Quest’anno è caduto di mercoledì, ma non ci siamo scomposti più di tanto.
Noi siamo quelli che i compleanni li festeggiano proprio il giorno designato, senza “riguardarli” alla prima occasione utile o solo più comoda (tipo il sabato successivo o un giorno qualsiasi in cui si possa fare tardi che il giornodopoancora non si lavora).
Ed è stato così quindi anche mercoledì 30 maggio per i 34 anni del piccolo di casa.
A me, il compito di preparare la torta.
Al festeggiato naturalmente quello di scegliersela.
E siccome non avrebbe scelto una cosina propriamente a scappar via (anche se un classico Millefoglie, pur senza volersi cimentare nella pasta sfoglia autoprodotta potrebbe trarre in inganno per la sua semplicità, solo apparente), questa settimana che invece (ringraziando il cielo!) ho lavorato, e anche tanto, m’è toccato variamente ingegnarmi per:
1) Trovare una ricetta sul comesefa (e questo tutto sommato è stato facile, andando a pescare a colpo sicuro nel blog di un grande maestro;
2) comprare tutti gli ingredienti in giorni non sospetti;
3) predisporre i vari elementi la sera prima (misurare, ritagliare e cuocere le sfoglie, poi preparare la crema);
4) Montare la panna da aggiungere alla crema, assemblare tutto e decorare il giorno stesso.
Ecco di quest’ultimo punto in realtà avrei espletato solo la prima delle incombenze perché la decorazione, purtroppo, ahimè, ha lasciato molto a desiderare….
Se normalmente, anche quando c’è traffico infatti riesco a essere a casa per le sei-sei meno un quarto beccando l’autista con velleità da Formula Uno, quel giorno che mi serviva come il pane di starci anche prima, il pullman naturalmente ha tardato.
E quindi, tra scapicollarmi a casa per montare la panna, amalgamarla alla crema, predisporre gli strati, aprire (perché quando vai di corsa, chissà perché, pure le scatole di cartone o le confezioni di plastica si ostinano a rimanersene saldamente chiuse) e spargere generosamente (oltre che per terra anche un po’ sulla torta) gocce di cioccolato, rifilare i bordi, cospargere di zucchero a velo e, contestualmente, far avanzare magari una manciatina di minuti pure per dare una ripulita alla cucina e un aspetto decoroso a me medesima…non c’ho capito niente!
Tanto che, arrivata alla fase della scrittura sulla torta (buon compleanno, auguri, un cuore disegnato, una semplice griglia di rombi, mano io sapevo ancora bene cosa!) con tanto di sac a poche a bocca strettissima pure quella precedentemente predisposta, realizzo che forse, il cioccolato fuso sullo strato di zucchero a velo…non può funzionare!
Ma non mi arrendo: spremo e armeggio pensando di lanciarmi pure in un arzigogolato corsivo dalle forme barocche, tanto perché vado di corsa e le cose semplici sono anche le più eleganti.
E poi lo vedo: quello strano fenomeno delle linee di cioccolato che cominciano a rincorrersi come fossero particelle di mercurio di un vecchio termometro rotto e a convergere (tutte, nessuna esclusa) esattamente al centro della torta per effetto di pendenze sbagliate della pasta sfoglia cresciuta come più le piaceva.
La scritta non c’è più, s’è contratta, la cioccolata è confluita tutta lì, in un brutto laghetto centrale che è solo una macchia in mezzo a tutto quel bianco.
Mi rimangono 5 minuti di tempo, mi sento come i pasticcieri del Boss delle torte in sfida perenne (perché sì dai, basta poco per crederci, perfino qualche pasticcio in corso), ma quel fenomeno è troppo bello da guardare. Troppo curioso, strano davvero.
Con la punta di un coltello cerco di rimuovere una goccia di cioccolato e vedo che rotola su se stessa, poi si lascia prendere senza che nemmeno ne rimanga traccia sul velo candido dello zucchero.
Così finalmente mi ridesto, tolgo via tutto, faccio una scritta super rapida (ma è un modo di dire) con le gocce di cioccolato una a una (che mi si sciolgono in mano per il caldo e mi strappano uno smadonnamento in più) scartando subito l’idea di una lungaggine irrealizzabile tipo Buon compleanno Dario.
Butto qui e là delle ciliegine candite pregandole a denti stretti che restino al loro posto (perché a quel punto non so manco come fermarle e non mi sfiora nemmeno l’idea di poterci mettere sotto magari un mucchietto di crema avanzata..) e telefono a mamma per farmi venire a prendere (che con il consorte ci si vede direttamente alla cena, direttamente quando scende dal treno senza passare per il Via) perché una torta così non saprei proprio come trasportarla (mica c’ho il furgone della pasticceria da Carlo’s!...mi si dovesse afflosciare tutto sui sedili della macchina nuova!!!).
Mentre mamma (materializzatasi un minuto scarso dopo aver chiuso la comunicazione) è sotto che mi aspetta (e dall’alto della sua proverbiale pazienza ha già sparato un paio di colpi di clacson ridestando tutti i sonnacchiosi cani del vicinato), io decido di ignorarla e mi infilo in bagno (ecchecavolo avrò pure diritto a un po’ di tempo per me giusto per non andarmene in giro con l’aria fiera di chi ha i capelli sfatti, il trucco colato e un inconfondibile aroma di vaniglia appiccicato ai vestiti) mi do una sistemata alla meno peggio, mi ricordo perfino di togliermi la parannanza, afferro al volo le candeline, prendo il regalo, la borsa, il cellulare e, in bilico su un piede col vassoio della torta che ondeggia pericolosamente sulla rampa delle scale (no te prego sennò me tocca pure pulì!), finalmente chiudo casa e via.
A festeggiare! Che noi i compleanni li guardiamo il giorno stesso…costi quel che costi!
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Chi invece le cose le ha fatte in tutta calma e tranquillità, dando come sempre il massimo, è quel gran mito cuciniero di mio padre. Che ha acceso il forno in giardino e ci ha infilato dentro due teglie, poi ha attizzato il barbecue e ci ha sistemato sopra pollo e costolette di maiale
mentre, a intervalli regolari, saltellava dall’uno all’altro con garbo e nonchalance.
Alla mamma ha delegato giusto la pasta: una leggerissima (ma stratosferica) ricotta e salsiccia di cui s’era parlato pure qua.
Per ciò che concerne il contenuto delle due teglie di cui sopra: una era di patate (che cotte nel forno a legna, signori miei…che ve lo dico a fa’), l’altra conteneva una delle sue genialate partorite nottetempo ma fortemente caldeggiata dal festeggiato che si è presentato a casa direttamente con una busta ricolma: cipolle bianche ripiene di carne.
Morbide, succulente, saporitissime: una non vi basterà, perché sono davvero buonissime.
E per la vita sociale dell’indomani…munitevi di un pacchetto di gomme da masticare extrastrong, abbiate cura di mantenere una certa distanza da eventuali interlocutori e oplà, la faccenda è risolta!
Nessuno (o quasi) si accorgerà del vostro alito.
Ingredienti (per 2)
4 cipolle bianche piatte
1 salsiccia di prosciutto
2 fette di pancarré (o altro tipo di pane)
1 uovo
Parmigiano
Prezzemolo
Olio extravergine d’oliva
Pangrattato
Sale
Pepe
Procedimento
Pulire bene le cipolle, lavarle, asciugarle e scavarle leggermente sulla sommità. Preparare quindi il ripieno disponendo in una terrina la salsiccia spellata e sbriciolata, l’uovo leggermente sbattuto, il parmigiano, il pane precedentemente ammollato nell’acqua e strizzato, il prezzemolo tritato e un po’ d’olio.
Aggiustare di sale e pepe e impastare per amalgamare bene tutti gli ingredienti aggiungendo, se necessario, un po’ di pangrattato per ottenere una giusta consistenza, se qualora il composto dovesse risultare eccessivamente morbido.
Salare leggermente le cipolle e riempirle con l’impasto di carne. Disporle quindi in una pirofila oliata, cospargerle di pangrattato e coprire la teglia con un foglio di carta stagnola.
Cuocere in forno a 180° per circa 30-40 minuti, quindi togliere la carta e terminare la cottura per altri 5-10 minuti in funzione grill, finchè non risultino dorate per bene.
Far riposare prima di servire: tiepide o fredde sono molto più buone!
