"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 16 aprile 2018

Strategie - Pollo e piselli al forno



Cerco di sbrigarle quando lui non è in casa.
Quando sono libera di sbattere, buttare per terra, sbatocchiare, scartavetrare, abradere o distruggere, sempre inavvertitamente, cose mio e loro malgrado capitatemi a tiro.
Che le pulizie sono un terreno minato per sbadati e sfascioni cronici come la sottoscritta.
Un banco di prova, una sfida continua alla propria autostima.
E per non sentire i rimbrotti dell’amato bene per
- le sedie che sono appena riverniciate;
- i mobili nuovi di zecca;
- gli infissi no ma che non ha intenzione di cambiarli a breve;
- le scale che ha appena rifatto;
- il colore delle pareti che è così delicato da non poterlo nemmeno sfiorare;
io le faccende, dicevo, le sbrigo quando lui non è in casa e mi sento libera quindi di muovermi con una certa disinvoltura e senza l’ansia di sfasciare qualcosa che poi è il momento in cui succede per davvero.
Ma capitano anche quelle settimane terribilmente pesanti e senza nemmeno un secondo libero da poter dedicare alla casa. Ed è così che ci si riduce al sabato pomeriggio (perchè al mattino si dorme), quando lui in casa c'è.
Fine settimana scorso: lui in giardino, io intenta a passare l’aspirapolvere, lavare i vetri, spolverare i mobili del salotto, pulire il bagno, rimuovere il calcare dallo scolapiatti in cucina e tremila altre faccende.
Con attenzione massima.
Quasi in religioso silenzio (metaforico).
Alzando al massimo il volume della musica per comprirne altri, di compromettenti. È nel giro di una manciata di minuti infatti che:
a)   Con l’ aspirapolvere prendo in pieno lo spigolo della libreria e faccio cadere quei 3-4 (cento) tomi.
b)   Appoggio lo spazzolone al muro e quello si schianta sul tavolinetto basso del salotto.
c)   Mi casca dalle mani un macinino di legno che sto spolverando, e sarebbe pure un danno da niente se non fosse che nel suo cassettino avevo nascosto due dadi da gioco che ovviamente tintinnano e si ruzzolano fragorosamente andando a sbattere contro il vetro della cucina.
Il tutto mentre la musica tace ed è in onda il notiziario.
Quando cioè tutti i miei rumori sono più udibili, chiari, inconfondibili.
Decido di prendere il toro per le corna e autodenunciarmi in un impeto di onestà.
Vado fuori, mi pianto davanti a lui con lo straccio da spolvero ancora in una mano, lo spazzolone nell’altro.
Non è come sembra.
So che non mi crederai ma nonostante tutti i rumori che hai sentito non s’è rotta, né scorticata, né sfasciata nemmeno una cosa. Né un ninnolo, né un pezzo di muro, né mezza mattonella.
Se non mi credi vieni a  vedere!
Ma con lo sguardo lo sto già fulminando, che io mica sono arrabbiata solo con la malasorte e tutti gli ostacoli che si frappongo tra me e la mia buona reputazione di casalinga. È lui che mi mette l’ansia. E fa succedere quello che, se mi trovassi da sola, non accadrebbe mai. Mai.
Ah perché eri tu? Io pensavo che i rumori provenissero da casa di Cinzia”.
A questo non avevo pensato.
Un’occasione persa.
Ma d’ora in poi la responsabilità sarà sempre e comunque della vicina di casa.

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La comodità di questo piatto consiste nello schiaffare tutto in teglia, piselli surgelati compresi, e trovarsi il pranzo o la cena pronti da sfornare. Secondo e contorno in un’unica soluzione, senza sforzo alcuno.
Le lunghe ore di aereo per arrivare in Sudafrica hanno portato alla visione attenta di un paio di puntate di un programma di cucina con Nigella Lawson come protagonista. Ed ecco qua la sua super ricetta!
(penso che il liquore si possa tranquillamente sostituire con del vino bianco, ma certo il Martini dà al piatto un sapore molto particolare)

Ingredienti (per tre persone)
6 sovracosce di pollo
750 gr di piselli surgelati
3 carote
2 porri
1 bicchiere di vermouth (Martini bianco)
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe


Procedimento
Pelare le carote e tagliarle a rondelle. Eliminare lo strato più esterno del porro e tagliare anche questo a rondelle. Versare i piselli surgelati in una teglia capiente insieme alle carote e al porro. Condire con sale, pepe e olio mescolando con cura. Disporre il pezzi di pollo sopra le verdure, salare, spolverizzare di pepe e bagnare con il Martini. Concludere con un ultimo giro d’olio e cuocere in forno già a caldo, a 180° per circa 35-40 
minuti, o fino a quando il pollo non risulterà ben dorato.



lunedì 9 aprile 2018

Safari: istruzioni per l’uso


Quando si parla di parchi africani non è mai perfettamente chiaro di cosa si tratti. Da fuori potrebbero dare l’idea di qualcosa di triste, in cui gli animali siano rinchiusi, con poche differenze rispetto a uno zoo.
Ma i “parchi” come si intendono in Africa sono quanto di più lontano possa esistere dal concetto di zoo.
A cominciare dalla loro estensione: basti pensare che il Kruger Park è grande quanto tutto il Belgio!
Sono, in realtà, delle riserve naturali: enormi aree recintate con fili elettrificati dove gli animali sono stati radunati per varie ragioni, prima fra tutte quella di preservarli.
Molti di loro sono a rischio di estinzione e il bracconaggio per il commercio dell’avorio è ancora una piaga purtroppo molto diffusa. Quando fu istituito, nel 1931, l’Addo Elephant National Park contava soltanto 11 (undici!) esemplari di elefanti, gli unici sopravvissuti di tutti i vasti branchi che un tempo vagavano liberi nell’Eastern Cape. Attualmente sono 450, e non staremmo nemmeno qui a scriverne se all’epoca non fosse stato preso questo provvedimento.
L’altra ragione che ha portato all’istituzione di riserve naturali è quella di permettere che il territorio fosse abitabile senza il pericolo di imbattersi in un leone o un elefante che proprio mansueti non sono.
Per il resto, gli animali all’interno di questi veri e propri stati a loro dedicati vivono nella libertà più assoluta. E al loro interno vigono regole severissime invece per tutti gli umani che vi si recano allo scopo di intraprendere un safari con la speranza di fare più avvistamenti possibili.
Già perché non è come in uno zoo che uno prende, va e ha la sicurezza di sfilare davanti alle gabbie ammirando esemplari di ogni specie. Lì è questione di fortuna, molta pazienza e tante ore di noia nell’attesa che succeda qualcosa. Senza la certezza che qualcosa poi alla fine accada.

E LE RISERVE PRIVATE?
La differenza principale tra un parco nazionale a gestione statale e una riserva privata è innanzitutto la sua ampiezza: il territorio su cui si estende quest’ultima è estremamente più ridotto. Lo standard delle sistemazioni (a fronte anche di costi decisamente maggiori) è più elevato. L’aspetto negativo è che non si può girare autonomamente: il safari può avvenire soltanto sotto la guida di un ranger, a bordo dei loro mezzi. Gli avvistamenti però sono abbastanza garantiti…

QUALI SONO LE REGOLE ALL’INTERNO DEI PARCHI?
Poche ma chiare e molto ferree. La severità è massima con chi non le rispetta.
- nei parchi si può entrare come visitatori giornalieri o scegliendo di pernottarvi.
- si può guidare soltanto in orari ben precisi: dall’alba al tramonto, più o meno dalle 5:30/6:00 alle 17:30/18:00, dopodiché finiscono i giochi e si deve uscire dal parco o recarsi nel proprio alloggio presso il Main Camp (campo base).
Al massimo, dopo il tramonto, si può partecipare a safari notturni organizzati dai ranger e solo sotto la loro guida;
-la velocità massima consentita è di 40 km orari sugli sterrati, 50 sulle vie principali asfaltate;
- è assolutamente vietato scendere dalla propria auto (o sporgersi dal finestrino) ad eccezione che in zone opportunamente indicate e sempre comunque a proprio rischio e pericolo, come specificato dai tanti cartelli che ricordano, sempre, dove ci si trova. 

Perché nessuno assicura che un leone, un facocero o un elefante con prole non voglia passare di lì e magari sia nervoso, affamato o semplicemente spaventato, sempre nell’ottica dell’assoluta libertà in cui essi vivono.

ALTRE REGOLE NON SCRITTE
-Alla vista di un animale, provate a spegnere il motore. Per non spaventarlo, disturbarlo, mettergli ansia. Ma soprattutto per provare a mettersi in ascolto dei suoni della natura. Gli elefanti per esempio comunicano attraverso piccoli borbottii della pancia che è affascinante riuscire ad avvertire.
-Vale inoltre la regola di rimanere sempre in allerta anche mentre ci si perde nella contemplazione di una mamma con il suo cucciolo: il 99% delle volte i due, sempre nel caso degli elefanti, non sono mai da soli. Dietro c’è tutto il branco, che magari vuole spostarsi e la vostra macchina si trova esattamente sulla traiettoria che stanno seguendo.

-Spostarsi lentamente, farsi da parte, cercare di essere meno d’intralcio possibile.
-Prestare attenzione anche a ciò che succede a livello strada, anche se sembra completamente libero. Ma anche gli escrementi degli elefanti pullulano di vita. 

E l’asfalto non è mai vuoto.

- Superfluo ricordare di non abbandonare rifiuti né dare da mangiare ai babbuini (questi ultimi tra l’altro non sono affatto mansueti), uccelli, facoceri o piccoli springbock che vagano liberi nelle aree di sosta e si spingono a  volte molto vicino alle persone.

COS’è IL MAIN CAMP?
All’interno dei parchi si sviluppa un ulteriore micromondo dedicato agli umani, in cui sono loro ad essere “ingabbiati”. Il campo base infatti è a sua volta recintato, sempre con fili elettrificati che impediscono l’accesso agli animali (almeno ai più grandi!) e in cui quindi, volendo, si può girare anche a piedi (ma la luce al calare della sera è pochissima e in alcuni parchi, come per esempio L’Huluhluwe-Impholozi, alle 10 in punto vengono spenti tutti i gruppi elettrogeni e l’unica salvezza, per chi ancora non fosse abbastanza stanco, è una torcia…). All’interno di questo recinto, oltre agli alloggi, si trovano generalmente un distributore di benzina, un minimarket fornito di tutto, compresi gelati e sacchetti di legna per fare il braai (barbecue, che per i sudafricani è una vera istituzione) oltre a una enorme quantità di souvenir e infine un ristorante.

DOVE SI DORME?
I parchi, così come gli alloggi al loro interno, sono interamente gestiti dallo Stato e quindi risultano perlopiù spartani, senza troppi fronzoli ma molto ben tenuti ed equipaggiati di tutto (compresi attrezzi per la cucina, bollitore, tostapane, a volte forno a microonde).

Si può scegliere fra varie opzioni: dal semplice posto tenda al bungalow di legno o muratura, con o senza bagno privato, fino alle classiche rondavell (case circolari africane). Per chi scegliesse sistemazioni senza angolo cottura sono a disposizione cucine comuni, dotate di piastre elettriche e lavandini.
Molti bungalow sorgono in posizione panoramica, su alture che affacciano su pozze d’acqua in cui vanno ad abbeverarsi gli animali e quindi offrono spettacoli continui.
Ma sono proprio le sistemazioni che vanno più a ruba e comunque, in ogni caso, conviene prenotare con molto anticipo (anche un anno!) perché essendo relativamente pochi gli alloggi e molto alte le richieste, è facile imbattersi nel tutto esaurito, specie nei periodi che coincidono con festività locali.

In alcuni alloggi i cucinotti sono esterni e sia il frigorifero, sia le ante degli stipetti sono legate con catene per via dei babbuini.
I secchi dell’immondizia hanno pesantissimi sistemi di apertura ad hoc per lo stesso motivo e cartelli sparsi invitano a non lasciare fuori dalla porta scarpe o altri oggetti che potrebbero diventare il divertimento di qualche scimmietta.

COME PRENOTARE?
Comodo e di agevole navigazione il sito di riferimento: https://www.sanparks.org/
Ovviamente in inglese, ma la lista dei parchi è in ordine alfabetico e per ognuno è disponibile una mappa con la distribuzione degli alloggi suddivisi per tipo e fascia di prezzo.

QUANTO FERMARSI?
Quanti giorni dedicare a un parco dipende ovviamente dall’itinerario che ci si è prefissati e dalla grandezza dello stesso. Sicuramente una delle scelte da ponderare bene è se alloggiare al suo interno o fuori ma almeno, in quest’ultimo caso immediatamente nei pressi di uno dei suoi gate principali. Alloggiare all’esterno dei parchi pone la questione della fila per entrare al mattino e soprattutto priva dell’emozione impareggiabile di trascorrere la notte nella savana, fra rumori e versi di animali. Finora noi abbiamo sempre scelto di dormire all’interno dei parchi. Nel Kruger abbiamo trascorso 9 giorni, suddivisi tra Sud (Skukuza) e Centro (Oliphants), cambiando quindi anche alloggio  e nonostante ciò ci è rimasto il cruccio di non essere riusciti ad arrivare fino alla punta nord. Volendo, dal centro ci saremmo potuti spingere fino all’estremo nord, al confine con lo Zimbabwe, ma nell’arco della giornata a disposizione bisogna calcolare i tempi di andata e soprattutto quelli di ritorno, per riuscire a essere nuovamente alla base per quando scatta l’ora x in cui non si può più guidare e se ci si imbatte in qualche animale da osservare, il tempo può dilatarsi o fermarsi del tutto…
All’Hluhluwe-Impholozi invece abbiamo alloggiato una sola notte in tenda partecipando a un safari notturno (freddissimo) e con scarsi avvistamenti. Troppo poco per esprimere un giudizio obiettivo.

Diciamo quindi che due notti sono il minimo indispensabile. Perché il primo giorno serve più che altro a orientarsi, pianificare un itinerario, prendere confidenza con l’esperienza del safari. E sapere per esempio, se si gira autonomamente, che consultare le bacheche con gli ultimi avvistamenti, esposte nel Main Camp è utile a dare quantomeno un indizio su dove dirigersi. 

Piccolo inciso dolente: gli unici a non poter essere segnalati sono gli avvistamenti di rinoceronti, perché il fenomeno del bracconaggio per il corno di questi animali, nonostante i parchi siano ben protetti e sorvegliati, è purtroppo ancora molto alto. Assurdo, vergognoso ma purtroppo vero.

COME FUNZIONA?
Il safari si può condurre autonomamente con il proprio mezzo o acquistando escursioni di gruppo guidate e svolte generalmente all’alba o al tramonto e della durata complessiva di 3 ore. In alcuni casi sono disponibili anche escursioni a piedi che, almeno una volta nella vita, vale assolutamente la pena di vivere.

 Indispensabile munirsi di una mappa e sulla base di quella, scegliere il percorso. I parchi sono attraversati da strade asfaltate che collegano gli ingressi principali, i rest camp e le varie aeree di sosta. Dalle strade principali poi si dipartono una serie di sterrati che girano in loop o si ricongiungono alla via asfaltata dopo qualche chilometro. 

Inutile dire che gli sterrati sono quelli in cui è possibile fare più avvistamenti, ma poi gli animali vanno dove vogliono, quindi una regola generale non c’è.

Diciamolo: il safari di per sé, almeno fino a quando non ci si trova al cospetto di qualche animale, è quanto di più noioso possa esistere. Giornate intere fatte di lunghe ore di macchina, a velocità estremamente ridotta, aguzzando la vista, senza magari che succeda niente, può mettere a dura prova i nervi assai tirati di noi poveri animali di città, abituati ad avere tutto e subito.
Poi però accade. Qualcosa si muove. Un elefante attraversa la strada, la testa di una giraffa spunta dalla cima di un albero, un branco di babbuini  si sparpaglia sull’asfalto.

E lì, ci si dimentica di tutto. Le emozioni ripagano delle lunghe ore di attesa, del caldo, dell’ansia, della noia.
Da lì, ogni sensazione entrerà in profondità, scaverà dentro e non si desidererà altro che di continuare a girare e girare.



martedì 3 aprile 2018

Minuti contati - Trancetti di riso integrale, cioccolato e pere (senza zucchero)



Poca roba in realtà, ma qualche decorazione anche per Pasqua l’abbiamo finalmente ritirata fuori. Coniglietti, ovetti, pulcini e fiori di pesco del resto giacevano intoccabili da svariati anni a questa parte, fra traslochi, cambi di casa, lavori in corso e altre simili piacevolezze.

Questo però era l’anno giusto per poterli ritirare fuori con agio.

Tuttavia, essendomene ricordata abbastanza tardi, era anche l’ennesimo compito che mi ero prefissata di portare a termine il giorno di venerdì santo.
La mattina per la precisione.
Che con il fatto di lavorare il pomeriggio pare chissà quanto tempo a disposizione io abbia al mattino.
Ma la verità è che tra stendi i panni, vai in palestra, predisponi qualcosa per cena, fai la spesa, una doccia magari, cambiati, mangia, ritira lo stendino sotto la veranda, scapicollati a prendere il treno -ricordandoti di chiudere il gas prima di uscire, sennò ritorna pure indietro- in realtà i minuti sono sempre, rigorosamente, contati.
Venerdì scorso ancora di più, avendo per la domenica di Pasqua, poco meno di una decina di persone a pranzo e volendo portare a termine almeno l’oneroso compito della spesa.
I minuti dunque andavano contati e smistati ancora più selettivamente: 35 per il supermercato, 15 per la frutteria, 20 per tornare a casa e rimettere tutto a posto, giocando a Tetris fra i ripiani del frigorifero.
Ma venerdì mattina non ero l’unica ad aver avuto questa idea e il supermercato rigurgitava di gente che, esattamente come me,  “voleva portare a termine almeno l’oneroso compito della spesa” per potersi rintanare, l’indomani, in clausura nella propria cucina e uscirne all’alba del giorno dopo.
Ed è proprio quando vai di corsa che fra te e l’obiettivo si frappongono centomila ostacoli.
Non ultimi quelli più impensabili. Tipo incontrare persone con molto tempo libero davanti e tanta voglia di parlare.
I 35 minuti da poter dedicare al supermercato erano destinati inevitabilmente ad aumentare scoprendo di avere la bellezza di 11 persone in fila prima di me al banco del salumiere.
Ma sono poi di fatto raddoppiati avendo incontrato mezzo paese lì convenuto. Per la precisione, nell’ordine: due amiche della palestra che non vedevo da prima di partire per il Sudafrica e che volevano sapere tutto del viaggio raccontarmi le ultime catastrofi occorse nella propria vita dall’operazione alla prostata del marito di una delle due (comprensive di dettagli del postoperatorio), ai guai articolari della seconda; e una ex vicina di casa estremamente socievole che mi ha resa edotta di tutte le più sfiziose novità concernenti i miei ex condomini. Il tutto mentre con un occhio seguivo le interessantissime conversazioni e l’altro spuntavo meticolosamente la lista della spesa tastando carciofi e infilando mele nei sacchetti.
Beh dai, tutto sommato posso rimandare la doccia a stasera e recuperare almeno venti minuti, mi incoraggiavo ingenuamente, ancora ignara di ciò che mi aspettava.
È stato proprio quando stavo per guadagnare la cassa, e la ventina di persone in fila, infatti che mi sono sentita chiamare con voce flebile ma accorata.
Girandomi con timore ho scoperto che in realtà era “solo” un amico d’infanzia dell’amato bene. Noto per essere un tipo di poche parole e scarsi convenevoli. Almeno con lui.
Gli sorrido, lo saluto calorosamente, gli faccio tanti auguri di buona Pasqua e faccio per passare oltre, quando sento bloccarmi dalla domanda fatidica.
“Come va?”
Che non è una domanda.
È un’esortazione a ricambiare l’interessamento.
La chiave per aprire la sua diga.
Il chiavistello da scardinare per dargli agio di raccontarmi tutta per intero la sua vita. Le sue disgrazie, le sue sfighe.
Siamo partiti dai moti studenteschi del ’68.
Passando per il lavoro che non si trova, la crisi dei valori e la maleducazione imperante.
Per arrivare a parlare delle recenti elezioni, del Papa e delle minacce internazionali del terrorismo.
O meglio: lui a parlare.
Quello di poche parole.
Lo schivo.
Il sedicente sociopatico.
Io a chiedermi il perché ci si sia dati tutti appuntamento qui oggi.
E a guadagnare centimetri per sottrarmi al martirio e per mettermi, almeno, in fila alla cassa.

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In realtà doveva essere un plumcake, solo che al momento di infornarlo ho sbagliato stampo, usando il più grande. Visto che lo avevo sporcato non avevo voglia di cambiare e ricominciare tutta la trafila di oliatura e infarinatura, così mi sono lanciata alla cieca! Ottenendo (ma va’?) una tortina bassa bassa che ho tagliato in… trancetti.
Posso garantire comunque che il sapore ha egregiamente compensato la mancanza di appeal….
(voi usate uno stampo per plumcake piccolo!)
Per questa ricetta ho preso spunto dalla bravissima Consuelo, che tempo fa aveva pubblicato una torta con le mele dalla quale ero rimasta colpita perché completamente senza zucchero. Io ne ho fatta una versione con le pere, la cannella e la salsa tahin al posto dell’olio.

Ingredienti
200 gr di farina di riso integrale
200 gr di latte di riso
160 gr di pere (ma vanno bene anche mele) al netto degli scarti 
100 gr di cioccolato fondente al 75%
10 gr di tahin (o di olio di semi o di riso)
2 cucchiaini di polvere lievitante bio
1 cucchiaino colmo di cannella in polvere

Procedimento
Spezzettare il cioccolato e metterlo, insieme alla cannella, in un pentolino con il latte di riso. Lasciarlo sciogliere a fuoco dolce mescolando spesso.
Sbucciare le pere, tagliarle e metterle nel robot da cucina per frullarle insieme alla tahin e poi al latte con il cioccolato.
Setacciare la farina con il lievito, e unire i due composti mecolando bene.
Versare in uno stampo oliato e infarinato e cuocere in forno preriscaldato a 180° per 20 minuti.



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