"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 13 novembre 2017

Paura - Risotto alla melagrana


Da quando è arrivato in questa casa non c’è più pace.
Gli inquilini della stessa, a parte i due in carne e ossa, nelle persone di me medesima e dell’amato bene, sono tanti e fra i più disparati.
Ci sono anatre e conigli fatti di saggina.
C’è l’uomo ghianda che è un ometto di ceramica seduto su una sedia (per lui) gigantesca.
C’è la signora Du, che reca in mano un mazzolino di coni di incenso.
Ma soprattutto c’è lui, Enjoy, il cane che si rotola e ride come un pazzo non appena gli si passa davanti.
Era lui il vero re della casa, fino a poco tempo fa: in pole position sul bracciolo del divano, dal viaggio di nozze in cui lo abbiamo raccattato all’angolo delle strade a chiedere l’elemosina in un negozio di Chicago, è diventato la mascotte della famiglia tanto da far allarmare perfino i nostri genitori se quando vengono non lo trovano regolarmente al suo posto perché magari è steso ad asciugare.
Fino alla settimana scorsa tutto filava liscio e la convivenza con lui e tutti gli  altri strani, ma allegri figuri era ammantata di pace e di armonia.
Poi è arrivato lui:

 sto pupazzone alto e secco che mi arriva quasi al bacino, dall’aria stralunata e vagamente inquietante.
Quando l’ho scelto mi piaceva tanto, ma non potevo immaginare che presto sarebbe diventato il mio incubo.
Tutto è nato la mattina in cui l’amato bene, uscito come al solito sul fare dell’alba per andare al lavoro, me lo ha fatto trovare di spalle, bardato a mo’ di fantasma, con una veste lunga (per la precisione un mio foulard) strisciante sul pavimento.
Ora.
La casa al mattino alle sette, quando mi alzo anche io, è immersa, oltre che nel buio, anche nel silenzio più completi. 
Le tende pesanti ancora tirate, non si sentono macchine, le case intorno disabitate ed io che scendo a fare colazione cerco di fare la vaga facendo anche più rumore possibile per darmi un tono e un contegno.
In questo scenario, trovarmi ai piedi delle scale lo spilungone abbigliato con la palandrana fino ai piedi mi ha fatto iniziare la giornata, oltre che con il rischio serio di una crisi apoplettica, con lunghi e articolati smadonnamenti.
Indecisa se correre nuovamente su in camera, sbarrarmi la porta alle spalle e chiamare l’amato bene intimandogli di riprendere subito il treno e venirmi a togliere l’immagine horror dal salotto o, più dignitosamente, farmi coraggio, avanzare stoica e buttarlo nel secchio dell’indifferenziata una volta per tutte.
Da quel giorno sono iniziate vendette trasversali di vario tipo.
Infruttuose perlopiù. 
Perché io continuo a trovarmelo davanti in tutte le guise.

Che poi la cosa più inquietante di tutta la faccenda (ora che mi aspetto di trovarmelo puntualmente di fronte) è spogliarlo, fargli riassumere le naturali fattezze e ricollocarlo al suo posto.
Un fantoccio, una bambola voodoo: per me che compio quelle operazioni in quel momento assume le sembianze della cosa più raccapricciante e terrorizzante sia possibile immaginare.
Ma ho commesso l’errore, ahimè, di confidare all’amato bene il mio terrore di quel primo giorno.…istigandolo a fare sempre, sempre peggio.

Comincio seriamente a pentirmi di averlo mai voluto comprare.


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Questa ricetta l’ho avuta dalla mia amica Eva, che a sua volta l’ha trovata in rete. Un risotto particolare e dal gusto sorprendente, che molto dipenderà dal grado di maturazione della melagrana. Assaggiatela prima e comunque prendetene una ben matura, con i chicchi color rosso rubino e non rosa sbiadito. Se è molto grande e rilascerà un bicchiere intero di succo, procedete con cautela: mettetene prima solo metà nel risotto, assaggiate e regolatevi di conseguenza. Il risultato, con una melagrana non perfettamente matura è di asprezza estrema, molto più marcata di un risotto al limone, per dire. Viceversa, l’armonia sarà perfetta e il sapore piacevolmente dolciastro e delicato. L’ho provato due volte di seguito perché la prima, avendo usato una melagrana “farlocca”, non mi aveva convinta, non poteva essere così deludente! Infatti, al secondo tentativo mi sono prontamente ricreduta…

Ingredienti (per 2)
200 gr di riso carnaroli
1 porro ( se è molto grande, va bene anche ¾)
1 melagrana
½ bicchiere di vino bianco
Brodo vegetale (io ho usato un dado biologico senza glutammato)
Parmigiano
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe


Procedimento
Predisporre innanzitutto un brodo vegetale per fare il risotto. Tagliare a metà la melagrana, sgranarne i chicchi e lasciarne da parte una manciata per la decorazione finale. Passare il resto nel passaverdure e ricavarne il succo. Eliminare il ciuffo, la parte verde e lo strato più esterno del porro, quindi tagliarlo a rondelle sottili e farlo stufare in una padella con poco olio e un mestolo di brodo per una decina di minuti. Aggiustare di sale, trasferirlo in un contenitore dai bordi alti e frullarlo con il minipimer.
Far tostare il riso in poco olio mescolando spesso, sfumare con il vino e lasciarlo evaporare, dopodiché proseguire la cottura del riso aggiungendo progressivamente il brodo un mestolo alla volta finché non si sarà assorbito il precedente. N.B.: mescolando spesso il riso rilascia tutto il suo amido e si avrà un risultato molto cremoso; mescolando di rado i chicchi rimarranno più sgranati.

Trascorsi i primi dieci minuti di cottura unire la crema di porri e mescolare, quindi aggiungere il succo di melagrana e portare a termine la cottura.
A fuoco spento mantecare con il parmigiano (io non uso il burro, ma per chi non è contrario: aggiungerne dei fiocchetti in questa fase) e servire con i chicchi di melagrana lasciati da parte e una spolverata di pepe nero macinato al momento.




lunedì 6 novembre 2017

Takayama: relax (e pioggia) fra i monti


Per raggiungere la località di Takayama, nella regione di Hida, prendiamo lo Shinkansen fino a Toyama e poi uno spettacolare trenino locale con vista panoramica (Hida 6, della Takayama Line) 

da cui ammiriamo il paesaggio montuoso

 seppure il tempo non preannunci nulla di buono.

Questa regione è famosa in ambito culinario soprattutto per il prestigioso manzo di Hida e poi per lo hoba-miso, pasta dolce di miso grigliata direttamente al tavolo su una foglia di magnolia.
Ma al di là delle sue prelibatezze gastronomiche, Takayama mi colpisce soprattutto per l’atmosfera placida e romantica,

 fatta di un rilassante panorama fluviale,

 montagne circostanti, case tradizionali e tanti, tantissimi ciliegi.

Purtroppo la pioggia battente non ci permette di apprezzarla fino in fondo e sul calare della sera ci appare un po’ desolata considerando che alle 6 chiudono tutte le attività e alle 9 fanno lo stesso anche tutti i ristoranti.

In compenso alloggiamo in un meraviglioso ostello (K’s House) che è una casa tradizionale giapponese, completa di tutto: cucina comune attrezzata dell’impensabile e comprensiva di tè e caffè, area fumatori, biblioteca, lavanderia (per 300 yen) e due computer a disposizione.

Alla casa si accede rigorosamente scalzi: in una minuscola anticamera all’entrata si trovano armadietti in cui lasciare le proprie calzature e una serie di ciabattine con cui sostituirle per tutto il tempo di permanenza al suo interno. Sul retro, passando dalla cucina, si apre un’uscita secondaria che dà su un minuscolo spazio delimitato da stuoie di bambù: è l’area fumatori!

Ma prima di uscire a fumare è d’obbligo sostituire le ciabattine da interno con altre “da esterno”, sempre lì a disposizione.

L’atmosfera è molto bella e rilassante.

 Ad accoglierci troviamo Luca, novello sposo trasferitosi dalle Marche, con cui scambiamo le prime parole in italiano da quando siamo in Giappone e che, oltre a illustrarci il regolamento della casa, ci fornisce molte preziose informazioni su dove mangiare e cosa vedere. Lo salutiamo non prima di aver preso un paio di ombrelli, anche quelli a disposizione in gran numero, all’entrata dell’abitazione.
La prima tappa, per l’irrinunciabile seconda colazione della giornata, è presso una panetteria poco distante, l’unica in tutta Takayama, un po’ difficile da trovare perché nascosta e perché le vie sono senza nome. Luca ce la segnala su una mappa che reca solo i nomi delle 3 vie principali: per il resto la troviamo come in una caccia al tesoro, contando traverse e svincoli (per fortuna pochi).

Si chiama Koyama Pan, ma ha un’insegna esclusivamente in kanji e la riconosciamo solo una volta sbattuti i nasi contro la sua vetrina…
La ricerca è però valsa la pena: ci rifocilliamo con 3 ottimi dolcetti (uno dei quali riempito dell’ormai irrinunciabile marmellata di fagioli rossi) e due tazze di tè offerte dalla gentilissima proprietaria in un linguaggio muto fatto digesti e sorrisi.
La ricerca successiva sarà quella di un 7eleven, anche quello sperduto fra i vincoli labirintici, per fare scorta di acqua e generi di conforto.

Per il resto Takayama va vissuta così (possibilmente senza pioggia): girando fra i suoi vicoli, attraversando i suoi ponti dai quali ammirare tanti, tantissimi sakura 

ed entrando e uscendo dagli innumerevoli negozi di prodotti tipici e artigianato locale soprattutto nella parte vecchia, Sanmachi-suji

antico quartiere di mercanti gremito di fabbriche di sakè, botteghe, caffè e case tradizionali perfettamente conservate.

Ci spingiamo fino allo Hida Kokubun-ji, il tempio più antico di Takayama nel cortile del quale svetta un ginko della veneranda età di 1200 anni. 

Rinunciamo invece, molto a malincuore, a raggiungere i quartieri collinari di  Teramachi e Shiroyama-koen, dove pare si trovino una decina fra templi e  santuari e diversi sentieri che conducono fino alle rovine del castello.

 La pioggia ci frena e la stanchezza dei 6 giorni precedenti trascorsi a macinare chilometri, ci fa vedere come un miraggio il desiderio di goderci l’accogliente casetta giaponnese.
Prima di ritirarci però passiamo davanti al Takayama Yatai Kaikan, il museo in cui sono esposti, a rotazione, i 23 carri cerimoniali (Yatai) che sfilano durante il Matsuri, festa tradizionale che si svolge in primavera e in autunno. 

Si tratta di carri in legno laccato dai colori sgargianti,  completi di marionette meccaniche che eseguono coreografie grazie agli otto manovratori al loro interno. Ma anche questo, ahimè, è chiuso!
Ci limitiamo a sbirciare uno dei carri da dietro un enorme portone su una via retrostante, prima di rimboccare la strada di casa,

 riconsegnare gli ombrelli, lasciare le scarpe (fradicie) negli armadietti fino al mattino dopo e goderci una dormita ristoratrice, cullati dal ticchettio della pioggia sul tetto.


Per raggiungere Tokyo, il giorno successivo, riprendiamo il treno locale fino a Toyama, dove finalmente torniamo a vedere il sole e in attesa della coincidenza, osserviamo la vita locale 

gustandoci la nostra ormai solita, irrinunciabile colazione…


lunedì 30 ottobre 2017

Mostri - Hummus al caffè


Anche quest’anno lo sfiancante lavoro del cambio di stagione agli armadi si è consumato senza spargimenti di sangue né avvio di pratiche di divorzio.
Ma a entrambe le conclusioni siamo andati, più di una volta, molto vicino.
Due mondi che si scontrano. Una rivoluzione planetaria, uno tsunami di vestiti, scarpe, parei, sciarpe, costumi, calzini, borse, sacche, zaini che girano, cambiano di posto, si insacchettano nei cellophane, si inabissano negli aromi dell’antitarme in gel e sono costantemente alla ricerca di una collocazione definitiva che, dopo cambi di casa e traslochi e ritraslochi non hanno ancora mai trovato.
Perché ogni anno è diverso.
E perché ogni anno è la volta buona che butto via tutto e poi non butto via niente.
Che ne dici, oggi tiriamo giù gli scatoloni?
Mi propone l’amato bene sabato mattina con l’aria baldanzosa di chi sta proponendo una gita al lago.
Ma è tattica la sua.
Tentativo di arginare il marasma che s’agita dentro e tutto intorno al solo pensiero.
Buttarla in caciara insomma.
Domo il fremito che prende a serpeggiarmi dentro, appena percettibile all’esterno dal tremore del sopracciglio destro, e annuisco decisa, prima che il guizzo di temerarietà, suo e mio, svanisca.
Ma ci pensa lui a spazzarlo brutalmente via.
Ok, allora finisco prima quei lavoretti in giardino e poi, appena va via la luce, ci mettiamo a fare il cambio di stagione.
Considerando che vige ancora l’ora legale e che il giorno non è proprio un mozzico, ci metteremo a tirare giù il primo scatolone, a occhio e croce, intorno alle sette.
Di sabato sera.
Previa macerazione interna all’allegra prospettiva.
Scusa intanto tiriamoli giù che comincio il mio – gli propongo (ancora) pacificamente.
Ma lui scuote decisamente la testa.
Sa che questa mossa gli sarebbe fatale.
Che mi perderei nelle spire mortali dei miei scatoloni per riemergerne solo nella tarda serata di domenica.
A weekend ormai finito.
E siccome deve parere anche a lui ormai lievemente fuori luogo andarsene in giro in maniche corte alle 6 di mattina, quello che gli preme maggiormente è, a ragion veduta, fare il suo.
Un mostro però da affrontare rigorosamente insieme.
Con la mia (ahimè) indispensabile collaborazione.
Per questioni organizzative, innanzitutto: trovare una collocazione pratica e funzionale, che gli permetta di ritrovare la roba anche a occhi chiusi alle 5:30 la mattina quando suona la sveglia.
Calzini a destra, mutande al centro, magliette a sinistra.
Maglioni di qui, felpe di là, camicie di sopra, giacche di sotto.
Con indicazioni stradali ben distribuite e (manca poco) segnaletica a intermittenza.
Poi per ragioni sociali in secondo luogo: distribuire preventivamente i capi per colori, tessuti, fantasie; facendo attenzione che venga eliminato fino all’ultimo capo estivo e scongiurare così di vederlo tornare dal lavoro con la sahariana di cotonino a dicembre inoltrato. Magari sopra al pantalone di velluto.
Del resto l’impiego di tempo per la gestione della sua pratica è abbastanza esiguo.
Gli scatoloni del cambio di stagione sono in tutto otto, così  distribuiti: due i suoi, tutti gli altri roba mia.
E ovviamente il cambio va fatto anche per le scarpe.
Io: 18 (mila) paia ognuno nella propria scatola da manovrare con cura.
Lui: tutte dentro una sacca e una borsa da palestra che quando ne serve un modello specifico tocca chiamare mago Silvan per riaccoppiarle.
Ma anche lì va prestata la massima attenzione che non lasci le hawaianas e rimetta via gli anfibi, nella foga di prendere l’iniziativa e selezionare, a parer suo, capi e generi.
Quindi sì dai, tutto sommato possiamo metterci a fare sto cambio (suo), pure alle 7 di sabato sera.
In fondo: che ce vo’?
Poi ci dormo su.
Ed è solo con la calma e la luce del nuovo giorno che affronto il mio.
Previo adeguato training autogeno.
Non prima di aver fatto il vuoto intorno, acceso un bastoncino d'incenso, aver selezionato e avviato una carrellata di musiche rilassanti, spento il cellulare, staccato il citofono, sigillate le finestre, sprangate le porte.
Avviata la metamorfosi.
E guai a chi s’avvicina fino a lavoro compiuto.

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E dopo quello al cioccolato non poteva mancare la versione al caffè. Altrettanto buona e sfiziosa, a patto di fare un caffè molto robusto o di aggiungere un secondo cucchiaino di caffè solubile al composto. Il segreto è assaggiare dopo averlo fatto e aggiustare secondo i propri gusti.
Buono a merenda, ottimo la mattina per una colazione energetica a base di proteine vegetali!
La fonte di ispirazione è sempre la stessa, con gli aggiustamenti e le modifiche del caso dal momento che avevo ancora quel famoso barattolino di tahin da consumare…
La ricetta originale, senza tahin, la potete trovare qua. 


Ingredienti
1 barattolo di ceci
2 cucchiai di sciroppo d’acero
1 tazzina di caffè ristretto
1 cucchiaio di tahin
1 cucchiaio di granella di nocciole (+ altra per decorare)
1 cucchiaino di caffè solubile
1 cucchiaino di vaniglia in polvere

Procedimento
Riunire tutti gli ingredienti nel robot da cucina e azionare fino a quando non si saranno amalgamati e avranno formato una crema densa e omogenea.
In mancanza di quello potete usare tranquillamente il minipimer.

Lasciarla riposare in frigo per almeno un’ora, quindi servirla in bicchierini o coppette decorando con chicchi di caffè o granella di nocciole, oppure spalmata su fette biscottate.


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