"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 28 novembre 2016

Cose belle – Torta di rape rosse


Non di sole tragedie è costellato questo periodo.
Fra traslochi e sbarazzi, guai da arginare ed emergenze da affrontare, infatti è nato, dopo lunga gestazione, un progetto dolce e confortante.
Quello cioè di portare la lettura in palestra, creando, con la disponibilità e la complicità del suo gestore, una piccola ma fornita biblioteca da cui attingere liberamente.
Fatta per la maggior parte di libri miei.
I presupposti c’erano tutti.
La noia assoluta delle lezioni di ginnastica posturale era stata magicamente alleviata (oltre che da una musica di sottofondo più impegnata e studiata degli inizi) dalla richiesta dell’insegnante di portare ciascuno un libro da casa per usarlo…come supporto per la testa negli esercizi a terra.
Certo l’amico Lev avrebbe avuto a che ridire vedendo la sua Anna Karenina usata come cuscino.
Ma era un inizio.
Perché sbirciando titoli e trame, fra matasse di capelli abbandonate sopra, daje e daje ci si trovava a parlarne (dei libri, non delle chiome).
A scambiarceli perfino.
Così l’ho buttata lì quasi per gioco: perché non creiamo un piccolo angolo lettura qui in palestra? – chiedevo poco convinta io stessa al suo gestore. E intanto pensavo a tutta la mole dei libri che mi  trovavo contestualmente a gestire mentre sbaraccavo casa dei miei (prima ancora della mia).
Forse potevo coniugare le due cose e rendere l’inevitabile distacco da un certo numero di tomi meno traumatico e più fruttuoso, trasformandolo in un progetto di continuità.
La palestra è piccola, gli spazi sono ridotti, la proposta appariva irrealizzabile perfino a me che l’avevo formulata. Invece non solo ho trovato terreno fertile nel suo proprietario, ma anche collaborazione fattiva nel realizzarla.
Ma mica così, tanto per farla.
Oltre che terreno fertile infatti ho trovato pure una persona precisa e fracassattributi pignola, almeno quanto me.
Che un conto è incontrarsi sul terreno sospeso del tatami, al di fuori del tempo e dello spazio, scalzi e affannati, ognuno compreso nel proprio ruolo: lui istruttore che impartisce ordini, io sciatta scansafatiche che manco partita, già si stravacca sul tappetino interrompendo la serie di addominali o la sequela di squat; un altro conto è trovarsi, fuori dalla sala, ricomposti e con scarpe ai piedi, a parlare di libri.
Le prospettive cambiano.
Beh insomma, dove li mettiamo questi libri? Come li sistemiamo?
Che sarebbe stato troppo facile partire, andare all’Ikea e tornarsene con una libreria Billy sottobraccio. Il tizio prende un foglio e una penna, butta giù lo schizzo di uno scaffale raffinato e ingegnoso: tre mensole sostenute da una corda fissata al soffitto.
Una struttura aerea, leggera ed elegante, da far invidia alle riviste di architettura.

E dove le troviamo  di questa  forma e grandezza? – domando ingenua
Le faccio io!- mi risponde come fosse la cosa più normale del mondo.
Mi pare troppo bello. Non solo ha accolto la mia proposta senza batter ciglio, ma s’è messo pure a elaborare un progetto architettonico. 
E a vestire i panni di Mastro Geppetto per realizzarlo.
Un’unica condizione mi si pone: quella di occuparmi io dei libri. Portarli, definire parametri che regolino lo scambio, gestire la futura biblioteca.
Capirai lo sforzo. Non chiedo di meglio.
E quasi stento a crederci.
Per quanto mi riguarda, mica prendo i libri a casaccio, li butto in uno scatolone per sbarazzarmene e li porto qua.
Da giugno in poi parte la selezione rigidissima dei titoli degni di essere ospitati nella futura biblioteca.
Li vaglio uno per uno, cercando di metterci dentro generi vari e titoli allettanti.
Grandi classici e best-seller usciti da poco.
Non deve essere un parcheggio di volumi, ma uno stimolo per la mente e per lo spirito.
Poi compro on line un timbro per renderli riconoscibili, perché negli anni, qualcuno che se li ritroverà fra le mani possa sapere che hanno avuto questa vita avventurosa, fuori dalla libreria di casa.
Da alcuni, che ho amato leggere, mi separo con molta fatica, determinata però a volerli liberare, vestire di nuova vita.
Poi le vacanze, poi gli impegni personali, poi il dubbio che possa aver cambiato idea, in questo mondo che fluttua e prende le cose, come la parola data, alla leggera.
Un messaggio il giorno prima di ferragosto: ti ricordi, sì, del progetto biblioteca?
Mi rassicura che sì, se lo ricorda perfettamente: non ha cambiato idea e non lo abbandona.
Gongolo di felicità.
Ed è così che ai primi di ottobre, coniugando i rispettivi sforzi, vede finalmente la luce, nell’unica palestra del paese, la piccola e bellissima biblioteca di ex libri miei.

Cui poi se ne sono aggiunti altri, liberi di essere presi, letti, scambiati, restituiti o adottati per sempre.
Perché non di solo sudore è fatta una sessione di palestra.
E perché qualche volta i libri vivono anche di vita propria.



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Questa torta è parecchio strana. Ma del resto lo erano pure i biscotti di ceci, il plumcake di gelato, i biscotti di maionese, la torta difiori di zucca e il cake di wafer. A me le rape proprio non piacciono,  né bianche né rosse, ma l’idea di farci una torta mi incuriosiva tanto. E quando Marco Bianchi ha pubblicato la ricetta sulla sua pagina FB,  non potevo certo esimermi dal provarla. L’aspetto è invitante perché sembra una torta al cioccolato, morbida e umida. Dell’odore non si può dire altrettanto: si sente il cocco ma si sente anche “la terra” della rapa. Insomma, è una torta vegana, mica un tiramisù, ma ha il vantaggio di non risultare gommosa, come molti dolci di questo tipo.  Mi è piaciuta, solo ci metterei più zucchero (almeno 30 grammi in più perché quello da lui indicato è proprio poco) e sicuramente il quantitativo esatto di farina di cocco che forse aiuta a eliminare l’odore della rapa.


Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)
400 gr di rapa rossa lessata (quella del supermercato venduta sottovuoto)
360 gr di farina di tipo 2 (io di farro)
320 gr di latte di soia (io di riso)
100 gr di zucchero di canna
120 gr di farina di cocco (io solo 40 perché l’avevo finita)
120 gr di olio di mais
1 cucchiaio di cacao amaro
1 bustina di lievito


Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°. Mescolare gli ingredienti secchi. Frullare la barbabietola insieme all’olio e al latte. Quando si è ottenuto un composto omogeneo unirlo agli ingredienti secchi e versare tutto in uno stampo oliato e infarinato.
Cuocere per circa 35-40 minuti facendo la prova stecchino.



lunedì 21 novembre 2016

Interior design - Vegan Plumcake al succo di mela


 Pe fa la vita meno amara, abbiamo deciso di darci alla progettazione d’interni.
Sull’onda emotiva della rivoluzione generale in atto nella nostra casa, e quindi nella nostra vita, piuttosto che stare a guardare inebetiti e disarmati le montagne di calcinacci e le nuvole di polvere e calce viva che si sollevano a ogni passo, abbiamo deliberato di pensare al “dopo”, a tutto quello cioè che si potrà realizzare, se va bene, intorno alla primavera (inoltrata) del prossimo anno.
Nello specifico: il ripristino di una cucina degna di questo nome, così come dell’intero piano inferiore di casa, in tutta la sua nuova veste.
Nel momento in cui andranno via i muratori inizieremo noi! 
Fra sposta, butta, rivernicia, ricompra, rimetti, riaggiusta, riattacca, riesuma, rianima, si spera che per la fine del prossimo anno riavremo anche mobili, quadri, lampadari e perfino i tanto contesi ninnoli.
Questa è la volta buona che faremo proprio piazza pulita di tutto ciò che è inutile e senza sentimentalismi del tipo ‘questo me l’ha regalato la nonna della zia dell’amica del vicino di casa quindi lo tengo’ – dichiara convinto l’amato bene. Non sapendo che io ho già provveduto a mettere al sicuro tutto ciò che, all’inizio dello spacchettamento dovesse mai capitargli sotto gli occhi, stimerà oltre ogni ragionevole dubbio di dover destinare alla spazzatura.
Ma lo capisco: il caos porta a questi aneliti di pulizia generale e ad ancorarsi a un’idea di casa svuotata di tutto il superfluo.
 Posso capirlo: la lavatrice, il forno e il frigorifero in salotto, in luogo di soprammobilini e gingilletti vari, un po’ di confusione, anche solo visiva, effettivamente la creano.
E per reazione se la prende con i secondi.
Ma io, quando sarà, ricollocati gli elettrodomestici nel loro luogo d’origine, ritirerò fuori tutti i ninnoli cautamente e piano piano. Col tempo. Quello necessario a farglieli digerire uno per uno sistemandoli in modo che non ne abbia nemmeno una vaga percezione. Del resto: non trova una ciotola grande di cioccolatini sull’unico mobile superstite, vogliamo che si metta a scovare soprammobili piccoli quanto un dito sparsi per tutta casa?
Allora, pregustando già questo momento che, pare incredibile, ma prima o poi arriverà, ci stiamo portando avanti.
Parola d’ordine: schiarire tutto, specialmente i mobili neri avuti in eredità dall’ex padrone di casa. Abbiamo deciso così di riverniciarli di bianco candido.
Poi ci si guarda intorno.
Ma che la scala non la rifacciamo? Tutto nuovo, tutto bello e ci teniamo quel cassettone improbabile di mogano consunto e scheggiato?
Proviamo a smontarne il rivestimento, intanto: facciamola a giorno!
Le idee si accavallano, l’entusiasmo prende il sopravvento sul raziocinio e l’amato bene saltella da un lavoretto all’altro.
È così che, a un mese da Natale, noi ci troviamo (a parte con il dettaglio di mezza casa smontata e gli operai in pieno fermento), con un incantato mondo parallelo di lavori fai-da-te e la seguente situazione:

  •  2 sedie verniciate di bianco satinato;
  • 1 sedia verniciata di bianco crema per vedere se è meglio;
  •  2 sedie ancora intonse color mogano;
  •  una sedia mezza bianca mezza mogano per ulteriori prove colore;
  •  Scala interna “sbucciata” del suo rivestimento per farla diventare “a giorno” e struttura in ferro in (felicissima) via di carteggiamento;
  •  Uno scalino scartavetrato nel tentativo di riportarlo al suo colore naturale e poi abbandonato lì per impossibilità di rimuovere strati e strati di impregnante scuro e conseguente indecisione sul da farsi.
  •  Una serie di listelli bianchi accatastati in un angolo in attesa di essere lavorati per creare una boiserie.

In questo stato di ulteriore, apparente caos, ogni tanto fiocca una nuova idea.
Che ne dici se lì chiudiamo e ci facciamo (noi, da soli) un armadio a muro??
La domanda arriva sempre al momento opportuno.
Magari mentre sto armeggiando con le piastre elettriche nel tentativo di lessare delle verdure (sciacquate goffamente nel lavandino del bagno dove già districarsi fra bagnarole dei panni e bagnarole dei piatti e degli alimenti è frutto di giorni e giorni di allenamenti intensivi);
Magari mentre, con una teglia appena estratta dal forno, vago cercando affannosamente un posto dove depositarla, che di solito coincide con il pavimento giusto un attimo prima di approdare all’ustione grave;
Magari mentre penso a cosa scongelare per la cena dell’indomani e poi mi rendo conto che no, mo pure mettersi a friggere nella cucina da campo è eccessivo, allora devo studiare un piano B e valutare attentamente preparazioni e metodi di cottura (che pure pulire cozze o alici, sempre nell’unico lavandino disponibile, che è quello del bagno di sopra, potrebbe presentare qualche difficoltà).
Quindi ecco, a volte temo come la peste annunci di questo tipo.
Temo i momenti di stasi che danno anima, e a stretto giro pure corpo, a nuovi progetti.
Nutro un odio feroce verso tutti i punti vendita di BricoSì, BricoBravo, BricoMan e soprattutto Leroy Merlin e i suoi video tutorial per fare questo e pure quello.
Che non lo sa, il Signor Merlin, quanti mariti buttati fuori di casa con tutti i loro attrezzi sotto il braccio, ha sulla coscienza.


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Le foto di questo plumcake sono pessime. Non proprio tanto più brutte di quelle che faccio di solito, ma in questo caso c’è l’aggravante che il soggetto da fotografare era quasi finito. Non è che abbia voluto allestire pretenziosamente il set con la tazza di orzo fumante e la fetta mozzicata, è che proprio dovevo pur fotografare qualcosa oltre al misero quarto di dolce avanzato…

Ingredienti
150 gr di farina di farro
100 gr di farina di riso
180 gr di zucchero
300 ml di succo di mela
100 ml di latte di riso
30 ml di olio di semi
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
25 gr di more essiccate (facoltativo)

Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°. Riunire in una ciotola il succo di mela, il latte di riso e l’olio. Setacciare le farine con il lievito e la vanillina e incorporarle agli ingredienti liquidi con l’aiuto di una frusta. Il composto risulterà piuttosto liquido, ma è così che deve essere. Unire da ultimo le more (l'aggiunta di elementi pesanti come nel mio caso le more o eventuali gocce di cioccolato, potrebbe essere complicata dal fatto che l'impasto non le sosterrà, ma siccome io non mi formalizzo se scendono tutte sul fondo, le ho messe lo stesso) e versare il composto in uno stampo da plumcake oliato e infarinato.
Cuocere per circa 40 minuti facendo la prova stecchino.


martedì 15 novembre 2016

Eccoci qua - Torta 5 minuti


L’abbiamo scelta fra tantissime, dopo più di un anno di ricerca.
Non era una priorità quella di cambiare casa, ma abbiamo accarezzato a lungo questo progetto fino a tradurlo in realtà.
Fino a quando è capitata l’occasione e l’abbiamo colta al volo.
Perfetta per noi: più grande della precedente ma non troppo da avere stanze che facciano inutilmente eco.
Un piccolo giardino a completare il quadro.
L’abbiamo scelta dopo essercene innamorati a prima vista.
Perfetta, completa di tutto, perfino dei mobili che tanto di nostri non ne avevamo e di qualsiasi tipo, foggia e colore ci andavano bene.
Tanto da arrivare qua con due valigie, un centinaio di scatoloni di libri e suppellettili e cuscini, lenzuola e piumone per dormirci fin dalla prima sera.
Piano piano l’avremmo migliorata secondo i nostri gusti. Apportando modifiche degli spazi, spostando tramezzi, riverniciando mobili, comprandone di nuovi.
Piano piano.
Ma poi succede che la vita va come vuole e ti prende a spintoni, travolgendoti e non finendo mai di stupirti.
Un cedimento strutturale,  una grana talmente grande da rendere vano qualsiasi tentativo concreto, speranza vana, supplica vibrante di arginarla.
Potendo solo stare a guardare, impotenti, la sua caparbia evoluzione.
E la casetta dei sogni, nostra da soli 18 mesi, si trasforma in un incubo: di ipotesi, di supposizioni, di incertezza.
Quel senso di  precarietà che ribalta, accartoccia, butta al secchio ogni sensazione rassicurante di “casa”.
All’improvviso, senza l’ausilio di una tragedia enorme come un evento sismico, sul muro si aprono inspiegabilmente crepe infinite, larghe un dito, che squarciano pareti e non smettono di rincorrersi.
Dissesto idrogeologico, un terreno disomogeneo, una falda acquifera che scorre sotto la casa e la corrode, oppure delle fondazioni deboli, costruite male, ipotizzano i vari esperti che, uno dopo l’altro, vengono chiamati al capezzale dell’ammalata grave.
Muratore, geometra, architetto, ingegnere, geologo: tutte le possibili figure professionali consultate sciorinano ipotesi, fanno rilevamenti, dispiegano mezzi sofisticati o  battono semplicemente una mano sui muri per capire dove sono i pilastri, dove può annidarsi il problema, quale può essere la spiegazione che nemmeno loro, dall’alto dell’esperienza sul campo o di studi approfonditi, sanno darsi e, soprattutto, dare a noi.
“Capiremo meglio solo quando avremo scavato” ci rispondono senza colmare la nostra sete di logicità.
Che forse, semplicemente, non può essere placata. Ché non sempre le cose vanno secondo una logica.
Preventivi da capogiro, lavori che nemmeno se avessimo ristrutturato l’intera casa ci sarebbero mai venuti in mente di fare.
Il nostro personale terremoto, con scala a sé.
Perché quello reale è arrivato molto tempo dopo: lo abbiamo sentito, ma avevamo scambiato quegli scricchiolii per il cedimento definitivo di tutte le pareti crepate, che invece per fortuna, almeno per il momento, hanno retto (mannaggia, ce tocca pagà pure la demolizione, è stato il commento sarcastico dell’amato bene). Il terremoto vero ci ha risparmiato il colpo di grazia.
Ed eccoci qua. Con mezza casa sventrata (bagno, cucina, veranda e giardino): una parete di fortuna tirata su per isolarci da tutta la parte che va abbattuta e ricostruita.
Perché volendo guardare il lato positivo mica tutta la casa è interessata da crepe: solo una zona precisa e (se fa pe dì) circoscritta.
La cucina smontata e regalata (visto che siamo in ballo balliamo fino in fondo ed è la volta buona che ce ne compriamo una nuova, dal momento che per questa avremmo pure dovuto pagare smontaggio, trasporto, deposito, ritrasporto e rimontaggio); il forno alloggiato dentro al salotto insieme al frigorifero, alla lavatrice e a tutto il contenuto di un armadio a muro che fungeva da dispensa. Un paio di piastre elettriche per la sopravvivenza. Che poi queste due, sistemate dentro il camino, fanno pure atmosfera vintage che sembra quasi di cucinare col fuoco anziché con la corrente.
Mentre per lavare i piatti ci sono il lavandino o la doccia del bagno di sopra: le scale da fare ogni volta con la bagnarola carica aiutano a tenersi in forma.
Ma siamo qua. 
Zippati nella parte sana di questa bella casa, ora un po’ malconcia e lacero contusa per la restante parte, da guarire e riportare, tutta per intero, all’antico splendore.
Un po’ storditi in verità, con una specie di ventata fredda arrivata a soffiarci sul cuore e fra i pensieri, raggelandoli appena in superficie.
Ma con in tasca sempre una dose di autoironia come rimedio salvavita.
Intanto abbiamo ricominciato a fare scatoloni, per mettere via tutto ciò che non è utile e che in questi mesi di lavori  sarebbe solo d’intralcio.
Come ninnoli, soprammobili, cianfrusaglie: tutto ciò che era scampato al precedente trasloco.
Altre da non poter proprio tirare fuori, come le decorazioni natalizie (ce manca solo l’albero di Natale in salotto).
E quindi via: trasloco atto secondo, terzo, ho perso il conto…
Dunque, ricapitolando, la situazione famigliare attuale è la seguente:
-mamma e papà momentaneamente in affitto in microappartamento con mobili in deposito in attesa che, terminati i lavori, gli consegnino casa nuova nei primi mesi del prossimo anno;
-fratello e cognata con situazione immobiliare ancora in corso di definizione;
-io e l’amato bene con casa pericolante in via di risanamento e davanti 3-4 mesi di passione.
Perché le cose, quando possono, capitano preferibilmente tutte insieme e nei periodi più adatti.
La precarietà ce fa un baffo, a noi.
Sì per carità, poi è vero che sia io sia l’amato bene ci siamo sempre sentiti vagabondi nell’animo e con radici fluttuanti ma stavolta ce l’avevamo messa tutta per fissarle e rinsaldarle ste radici, anziché solo aspettare il momento della pensione per emigrare in Australia.
Ma poi solo tirare giù tutti i santi dal paradiso e sacramentare contro la sfiga nera non serve a rattoppare crepe e rinsaldare pilastri.
Allora via, si sfascia lo sfasciabile e si ricostruisce.
Quindi da adesso e fino a  data da destinarsi questo blog racconterà le avventure e le disavventure di un viaggio fra ruspe e  muratori, calcinacci e plinti, impalcature e capomastri, con in mezzo qualche ricetta di fortuna, approntata nella cucina da campo e sicuramente molti, moltissimi aneddoti degni di nota.

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 La torta in questione è la più adatta a situazioni di questo genere (ma anche meno disagiate). Non solo a  fare questa torta ci vogliono proprio 5 minuti esatti, ma basta sporcare un’unica ciotola e girare tutto con una frusta a mano senza dover sbattere, montare, incorporare né dividere albumi da tuorli o setacciare polveri. Le varianti sono infinite: dalla scelta delle farine, agli aromi per profumarla alle aggiunte di gocce di cioccolato, cacao, caffè, liquore e via dicendo. Questa è la mia versione base per la colazione. Alta, soffice e super veloce (e con una bagnarola leggerissima da portare su e giù per le scale).


Ingredienti (per uno stampo da 24 cm di diametro)
200 gr di farina (io ne ho usata 150 gr di farro e 50 di riso integrale)
180 gr di zucchero di canna
100 ml di latte di soia (ma potete usare quello che avete in casa)
75 ml di acqua tiepida
60 ml di olio di semi
2 uova
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
1 bustina di scorzette di arancia bio (o la scorza grattugiata di due arance o di due limoni)
1 pizzico di sale


Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°. Mettere tutti gli ingredienti tranne l’acqua in una ciotola e amalgamarli con una frusta a mano. Da ultimo aggiungere l’acqua tiepida, mescolare e versare il composto in uno stampo oliato e infarinato (oppure ricoperto di carta forno).
Cuocere in forno ventilato per 40 minuti.





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