"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 11 giugno 2018

Knysna - Wilderness: tra oceano e montagna



Ripartire da Plettemberg non ci causa il minimo dispiacere e per la prima volta dopo 5 giorni che siamo in Sudafrica riusciamo ad apprezzare pienamente anche quella tanto decantata Garden Route che stiamo minuziosamente percorrendo.
Fino ad ora non ci ha entusiasmati: sarà che la immaginavamo molto più panoramica e invece ogni chilometro in più che percorriamo scopriamo che in realtà sono pochi i tratti di questa strada che affacciano sull’Oceano. Uno di questi è quello che percorreremo oggi, da Plettemberg a Wilderness. Per il resto infatti, a dispetto della sua notorietà, concluderemo al termine che è semplicemente un’autostrada a due corsie molto meno scenografica di quel che ci si aspetti. Forse un po’ sopravvalutata.
Ad essere indiscutibilmente belle sono invece le località che attraversa e che meriterebbero ognuna una sosta, questo sì.
Scegliamo di fermarci innanzitutto a Knysna, cittadina molto particolare affacciata sull’omonima laguna

 che è riserva naturale e ospita al suo interno due penisole, Leisure Island e Thesen island,

 entrambe punteggiate di graziose ville collegate fra loro da viottoli 
e giardini senza recinti.

Siamo a marzo e la stagione estiva da queste parti è quasi terminata:



 ragione per cui molte case sono chiuse e le spiagge, come i locali, per nulla affollati.

Ci divertiamo a immaginare quale potrebbe essere la casa in cui abitare se decidessimo di trasferirci qui e la scelta è veramente molto ampia.
Il modo migliore per visitare la laguna sarebbe quello di prenotare un giro in barca,

 ma i tempi sono ristretti e la prima crociera non parte prima di mezzogiorno.
Raggiungiamo il promontorio, denominato The Head, dal quale ammirare il magnifico panorama





per poi prendere un sentiero lungo le rocce che ci porta su una spiaggia nascosta a osservare l'oceano da vicino e... rimediare una doccia con tutti i vestiti.

Poco male, visto il caldo. 
Risaliti in macchina ci dirigiamo verso il Waterfront, nella parte bassa della città di Knysna,
fatta di case a palafitta, 

bei negozi 

e animati locali, 

tutti affacciati sul mare. 

Molti comprensori sono addirittura inaccessibili sia per mare che via terra e lasciano inappagata la nostra curiosità di sapere come si svolga la vita al loro interno.

Prima di ripartire facciamo sosta in un supermercato 

ammirando la grande varietà di frutta 

e di Biltong, 

lo snack più diffuso da queste parti a base di carne essiccata (di manzo, struzzo, impala, eland e altri tipi di selvaggina) venduta sfusa o già confezionata.
Poi, sulle sintonizzati sulla radio locale,

 ripartiamo alla volta di Wilderness, dove ci fermeremo per la notte.
Lungo la strada però, dopo soli 17 km, decidiamo di fare un'ulteriore tappa a Buffalo Bay

una lunga spiaggia battuta da onde impetuose, circondata da rocce di arenaria.

Anche qui, ville con viste meravigliose sull'oceano non mancano di certo

Arriviamo a Wilderness nel primo pomeriggio ed è una fortuna vista la bellezza del B&B che abbiamo prenotato (purtroppo soltanto per una notte!).

Piccola osai di pace situata in collina, con una vista spettacolare sull’oceano, e la simpatia travolgente dei due proprietari, Denise e Louis, americani trapiantati in Sudafrica da una decina di anni.
Il feeling è immediato, Denise è briosa e sempre con la battuta pronta. Ci mostrano la stanza, meravigliosa e accogliente, e poi ci illustrano la possibilità di cenare presso di loro assaggiando carne di struzzo e altre prelibatezze cucinate direttamente da Louis.

Optiamo per questa soluzione e nel frattempo usciamo a goderci il pomeriggio sulla immensa spiaggia

 per raggiungere la quale attraversiamo la statale N2 e dei vecchi binari in disuso.

L’atmosfera di questo villaggio è ovattata e molto rilassante.


Qui l’estate è ancora nel vivo

 e ne approfittiamo per assaporarla in attesa che arrivi anche da noi.

La cena al Mont Fleur si rivela piacevole senza picchi di eccellenza. 

Mangiamo bene, ma ancora di più apprezziamo la simpatia di Denise e i suoi racconti travolgenti. Tanto che arriviamo a mezzanotte senza nemmeno accorgercene.
L’indomani i saluti sono difficili e carichi di malinconia. Con la promessa di tenerci in contatto e rivederci in qualunque parte del mondo loro, di spirito nomade, decideranno, prima o poi, di aprire un nuovo B&B.
Trascorriamo ancora la mattina a Wilderness per visitarne l’omonimo parco nazionale, o almeno una sua piccola parte.

Il Wilderness National Park infatti si compone di due parti: una affacciata sull’Oceano e l’altra che si snoda, attraverso laghi, fiumi e paludi fino alle pendici della catena montuosa dell’Outeniqua Range.

Optiamo per questa seconda sezione e, con un biglietto di ingresso di 130 rand a persona (circa 9€), affrontiamo il Kingfisher Trail, sentiero che si addentra in un fresco bosco che costeggia il Touws River.

L’atmosfera è quasi fiabesca. Anche per questo non resistiamo alla tentazione di salire su una zatterina approntata alla meno peggio

 e lasciata lì per permettere ai valorosi visitatori di vestire i panni di novelli Robinson Crusoe

questo atto di coraggio ci permetterà di vedere la foresta e l’intrico della vegetazione da un punto di vista privilegiato, tanto da farci desiderare di rimanere qui per sempre.

Ma abbiamo tutti i bagagli in macchina e 120 km da percorrere, lasciando la costa per addentrarci nel deserto del Karoo e raggiungere Oudtshoorn, la capitale mondiale degli struzzi.



martedì 5 giugno 2018

La voce della coscienza - Muffins alle pere (senza uova, senza burro, senza latte)



Non è la prima volta che accade.
Era già successo quattro anni fa, nel lontano 2014.
Solo che io lo avevo rimosso.
Perché la decisione di (continuare ad) andare a sudare in palestra pure a giugno, pur lavorando solo di pomeriggio, pur abitando al mare, non può essere meritevole di altro che di profondo e irreversibile oblio.
Ma quest’anno ci si sono messe tutte, che quando le energie (positive o negative è del tutto discrezionale) si scatenano, solitamente decidono di muoversi tutte insieme.
Il primo e fondamentale cambiamento si è verificato alla notizia che, a differenza degli anni passati, anche a giugno e luglio, quest’anno, avrei mantenuto il mio orario di lavoro invernale senza dover andare anche di mattina.
Benissimo: tutti al mare!
Ma ho una coscienza tritattributi, io.
Dotata di acuta vocina interiore che subito mi riacciuffa per i capelli, suggerendomi che –‘ndovai? - potrei approfittarne per prolungare la palestra di un altro mese prima della lunga pausa estiva – ar mare de che? -.
Certo (taccitua) -  le rispondo già pensando a come poter aggirare l’ostacolo.
Ma non è tutto.
A fine maggio, cioè pochissimi giorni fa, mi accingo a salutare, tutta felice e sollevata, l’insegnante di posturale/yoga credendola in partenza, come ogni anno, per il suo solito ritiro estivo in uno sperduto Ashram himalayano.
E per poco non caracollo sul tatami quando mi sento dire che no, lei quest’anno non parte subito, ma farà lezione per tutto giugno.
Tutto giugno.
Nientedimeno.
Che se il corso finisse uno si sentirebbe libero e sollevato dall’incombenza.
Autorizzato insomma.
Ma così che fai? Non dai retta a quella bastarda della tua coscienza? Non lo concedi un altro mese di terapia alla tua schiena malandata dopo tutti i benefici che ne hai tratto da qualche anno a questa parte prendendoti a schiaffi pur di essere lì ogni martedì e giovedì, cascasse il mondo?
E visto che ci sei, non continui pure quell’altra di ginnastica, la funzionale dei giorni dispari che così, moriammazzata la pigrizia (per non parlare della coscienza), alla prova costume ci vai poco poco più tranquilla?
È alla luce di queste profonde considerazioni quindi che, mentre intorno a me è tutto un esplodere di euforia e gavettoni per la fine della scuola e di Uomini & Donne, di attività extrascolastiche e di Pomeriggio Cinque, io continuo ad alzarmi presto, a NON andare al mare e a inguainarmi in un paio di leggins ogni santo giorno di sole e di caldo ormai estivo.
Guardando i luccichii del mare da lontano.
Commuovendomi alla vista dello svolazzo leggero di un pareo.
Ingoiando insulti e reprimendo istinti omicidi quando una delle folli superstiti come me, speranzosa e con aria innocente mi domanda:
Ma tu vieni anche a luglio, sì?

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Celebrando il miracolo di prolungare la palestra anche a giugno, e visto che ancora non fa proprio così caldo da non poter accendere il forno, ecco dei muffin leggeri ma nutrienti per la colazione. Un mix di farine rustiche, la dolcezza delle pere che li rende irresistibilmente soffici, più noci e uvetta per darsi forza e coraggio. E allenarsi meglio :-(

Ingredienti (per 12 muffin)
100 gr di farina di riso integrale
100 gr di farina di orzo
100 gr di farina di farro integrale
120 ml di sciroppo d’acero
120 ml di latte di soia
120 ml di olio di riso (o di semi di girasole)
2 pere medie
1 bustina di polvere lievitante bio (cremor tartaro +  bicarbonato)
1 pizzico di sale
Scorza e succo di un limone non trattato
2 cucchiai di zucchero di canna
Noci e uvetta per decorare (facoltative)




Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°. Sbucciare le pere, tagliarle a piccoli cubetti e irrorarle di succo di limone. Riunire in una ciotola le farine setacciate, la polvere lievitante, la scorza grattugiata del limone e il sale. Versare in un bicchierone tutti gli ingredienti liquidi: latte di soia, sciroppo d’acero, olio. Unire i due composti e lavorarli lo stretto necessario ad amalgamarli. Incorporarvi le pere e distribuire l’impasto in una teglia per muffin oliata e infarinata oppure rivestita degli appositi pirottini.
A questo punto io ho diviso a metà l’impasto e ho mescolato noci tritate da un lato e una manciata di uvetta nell’altro, ma è un passaggio del tutto opzionale.
Cospargere i muffin con lo zucchero di canna e infornare a 180° per 25-30 minuti, secondo il forno.



mercoledì 30 maggio 2018

Abbondiamo - Crostata al cioccolato, caffè e nocciole (senza burro e senza latte)



Lunghi arrovellamenti, nottate di dissertazioni e proiezioni ortografiche.
Che nulla poteva essere lasciato semplicemente al caso.
O alla natura.
Ma a un certo punto della vita bisogna evolversi, compiere scelte anche difficili. Migliorarsi.
Stabilito il come, quando e soprattutto quanto, sono iniziate le grandi manovre:
traslochi delle piante in vaso, con relativo su e giù fra giardino e balcone al primo piano; messa in letargo dei bulbi di ciclamini, dopo averli salvati da morte certa (sembravano torsoli secchi: stavo per buttarli via); le tartarughe mandate a ricovero nel giardino dei miei (quelle poi scavano, si ruzzolano, brucano e almeno per i primi tempi teniamole alla larga).
Che quasi quasi le avrei seguite.
Dopodiché si è dato il via al dissodamento del terreno. A suon di micro-zappettate e bucolici spargimenti di nuovo, più fertile terriccio.
Concimazione, ammirazione commossa del lavoro svolto e autosomministrazione di pacche sulle spalle.
Per approdare impazienti (lui) e grati (io), al momento clou di tutta la faccenda, quello in cui, rullo di tamburi, fanfara riunita, parata di bersaglieri a cavallo, si è dato il via alla semina.
Prenderà?
Perché non dovrebbe? Almeno si tenta.
Ma le rassicurazioni sommarie con l’amato bene non funzionano.
Lui è quello delle certezze assolute, dei ragionevoli dubbi. Oltre i quali ovviamente andare.
Ed è così che lo vedo affannarsi a leggere, dare i numeri, calcolare minuziosamente la quantità di semi esatta per metro quadro di micro giardino.
Mah, forse abbiamo esagerato nell’acquisto – azzardo nemmeno troppo convinta, ignara come sono della faccenda, rigirandomi tra le mani una delle due scatole da 1 kg di semi “sufficienti per 40 metri quadri”.
E soppesando a  occhio le nostre aiuole che, proprio a voler esagerare raggiungeranno, toh, 5 metri quadri? Ma proprio a volersi tenere larghi e sognare a occhi aperti.
E arriva il momento decisivo. Quello in cui, dati alla mano, prende a spargere a piene mani e con fare sicuro, il prezioso, futuro praticello.
Insomma, quanto ne andava messo, alla fine? – chiedo per curiosità.
30/40 grammi per ogni metro quadro…Ma io non ci credo!
Sarà per questo che sul terreno delle piccole aiuole ha rovesciato i semi di tutte e due le scatole. Senza tralasciarne nemmeno uno.
Giardini del Castello di Windsor e della Casa Bianca riuniti, scansateve proprio.



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Questa crostata l’ho adocchiata qua e subito avuto voglia di provarla. Ovviamente modificando zucchero, farine, olio e aumentando di un po’ la quantità di amido, visto che la crema non si addensava. Al secondo tentativo e con queste quantità è venuta talmente bene che a forza di assaggiarla mancava poco che finisse prima ancora di andare a ricoprire la crostata ;-)

Ingredienti
Per la base
3 uova
130 g di zucchero di canna
120 g di olio di riso (o di semi)
3 cucchiai colmi di cacao amaro
450 g di farina di farro
8 grammi di lievito per dolci
I semi di mezza bacca di vaniglia (o 1 bustina di vanillina)
Per la crema
350 ml di latte di riso (o altra bevanda vegetale)
100 g di zucchero di canna
35 g di amido di mais
2 cucchiai colmi di cacao amaro
1 cucchiaio di caffè solubile
Per la copertura
Granella di nocciole


Procedimento
Come prima cosa preparare la crema: mettere a scaldare il latte e in un altro pentolino versare lo zucchero, l’amido, il cacao e il caffè solubile. Mescolare con cura, aggiungere il latte caldo a filo e mettere tutto su fuoco dolce continuando a mescolare con una frusta finché non si addensa. lasciarla raffreddare e dedicarsi alla preparazione della base.
Riunire in una ciotola la farina con il lievito, la vaniglia, il cacao e lo zucchero. Mescolare tutti gli ingredienti, creare un cratere centrale e romperci dentro le due uova. Sbatterle leggermente iniziando a  incorporare farina dai bordi. Unire l’olio e lavorare l’impasto finché non si otterrà un panetto solido e omogeneo.
Trasferirlo su un piano di lavoro infarinato, prelevarne ¾ e stenderlo.
Disporlo in una teglia oliata e infarinata e riempirlo con la crema al caffè. Usare l’impasto rimanente per creare una decorazione (le classiche strisce o delle formine ricavate con un coppapasta); cospargere di granella di nocciole quindi cuocere, in forno preriscaldato, a 180° per 35-40 minuti.



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