"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 18 febbraio 2019

Provare per credere - Weird and Wonderful banana bread



Con un nome così, un dolce non può che richiedere, urlare, imporre di essere provato subito.
Due paroline magiche, due aggettivi che non possono lasciare indifferenti.
Non fosse altro che per la voglia di scoprire se è veramente così (ma non era quella la motivazione principale. La verità è che sono curiosa come una scimmia e più le ricette sono strane più mi divertono).
E memore di quei biscotti (e di tantissime altre ricette furbe/geniali/strambe/ da lei testate, approvate e garantite), non potevo proprio esimermi.
La ricetta è attribuita a Lucy Cuttflin e Arabafelice l’ha testata per lo Starbooks di questo mese.
Cospargereste mai una banana di maionese prima di addentarla?
E innaffiereste mai il tutto con del buon caffè appena fatto?
Ecco, quelli appena elencati sono gli ingredienti principali di questo stranissimo, è vero, ma meraviglioso banana bread.
Si può mai rimanere col dubbio di che sapore abbia un dolce del genere?

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Un dolce morbidissimo, dalla consistenza umida con una croccante crosticina in superficie. Un’armonia di sapori perfetta in cui non prevalgono né il sapore delle banane né quello del caffè.
Non ho trovato il brown sugar (che come spiega Stefania non è zucchero di canna ma zucchero melassato), ma come suggeriva l’autrice nelle note, lo si può fare in casa mescolando 200 gr di zucchero semolato con 20 gr di melassa (che ho trovato al NaturaSì). Inizialmente sono stata tentata di usare la farina di farro, ma poi ho seguito ogni indicazione alla lettera. In ogni caso si può utilizzare anche una maionese vegana!

Ingredienti
250 g di banane molto mature ben schiacciate (circa 3)
200 g di light brown sugar
250 g di maionese di buona qualità
105 g di caffè appena fatto (oppure acqua)
250 g di farina
un cucchiaino e tre quarti di bicarbonato
un generoso pizzico di sale
un paio di cucchiai di zucchero grezzo


Procedimento
Preriscaldare il forno a 175 gradi foderare con carta forno uno stampo da plumcake lasciando che salga di almeno 2 cm oltre i bordi. Le misure da lei indicate sono 23cm/13cm/6,5cm, ma il mio era leggermente più grande. È importante però che non sia più piccolo perchè il dolce una volta cotto arriverà fino all'orlo.
In una ciotola schiacciare molto bene le banane e mescolarle con la maionese e il brown sugar finché il tutto sarà ben amalgamato. Da ultimo unire il caffè (o l’acqua).
Aggiungere quindi farina, sale e bicarbonato, mescolare e versare nello stampo preparato. Cospargere con un po’ di zucchero grezzo e cuocere per curca 50-60 minuti, finché uno stecchino inserito al centro uscirà pulito.
Sollevare il dolce dallo stampo aiutandosi con la carta forno e farlo raffreddare su una gratella.



martedì 5 febbraio 2019

Doveri sociali – Polpette di cavolo cappuccio



Succede proprio di rado.
Che a noi l’idea di uscire il sabato sera fa venire l’orticaria. Figuriamoci uscire con altre persone.
E figuriamoci se due di queste altre persone sono bambini piccoli.
Questo non perché siamo misantropi.
Non del tutto almeno.
Il fatto è che si sta in giro tutto il giorno e nemmeno intorno a  casa, dal momento che entrambi lavoriamo fuori città.
Tutto sommato vicino, ma pur sempre a un’ora scarsa di treno.
Io poi con i bambini ci lavoro.
Non è scortesia, ma almeno il sabato mi piacerebbe poter intavolare discorsi che vadano oltre la sorte di SuperMario nella perenne lotta contro quel rapitore di principesse che non è altro, di Bowser. O dei capricci della bambola “Fiorellino” che quel giorno di mangiare non ha proprio voluto saperne.
Mi piace occuparmi delle sorti di Mario e Fiorellino eh? Sia chiaro.
E per mia fortuna con i “miei” bambini intavolo anche discorsi di ben più alta levatura.
Ma mi piace anche stare con l’amato bene e ritagliarci un giorno, serata compresa, tutto per noi.
Che poi ci sono bambini e bambini, genitori e genitori.
Quelli che nonostante i bambini si accorgono della presenza di ospiti e li tengono in una qualche considerazione (gli ospiti, non i bambini); e i genitori di tipo B che invece entri, ti siedi, ceni, torni a casa e ti rendi conto di non aver fatto altro che sorbirti le mirabolanti imprese dei pargoli di casa fra urla e strepiti, lagne e prodezze.
È attaccati a tutte queste malinconiche considerazioni che un paio di sabati fa ci accingiamo a salire in macchina, sfidare gelo polare e minaccia di neve per recarci a ben 70 km di distanza a trovare degli amici (molto cari, ma che scientemente non vediamo da almeno 3-4 anni, giusto il tempo di far crescere i bimbetti), genitori del tipo B con prole assai scatenata, che ci hanno invitati a cena.
Siccome poi siamo masochisti fin nel midollo e nelle situazioni, anche scomode, vogliamo sguazzare con tutte le scarpe, decidiamo di partire prima per poter sfruttare proprio tutto il pomeriggio e visitare il grande centro commerciale che sorge proprio a ridosso della casa degli amici.
L’incubo inizia al momento della ricerca del parcheggio quando, al milionesimo girotondo nei sotterranei dell’Ikea per trovare un posto vedo l’amato bene accasciarsi affranto sul volante. Che c’è? –lo interrogo preoccupata.
E niente, passeremo il sabato così, in cerca di un posto che non c’è – risponde sconsolato ma drammaticamente realista. Salvo poi avere l’illuminazione di andare a parcheggiare fuori, nelle vie limitrofe.
Invocando santi e stramaledicendo l’idea riusciamo tuttavia a scovare, dopo un altro centinaio di giri, un posto a un paio di km dal centro che, essendo buoni camminatori-asociali-allergici alla folla, ci sembra il paradiso. E quasi quasi invidiamo la nostra macchinetta che se ne starà lì tranquilla senza doversi tuffare nella folla del sabato pomeriggio, almeno lei.
“ma dai, magari essendo una bella giornata, la gente ha deciso di andare fuori, sui prati, non di chiudersi in un centro commerciale”
Mi illudo io tentando di convincere anche lui.
È per questi sciocchi tentativi di mistificazione tuttavia che di lì a qualche secondo ci vediamo costretti ad affrontare una realtà ben peggiore.
Quando, senza sapere come né perché, ci ritroviamo a bordo di una scala mobile, trascinati da un fiume incontenibile. Per poi, subito dopo, prendere, senza averlo deciso, la direzione esattamente opposta a quella in cui saremmo voluti andare perché travolti da un vortice inarrestabile. Semplicemente così: sospinti dalla folla. Da un vento implacabile come manco Paolo e Francesca.
Premuti da mani, corpi, voci, ruote di passeggini negli stinchi.
Spostati da spintoni, esortati da gomitate.
In un caldo asfissiante che ci fa girare la testa.
Il tutto per la durata di un’oretta scarsa. Il tempo di scegliere delle maniglie nuove da Leroy Merlin, comprensivo anche di due momenti in cui guadagniamo l’uscita per permettere all’amato bene di fumarsi due sigarette. Su mia esortazione, che generalmente tengo molto alla sua salute, oggi però più alla mia.
Ma è con estrema nostalgia che ripensiamo al centro commerciale congestionato dalla folla quando, a metà cena dagli amici con prole scatenata, ci ritroviamo a fare il gioco del telefono senza fili per una buona mezz’ora e quello dell’anello per il resto della mestissima serata.

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Ingredienti (per circa 15 polpette)
Un quarto di cavolo cappuccio verde
Un quarto di cavolo cappuccio viola
3 patate medie
1 uovo
50 gr di pecorino romano
1 cuccchiaino di menta secca
Scorza grattugiata di mezzo limone
Sale
Pepe
Pangrattato (io ottenuto da pane tostato ai 5 cereali)
Olio extravergine d’oliva



Procedimento
Tagliare a striscioline il cavolo cappuccio, raccoglierlo in una ciotola capiente, lavarlo e scolarlo.
Sbucciare, lavare e tagliare a cubetti le patate. Metterle a cuocere in abbondante acqua leggermente salata e dopo una decina di minuti aggiungere anche il cavolo. Quando le patate risulteranno morbide, scolare molto bene il tutto e schiacciare con una forchetta. Quando si sarà intiepidito, aggiungere al composto l’uovo, la menta, poco sale, il pecorino e il pepe. Formare le polpette e passarle nel pangrattato. Disporle su una teglia ricoperta di carta forno, completare con un filo d’olio e infornare per una decina di minuti a 180°, più altri 5 in funzione grill.



lunedì 21 gennaio 2019

Autostima - Torta di mele, clementine e datteri senza zucchero (né latte né uova)



Ho ricominciato a fare yoga. Dopo un po’ di tempo che lo avevo abbandonato per dedicarmi alla soporifera ma tanto benefica ginnastica posturale e alla tragicomica, ma altrettanto salutare, funzionale.
In mezzo dunque, da vera sportiva che non guarda in faccia nessuno e la mattina cascasse il mondo lo dedica all’allenamento matto e disperatissimo (più il primo che il secondo) ci ho infilato anche lo yoga.
Nel frattempo che io mi decidevo a riprenderlo, dopo 10 anni di dedizione incondizionata in cui non esisteva che lui, è cambiata l’insegnante e giunta alla guida del corso una elegante signora russa.
L’apparenza dello scricciolo di gomma, dal sorriso dolce e dagli occhi pieni di stelline luminose, frutto di tanta pratica, stride fortemente con una voce e un piglio da sergente militare.
La provenienza non l’aiuta e, sebbene parli un italiano molto fluente, si va ad inceppare proprio su accenti e tonalità che prevedrebbero, dato anche il contesto, una nota perlomeno di pacatezza in più.
Entra in sala faticando quasi a tenere a freno quella colonna vertebrale che non vede l’ora di contorcersi, arrotolarsi su se stessa e buttarsi all’indietro nella posizione (perfetta) del ponte; srotola il tappetino, collega il portatile alla musica adatta e poggia il suo sguardo inquisitore e anche un po’ sadico su di noi.
Noi, le sgarrupate adepte di vario e vasto genere che, tramontati ormai i (bellissimi) tempi in cui per yoga si veniva vestiti di bianco, con tappetino bianco e coperta per il rilassamento finale pure quella bianca, in una suprema armonia di colore che era già essa stessa meditazione, razzoliamo indecise e perse fra outfit della precedente lezione di posturale, tute da casa, maglioncini logori e scaldamuscoli che Alex Owens, manco la mattina in fabbrica sotto la tuta da saldatrice avrebbe mai osato indossare.
Eppure, fiere e indomite, siamo lì, incastrate sedute a gambe incrociate, in attesa che lei ci degni di attenzione.
Ma quando ce ne degna, non è che un attimo fugace il lieve e tenero sorriso di saluto, perché ad esso segue subito la temuta interrogazione sui nostri oscuri trascorsi.
“ie adesso io vi guardo ie vedo, mi acorgo, se aviete fato Kapalabhati a casa!”
Il cuore si stringe in una morsa, che io manco me lo ricordavo che avesse assegnato i compiti per casa.
Per fortuna non sono l’unica e vaghi sorrisetti colpevoli ammettono che no,  quella cosa lì non l’abbiamo proprio mai nemmeno considerata, una volta uscite di qui e riappropriate della nostra dignità.
Il sergente di ferro che è in lei esce prepotentemente sprizzando severità dagli occhi e da ogni fibra del suo corpo di libellula snodata.
“Quela serve per non invecchiare, per mantenersi ciovani. Dunque voi volete proprio invecchiare? Non vi interessa niente mantenervi ciovani?”
L’accenno all’età che avanza sensibilizza un po’ tutta la platea.
Colpisce nel segno. Ci sentiamo come quando a scuola l’insegnante ci chiedeva se intendessimo rimanere somari a vita o volessimo metterci a studiare seriamente.
Rumoreggiano timidi tentativi di scuse
“no no, è che la mattina proprio….”
Mentre libellula di ferro infierisce alzando una mano con le cinque dita spalancate a schiaffeggiarci spiegarci che bastano quella manciata di minuti per cominciare bene la giornata e “mantenerci ciovani”.
“anziché vecchie rattrappite e arrugginite che non siete altro” -  la immagino aggiungerebbe se solo parlasse meglio l’italiano e non fosse pienamente cosciente del suo ruolo.
E poi la lezione ha inizio.
Con questo peso sul cuore, con la colpa incisa a caratteri cubitali nella coscienza di ognuna di noi.
E sono pensieri inquietanti quelli che serpeggiano nella mente quando, dopo una profonda inspirazione, giunge improvviso il suo invito a “esalare”. Che sì, grammaticalmente sarà anche ineccepibile. Ma le nostre piccole menti di pivelle arrugginite e con tendenza all’invecchiamento precoce non possono fare a meno di correre con la mente “all’ultimo respiro”. Se poi disgraziatamente questi comandi arrivano quando si è sdraiati a terra, supini, nella posizione “del cadavere”, capirete bene che la lezione tocca vertici angoscianti.
“noie adesso impariamo le 6 posizioni fondamentali dello yoga. Le doviete conoscere benissimo, dopo potremo andare avanti”.
Il fatto che siano solo sei ci conforta. Dunque via, che ci vorrà mai a padroneggiare perfettamente solo sei posizioni?
Ma le rosee speranze vengono prontamente disilluse una manciata di attimi dopo.
Quando, col solito tatto, ci informa che quello tanto faticosamente raggiunto è solo il “miezzo ponte”, mica quello intero.
E che quella che, annaspando e contorcendoci con ogni fibra, abbiamo finalmente preso dio solo sa come, non è affatto la posizione della candela. Crediamo, ah beata ingenuità, che lo sia, ma è qualcosa di molto, molto lontano dalla perfezione di Sarvangasana. Incapaci che non siamo altro.
Dalla pia illusione di sentirsi eroine appena uscite vincitrici da una feroce battaglia, dopo aver sbaragliato nemici e guadato fiumi limacciosi, all’amara realtà di schiappe che non hanno mosso un solo passo giusto, è un attimo.
E così cocente è la delusione che non desta stupore alcuno il successivo invito a “piegare bene il pianto del piede”
Perfettamente uniformato all'andazzo generale, almeno  lui.

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L’ennesima ricetta di torta di mele, mi si obietterà. Eh ma questa oltre a non avere le uova, oltre a non avere burro né lattosio non reca in sé nemmeno la minima traccia di zucchero. Non di quello semolato o di canna, almeno. Solo zuccheri della frutta: i datteri, l’uvetta, le mele…ah sì, quei due cucchiai di sciroppo d’acero, che volendo, aumentando la quantità di datteri si potrebbero pure omettere.
E pur essendo un concentrato di “senza” è una torta dolcissima e molto coccolosa. Di quelle da credenza, buona per colazione e per merenda, o per tutte e due o per dopo pranzo e dopo cena. Del resto, chi lo dice che uno abbia voglia di dolce solo a colazione o a merenda? Morbidissima, umida al punto giusto, delicatamente profumata di cannella e con quella punta di salatino che esalta tutti i sapori. Poi è veg. Si può volere di più da una torta di mele?


Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro, meglio da 22 se la si preferisce un po’ più alta)
120 gr di farina di farro
120 gr di farina integrale di farro
140 ml di latte di soia al naturale (o altra bevanda vegetale)
100 ml di succo di clementine (o di arancia)
60 ml di olio di riso (o di semi di girasole)
30 gr di uvetta
2 mele
6 datteri bio
2 cucchiai di sciroppo d’acero (facoltativo: nel caso aggiungere un paio di datteri in più)
1 cucchiaino di cannella
1 bustina di lievito
1 pizzico di sale


Procedimento
Come prima cosa spremere le clementine e usare il succo per far rinvenire l’uvetta qualche minuto. Frullare i datteri insieme al latte di soia e allo sciroppo di agave, quindi aggiungervi anche l’olio di riso amalgamando bene.
In un’altra ciotola miscelare le farine, il lievito, il sale e la cannella.
Unire quindi gli ingredienti liquidi (compresa l’uvetta con tutto il succo di clementine) a quelli secchi e amalgamare con cura. Sbucciare le mele  tagliarle a fettine sottili e incorporarne ¾ al composto. Versare tutto in uno stampo oliato e infarinato e decorare la superficie con le restanti fettine di mela.
Cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 35-40 minuti secondo il forno.




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