"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 12 febbraio 2024

Giordania: otto giorni per otto viaggi

 

Il viaggio in Giordania ha avuto inizio molti mesi prima, durante la sua preparazione, prendendo contatti con un driver, uno fra tanti, scelto sulla scorta delle belle recensioni di cui gode su Tripadvisor.

Mesi di messaggi su whatsapp, nessun acconto, solo accordi verbali.

Lo troveremo mai in aeroporto ad attenderci?

Questa la prima, gettonatissima domanda dettata dalla nostra grande fiducia nella vita e nell’umanità.

Poi, esattamente una settimana prima della partenza, si riaccende nuovamente l’eterno conflitto tra Palestina e Israele, facendo intuire presto che non sia destinato ad esaurirsi nel giro di poco.

Siamo in bilico se disdire tutto. Chiediamo informazioni alla Farnesina, scriviamo all’ambasciata d’Italia ad Amman e tutti, tutti ci dicono che la situazione è molto fluida e nessuno può ovviamente garantire nulla. Rimaniamo indecisi fino all’ultimo, fino alla sera prima della partenza e anche quel giorno stesso in aeroporto, con l’aereo mezzo vuoto per le disdette.

Ma alla fine qualcosa ci spinge a non far vincere la paura.

Mai scelta fu più benedetta e azzeccata.

A colpirci subito, la grande disponibilità del popolo giordano. Che potrebbe sembrare una cosa scontata quando si viaggia: si è felici, elettrizzati, tutto sembra bellissimo e tutti paiono buonissimi.

Ma in questo caso no. Non è stata l’euforia a ingannarci. Gesti del tutto gratuiti e per nulla scontati, ci hanno sorpresi e commossi fin da subito e ogni singolo giorno di viaggio, con strascichi di affetto ed empatia che proseguono anche oggi, sul filo del telefono, a distanza di mesi.

Quella alla quale ci siamo rivolti è una compagnia di 6 autisti che si alternano, come in una staffetta, a seconda delle tratte da percorrere. Questo noi però non lo sapevamo ed avendo preso contatti soltanto con una persona, pensavamo sarebbe stata quella a scarrozzarci per tutti gli otto giorni.

Dopo qualche attimo di perplessità, decidiamo di affidarci completamente a loro, che non badano molto alle formalità, ai contratti “scritti”, ma per i quali gli accordi verbali e la parola data, scopriamo presto, valgono più di ogni altra cosa.

Puntuali, precisi, inappuntabili, gli autisti del giorno si presentavano all’appuntamento con una precisione teutonica e spesso con la colazione al seguito: pane fatto in casa, dolci tipici, biscotti ai datteri. Per poi fermarsi a un chiosco e completare il tutto con generosi bicchieroni di caffè al cardamomo.

Abbiamo trovato in questa gentilezza un dono per nulla scontato e così sincero da commuoverci.

Otto giorni e otto viaggi diversi, con in mezzo tantissime cose, fatti, persone, esperienze, emozioni, difficilmente riassumibili.

L’itinerario, più o meno questo:

1. AMMAN, dove arriviamo verso le sette di sera e vorremmo uscire a cena ed eventualmente fare un primo giro perlustrativo della città, ma ci avvertono che è tutto chiuso, una specie di coprifuoco dovuto a una manifestazione tenutasi presso l’ambasciata israeliana quel pomeriggio.

Come inizio non c’è male. Ma confidiamo nell’ultima sera del tour, fra una settimana, quando torneremo a dormire qui.

2. IL MAR MORTO, con i posti di blocco, dove esibire il passaporto e il visto, e il cellulare che ti dà il benvenuto in Israele; passando per IL MONTE NEBO, il DESERTO DEL MUJIB e le sorgenti calde del suo wadi;



3. MADABA, la città  dei mosaici e della convivenza pacifica, dove la mattina senti suonare le campane e subito dopo il richiamo del muezzin, dopo essere passati per il castello di KARAK e i suoi incredibili 7 piani di sotterranei e labirinti;


4. Una magica notte nell'accampamento beduino della RISERVA DI DANA, con un gran freddo, la coperta tigrata (ma senza lenzuola! – né asciugamani!) e dei tramonti spettacolari, così come la gente che ci ha accolti;


5. PETRA e tutte le 7 ore e mezza a camminare per non perderne nemmeno un particolare, tornando a piedi anche a Wadi Musa e comprando pane appena sfornato per cena;



6-7. Due notti nel  deserto del WADI RUM, dopo essere stati scaricati alle sue porte e condotti in fuoristrada, per 40 minuti, nell'ultimo campo, quello più lontano dall’ingresso, sempre gestito da beduini. Che per tornare ti serve per forza qualcuno, il telefono non prende, sei fuori dal mondo, in un altro mondo;


8. E ancora AMMAN dove stavolta riusciamo a girare, a uscire, di mattina come di sera, a prendere shawarma e a fare la fila da Hascem per "i migliori falafel" della città.



In mezzo: bicchieroni di caffè  al cardamomo, litri di tè bollente e profumato, e soprattutto volti: Saad, Ali, Mohammed, Abu Rayan, Karim, ognuno con la sua storia, la sua vita, i suoi 7, 4, 3 figli e la profonda connessione con la natura.

Non ho mai visto una persona astrarsi dal mondo e perdersi nella contemplazione del fuoco, come Karim. Con occhi profondi, volto disteso, gli angoli delle labbra leggermente ripiegati in un  sorriso di gratitudine verso la vita.

Un viaggio che ti entra nel profondo dell'anima, segnandoti per sempre.

GIORNO 1

Arriviamo di pomeriggio tardi, troviamo ad attenderci Saad, che ci dà il benvenuto in Giordania, ci aiuta a caricare le valigie in macchina e parte, per svoltare, poco dopo, in una via sterrata, buia, rischiarata solo dalla luce fioca e unta di un chioschetto mal messo.

“È la fine” – pensiamo al culmine dell’ottimismo – “ora ci rapinano e ci uccidono”.

Invece lui scende, ci presenta il suo amico e ci fa preparare due bicchieroni di caffè al cardamomo, i primi di una lunghissima serie, facendoci così conoscere un’usanza del suo paese, che ci porteremo dietro per tutta la durata del viaggio e anche oltre.

Siccome non gli sembra abbastanza, ci prende anche dei biscotti ai datteri e due bottigliette di acqua fresca.


Siamo stupiti e imbarazzati da tanta gentilezza.

Dopodiché ci scarica davanti all’ostello che abbiamo prenotato, dandoci appuntamento per l’indomani, sul presto, perché “avete tante cose da vedere”.

GIORNO 2

Saad, sempre lui, viene a prenderci alle 8:30 precise e si presenta, oltre che con il caffè al cardamomo, con due vassoietti di dolci arabi; 

non è che non abbiamo fatto colazione, prima di scendere, ma quelle delizie ci rapiscono (loro sì) in un vortice di beatitudine.

Partiamo alla volta del MONTE NEBO



dove la croce con il serpente simboleggia il punto da cui Mosè contemplò la Terra promessa. 



Da qui si vede il Mar Morto e anche Israele; il telefono ne aggancia la rete e ci dà il benvenuto; è davvero strano pensare che a pochissimi chilometri da qui si stiano consumando combattimenti e atrocità.



Equipaggiati di costume e telo mare scendiamo verso il MAR MORTO,


 il punto più basso della terra, 408 metri sotto il livello del mare, dove quando ti immergi senti bruciare anche le ferite che ti sei fatto da piccolo. Ma hai la sensazione di galleggiare dentro una vasca di gelatina e fatichi a uscirne, sia perché è divertente sia perché  ti avviluppa; 

con 25 jod (circa 33€) troviamo ospitalità in un enorme albergo fornito di spogliatoi, docce, piscine e accesso al mare e anche ai fanghi! 

Un lauto pranzo a buffet (sempre compreso nel prezzo) completa il quadro. Anche perché, del tutto inaspettatamente, riusciamo perfino ad assaggiare il Mansaf, un piatto tradizionale giordano (e arabo in generale), delle feste e dei matrimoni, di cui proprio quella mattina ci aveva parlato Saad. Agnello cotto in una salsa di formaggio e uova, servito con yogurt, riso e mandorle, che si mangia, tutti insieme e rigorosamente con le mani. Davvero squisito.


Proseguiamo verso le SORGENTI TERMALI DI MA'IN, chiuse strette nelle profondità di una gola,


dove l'acqua, che ribolle dal sottosuolo, sgorga a una temperatura fra i 40 e i 60° a seconda dei mesi dell'anno; ma restiamo poco, giusto il tempo di qualche foto, non trovando il coraggio di rimetterci il costume e soprattutto farci torturare da quell’acqua ustionante.

Attraverso strade ricavate fra enormi pareti rocciose, riemergiamo dalle profondità della terra per andare ad ammirare il lago salato dall'alto.


Un'insegna ci avverte che, in linea d'aria, siamo a 34 km da Gerusalemme, 42 da Hebron.


Arriviamo infine a MÀDABA, dove le moschee sono costruite accanto alle chiese cristiane e ortodosse. E quindi, salutato l’autista, lasciamo solo le valigie al b&b, perché noi, non ancora del tutto lessi, proseguiamo: giriamo il centro per visitare le due chiese più importanti, salire sul campanile di una di queste destreggiandoci tra funi, campane e vertigini; 

assaggiamo la delizia di un enorme dattero medjoul appena raccolto, facciamo un po' di shopping e finalmente torniamo in albergo.

Qua, raccolte le ultime forze per la terza doccia della giornata, finiamo per stramazzare sul letto non più tardi delle 9.

GIORNO 3

Oggi Saad, che abita proprio qui a Madaba, si è presenta così!


Manakish: pane arabo con olio di oliva e za'atar (una miscela di erbe) e con formaggio di capra.

Caldo, appena fatto dalla moglie. Poi siccome, come ormai di consuetudine, non gli sembra abbastanza, ci prende il caffè  al cardamomo, gli ormai irrinunciabili biscotti ai datteri e un bicchiere di acqua sigillato!

Salutare la bella Madaba, in questo modo, non ci pesa affatto.

E riprendiamo il cammino.

Attraversiamo strade desertiche e panorami spettacolari.



I monti circostanti formano onde sinuose che sovrastano il WADI MUJIB, fiume che sfocia nel Mar Morto e dà il nome alla Riserva della sua biosfera, che è la più  bassa della terra (420 metri sotto il livello del mare) e pare sia stata attraversata a piedi da Mosè.


Passiamo attraverso la città di AR RABBA, che custodisce le rovine di un tempio romano del 3° secolo d.C.

E arriviamo al magnifico e antichissimo CASTELLO DI KARAK


di ben 7 piani, comprendenti al suo interno una vera città (con sotterranei, cisterne di acqua, scuola, chiesa, moschea, stalle, tribunale, anfiteatro, mercato e prigioni), abitato, nei secoli, da nabatei, romani, crociati, mamelucchi e ottomani, ognuno dei quali ha apportato modifiche e rivisitazioni secondo le proprie esigenze (e menomale che ingaggiamo un ragazzetto di nome Abdallah per spiegarcelo altrimenti saremmo ancora lì  dentro cercando l'uscita...).

A metà pomeriggio approdiamo in un campo beduino nella RISERVA DELLA BIOSFERA DI DANA, che è la più  grande riserva naturale della Giordania.


Con molta tristezza salutiamo Saad: da domani ci accompagnerà un altro autista.

Ci facciamo scattare un’ultima foto insieme e prendiamo possesso di una casupola in muratura  con tetto in lana di pecora e una sobria coperta tigrata per le basse temperature notturne.


Ci sentiamo tanto Wilma e Fred Flinestones!

Il campo è gestito da beduini e sorge su un’altura da cui godere di albe e tramonti magnifici.


Nel prezzo è compresa la colazione ma conviene prenotare (e pagare a parte) anche la cena perché intorno c’è solo il nulla. 

E poi perché si mangia bene: cose semplici come riso, pollo, molte verdure, pane, hummus, legumi, patate, perfino biscottini ai datteri, tutto innaffiato da litri e litri di profumatissimi tè.


Tuttavia, bisogna un po’ adattarsi. Siamo pur sempre in un accampamento. Se ci si vuole fare una doccia, per esempio, meglio scegliere le ultime ore del giorno prima che tramonti il sole. Dopodiché farà talmente freddo che ogni misero spiffero dal tetto di lana avrà l'effetto di un tornado.

E anche perché si cena alle 7.

Tutti insieme, parlando mille lingue diverse.


Poi, così come il buio, anche l'alba nella riserva arriva presto e con lei le temperature si fanno via via più  dolci.

Ma il viaggio è lungo e noi partiamo molto prima della colazione.

Inaccettabile per il capo-beduino!

Che si premura di farci preparare un sacchetto da portare via, con giusto due cosette dentro:


-Succhi di frutta

-pane arabo

-cetrioli

-pomodori

-mele

-formaggini

-dei dolcetti

E hummus in brick!

Come non amare questa popolazione?

 

GIORNO 4

Viene a prenderci Ali, il padrone della baracca di autisti, quello con cui abbiamo preso accordi dall’Italia. Simpatico, ma noi ormai siamo perdutamente innamorati di Saad che già ci manca molto.

Dopo un viaggio di un paio d’ore ci accompagna a posare le valigie in albergo a Wadi Musa, la cittadina più vicina al sito di Petra.

Attende che sbrighiamo le formalità e poi ci scarica esattamente avanti alla biglietteria del sito per darci appuntamento al mattino successivo (oggi è così: tutto a piedi!).


Siamo nella Giordania dei cataloghi turistici e delle immagini più note.

Parlare di Petra è difficile.

SETTE ORE E MEZZA di marcia, intervallate solo da brevi soste tecniche, non sono bastate a farmi comprendere come sia possibile che questo sito si identifichi solo ed esclusivamente con l'immagine del "TESORO DEL FARAONE".


Tanto da aver creduto, fino a poco tempo fa, che si esaurisse in quello scenario magnifico che si disvela solo una volta terminato il lungo cammino per arrivarci.


Lungo si fa per dire visto che, a conti fatti, lì si è, praticamente, solo all'inizio!

L'incanto che si prova nel percorrere il Siq (che non è un canyon ma una spaccatura provocata dall'allontanamento di una faglia geologica) è pari solo alla scoperta di tutto quello che viene dopo.

IL TEATRO NABATEO, che è l'unico teatro al mondo interamente scavato nella roccia (e deve essere un po' la fissa di queste parti visto che tutte le tombe e gli edifici hanno la particolarità di non essere stati "costruiti" ma appunto scavati nella pietra procedendo dall'alto verso il basso);



I tratti di STRADA ROMANA  con resti di colonne e il VECCHIO NINFEO;



L'ALTURA DEL SACRIFICIO, con canali di scolo, pure quelli scavati nella roccia, per permettere al sangue di defluire;



Le bellissime TOMBE REALI,  con spaccati di roccia che rivelano striature di colore così belle da sembrare dipinte;





IL GRANDE TEMPIO, un monumento che, da solo, occupa una superficie di 7000 mq;


UN ALBERO DEL PISTACCHIO risalente a 450 anni fa;


Ma soprattutto lui, AL DEHIR, IL MONASTERO, dove stavamo per rinunciare ad arrivare perché richiede la fatica di salire 800 (OTTOCENTO!) gradini scavati nella pietra (e ci risiamo!), per un totale di 1,7 km e un dislivello di 210 metri.

Veramente una gran fatica!

Ma poi si arriva al cospetto di quello che è l'edificio più grande di Petra, molto simile al Tesoro, ma posto molto più in alto, che da solo basta a regalare un’emozione indescrivibile.



( Giunti qui si guadagna anche la consapevolezza che poi, dopo tanta fatica, bisogna rifare tutta la strada a ritroso perché a Petra si entra e si esce sempre dallo stesso luogo…)


In tutto ciò: fiumane di bipedi in gruppi sbuffanti e accaldati; infinite varietà di quadrupedi fra cammelli, cavalli, asini (oltre a cani, gatti e capre), più o meno utili per raggiungere i vari siti; bancarelle di manufatti beduini; bambini che chiedono monete o qualsiasi cosa si possa regalare loro; beduini travestiti da centurioni; ragazzi con gli occhi contornati di nero, che cercano di venderti il kajal; guide improvvisate per qualsiasi cosa: salire/scendere/fare una foto/ trovare un bagno/prendere un tè, affittare un animale/un carretto/una macchinina elettrica;



e poi urla, incitamenti, ragli, bramiti, abbai, musiche arabe, vociare in tutte le lingue del mondo e soprattutto tanta, tantissima polvere.



E magia negli occhi.


Siccome abbiamo fatto pochi chilometri, all’uscita dal sito (che sembra non poter essere guadagnata mai) decidiamo di raggiungere l’albergo a piedi. Che dista circa 1,5 km dall’ingresso del sito. Peccato sia tutto rigorosamente in salita sulla strada più trafficata del mondo.

Ma mentre passiamo accanto a negozietti di artigianato, piccoli ristoranti, pollerie con animali vivi, il nostro sguardo, e soprattutto l’olfatto, è catturato da un forno che esternamente non sembrerebbe meritare la minima fiducia. Decidiamo comunque di entrare e menomale perché ci si spalanca davanti un mondo di delizie e di pane arabo appena sfornato. Ne compriamo una busta, che un tizio ci raccomanda di tenere aperta perché “è stato appena sfornato, è ancora molto caldo”. Mai assaggiato cibo più delizioso. Infatti, stanchi morti, ceniamo in camera con quello e i resti della colazione fornita quella mattina dal capo-beduino.

GIORNO 5

Il risveglio a Wadi Musa (che in arabo significa "Valle di Mosè"), è all’insegna del richiamo del muezzin e di una colazione che ci attende su una bella terrazza da cui si intravedono i rilievi che circondano Petra.


Irrinunciabile ormai l' HUMMUS a colazione. Oltre a questo, in cui mi farei letteralmente il bagno; le OLIVE, enormi, carnose, buonissime e il LABNEH (yogurt condito con sale e olio di oliva) e infine lei, la HALAWA di cui non può mai mancare almeno un pezzettino. Si tratta di pasta tahini (ottenuta da semi di sesamo) con dentro pistacchi "incastonati", messa in forme rettangolari e poi tagliata a cubetti.

Ha un sapore molto dolce ma quello che a me fa impazzire è la consistenza pastosa, con il retrogusto amarognolo della tahin.

Di solito viene  spezzettata dentro il latte, lo yogurt, oppure servita con il caffè.

Io non smetterei di mangiarne anche solo così, senza aggiunta di altro.

Viene a prenderci nuovamente Ali, che abita proprio in questa cittadina caotica e molto turistica.  E ci porta a visitare SIQ AL BARID O "PICCOLA PETRA".


Il nome in  arabo significa "gola fredda" e si pensa che fosse una stazione di rifornimento e commercio per le carovane di cammelli dirette a Petra.

Un altro siq, molto più corto, ma altrettanto suggestivo.

Ma noi siamo già con la testa altrove, in fibrillazione per lui, il deserto, in cui trascorreremo le prossime due notti.

Dopo un paio d’ore attraverso la bellissima “strada dei Re”, 


a metà mattinata Ali ci scarica, armi e bagagli, in un villaggio proprio alle porte del Wadi Rum, chiedendoci il saldo complessivo dell’intero tour con lui e dandoci appuntamento fra due giorni.

Questi due particolari ci disorientano un po’ ma abbiamo imparato a fidarci e ci sforziamo di credere fermamente che lui, o qualcun altro, effettivamente fra due giorni verrà a riprenderci, e ci scorterà per altri due giorni, fino all’ultimo, con il trasferimento in aeroporto come concordato. Non è facile, ma ci sforziamo di entrare in questa ottica di fiducia nella parola data.

Tornando al deserto del Wadi Rum, alle sue porte, sorge un piccolo villaggio con un paio di minimarket e un centro visitatori presso il quale ci si registra e si attende il fuoristrada che condurrà all’accampamento prescelto. Utile fare scorta di qualsiasi genere alimentare (a parte l’acqua che – insieme al tè - viene offerta gratuitamente e costantemente presso gli accampamenti) e dare le ultime comunicazioni a casa perché, a parte nei primi accampamenti a ridosso dell’ingresso, il cellulare non avrà più campo per i successivi giorni di permanenza.

Non esiste wi-fi. Non ci si può connettere in alcun modo.

La sensazione è strana. Ce la faremo, noi costantemente iperconnessi e che pretendiamo di avere sempre tutto sotto controllo?


Passate le prime dune, col cellulare fuori uso e in balia degli spazi infiniti, della sabbia, del tempo, di chi ci conduce e di noi stessi, ci sentiamo nudi.

E fragili.

Veniamo accolti da uno staff di ragazzi che ci offrono tè e biscotti e ci accompagnano ai nostri alloggi. Noi abbiamo scelto una tenda deluxe con veranda sulle dune e bagno privato.



Poi si mangia tutti insieme nella tenda principale (solo colazione e cena) e prima di andare a dormire si sta un po’ attorno a un fuoco a guardare le stelle.




GIORNI 6-7

Il protagonista è solo e soltanto lui: il deserto.

Rosso, immenso, sconfinato.

Con il vento che disegna onde sulla sabbia e poi le cancella.

Il sole implacabile di giorno; le stelle come diamanti di notte.

Il fuoco come rituale e centro dell'universo.

Intorno a esso si mangia, si medita, si conversa, si prende il tè.

Il tè che viene preparato sul fuoco, dentro vecchie e bellissime teiere e si sorseggia seduti su tappeti e stuoini sui quali si sale scalzi. Perché  di volta in volta quei tappeti,  disposti in cerchio, possono diventare salotti, tavole imbandite, letti improvvisati, microcosmi separati dal mondo eppure fusi con esso.


Le orecchie che ronzano per l'assenza, totale, di rumori.


Niente telefono, niente TV, niente radio.

Niente wi fi.

Sabbia, roccia, cielo, fuoco.

E te stesso.

Due giorni nel WADI RUM, completamente fuori dal mondo, sono morte e rinascita.


Che poi uno dice, ma che c'è da fare nel deserto?

Il secondo giorno lo passiamo interamente a girare con uno sgangherato ma efficientissimo fuoristrada per conoscerne i suoi tanti volti.

 Sembra ci sia solo sabbia, sabbia a perdita d'occhio e invece ci sono montagne, rocce con iscrizioni nabatee, tracce di chi ha abitato questi luoghi da tempi lontani o li ha solo usati di passaggio con le proprie carovane, 




archi così ben modellati dal vento da sembrare costruiti,



 i resti della casa di Lawrence d'Arabia, 


e poi degli sporadici alberelli che, soli al mondo e contro tutte le forze della natura, si aggrappano tenacemente alla vita e innalzano le loro verdissime chiome fra due rocce, dentro una spaccatura, sulla sommità di un masso.


Vederli sembra quasi un miraggio, in tanta aridità.



È facile capire perché Ridley Scott abbia scelto proprio questo posto per girare The Martian.


E poi arriva l'ora di pranzo. Si raccolgono legnetti, si accende un fuoco, si cucina un piatto caldo e si imbandisce una tavola su uno stuoino all'ombra di una parete rocciosa.


Quando si riprende il cammino sembra che tutto sia stato visto, ma ci sono ancora montagne, ancora distese, ancora alture dalle quali ammirarle.

e dune, volendo, sulle quali (provare a) arrampicarsi




E arriva il tramonto, da gustare in silenzio con una tazza di tè  fra le mani. Altri legnetti, lo stuoino, i cuscini.



Nel punto più  bello dal quale salutare il sole che va a dormire. La vecchia teiera sempre al seguito, il fuoco, l'immensità tutta intorno e sopra la testa.

La vita.

GIORNO 8

Uscire dal deserto è straziante.

Dopo l’ultima colazione tutti insieme nella tenda principale, salutati e ringraziati personale, dune, granelli di sabbia, la nostra tenda e ogni singolo momento passato lì, saliamo nuovamente sul fuoristrada per essere condotti fuori da quella magia, presso l’ufficio di Mahareb, il responsabile del campo in cui abbiamo alloggiato. Nemmeno il tempo di saldare e prenderci un tè che viene a prelevarci un nuovo driver.

Che c’è! Nonostante abbiamo già saldato tutto e nonostante, con Ali, ci fossero solo accordi verbali.

E sì, ci vergogniamo un po’ di avere dubitato.

Il nuovo autista si chiama Abu Rayan, anzi, ci svela di avere un altro nome di battesimo in realtà, ma di aver scelto di chiamarsi così per l’usanza araba secondo la quale, quando un uomo diventa padre, acquisisce il titolo di “padre di” e può appunto scegliere di essere chiamato in quel modo: “Padre (Abu) di Ryan”. Ma solo del primo figlio maschio…

Il viaggio è lungo ma passa in fretta con lui che ci racconta di sé, della sua famiglia, di sua mamma in ospedale, e poco dopo l’ora di pranzo ci ritroviamo al punto di partenza, ad Amman, nell’ostello della prima sera.


Questa volta la situazione è tranquilla, per cui, lasciati i bagagli, decidiamo di uscire subito alla scoperta della città.

Passare dal silenzio del deserto al caos della capitale ha un che di destabilizzante.

Ma Amman possiede il fascino ipnotico delle città mediorientali.


Via dell'oro, via dei tessuti, via dei profumi, via delle scarpe, via degli abiti da donna e via di quelli da uomo.

Non c’è un vero e proprio souk, a differenza di altre città arabe ma tutto il centro è esso stesso un enorme souk.

Con negozi, botteghe, venditori ambulanti: di borse, di caramelle, di biglietti della lotteria, di pesci rossi; lucine natalizie, stroboscopiche, intermittenti; odore di fogna, di frutta secca tostata, di succo di melagrana appena spremuto, di shisha e di tè alla menta.

Semafori solo per finta, vetrine appiccicose, clacson per far spostare la gente, per insultare, per salutare, per ringraziare; tuniche, veli, profumi, ciabatte.

Per la cena non ho dubbi e ritiro fuori quello che sarebbe dovuto essere il programma della prima sera, saltato a causa del “coprifuoco”.

A 500 mt a piedi dall’ostello c’è Hashem, "RISTORANTE SPECIALIZZATO IN FALAFEL".  


Il migliore di tutta Amman, o almeno così è descritto dalla Lonely Planet e dagli entusiasti utenti di Tripadvisor.

Ora.

Il concetto di ristorante, nel mondo, assume sfumature varie e spesso anche assai fantasiose, ma per HASHEM  la questione si fa ancora più sottile.

Comunque, talmente ho in testa di andarci che, sempre sulla scorta delle recensioni, chiedo all’amato bene:

"Che dici, prenotiamo? Dicono che ci sia da fare la fila per la gente che lo frequenta".

Ringraziando il cielo optiamo per il no e per presentarci lì  sul presto sperando di trovare posto.

Pieno, effettivamente, è pieno.

Sempre che quel sottoscala buio e abbastanza trucido sia esattamente il locale che stiamo cercando.

Nei sotterranei di un palazzo, con le pareti annerite dal fumo e dai secoli, emergono tavolini e sedie di plastica tra fumi di frittura e gente che urla.

Non facciamo in tempo a decidere di tornare sui nostri passi che ci troviamo seduti in un angolo davanti a un lavandino con specchio, mentre un tizio ci chiede se beviamo acqua o tè.

Che io lo prenderei pure il tè, ma lì  dentro mi sento di optare per l'acqua imbottigliata. Il tempo di un sospiro e il tizio torna con l'acqua, un block notes con menu prestampato da compilare con crocette e un rettangolo di plastica sottile (la tovaglia!) che provvede a buttare sul tavolo insieme a due forme di pane arabo per tenerlo fermo.

E per essere mangiato.

La scelta è fra pochi e semplici piatti.

Nel frattempo arrivano pure due cucchiaini di plastica (per pietà  degli stranieri che non usano le mani) e un piatto di pomodori affettati, cipolle tagliate a metà, sottaceti e un folto ramo di menta.


Scegliamo falafel classiche e ripiene e hummus con carne facendo scongiuri.

Intanto che aspettiamo la nostra sorte cerco di capire cosa fanno gli altri con questo ramo di menta e mentre uno ne stacca pazientemente foglia dopo foglia per poi masticarle tutte insieme, un altro lo piega per unirlo al poco tè che gli è rimasto nel bicchiere.

Arrivano i piatti: fumanti, enormi, generosi di sapori e profumi di questa terra che non finisce di stupirmi.

Fatichiamo a finire tutto, sebbene, almeno in teoria, sarebbero solo 3 porzioni in tutto.

Dopodiché, imitando gli altri, ci mettiamo in fila davanti a un gabbiotto con i vetri unti, per pagare.

4 jod totali.

Equivalenti a 5,28€

Che va bene non aspettarsi il ristorante comunemente inteso e nemmeno la bettola più scalcinata (il "nostro" locale è ancor meno di questa...) ma ci tocca ammettere che veramente sono i falafel (e l'hummus) più  buoni di Amman.

A un prezzo imbarazzante.

E senza conseguenze.

ULTIMO GIORNO

Abbiamo il volo di ritorno alle 19 e più di mezza giornata quindi per visitare ancora la città.


La Cittadella è il nucleo abitativo originario di Amman. Vi si trovano i resti di una basilica bizantina, del palazzo degli Omayyadi (dinastia di califfi arabi) e le colonne di un Tempio, dedicato a Ercole,  visibili praticamente da ogni punto della città.



Questo perché  la Cittadella sorge sulla collina più  alta di Amman e se Roma vanta sette colli,  la capitale giordana è tutto un saliscendi.

Arrivarci è piuttosto faticoso, ma da qui il panorama è magnifico.



Da quassù si scorge, anche, per intero, la sagoma dell'anfiteatro romano, che abbiamo visitato prima di salire.




Il solito traffico, lo stesso frastuono, ma di giorno è ancora più affascinante, con case giallo ocra, intrecci di fili elettrici, murales  e tante, tantissime scale!


Un ultimo giro sulla bella Rainbow Street,
 


un pranzo veloce con "la mejo shawarma del mondo", 


un espresso in una caffetteria giovane e simpatica


 e via, verso l'aeroporto.

Con l’ultimo driver che viene a prenderci sotto l’ostello, puntualissimo all’ora concordata tramite Ali.

E nota commovente finale.

Nel suo inglese stentatissimo mi porge una busta facendomi capire che me la manda Saad,

il driver dei primi tre giorni, che poi non abbiamo più visto (ma sentito sì).


È un pacco di caffè al cardamomo di ottima qualità: ce lo manda in dono sapendo quanto ci sia piaciuto e quanto lo abbiamo apprezzato.

Non ho parole.

Solo immensa gratitudine e commozione.



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