"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)
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mercoledì 18 dicembre 2019

Natale da noi - Moscardini affogati



Tra tutte le incombenze da sbrigare prima di Natale, quella dei regali è certamente la più complicata. Liberatoria anche, per certi versi. Che il gusto di regalare cose assurde o sgradite a determinate persone ha un che di catartico.
Racchiude in sé tutti quegli improperi formulati e mai pronunciati. Tutti quegli insulti messi a punto e mai esplicitati. E che tutti, unitamente, confluiscono nel regalo più brutto del mondo con effetto immediatamente godurioso su chi lo fa.
Di livore su chi lo riceve. Dice: “Ma a Natale siamo tutti più buoni”.
Certo, difatti gli si fa pure un regalo, a certi soggetti.
Che sia pure bello e gradito mi pare troppo.
E nella frenesia generale di questa pratica si consumano i rituali più strampalati.
Da noi per esempio, da sempre, è quasi più importante la Vigilia.
Perché si scartano i regali, per l’appunto.
Una volta eravamo molti di più a tavola e intorno all’albero subito dopo cena.
Poi, morta nonna, capostipite del branco e ramificatasi la famiglia, ci siamo prima espansi per poi arrivare al nucleo stretto e concentrato di 8 persone + bimba:
-io&l’amato bene
-mamma&papà
-suocero&suocera
-fratello/cognata&adoratanipote
Con varie ed eventuali. Spostamenti di pedine e cambio della guardia il giorno di Natale, quando fanno la loro apparizione una coppia di miei zii, i più affezionati (e soprattutto quelli, fra tutti, ancora in grado di deambulare e raggiungerci) che si uniscono alla nostra tavola.
La NOSTRA tavola, perché per una sorta di legge non scritta, da quando siamo convolati a nozze, ormai un decennio fa, Vigilia e Natale si festeggiano a casa nostra. Inderogabilmente, anche se ci sono dei lavori in corso.
Ma mica cucino tutto io, eh? Ci si divide equamente il lavoro spalmato sui due giorni, secondo capacità e buona volontà di ognuno fino a che il terzo, giorno di Santo Stefano, tanto per stare un po’ leggeri, si va tutti a pranzo fuori!
E allora a mamma compete il risotto alla pescatora della Vigilia oltre che i consueti fritti di verdure pastellate e le classiche puntarelle romane, mentre io mi occupo degli antipasti (immancabili tartine salmone e ricotta o provola) e dei secondi di pesce (di solito seppie con piselli e persico al forno).
Il 25 si passa la palla al suocero che, obtorto collo vista la sua natura pigra e indolente, si cimenta in ben due portate, sempre inerenti la tradizione, che sono la lasagna e l’abbacchio. Quest’ultimo senza patate perché sarebbe pretendere la luna. Siccome poi non a tutti piace l’abbacchio e di tradizione ne abbiamo voluta istituire una tutta nostra, io completo l’opera con il tacchino all’arancia, contorni vari e le patate di cui sopra.
(dalla pagina  https://www.facebook.com/CRISROMATHECLUB/)

La settimana che precede la tre giorni di fuoco è essa stessa scoppiettante.
Di solito per i regali mi organizzo per tempo. Io. Ma visto che sono così previdente mi si finisce per accollare pure quelli degli altre o….per me stessa.
Senti, se vedi una cosa che ti piace compratela, poi ti ridò i soldi perché io non ho molto tempo per girare” – tuona sconsolatamente mia madre.
Come se io passassi l’intera giornata in pigiama e vestaglia a guardare film di Natale sul divano.
Ma anche questo fa parte di una tradizione atavica, che è frutto di grandi risate al momento di scartare e fingersi anche stupiti.
Poi ci sono le telefonate di consultazione e conforto.
Che je posso fa’ a Fabio? E a papà? E a quella che me spiccia casa?
Come fosse facile tirare fuori una seconda idea dopo che si è partorita a grandissima fatica la prima e unica.
Ammiro la tecnica di mio fratello che, intelligentemente e senza ansia, un paio di settimane prima va e sbriga la pratica, procedendo per scelte tematiche. Variando giusto colori e dettagli.
C’è l’anno delle sciarpe per tutti gli uomini e guanti per tutte le donne; quello dei prodotti per l’igiene per gli uni e delle creme per il viso per le altre.
Da qualche anno si era arenato sul filone dei prodotti per la cura della persona, ma al momento della richiesta su cosa avesse potuto regalare all’amato bene, era un particolare che mi sfuggiva. Ed è così che mi è parso del tutto naturale tirare fuori l’asso nella manica, l’idea geniale, il regalo perfetto:
Fagli una pochette di prodotti per l’igiene, che per la piscina o per i viaggi sono sempre comode!”
Perentoria la sua risposta
So’ anni che je regalo na pochette da viaggio, a lui, a zio, a papà…. quest’anno me volevo risparmià qualche vaffanculo”.

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Immagino avrete già messo a punto il menu della Vigilia, ma se per caso foste ancora a corto di idee, questo è uno di quei secondi che fanno fare bella figura con pochissima fatica. Quasi nulla se si ha un pescivendolo di fiducia cui far pulire i moscardini. Ma anche se così non fosse, sappiate che non è un compito così oneroso. Quanto al titolo….l’idea che dei molluschi siano affogati potrebbe apparire bizzarra, ma parliamo di affogare nel vino, allora ha tutto un altro senso. E una logica perfino. E non si dica che in questa casa si mangiano solo dolci! ;-)

Ingredienti (per 4 persone)
1,5 kg di moscardini
4 patate grandi
2 spicchi d’aglio
1 bicchiere di vino bianco secco
Peperoncino in grani
Olio extravergine d’oliva
Abbondante prezzemolo

Procedimento
Come prima cosa mettere a lessare le patate con tutta la buccia partendo da acqua fredda e lasciarle bollire fino a quando, infilzandole con uno stecchino, non risulteranno morbide.
Passare quindi a pulire i moscardini togliendo la pellicola che ne ricopre la sacca, poi rivoltando quest’ultima e privandoli delle interiora. Sciacquarli abbondantemente sotto il getto dell’acqua, dopodiché capovolgerli e togliere il becco, quell’escrescenza situata nel lembo di carne che unisce i tentacoli alla testa. A questo punto, se sono molto grandi, conviene tagliarli magari in due-tre pezzi considerando che tendono a rimpicciolirsi notevolmente una volta cotti.
In un’ampia padella far imbiondire l’aglio sbucciato e tagliato a metà insieme a una manciata di peperoncino in grani. Tuffarci dentro i moscardini e dopo qualche secondo sfumare con il vino.
Alzare la fiamma per altri pochi secondi, per far evaporare l’alcol e poi completare con abbondante prezzemolo tritato finemente e cuocere coperto, a fiamma molto bassa, fino a che risulteranno morbidissimi (occorreranno circa 25-30 minuti secondo la grandezza dei moscardini).
È importante cuocerli a fuoco lento affinché non risultino duri e gommosi.
Personalmente non aggiungo sale se non alla fine, perché a volte vanno già bene così.
Una volta fredde, sbucciare le patate, tagliarle a fette e disporle a raggiera su un piatto da portata. Sistemarvi nel centro i moscardini con il loro sughetto e servire.




lunedì 21 agosto 2017

Manie - Polpettone di tonno



Li ho attesi, immaginati e cercati di indovinare come se gli anni compiuti fossero 5 e non (giusto) una quarantina di più.
Che il momento più bello di un compleanno è la torta, con il desiderio da esprimere e le candeline da soffiare certo, ma… i regali ‘ndo stanno?
Ed ecco che si sono appalesate le cose più belle e inaspettate.
Degli orecchini stupendi e oltremodo luminosi.
Un bracciale altrettanto bello e di gusto raffinato, perfettamente abbinato con i primi, anche se per puro frutto del caso.
Un vestito lungo e fasciante che da sola non avrei mai avuto l’ardire di comprarmi e che ora invece indosserò pure.
E cascate di parole di affetto e di auguri sgorgate un po’ da ogni sorgente, tecnologica o meno.
Poi è arrivato il regalo dell’amato bene.
Che a differenza di quello dello scorso anno non era avviluppato in confezioni ingannevoli e alfabeti segreti.
No, stavolta, il suo regalo mi è arrivato nientedimeno che, signore e signori, via whattsapp!
Ecco. Ma io sono talmente disabituata a usarlo che nemmeno me ne ero accorta.
Controlla, mi sa che ti è arrivato un messaggio” -  ha dovuto infatti suggerirmi dopo un’oretta circa che mi gironzolava inspiegabilmente intorno e il cellulare mandava segnali di fumo per avvertirmi della notifica.
Eh ma ho la pentola sul fuoco, lo guardo dopo, dai” – ho risposto quasi seccata, e pronta a lanciarmi in un nostalgico amarcord di quando i telefonini non esistevano e non si rischiava di venire disturbati, puntualmente, nei momenti meno opportuni.
È solo dopo il suo mezzo grugnito accompagnato da un perentorio “guarda sto telefono!” che ho cominciato a capire che forse sia lui sia il cellulare volevano dirmi qualcosa….
Forse.
Perspicace come al solito.
Pronta e intuitiva come sempre.
Il mittente infatti -  ma va? -  è proprio lui.
Caruccio: ha voluto mandarmi un messaggio vocale per augurarmi buon compleanno…vabbè, famolo contento: mostriamo soddisfazione e gaudio estremo ma sbrighiamoci che devo cucinare per stasera. Dunque: devo spellare i peperoni, preparare le melanzane, fare la crema per la torta…
Ripercorrendo mentalmente la tabella di marcia della giornata apro distrattamente il file per ascoltarlo e anziché la sua voce sento quella un po’ meccanica di una signorina molto gentile che, dopo avermi dato il buongiorno, augurato buon compleanno e ricordato quanto mio marito mi ami, mi invita ad aprire un secondo file che arriverà di lì a poco.
Trattengo un sospiro.
Dai, un altro minuto e sarò libera di tornare ai miei fornelli -  mi incoraggio mentalmente mentre ostento esagerato gradimento.
Il secondo messaggio si apre con un brusio di sottofondo e annunci di altoparlanti. Riconosco “le voci” di un aeroporto. Infatti subito dopo arriva “l’ultima chiamata” per il mio nome e cognome, atteso, a marzo del 2018, al gate vattelapesca per imbarco immediato sul volo tot per Londra Gatwick.
Originale sto marito mio.
Ha voluto farmi gli auguri in stile viaggiatore: l’annuncio di un aeroporto e la simulazione di una partenza.
Poi noi a Londra siamo già stati.
Ma i messaggi non sono finiti, e mi appresto ad aprire il terzo.
Lievemente più impaziente ma a quel punto non solo di tornare ai fornelli.
Sempre la signorina dalla voce elettronica, dopo avermi chiesto com’è andato il volo e se ho trattato bene mio marito, mi annuncia (stavolta in inglese perché siamo a Londra) di recarmi a un altro gate per salire su un volo diretto questa volta a Johannesburg.
Ah.
Una modica fibrillazione comincia a salire dalle dita dei piedi verso la punta dei capelli.
Come messaggio d’auguri mi pare un po’ lungo.
Se è uno scherzo mi pare di pessimo gusto, che sui viaggi non si scherza.
Se è vero non può essere perché s’era detto che per quest’anno avremmo aspettato un po’a  organizzarne un altro impegnativo.
Lo guardo cercando appigli, ma per tutta risposta ottengo l’arrivo a raffica di altri 3 file audio e un commento sarcastico: “Amore, nell’era digitale si usa così: anche  i regali sono virtuali!”.
Seee: e che non te la faccio pagare cara per uno scherzo così cinico?
Ma non è il tipo lui, da scherzare su queste cose.
Né io da accettarli, scherzi del genere.
Ma alla vendetta pensiamo dopo.
Per ora andiamo avanti.
Apro il quarto messaggio, che contiene un’altra chiamata presso un altro gate per un volo diretto a…un luogo che non riesco a capire.
Ascolto e riascolto, ma niente, non si capisce proprio. O forse sono io che, pungolata da un entusiasmo dirompente che, pur nel dubbio, sta facendosi strada nella mia mente annebbiata, non riesco a cogliere.
Port Elizabeth” mi svela infine lui.
Deglutisco.
Fatico perfino a connettere dove sia, così su due piedi.
Sudafrica  -  mi soccorre sempre lui.
In un attimo la mente si resetta. Dimentico peperoni, melanzane, la pentola sul fuoco e la crostata in forno.
Ascolto i messaggi successivi, che minuziosamente mi illustrano un itinerario fiabesco sulla costa occidentale del Sudafrica, da Port Elizabeth fino a Cape Town attraversando la Garden Route e le sue meraviglie intermedie.
No, ma che hai capito? È tutto finto: ti ho fatto un regalo virtuale come si usa adesso pure su facebook!!
Non ci credo, ma gli tiro un cuscino.
Così, tanto per portarmi avanti nella malaugurata ipotesi che si trattasse realmente di uno scherzo.
Sai che non lascio mai una cosa incompiuta: abbiamo visto la costa est del Sudafrica, ci mancavano Città del Capo, i pinguini e le balene…ho dovuto per forza farti questo regalo”.
Ah ecco.
Di virtuale quindi c’è solo la voce elettronica della signorina (di Google translate registrata rocambolescamente con il cellulare e distribuita in 12 messaggi whattsapp...). 
Per il resto è tutto vero.
La fortuna di avere un marito affetto da queste manie
(sarà mia premura ostacolare in ogni modo la guarigione e anzi sollecitargliene molte altre).
E pure sti 45 so’ andati.


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Del polpettone di tonno ci sono molte versioni senza cottura. Io ovviamente ho scelto una ricetta che prevede l’utilizzo del forno. Così, tanto per non perdere mai le buone abitudini a usarlo a oltranza. Ma ora le temperature si sono un po’ abbassate e quindi ci si può lanciare nell’azzardo!
La verità è che a me fa impressione arrotolare il tutto nella stagnola e buttarlo in una pentola di acqua bollente. La consistenza un po’ molliccia delle ricette provate finora mi aveva lasciata sempre un po’ perplessa e mai soddisfatta. Poi ne ho trovate un paio che prevedevano la cottura in forno, le ho un po’ cambiate, adattate, fuse insieme, fino a ottenerne una che mi convinceva e soddisfaceva completamente dopo averla provata e riprovata. È anche “comoda” perché va rigorosamente preparata in anticipo (meglio se il giorno prima). E quindi via, è ora di condividerla!


Ingredienti (per 6 persone)

400 gr di patate bollite
360 gr di tonno in scatola di buona qualità
1 uovo
3 cucchiai di pecorino romano
3 cucchiaini di capperi
3-4 filetti di alici
Una manciata di basilico
Scorza grattugiata di un limone bio
Pangrattato (io ne ho usato un tipo ricavato da pane ai cereali e semi abbrustolito e poi tritato)


Procedimento
Per prima cosa lessare le patate con la buccia, quindi lasciarle intiepidire un po’ e spellarle raccogliendole in una ciotola capiente. Sgocciolare bene il tonno e unirlo alle patate insieme anche al pecorino, alla buccia grattugiata del limone, ai capperi e alle alici tritati grossolanamente, al basilico sminuzzato. A questo punto ci sono due opzioni: buttare tutto nel frullatore o schiacciare a mano con una forchetta. Io preferisco questa seconda via perché non mi piace l’effetto omogeneizzato. Da ultimo unire l’uovo e amalgamare bene anche con l’aiuto delle mani. Predisporre un foglio di carta forno cosparso di pangrattato. Con le mani leggermente umide disporre il composto al centro del foglio cercando di dargli una forma cilindrica. Spolverizzarlo di pangrattato in ogni sua parte quindi trasferirlo, con tutta la carta, in uno stampo da plumcake medio. Io ne avevo solo uno grande e ho colmato lo spazio restante con un po’ di carta alluminio appallottolata per far sì che in cottura rimanesse ben fermo.
Cospargerlo con un filo d’olio e cuocerlo in forno già caldo a 180° per mezz’ora.
Una volta sfornato lasciarlo intiepidire e poi, sempre con l’aiuto della carta forno, sollevarlo dallo stampo e farlo raffreddare bene su una gratella per eliminare l’umidità sottostante. Quando sarà completamente freddo trasferire in frigo per almeno un paio d’ore o fino al giorno dopo.
Tagliarlo delicatamente a fette e servirlo decorato a piacere con maionese, olive, capperi o quello che la fantasia suggerisce.









martedì 29 settembre 2015

Acqua Amica - Insalata di fagioli e surimi


Io non so nuotare.
Questa frase la ripeto da una vita.
Ma non solo non sono capace di muovermi nell' acqua.
Io non so proprio stare a galla.
Anche questo fa parte del mio biglietto da visita dopo nome e cognome.
Come un marchio di fabbrica, un titolo onorifico, qualcosa da confessare subito.
Io ho paura dell’ acqua.

E non vado dove l’ acqua mi arriva oltre il punto vita.
È stato così per 43 anni.
Poi, qualche tempo fa, è successo.
Qualcosa è scattato dentro.
Un interruttore arrugginito ha iniziato a muoversi. Prima duro, incerto, cigolante.
Fino a scattare di colpo, inondando di luce una stanza rimasta al buio da sempre.

Illuminando oltre i confini di tutti quelli che, negli anni, mi hanno suggerito di provare, di affidarmi a un istruttore, di vincere la mia paura.
Ma la paura è irrazionale e anche se affonda le radici in eventi traumatici e spiegabilissimi non la superi con le parole e gli incoraggiamenti, con le evidenze scientifiche e le nozioni tecniche.

Non ho idea di come la si superi.
Nemmeno adesso.
So solo che è successo
Ed è successo così, all’ improvviso, non saprei nemmeno dire come né descrivere il momento esatto.
Posso solo ricollegare, a posteriori, piccolissimi eventi di progressivo avvicinamento legati agli anni passati.
Indizi di un cambiamento, seppur lentissimo, che stava avvenendo.
La prima volta che sono riuscita ad entrare in una piscina decidendo di ignorare che mi tremassero le gambe.
E di rimanerci qualche minuto.
La prima volta che ho accettato di salire su una barchetta di legno nell’ Oceano indiano, pur armata di giubbotto salvagente.
E di godermi il viaggio.

La prima volta in cui anziché rimanere rannicchiata su me stessa con i piedi conficcati saldamente nella sabbia ho provato a srotolarmi appoggiata a un cuscinetto di gomma, accorgendomi che sì, forse potevo anche galleggiare.
Forse.
Poi è successo.
Che abbia voluto sincerarmi di questo.

Testare finalmente il cuscinetto di gomma che ho da anni, senza di fatto averlo mai realmente utilizzato, nel modo che sarebbe proprio.
Lo tenevo solo lì come ancora, come supporto, continuando però a starmene aggrappata al fondale dell’ acqua bassa.
Sono arrivata senza accorgermene dove l'acqua mi arrivava alle ascelle.
Ho provato a distendere prima le braccia, sempre appoggiate al cuscinetto, poi le gambe, a muoverle perfino un po’.

Venticinque anni insieme garantiscono una conoscenza molto approfondita.
Quella che ha spinto mio marito a non dirmi niente, a fare inizialmente finta che niente stesse accadendo, mentre vedeva invece compiersi sotto gli occhi un piccolo miracolo.
Lui che in passato ha tentato in ogni modo di farmi passare almeno il terrore di stare in acqua, di "insegnarmi" almeno a galleggiare.
Lui che a momenti trascinavo con me negli abissi.
Ha taciuto, ha osservato, ha sperato.
Poi ha usato la delicatezza più disarmante, buttandola solo lì.
Passandomi piccole dritte su come, eventualmente, muovere gambe e braccia;  parlandomi di leggi fisiche, raccontandomi di quello che lui fa in piscina 3 volte a settimana e delle sue emozioni.  Di come anche al nuotatore più esperto possa capitare di provare attimi di incertezza, di sconcerto o proprio di paura.

Senza dare peso a quello che stava accadendo.
Ed è successo che dopo aver trovato stabilità a pelo d’ acqua la mia mente abbia deciso di staccare le mani dal cuscinetto, di provare a muoverle, assecondando lo stesso movimento delle gambe.
Sono andata giù, mi è entrata acqua nel naso, ho tossito un po’.
E ho riprovato.
Ho scoperto che potevo stare a galla senza l’ aiuto del cuscinetto.
Che avanzavo,  che l’ acqua mi teneva su, che era perfino bello.
Prima in maniera goffa, a polmoni pieni, in apnea.
Poi respirando, annusando, assaporando il compiersi di un evento nemmeno lontanamente immaginato.
Che non avevo deciso, non avevo programmato, non avrei mai potuto pianificare.
Ma che si è prepotentemente fatto strada da solo.

E ho fatto amicizia col mare che ho sempre amato tanto ma solo a modo mio, tenendolo a distanza, senza mai confrontarmici sul serio.
Ho respirato a pieni polmoni, e con ogni fibra del corpo, la libertà di muovermici dentro.
Di giocare con l’ acqua, con me stessa, con la mia antica paura.
Ho imparato a conoscerle un po’, a farmele amiche, a guardarle negli occhi,
L' acqua e la paura.

E ho rivolto tutte le mie attenzioni alla prima,  godendo della sua purezza e dei suoi meravigliosi colori, questa volta da dentro, da sotto, facendomi abbracciare e sostenere, cullare e coccolare.
Abbandonandomi.

E ho scoperto che è bellissimo.
Che niente è impossibile.
(Grazie Zacinto)


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Ingredienti (per 4)
250 gr di surimi surgelato o fresco
1 barattolo di fagioli spagna
1 barattolo di borlotti
2 coste di sedano
2 carote
Una manciata di olive nere
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe
Origano
Limone o aceto di mele (facoltativi)


Procedimento
Tagliare i surimi a pezzetti in diagonale e disporli in una ciotola. Unire i due tipi di fagioli sciacquati sotto l’acqua corrente e ben scolati, le carote e il sedano tagliati a dadini e le olive divise a metà. Condire con olio, sale e pepe, una spolverata di origano e, volendo, una spruzzata di aceto o limone (io li ho omessi entrambi).
Conservare in frigorifero fino al momento di servire.









lunedì 19 maggio 2014

#3 Zucchine farcite di ceci, surimi e curry – StagioniAmo da me!



Una settimana di pasti a base di zucchine.
Per mettere a punto la ricetta da proporre oggi e per provare quelle delle mie compagne d’avventura che l’hanno preceduta.
Io ci sono andata a nozze, s’intenda, che le zucchine le adoro proprio.
Ma le mie, di nozze, le ho messe a serio rischio, considerato quanto poco invece risultino gradite all’amato bene.
Eppure, anche i palati più difficili possono essere educati, puntando sull’aspetto salutistico, cercando di intortare un po’ la situazione, perorando la causa in modo un po’ diverso insomma.
Qua per esempio la zucchina  è protagonista assoluta, non solo come contenitore, ma proprio con tutti i sentimenti, attraverso quella polpa mescolata a tutto il resto.
Solo che….non si vede, allora il gioco diventa facile, anche con i mariti più esigenti!
Alla fine gli sono piaciute moltissimo, non so se più per il sapore o per quella loro forma sferica che dice di non aver mai visto prima (nonna mia gli avrebbe chiesto: ma da che scojo vieni?).
Ma le varietà delle zucchine in effetti sono proprio tante: Nera di Milano, Bolognese, di Faenza, Fiorentina, Siciliana. Fra le tonde: la Tonda di Piacenza, la Tonda di Nizza, la Tonda di Firenze. Fino ad arrivare alla Baby Round, che è una varietà nana!

E se voleste proprio strafare sappiate che, con qualche accorgimento, potete perfino coltivarla in vaso, sul terrazzo. Certo avrete bisogno di un vaso piuttosto grande, di almeno 40 cm di diametro e altrettanti di profondità.
(immagine dal web)

Senza sottovaso, perchè la signorina non ama ristagni di acqua, ma un terriccio fertile e ben drenato, quello sì.

In pratica:
-         riempite il vaso con un composto formato da metà terriccio ricco di humus e metà terreno di campo; aggiungete il 20% di sabbia di fiume e il 15% di stallatico terricciato o concime organico biologico (quest’ultimo da aggiungere poi ogni 15-20 giorni per favorire la produzione)
-         comprate direttamente le piantine oppure seminate a dimora da fine aprile alla metà di maggio: fare un solo buchetto di 2 cm nel centro del vaso e inserite 3 semi, coprite e innaffiate (poi, se c’è spazio, riseminate dopo un mese per prolungare la stagione di raccolta); quando le piantine saranno spuntate tenete solo la più vigorosa.
-         Dategli acqua in abbondanza, tenetela in pieno sole: se ben nutrita è una piantina molto generosa di frutti e anche di fiori!

(queste informazioni sono tratte dal libro “Orto e mangiato”, di Martino Ragusa)

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Zucchine farcite di ceci, surimi e curry

Ingredienti (per quattro persone)
4 zucchine a botte
250 gr di ceci già cotti
8 bastoncini di surimi (circa 200 gr)
1 cucchiaino di curry forte
1 scalogno
1 rametto di rosmarino
1 limone bio (buccia e succo)
Pangrattato
Sale
Semi di sesamo
Olio extravergine d’oliva

Procedimento

Lavare le zucchine, asciugarle e tagliare via la calotta. Svuotarle con l’apposito attrezzo, raccogliendo la polpa in una terrina, e cuocerle a vapore (compresi i “coperchi”) per circa 7-10 minuti al massimo.
Dopodichè scolarle, passarle sotto il getto dell’acqua fredda, e metterle a testa in giù per eliminare
bene tutta l’acqua.

Tritare lo scalogno e metterlo a scaldare con poco olio in una padella antiaderente. Prima che prenda colore unire la polpa delle zucchine tritata grossolanamente, i ceci, il rametto di rosmarino e ½ bicchiere d’acqua.
Salare e cuocere per una decina di minuti.
Dopodichè eliminare il rosmarino e aggiungere il curry. Unire anche il surimi tagliato a rondelle e lasciare insaporire il tutto ancora per qualche secondo.


Quando sarà freddo, aggiungere un po’ di scorza di limone e una spruzzata di succo e passare tutto al minipimer.
Ungere una pirofila con un filo d’olio, passare un foglio di carta assorbente all’interno delle zucchine, salarle, cospargerle di pangrattato.

Unire al composto un po’ di pangrattato per renderlo più corposo, quindi farcire le zucchine e spolverizzare con semi di sesamo.
Rimettere loro “i coperchi”, e passare in forno già caldo, a 180°, per una decina di minuti.

Nota:
Se dovesse avanzare del composto, formare delle polpettine, schiacciarle leggermente, passarle nel pangrattato e cuocerle insieme alle zucchine oppure, velocemente in una padella antiaderente con un filo d’olio, avendo cura di girarle solo quando avranno formato una bella crosticina: pochi minuti e sono pronte…buonissime!!



E ricordatevi che lunedì 26 siamo tutti a casa di Terry, da Crumpets&Co., per il dolce
(ovviamente a base di zucchine!!!)





giovedì 20 febbraio 2014

Negare sempre – Burger di tonno e broccoletti


Non si può dire, in fondo, che non sia una tipa dal cuore tenero.
Spigolosa e intransigente su molte cose.
Incazzosa e fumantina su tante altre.
Umorale e un pizzico fissata sulla maggior parte delle questioni.
Che farle bene diventa subito questione di vita o di morte.
Cucinare una minestrina col dado come rispondere a domande sui massimi sistemi.
E  il bianco e il nero imperano peggio che nell’età dell’adolescenza, che io i grigi e le approssimazioni pure a quarant’anni suonati, riesco a digerirli poco.
Precisione.
Verifica.
Scavare sempre a fondo.
Avanti a testa bassa.
Ma anziché andarmene in giro ad artigli tesi, fendendo l’aria con minacciose zampate e ruggendo cavernosamente, come ben si converrebbe al mio segno zodiacale, dietro questa dura corazza, in realtà, si nasconde l’animo di un’autentica, certificata e riconosciuta mammoletta dalla lacrima (molto) facile.
Piango per le cose più disparate.
Dal classico film-polpettone romantico, a una musica struggente ascoltata per caso, anche al volo camminando per strada.
Dalle immagini di certa pubblicità progresso, a un articolo di giornale volutamente pietoso.
E come i personaggi dei cartoni animati di un tempo, mi ritrovo con pozzanghere tremule di lacrime che riempiono la palpebra inferiore stazionando solo pochi secondi prima di rotolare copiosamente giù, senza che io possa fare alcunché per fermarle.
Ma a volte me le vado anche a cercare.
Se vedo un bimbo rosso di rabbia, ancora incapace di parlare, che grida il suo disappunto esternandolo pure con sguardi disperati, io lo anticipo addirittura.
Piangendo prima che scoppi in lacrime lui.
E faccio davvero una gran fatica a mantenere quel filo di decoro che mi impone perlomeno di celarlo.
Se non altro ai suoi occhi, che pur sempre la sua tata sono.
Non mi salvo nemmeno in un luogo tutt’altro che commovente come la palestra: se a un tratto sopraggiunge una musica particolarmente toccante, che mi riporta alla mente qualche ricordo o tocca, a tradimento, qualche corda sopita dell’anima, posso anche essere impegnata in un esercizio molto faticoso, trovarmi in bilico sui maxi palloni, ondeggiare sul tatami appesa agli anelli, penzolare dalla parete ancorata per i piedi agli elastici…che una lacrima mi scende comunque.
In ogni caso, senza scampo.
La reazione maschile di fronte a questo serio problema è perlopiù di imbarazzo celato però dietro frasi che, almeno negli intenti vorrebbero essere di conforto, ma nella pratica si rivelano subito per ciò che sono, ovverosia goffe affermazioni scorbutiche riassumibili tutte nella risolutiva domanda di rito:
 “Ma che te piagni?
Cui ovviamente non può seguire una risposta razionale.
Specie in certi periodi del mese, che vaglielo a spiegare ai signori uomini cosa significa essere preda di tempeste ormonali che manco KenShiro vale il paragone.
Ma a tutto c’è un limite.
E va bene commuoversi per un film, per una musica, per un bimbo, per le parole di un libro.
Al limite passi pure sciogliersi in lacrime per un servizio particolarmente toccante de Le iene.
Singhiozzare convulsamente davanti a un redivivo Claudio Baglioni che ancora canta (egregiamente, va riconosciuto) di magliette fini, schiume di cavalloni pazzi che si rincorrono nel mare e legnetti di cremino, i cui ricordi, tutti, si perdono beatamente nella notte dei tempi.
Ma farsi trovare dal proprio marito in forte ambasce o col trucco già sfatto per pregressi lacrimoni davanti al faccione di Costantino della Gherardesca in una puntata di Boss in incognito...
 no, questo è davvero troppo.
Un moscerino nell’occhio.
Una congiuntivite in arrivo.
Le lenti che si sono seccate….
Tutto, fuorché la verità.
Negare sempre.
Sviare l’attenzione
mi prendi per favore le lacrime artificiali?”…che quelle vere in certi casi non è che sia consigliabile, è proprio necessario, DOVEROSO , nasconderle!

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Ingredienti (per circa 8 pezzi)
1 cespo di broccoletti siciliani (400 gr una volta puliti e lessati)
3 scatolette di tonno da 80 gr
1 patata lessa media
1 uovo
Il succo di mezzo limone
Pangrattato (ricavato da pane raffermo tostato e frullato)
Peperoncino
Sale
Olio extravergine d’oliva

Procedimento
Mondare e dividere in cimette i broccoletti. Dopo averli lavati lessarli per circa 20 minuti, quindi scolarli e tritarli al coltello.
Schiacciare la patata ancora tiepida con la forchetta e unirla ai broccoletti.
Aggiungere il tonno sgocciolato e sminuzzato e infine l’uovo, il succo di limone e il peperoncino.
Aggiustare di sale, quindi unire poco pangrattato fino a ottenere la giusta consistenza per formare delle polpette.
Passarle nel pangrattato e schiacciarle leggermente.
Far scaldare dell’olio in una padella antiaderente e cuocervi le polpette avendo cura di non girarle fino a quando non avranno formato una bella crosticina dorata.
Pochi minuti, un altro pizzico di sale e buon appetito!


Note:
-         le polpette, cosparse di un filo d’olio, si possono cuocere anche al forno su una teglia ricoperta di carta per circa 15 minuti (in forno già caldo) a 180°.
-         All’impasto si può aggiungere parmigiano o pecorino a piacere
-         Per renderle ancora più gustose e saporite, prima di formare le polpette si possono far saltare i broccoletti qualche minuto in padella con aglio, olio e peperoncino (riducendo però i tempi di lessatura precedenti, a 15 minuti): aspettare che sia tutto ben freddo prima di procedere all’impasto!
-         - Il sapore e la consistenza del pangrattato comprato già pronto non sono paragonabili a quelli di un pangrattato ottenuto da fette di casereccio raffermo, fatto tostare in forno e tritato…provare per convincersene definitivamente.




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