così: con il cuore e la mente attanagliati nella morsa di un atroce dubbio.
Io ero già sveglia da un po’, per la verità, e ho cominciato ad arrovellarmici molto prima che il saccoccio inanimato che mi ronfava accanto ne fosse messo a parte.
Sei sveglio? – gli ho chiesto per accelerare i tempi non appena l’ho sentito, impercettibilmente, muoversi.
Mmmmmmmmm – è stata l’articolata risposta al quesito.
Ma tanto mi bastava per dichiarare aperta la seduta.
Senti, ma secondo te Goldrake e Ufo Robot sono la stessa cosa?
Vaghe reminiscenze infantili mi dicevano che sì, trattatasi proprio del medesimo automa, solo chiamato con nomi diversi.
Restava da accertarsene ed, eventualmente, capire il perché. Ma siccome le mie ricerche sul web al momento navigavano in alto mare, persa com’ero nel riascolto della magica sigla, non mi restava che chiedere a uno che, immaginavo, non se ne fosse perso una puntata.
Lo guardavi, sì? – lo incalzo alla semi-apertura del primo occhio
La risposta non si fa attendere.
Certo, che lo guardavo. Come mi guardavo tutti gli altri: Mazinga, Jeeg robot d’acciaio, Daitan…e poi veramente pure Candy Candy, “ShiRa e MiRA” e  Mimì Ayuhara.
Mi faccio più attenta.
A parte che quelli si chiamavano Mila e Shiro ed erano un maschio e una femmina, ma come? Pure quelli guardavi?
Avoja!- si infervora lui.
 Le prime cotte di noi maschietti piccoli di allora erano per i personaggi femminili di quei cartoni - spiega con aria grave.
Cerco di rielaborare l’informazione. Faccio qualche paragone, con la me bambina.
Penso all'afflato lirico con cui seguivo gli sguardi languidi e romantici dei due cuori tra una traiettoria improbabile e l’altra di una schiacciata, sperando di veder spuntare, prima o poi, abiti da sposa e veli chilometrici;
 rivivo lo struggimento amoroso di un’eterna indecisione tra il ruvido Terence e l’etereo Anthony con dubbi fugaci anche sul selvaggio Albert, sognando di sposarne (io) uno a caso; 
Ripenso a Mirko e Satomi, entrambi candidati ex aequo al ruolo di principe azzurro con cui convolare a nozze (chiodo fisso) malgrado le chiome variopinte.
Ma mi rivedo pure ingenuamente e candidamente tutta contenta, ogni pomeriggio, ad aspettare ansiosa le avventure tra i monti della pastorella cui le caprette facevano ciao e la quasi indifferenza per l'insulso Peter.
Allora pure Kiss me Licia, vedevi? - mi informo ancora, decisa a scoprire tutte le carte.
Si alza a sedere sul letto, improvvisamente sveglissimo, il volto disteso in un sorriso come di chi ha rievocato gioie profonde.
“Come no, Licia era considerata da noi maschi la Eva Hengel dei cartoni!”- confessa candidamente, come se Licia fosse amica sua e lui si trovasse a far quattro chiacchiere con gli amici al bar.
Non oso chiedere di Georgie, Bia, e soprattutto Pollon nella magica città sulla cima dell'Olimpo.

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Ho preso questa ricetta, molto tempo fa, da qualche parte nel web e l'ho riadattata secondo i miei gusti.
Non omettete la cannella: ci sta d'incanto. E i biscotti diventano più buoni a mano a mano che passano i giorni.

Ingredienti (per una trentina di biscotti)
300 gr di farina di farro
100 gr di farina di orzo
100 gr di maizena
80 ml di olio di semi
70 ml di latte di riso
70 gr di zucchero di canna
2 mele
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
½ cucchiaino di cannella in polvere
La punta di un cucchiaino di bicarbonato

+ due cucchiai di zucchero di canna mescolati a 1 cucchiaino di cannella per la copertura



Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°.
Sbucciare le mele e tagliarle a cubetti. Metterle nel bicchiere del frullatore insieme a latte, olio e cannella e frullare.


Raccogliere in una ciotola capiente le farine, il lievito, lo zucchero e il bicarbonato e mescolare bene con una forchetta. 
Quindi unire la purea di mele e lavorare fino a ottenere un composto compatto, abbastanza sostenuto e un po’ appiccicoso. Non aggiungere farina, ma ungersi le mani con un po’ di olio e prelevare delle piccole porzioni di impasto per formare delle palline da rotolare nel composto di zucchero e cannella e adagiare su una teglia ricoperta di carta forno. Disporre i biscotti a debita distanza fra loro visto che in cottura tenderanno a  gonfiarsi molto.
Infornare per circa 20-25 minuti (secondo la grandezza dei biscotti).

giovedì 14 gennaio 2016

Meno di un’ora al giorno - Muffins di riso e orzo al cappuccino d’orzo



Accade in questo mese.
Nemmeno me lo sono posto come uno dei buoni propositi per il nuovo anno.
Manco ha fatto in tempo a balenarmi in mente che l’ho subito colto al volo, afferrato stretto e messo in pratica.
Senza tentennamenti, cincischiamenti, richieste di consigli.
Senza nemmeno rifletterci, pena la compromissione definitiva dello slancio.
Che in certe cose o ti butti a capofitto o ci ripensi per sempre.
Sicuramente deve essere avvenuto in seguito a tutte le cibarie ingurgitate durante le feste.
Alla botta di vita di tutto il cioccolato trangugiato tra estasi e alcun senso di colpa, ma solo tanta felicità.
Una cosa tipo: sono grata alla vita e voglio ripagarla in qualche modo, sta vita.
Una specie di fioretto.
O un impazzimento frutto del nuovo anno.
Per il mese di gennaio ho esteso l’abbonamento in palestra alla modalità open.
Dice: che vordì?  E niente, che teoricamente, anziché le canoniche 3 volte alla settimana, ora potrei starmene lì dalla mattina alla sera frequentando tutti i corsi che voglio, quando voglio, come voglio.
Ma se fa solo per dì.
In pratica, più realisticamente, significa che vado lì ogni santo giorno, cascasse il mondo, e mi faccio la mia oretta di sana ginnastica.
Ogni giorno.
Roba che mai, nemmeno nei miei sogni più arditi avrei potuto concepire di me stessa una decisione del genere.
Ma infatti, come dicevo, non l’ho deciso.
Nemmeno ponderato.
Così, mi sono dovuta rassegnare al leggins d’ordinanza a giorni alterni per la funzionale e alla tuta larga e informe, con stratificazioni plurime di tessuti, per la posturale nei giorni pari.
Senza soluzione di continuità. Con outfit studiati ad hoc, anche la sera precedente per non rischiare di far tardi al mattino (cosa che puntualmente avviene).
Del perchè debba esserci questa precisa suddivisione di capi fra i due tipi di ginnastica è presto detto: durante la posturale si muore di freddo, allora più è informe la tuta più cose possono infilarcisi sotto: canottiere, magliette, lupetti, felpette in pile.
O tutte queste cose insieme.
A funzionale si suda, quindi vanno bene strati sottili e facilmente rimovibili in uno spoglia e rivesti continuo.
L’ostacolo maggiore è il risveglio con la prospettiva della giornata che, ammettiamolo, non è delle più allettanti.
E che comporta l’abbandono forzato dell’unico sogno a occhi aperti ricorrente e mai molesto: passare la giornata a bivaccare dentro casa in pigiama.
Magari mentre fuori piove.
L’altro ostacolo (di minore entità perché sempre perfettibile) è riuscire a essere fuori casa in tempo utile.
Distanza casa-palestra = 7 minuti a passo normale.
4 quando esco sul filo del rasoio.
Cioè sempre.
Le lezioni iniziano alle 9, ma io mi alzo con molta calma alle 6:30.
Prendendo tutto per tempo.
Bevo il mio bicchierone di acqua calda (e niente limone) a digiuno.
Faccio colazione.
Accendo il computer fisso.
Leggo le ultime notizie: dal mondo, dai blog, dai social.
Scrivo, commento, rispondo, ogni tanto studio pure qualcosa, coltivo idee, accarezzo progetti.
Ascolto musica, stendo, cincischio, programmo un’altra lavatrice, passo lunghissimi minuti in bagno, stilo liste della spesa e di cose da fare, apro tutte le finestre, attacco post-it in giro per casa, mi giro, mi rivolto.
Poi (finalmente) butto un occhio all’orologio e all’aria tutto quello che ho in mano.
E riesco a trovarmi fuori casa, puntualmente, non prima delle 8.59.
Sempre.
E sempre mi dico: ma come? Ho guardato l’orologio solo pochissimo tempo fa ed erano le 8:30!
A quel punto esco senza sapere se: ho chiuso il gas, ho chiuso le finestre, ho chiuso bene la porta dietro di me, l’inferriata, il cancello.
Se mi sono truccata, ricordata di mettermi le scarpe, pescato calzini non bucati dal cassetto del comò, preso la borsa, le chiavi, il cellulare.
E mi catapulto a lezione.
Vergognandomi ogni volta di entrare a lezione già cominciata.
Cospargermi il capo di cenere e scusarmi per il ritardo.
Io, che sono sempre stata fiera e orgogliosa della mia puntualità.
Ma deve esserci una spiegazione semplice a questo e non serve nemmeno scomodare Freud per capire che no, io proprio non ho voglia di andare in palestra ogni giorno a faticare.
Poi ci vado lo stesso, ma almeno lasciatemi il beneficio degli inganni della mente.
E rubare qualche minuto di lezione.


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Ingredienti (per 12 muffins)
200 gr di farina d’orzo
100 gr di farina di riso
110 gr di zucchero di canna chiaro
200 ml di latte di riso
60 ml di olio di semi
2 uova
1 bustina di lievito
3 cucchiai colmi di orzo solubile (io ho usato un mix, sempre solubile, di cereali, cicoria e fichi)


Procedimento
Riunire tutti gli ingredienti secchi (le due farine, lo zucchero, il lievito e l’orzo solubile)  in una ciotola e i liquidi (uova, latte e uova in un’altra). Amalgamare bene i primi con una forchetta e sbattere leggermente i secondi, dopodichè unire tutto e senza lavorare troppo disporre il composto negli stampi per muffins. Cuocere a 180° (preriscaldato) per circa 20-25 minuti, secondo il forno.




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