"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

venerdì 24 maggio 2013

Usi e costumi – Paccheri alla cernia



Una vocina lontana e musicale che termina con un tono alto.
Un interrogativo sospeso, un vuoto da riempire, due occhi che ti scrutano ansiosi.
Capisco che la domanda è rivolta proprio a me quando, con molta fatica, riemergo finalmente dalle parole del mio libro.
E molto lentamente esco dalle atmosfere cupe e dagli intrighi ansiosi delle pagine de “La Mennulara”.
Dalla Sicilia agli States il passo è breve, del resto mi trovo su un treno regionale pieno di turisti e la cosa non è nemmeno molto strana.
Mi scoccia assai essere stata trascinata fuori, seppur con molto garbo, dagli intrighi della famiglia Alfallipe, oltretutto quella è la mia camera di compensazione tra il corri corri che ho appena terminato a casa e il lavoro che mi aspetta.
Mettiamoci che da quanto mi è riuscito di capire nello stato semi-ipnotico in cui ancora mi trovo, devo pure dare fondo a tutte le conoscenze di inglese che, nonostante tutti i viaggi in giro per il mondo rimangono sempre, scientemente, frammentarie e lacunose, perché ma sì, alla fine ci si capisce comunque.
Che poi di preciso: mo’ che vòle questa?
Ah ecco, sapere se il treno è diretto proprio a Bracciano.
Capperi, l’ho appena preso anche io e giurerei di sì, ma i dubbi, in casi come questi, fanno presto a sorgere, dilagare, amplificarsi.
Del resto non sono nuova a errori e distrazioni di questo genere.
Visto che è ancora fermo in banchina mi affaccio per leggere il display e mentre penso che probabilmente la tizia avrebbe potuto farlo anche da sola, rispondo magnanimamente che sì, è diretto proprio lì, grazie al cielo.
Ma un’altra, brillante domanda è subito pronta ad affiorarle alle labbra.
Sempre con lo stesso sorriso.
Ancora col medesimo garbo.
E Bracciano è l’ultima fermata?
Benedetto il cielo.
Ora, non so negli altri paesi come funzioni, ma di solito se su un  cartello c’è scritto “TRENO DIRETTO A BRACCIANO” e subito dopo anche l’orario di arrivo (preceduto a sua volta dalla citazione di tutte le fermate intermedie, in piccolo, proprio per lasciare che perfino i segni grafici giungano lampanti laddove il significato delle parole dovesse risultare oscuro…), dove altro potrebbe mai essere diretto quel convoglio lì?
Altro sguardo veloce al tabellone (che stavolta provvedo anche a indicare col dito), ancora per sincerarmi, ma un po’ pure per ratificare una sottile presa per i fondelli, rispondo puntualmente che sì, è l’ultima fermata, considerando che il treno è diretto esattamente lì.
E sarebbe perlomeno bizzarro che il medesimo fosse diretto a  Bracciano e però l’ultima fermata coincidesse, che so, con Sgurgola Marsicana.
Ma le mie competenze linguistiche non mi permettono di fare dell’ironia.
È alla terza domanda che comincio a  chiedermi se sono ancora seduta, con la mente immersa fra le pagine del mio libro e magari è cambiato scenario o  sono proprio io quella in piedi, con il libro (chiuso) in mano (e il dito come segnalibro), le borse e la giacca lasciati 3 sedili più avanti, a intessere una conversazione strampalata con una tizia gentile che mi guarda sorridendo e si profonde in sguardi pieni di speranza e gratitudine.
Quanto tempo ci vorrà?
Signore aiutami.
Dunque, facendo un rapido calcolo, se sono le 13:03 e sempre sul famoso display in banchina c’è scritto

 Bracciano-aperta parentesi tonda-13:48-chiusa parentesi tonda

e sempre che la matematica non sia un’opinione, in italiano o in inglese che sia: 48 meno 3 quanto mai farà?!
Ma siccome di sicuro nella vita c’è proprio poco, e tutto, in fondo, è sempre estremamente relativo, rispondo tentennando:
Credo, più o meno, 45 minuti”
Comincio a vacillare pure io, sudo freddo, che la vita è proprio complicata sì: ti pone quesiti machiavellici, ti instilla dubbi amletici, ti mette nelle condizioni di riflette su come, in fondo, pure prendere un treno che sai dove va e a che ora dovrebbe arrivare, nasconde insidie inimmaginabili.
Mina certezze scientifiche, sgretola piani di marcia faticosamente elaborati.
E ti pone la fatidica domanda: sicura sicura che sia proprio così?
Mai abboccare.
Il dubbio, prima di tutto.
Su tutto.
E infatti comincio a pensare che la signora debba conoscere perfettamente l’andazzo della circolazione dei treni dei pendolari, tutti i ritardi, le soppressioni di corsa, i cambi binario e magari, prudentemente, arriva a porsi (e a condividere generosamente!) questioni sui massimi sistemi.
Mica sbagliato però.
Io finora avevo come unica certezza almeno la destinazione.
Certo in effetti l’orario di arrivo no, che lungo il viaggio può succedere di tutto.
Ehhh ma da oggi cambia tutto, eh? anche perché, chi me lo dice che finora facessi bene a concedere fiducia incondizionata alla destinazione di un treno??
Non faccio in tempo a  rispondermi adeguatamente, che vengo ritrascinata giù dai miei pensieri, con la faccia della signora vicina al mio viso.
Sempre più gentile, sempre più sorridente, con gli occhi sempre più luminosi di gratitudine che li accende di mille scintille e infinite pagliuzze dorate.
Devo averle placato più di un dubbio (assorbendolo e facendolo mio), per meritare tanta gratitudine.
E salvatole la vita, svoltatole la giornata, placatole l’animo agitato.
È con voce soave, infatti, mano sul petto e lieve inchino della testa che si congeda dicendomi:
“Thank you very much. And have a wonderful day”.
Mi sento proprio brava e fortunata, perchè al massimo me ne avevano augurata una “Nice”, di giornata, ma wonderful no, proprio mai.

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Vado di archivio oggi. E di una ricetta entrata nell'uso famigliare e quindi fotografata un’unica volta (quel dì) e poi mai più, che tanto le foto le avevamo già fatte. Salvo poi accorgermi, al momento giusto, che ste foto erano solo due (le seguenti) e pure di qualità peggiore del solito.
Serve quindi un piccolo sforzo di immaginazione e immedesimazione, per decidersi a provare questo piatto qui che però, garantisco, vale davvero la pena.
Da provare anche con altri formati di pasta, per carità, ma il pacchero ha un fascino tutto suo. E soprattutto a me personalmente fa pensare all'estate  sempre che quest’anno si decida ad arrivare…
Riguardo all'uso del parmigiano con il pesce è frutto di una diatriba infinita tra chi aborrisce e chi ne è deciso fautore.
Io appartengo a quest’ultima categoria e, per esempio, con la cucina siciliana (dove il pesce abbinato al formaggio è quasi una costante) mi trovo molto bene!


Ingredienti (per 4 persone)
Una decina di paccheri lisci a persona
1 filetto grande di cernia (circa 400 gr)
2 spicchi d’aglio
¾ di bicchiere di olio extravergine d’oliva
1 bicchiere di vino bianco secco
½ kg di gamberetti
1 mazzetto abbondante di prezzemolo
1 gambo di sedano
1 carota
1 cipolla
1 patata piccola
1 pomodoro
sale grosso e fino
pepe
peperoncino
insaporitore per pesce
2 cucchiai di parmigiano

Procedimento
Predisporre anzitutto un brodo vegetale, mettendo in una pentola capiente riempita di acqua fredda, la carota, il sedano, la cipolla, una patata piccola, un pomodoro inciso a croce, un ciuffo di prezzemolo e un cucchiaio di sale grosso e lasciarlo sobbollire per almeno un’ora prima di tuffarci dentro, per pochi minuti, i gamberi. A cottura avvenuta filtrare il brodo e lasciarlo da parte (i gamberi naturalmente avranno bisogno di poco tempo di cottura e serviranno solo a insaporire il brodo: questi, una volta sgusciati, potranno essere consumati a parte, magari come antipasto conditi con una leggera salsa rosa ricavata con un po’ di maionese e una punta piccolissima di ketchup, oppure tuffati nel piatto finito e  amalgamati a tutto il resto).
In una larga padella mettere l’olio d’oliva con i due spicchi d’aglio tagliati a metà e far soffriggere leggermente. Dopodiché aggiungere il filetto di cernia tagliuzzato a dadini e cospargere di abbondante prezzemolo tritato, un po’ di sale, un po’ di peperoncino, un pizzico di pepe, una presa di aromi vari per pesce e una volta rosolato, sfumare con il vino alzando la fiamma per farlo evaporare.
Lessare  i paccheri nel brodo filtrato e scolarli molto al dente in modo da ultimarne la cottura nella padella con il condimento, allungando, a mano a mano, con qualche mestolo di brodo).
Prima di servire in tavola, mantecare il tutto con i due cucchiai di parmigiano e una abbondante manciata di prezzemolo finemente tritato.

lunedì 20 maggio 2013

Prima o poi – Cupcakes per aperitivo



Voglia di sole, di verde intenso e di mare.
Di quella brezzolina leggera sulla pelle e delle belle camminate con le gambe immerse fino al polpaccio (almeno fino a luglio inoltrato, che l’acqua è sempre troppo fredda per i miei gusti).
Di giornate terse col cielo azzurro pennarello e di gelati la sera sul balcone.
Di cornetto e caffè sulla spiaggia e di mattine in cui finalmente non è necessario accendere la luce per fare colazione perchè da giugno a settembre il sole arriva fino al tavolo.
Di odore di tigli in fiore e di candele alla citronella.
Di pomodori appena tagliati e di basilico appena raccolto.
Di pasta fredda e di rifare il letto in un attimo che tanto ci sono solo le lenzuola, manco il copriletto.
Di tirare giù le tende del balcone e di annaffiare le piante ogni sera, ammirandone i progressi e le fioriture, strofinando tra le mani un rametto di timo limone e chiedendoti come abbia potuto farne a meno fino a ora.
Di incarnato più scuro e colorito più sano.
Di sandali e di magliette leggere.
Di mercatini estivi e di fette sbrodolanti di cocomero.
Di scorpacciate di prosciutto e melone e di avere desiderio di mele almeno fino a ottobre.
Di belle teglie di verdure al forno e di odore di olio solare al cocco.
Di bretelline lente e di infradito dai colori sgargianti.
Del gelsomino fiorito e della pizza all’aperto.
Ma anche solo di un po’ di sole che, di questi tempi, sembra divertirsi a giocare a nascondino.
Tanto che, invece.
Aria fresca e cielo imbroncianto.
Mare in tempesta.
Animo in subbuglio.
Fioriture in ritardo.
Ancora zuppe e piatti caldi.
Scarpe chiuse e maglioncino sulle spalle.
Orticarie e contratture.
Letto ancora trapuntato.
Bb cream a volontà
…..Quando arriva l’estate?

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Esperimento da tempo inseguito e finalmente realizzato, che io le cupcakes non è che le ami proprio tanto. Mi affascina vederle, ammirarle, immaginarne il sapore. Per quanto riguarda quelle dolci. Delle salate ignoravo addirittura l’esistenza. Di loro, le qui presenti, non hanno un gran sapore: ma costituiscono un’ottima base per la crema sovrastante o si prestano ad essere tagliate a metà e farcite di formaggi o salumi.
Ho notato che più passavano le ore, più erano gustose e al terzo giorno ci sono perfino piaciute molto! La ricetta è tratta dal numero di aprile di Cucina no problem con consistenti aggiunte e fondamentali variazioni (col senno di poi, avrei aggiunto a quanto segue, anche un paio di cucchiaiate di parmigiano per regalare un po’ di brio).


Ingredienti (per circa 10 cupcakes)
150 gr di farina digrano saraceno (io ho usato farina integrale)
240 gr di farina 00
1 bustina di lievito per torte salate
3 uova
150 gr di radicchio (io 200 gr)
½ cipolla
125 gr di yogurt bianco magro (l’originale ne prevedeva 150 gr)
1 bicchiere (usando come misurino quello dello yogurt) di latte (mia aggiunta personale)
½ bicchiere di olio extravergine d’oliva (mia aggiunta personale)
50 gr di bresaola tagliata a dadini
Sale
Pepe
Per la decorazione:
250 gr di di caprino lavorato con erba cipollina (io ho usato philadelphia)
10 fette di bresaola
Semi di papavero

Procedimento
Per prima cosa tagliare il radicchio a striscioline e farlo appassire in una padella con poco olio, quindi lasciarlo raffreddare. 
Con una frusta a mano sbattere leggermente le uova con il sale e il pepe. Unire lo yogurt, il latte e l’olio continuando a mescolare. A mano a mano incorporare le farine setacciate, quindi il radicchio e la bresaola tagliata a dadini.
 Per ultimo aggiungere il lievito e versare il composto negli appositi stampini da muffins riempiendoli per 3/4 (..non come ho fatto io...). 
Cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 15-18 minuti (la ricetta diceva 10-12 ma per il mio forno non sono stati sufficienti, regolarsi quindi con la solita prova stecchino).
Sfornare e lasciar raffreddare 

prima di decorare con il formaggio lavorato con erba cipollina tritata e distribuito sui muffins con una sac à poche

 e rifinire, a piacere, con  una fetta di bresaola, semi di papavero e tutto ciò che la fantasia suggerisce!

martedì 14 maggio 2013

Discrasie – Timballo di zite e polpettine




Le piante da sistemare….e la digitale da smontare per capire perché s’inceppa.
I maglioni di lana ancora da lavare dopo il cambio stagione….e lo sportello della cucina da aggiustare.
Le solite 5-6 lavatrici da avviare….e la fototessera per la patente internazionale da andarsi a fare.
Le occupazioni dell’amato bene e mie, con cui riempire sabati, domeniche e lunghi ponti primaverili, sono tra le più vaste e varie.
E quasi mai coincidono.
Che di per sé non sarebbe un problema: ognuno i suoi spazi, ognuno con i suoi tempi.
È che a noi tante cose piace farle insieme, questo va detto.
Ma certo non tutte.
Per riparare la reflex (il cui utilizzo peraltro mi è precluso....) per esempio non saprei da dove iniziare (ma potrei sempre imparare!).
E di contro lui difficilmente riuscirebbe a districarsi fra le mille opzioni dei programmi di una lavatrice (ma potrei sempre insegnare!).
Di certo non mi darei la zappa sui piedi offrendomi di riparare l’anta della cucina che io stessa ho provveduto a sradicare con la delicatezza che mi è propria: sarebbe come ammettere di averla divelta io e cadrebbe il mito del “mi è rimasta (così, casualmente…) la maniglia in mano e ho visto saltare una vite (che però non trovo più)”.
Ma sarebbe anche insolito che sulla fototessera per la SUA patente internazionale ci fosse la mia faccia.
Insomma: ognuno le sue cose, i suoi hobby, i propri passatempi.
Almeno fino a quando non ci si incontra.
E mentre noi donne, almeno in fatto di compitini casalinghi da assolvere, godiamo di una certa autonomia decisionale (e i suddetti ce li sbrighiamo, per lo più, da sole), i signori mariti quando ciondolano per casa in crisi d’astinenza da partita di campionato o Gran premio di formula uno, corrono il serio rischio di essere presi dal sacro fuoco di (in ordine di pathos crescente):

1. rendersi utili (?)
2. aggiustare qualcosa (??)
3. buttare via qualcos’altro (c’è troppa roba qua dentro)
4.  fare più spazio possibile (può sempre servire)
5.  liberare energia (fa bene allo spirito)
6. dare una tinteggiata alle pareti (vedi come sono ridotte?)
7. rifare il pavimento dei balconi (è già la terza volta sì, ma vuoi mettere, cambiare sempre prospettiva?)
8. sostituire tutte le lampadine di casa (pure quelle che ancora vanno…mi porto avanti)
9. smontare e rimontare l’armadio a muro per vedere quanto tempo ci vuole (e battere così un immaginario record autostabilito).

E potrei seguitare per molto.
Perché tutto: pur di assecondare la rinascita primaverile (e il guizzo volenteroso che regala) e ammazzare la noia quando è ancora un po’ freschino per andare in spiaggia ma troppo soleggiato per infilarsi in un centro commerciale.
Peccato che i loro tempi raramente coincidano con i nostri.
Che non sempre le loro idee siano felicissime.
Che quasi mai le loro lodevoli intenzioni siano supportate da altrettanto buon senso.
Domenica pomeriggio: primo fine settimana dopo il rientro dal viaggio (che per noi non è vacanza, ma è: pedalare, marciare, dormire pochissimo, puntare la sveglia all’alba, scegliere voli aerei rigorosamente notturni o  prudentemente antelucani), invito a cena multiplo appena espletato per festeggiare le mamme (in anticipo di un giorno ma vabbè..), cambio di stagione ancora da completare, nuova settimana di lavoro che sta per cominciare.
Mi chiudo in camera a piegare panni sperando di sfuggire a strampalate richieste.
Perché qualcosa mi dice, con ragionevole certezza, che una stramberia gli salterà in mente di fare per impiegare questa rimanente metà pomeriggio di domenica in cui io, per conto mio, mi sarei già programmata 7-8 cosette da autogestire (ma anche rimandare, che ‘mme frega?).
Sento bussare alla porta, cerco di giocare d’anticipo e manco finisce di aprire che gli urlo: “Usciamo a  fare una passeggiata??!” che in verità suona più come un ordine che come una proposta.
Ma lui è già avanti: “No, volevo chiederti se puoi aiutarmi a fare una cosa” e ha già preso la scala, as usual, s’è già fatto spazio in cucina, ha già cominciato a tirare giù le prime tazze, quelle dei viaggi, quelle che ci perseguitano..
Quell’ammasso di porcellana sacra, certo da tirare giù, ne convengo, almeno una volta l’anno: per pulirle,togliere via la polvere unticcia dai pensili che le ospitano, cambiare i giornali che ne rivestono la sommità, trovare sistemazioni più congeniali, fare spazio alle nuove arrivate.
E cerca di rassicurarmi col suo innato ottimismo e l’ormai storica frase: “Ci vorranno solo 5 minuti!
Ma deve essere un problema di percezioni spazio temporali.
Altrimenti non si spiega com’è che  lavori di questo genere saltino in mente rigorosamente:
a)      quando hai appena finito di passare l’aspirapolvere per tutta casa e stai ancora boccheggiando per la fatica
b)      quando hai appena cambiato i copridivani e sei tutta fiera del profumo che quelli appena lavati spargono tutto intorno.
c)      quando hai appena ricollocato al suo posto l’ultimo dei 100mila ninnoli che ti piacciono tanto ma non hai mai voglia di spolverare e invece finalmente stavolta t’eri decisa
d)      quando hai appena finito di pensare che “per oggi basta, mo’ mi concedo una bella doccia, poi mi sbrago e mi guardo un film!
(il tutto sarebbe di per sé privo di nesso logico se non stessimo parlando dei nostri 40 metri quadri di casa dove il salotto è anche cucina che è anche disimpegno che è pure mensola appoggiatutto che è pure appendiabiti…e dove tutto è vicino, confinante, trasbordante, confluente e la polvere transita allegramente da un anfratto all’altro senza soluzione di continuità).
Ma soprattutto, la domanda destinata a rimanere inevasa, è: perché per certi sporchi lavori loro, gli uomini, hanno sempre bisogno del nostro aiuto?
Ché noi per mettere su una lavatrice chiamiamo la vicina di casa?!

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Sarebbe l’ora della dieta e della prova costume, ma piatti così impongono uno slittamento perlomeno di date di inizio, se non proprio di intenzioni generali.
Un pasto completo, e molto di più. La ricetta è di una carissima amica di mia madre (che quando sua figlia ed io eravamo piccole ce la portava pure in spiaggia, sotto l’ombrellone con la tenda tutta intorno, nella Ladispoli di Verdone…). Un po’ laboriosa da preparare e di certo non veloce, ma ha il vantaggio di essere lievemente…light (non c’è besciamella, non c’è burro!), e di avere anche un secondo pasto incorporato, da ritrovarsi bello e pronto, visto che lo spezzatino del sugo servirà solo a dare sapore e potrà essere mangiato in un’altra occasione! e a questo proposito: sembrerebbe bizzarro, ma nel suddetto ci va proprio rosmarino tritato, in luogo del consueto trittico sedano-carota-cipolla.


Ingredienti (per 8 persone)
750 gr di zite
3 etti di spezzatino di muscolo
800 gr di macinato (di cui 600 gr per le polpette e 200 gr per il sugo)
2 barattoli grandi di pelati
1 bicchiere di vino bianco secco
300 gr di mozzarella
2 uova
Abbondante parmigiano
2 rametti di rosmarino
Mezza cipolla
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe

Procedimento
Staccare gli aghi di rosmarino dai rametti e tagliuzzarli con le forbici o tritarli con la mezzaluna. Tritare anche la cipolla e mettere entrambi a rosolare piano in un largo tegame cosparso di olio. Non appena la cipolla sarà imbiondita unire lo spezzatino, lasciare rosolare anche quello e non appena sarà ben dorato su tutti i lati, sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco, alzare la fiamma, aggiustare di sale e pepe, quindi unire i pomodori pelati precedentemente schiacciati con una forchetta o passati velocemente al minipimer. Mescolare e lasciare sobbollire lentamente il sugo per circa un paio d’ore.
Nel frattempo preparare le polpette: mescolare il macinato con le uova, sale, pepe e, volendo, anche la mollica di un paio di fette di pane rifatto precedentemente ammollata in acqua e ben strizzata. Formare delle polpettine molto piccole (all’incirca grandi quanto un’oliva di quelle verdi dolci…) prelevando poco impasto per volta e disporle su un vassoio. Far scaldare poco olio in una larga padella, unire le polpettine e farle dorare bene su ogni lato, sfumando alla fine con il restante mezzo bicchiere di vino bianco e lasciando cuocere ancora pochissimi minuti.
Spezzare a metà le zite e lessarle in abbondante acqua salata. Scolarle molto al dente e passarle sotto il getto dell’acqua fredda per arrestarne la cottura.
Quando anche il sugo sarà freddo, e lo spezzatino sarà stato messo da parte per mangiarlo in un’altra occasione (serviva solo a dare sapore al sugo!)-  si passa alla composizione del timballo.
In una teglia rettangolare, grande, disporre un primo strato di sugo, quindi le zite e tutte le polpettine. Ancora sugo, parmigiano e metà della mozzarella tagliata a dadini. Disporre un secondo strato di zite, cercando di sistemarle in modo che abbiano tutte più o meno lo stesso verso, quindi altro sugo, parmigiano e la mozzarella rimanente.
Infornare a 200° per circa 20 minuti, più altri 5 in funzione grill.


Va da sé che, come tutti i pasticci, le lasagne e appunto i timballi, preparato il giorno prima è ancora più buono!

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